Editoriale, Mercato

Candreva si, Candreva no

Di Vincenzo Renzulli

 

Quando è arrivato la scorsa estate dalla Lazio, Antonio Candreva sembrava poter diventare un elemento fondamentale nella costruzione della nuova Inter cinese. Capitano e punto di riferimento della Lazio, titolare quasi inamovibile della Nazionale Italiana, rendimento sempre costante e (almeno a parole) tanta voglia di lottare per portare l’Inter a contendere lo scudetto alla Juventus. Tirando le somme a fine stagione, nonostante la situazione precipitata dopo il pareggio di Torino, Candreva il suo contributo sembra averlo dato: 8 gol e 11 assist in 45 partite giocate nel primo anno in nerazzurro sono numeri più che dignitosi per un esterno offensivo.

Gol di fattura anche pregevole, come la sassata nel derby d’andata, e tanti palloni serviti a Mauro Icardi, ma sempre con un certo retrogusto amaro che rimane per quel suo modo di giocare monocorde, senza variazioni o giocate differenti da quelle che ormai ha assimilato in modo quasi automatico e che mette in pratica ogni volta che scende in campo. Nessuna concessione all’improvvisazione, lo stesso spartito che si ripete puntualmente ad ogni partita: corsa sulla fascia – (eventuale) finta sul difensore- altra finta (a volte si va anche oltre le due finte) – cross o tiro da fuori area.

Da uno come Candreva si sa sempre cosa aspettarsi, in positivo e in negativo, e forse è proprio per questo che gli allenatori che si sono alternati sulla panchina dell’Inter non hanno mai rinunciato a lui. Meglio un calciatore monodimensionale, che però garantisce un certo numero di giocate a partita in modo costante, che un giovane talento ancora da formare come Gabigol. La sua ricerca del cross in maniera quasi ossessiva, come se fosse stato in qualche modo programmato per quello, non è passata inosservata, tanto che le critiche nei suoi confronti sono andate in crescendo.

Basta leggere i commenti al tweet pubblicato dall’Inter qualche giorno fa con alcune sue dichiarazioni, successive alla notizia dell’interessamento del Chelsea (“Sono orgoglioso di indossare questa maglia, ho sposato un progetto importante e sono felice di essere qui“), per rendersi conto di come la valutazione delle prestazioni di Candreva sia ambivalente. Il suo modo di interpretare le partite divide ed è lecito fare delle valutazioni in caso di un’offerta importante proveniente dall’Inghilterra. Un giocatore del genere, nell’Inter attuale, può essere un punto di riferimento importante? O può essere sostituito da qualcuno di più funzionale al gioco di Spalletti?

Candreva si

Come già anticipato in precedenza, i numeri in tanti casi sono dalla parte di Candreva. Quasi doppia doppia tra gol e assist, un rendimento costante e una quantità incredibile di palloni riversati in area avversaria. Nel campionato scorso ha toccato la media di 11 cross a partita, che sono il picco massimo della sua carriera. Il numero totale dei suoi cross ha superato i 400 e fa di lui il calciatore leader assoluto in questa categoria nei principali campionati europei (in pochi superano i 300 cross realizzati, tanto per capire quanto l’esterno romano sia una vera macchina da questo punto di vista). La quantità di palloni riversati in area negli ultimi anni è ancor più sorprendente se si pensa che la sua trasformazione in esterno offensivo è abbastanza recente e che fino a non molti anni fa giostrava sulla trequarti di campo.

Se con De Boer in panchina non ha reso al meglio, l’arrivo di Pioli ha fatto si che le prestazioni di Candreva migliorassero sensibilmente. Con l’area di rigore più “piena”, i centrocampisti più propensi all’inserimento e la squadra subito pronta a recuperare palla, anche i tanti cross dell’esterno romano che non hanno raggiunto il compagno hanno dato modo di creare una quantità importante di seconde occasioni. Nella striscia di vittorie consecutive il ruolo di Candreva è stato fondamentale, poi il crollo della squadra ha coinvolto inevitabilmente anche lui.

 

Candreva no

Le perplessità su Candreva riguardano soprattutto il gran numero di palloni sprecati. Degli 11 cross di media realizzati ben pochi diventano occasioni da gol: circa il 20% dei palloni crossati raggiungono il destinatario nell’area avversaria, nel restante 80% dei casi risultano imprecisi e vengono respinti dalle difese. Da quel 20% (sul totale di 415, quindi circa 80 cross efficaci) sono scaturiti gli 11 assist. Candreva in sostanza è un giocatore da grandi numeri, una calamita per il gioco delle squadre in cui milita, ma che non riesce ad essere efficiente. Come detto prima la sua ricerca del cross a tutti i costi è quasi ossessiva, con i poveri terzini che spesso si sovrappongono a vuoto in attesa di un suo passaggio.

La stessa tendenza all’inefficienza è visibile anche quando calcia in porta: In campionato i suoi tiri nella maggior parte dei casi (55%) sono scoccati da fuori area, spesso da posizione defilata. Una selezione pessima, che va a disperdere le grandi capacità balistiche di cui è dotato.

 

Cross dalla trequarti che sono facilmente leggibili, cross che tante volte finiscono per colpire il corpo dei difensori avversari (in alcune partite sembrava quasi che Candreva mirasse a un bersaglio invisibile sulla schiena di qualcuno di loro), l’incapacità di variare in qualche modo le giocate (da uno partito trequartista ci si aspetterebbe anche altro, ma quando è stato messo momentaneamente dietro alla punta è stato disastroso): il gioco di Candreva in generale è un elogio all’inefficienza. 

Da esterno offensivo nel 4-3-3 o nel 4-2-3-1 poi sembra mancargli la capacità di inserimento. Difficilmente su un cross di un compagno Candreva trova il tempo giusto per tagliare sul secondo palo. L’evoluzione del gioco ha portato gli esterni offensivi ad essere degli attaccanti veri e propri attaccanti aggiunti, e Antonio forse non è il giocatore ideale a ricoprire quel ruolo (o almeno nel contesto dell’Inter attuale). Conte in Nazionale lo ha quasi sempre schierato da quinto di centrocampo e lo vorrebbe al Chelsea per la sua duttilità (nel suo 3-4-3 potrebbe giocare sia da esterno di centrocampo che da terzo in attacco) e per la capacità di ribaltare velocemente l’azione.

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Visto il modo di giocare di Spalletti, che nel ruolo di esterno offensivo predilige giocatori in grado di saltare l’uomo, creare superiorità numerica e segnare in doppia cifra, la cessione dell’esterno non sembra un’ipotesi così remota.

Il tecnico di Certaldo però è famoso per aver rivalutato tanti calciatori, giovani e meno giovani, e potrebbe fare lo stesso anche con Candreva. Renderlo meno dispersivo e più efficiente, nel caso restasse a Milano, sarà una sfida difficile, una di quelle che però se fossero vinte potrebbero fare davvero la differenza.

 

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Il giorno che il Fenomeno atterrò a Milano

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23 luglio 1997. Ovunque io fossi ero in attesa di quella notizia, dell’ufficialità. Una trattativa lunga e complessa, l’ansia improvvisa e terribile, il titolo liberatorio. Il 23 luglio 1997 il giocatore più forte, funambolico e irripetibile dell’era moderna indossò la maglia della mia squadra. Quel che accadde anni dopo, le sciocchezze dette e fatte, l’addio un po’ vile (nottetempo, alla chetichella), il gol nel derby con la maglia del Milan e quell’esultanza da fesso erano ancora cose lontane e impensabili. Quel giorno scoppiò un amore enorme, totalizzante, folle. Il 23 luglio 1997 il Fenomeno sbarcò a Milano e cambiò per sempre il nostro metro di giudizio sui giocatori dell’Inter. Come lui nessuno mai.

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Beneamata, la maglietta

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Ecco qua, cara vecchia Inter, Beneamata dai milanesi, mentre nel celebre Prater di Vienna si celebra il tuo trionfo, noi stentiamo a cavare dall’ormai annoso mestiere il minimo indispensabile a esprimere la nostra gioia di sportivi. E’ questo il nostro destino, il tifo logora e sconvolge, dopo aver tanto esultato. (Gianni Brera)

Beneamata è la prima maglietta di #MakeGoalNotWar, che poi siamo sempre noi de Il Nero e l’Azzurro.

Per ora trovate QUI, con la possibilità di scegliere colori e materiali. Accorrete numerosi, o Beneamanti.

 

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Il come e il perché del mercato dell’Inter

Di Michele Tossani e Tommaso de Mojana

Come sottolineato da Marco Iara sulla Gazzetta dello Sport di oggi, mentre il Milan spende l’Inter resta ferma a guardare.

L’ultimo colpo di mercato targato Massimiliano Mirabelli e marco Fassone, leggasi l’arrivo inatteso di Leonardo Bonucci, pare aver ulteriormente rattristato la tifoseria interista fino a portarla a fischiare sonoramente la squadra alla prima uscita seria di stagione, quella finita con una sconfitta contro il Norimberga, squadra della Zweite Bundesliga.

Mercato del Milan: Tasto dolente quanto delicato. La campagna acquisti è mirata e tempestiva, poco da dire. Cambiare così tanto è un azzardo, sì. Averlo fatto a più di un mese dall’inizio del campionato un’accortezza non da poco. Disturba il tifoso nerazzurro? Sì. Deve influire sulle strategie del club? No. Fine dell’argomento. Però la storiella che loro devono cambiare tutto e noi solo puntellare non la si può mandar giù: guardare la classifica dell’ultimo campionato e riformulare, grazie. Fine sul serio dell’argomento.

Questo mercato tendente al ribasso dei nerazzurri (specialmente se paragonato con quello da 115 milioni della scorsa estate) ha però una sua logica spiegazione: le operazioni di Suning sono infatti in linea con quanto previsto dal fair play finanziario dell’UEFA.

I cugini rossoneri non hanno questo problema in quanto non soltanto non sono ancora finiti sotto il controllo dell’UEFA, dato che torneranno nelle coppe europee soltanto il prossimo autunno, ma sperano di far valere quel voluntary agreement introdotto recentemente dal massimo organismo calcistico europeo per far rientrare i club nel FFP.

Come noto il Milan, che ha chiuso gli ultimi tre esercizi sotto la proprietà di Fininvest (2014, 2015 e 2016) in rosso di 91,3 e 89,3 e 74,9 milioni, ha presentato questo accordo volontario per non cadere nelle maglie della censura del FFP dell’UEFA.

La richiesta verrà valutata dall’UEFA ad ottobre e questo è il motivo per cui Fassone e Mirabelli hanno potuto spendere e spandere in questa sessione di mercato, cosa che invece non è consentita all’Inter.

Detto questo, l’immobilismo dei Nerazzurri è solo apparente. Qualcosa è stato fatto.

Borja Valero ad esempio: innesto di livello assoluto, guai a sottovalutarlo. Lo spagnolo, prima che un ottimo tuttocampista (termine orribile, ma in voga ultimamente) è uomo di spessore. Se è vero che la nostra rosa è di qualità ma manca di carattere l’acquisto dello spagnolo non può che far piacere al di là delle doti tecniche, che comunque non si discutono. Leggere la lettera che ha voluto dedicare al popolo viola, alla città che lo ha accolto, per credere. Borja Valero non è una bandiera alla Francesco Totti: quella nerazzurra è la sua sesta maglia eppure è attraverso uomini come lui che si fanno le rivoluzioni. Forse le sue trentadue primavere ne limiteranno il rendimento, sicuramente non si tratta di un acquisto di prospettiva, ma la maturità raggiunta ed il carattere del madrileno gioveranno a chiunque avrà la fortuna di allenarsi con lui.

Inoltre, è da ricordare come, secondo precise richieste di Lucinao Spalletti, il d.s. Piero Ausilio ed il direttore tecnico Walter Sabatini si stiano muovendo per reperire all’allenatore toscano gli uomini necessari a completare l’organico e, nella fattispecie, un difensore esterno, un centrale, un centrocampista e un esterno offensivo.

I nomi sono noti: il brasiliano del Nizza Dalbert dovrebbe colmare la carenza nel ruolo di terzino sinistro mentre più complessa è la situazione relativa alle altre tre posizioni.

Con Spalletti che vuole cominciare a giocare palla da dietro l’Inter necessita di un centrale difensivo in grado di aiutare il neo-acquisto Milan Skriniar, con lo slovacco che deve migliorare in questa situazione di gioco.

Altri nomi che sono circolati di recente sui giornali sono quelli di Davinson Sanchez dell’Ajax, Moucar Diakhaby del Lione e Issa Diop del Tolosa.

Fossimo in Ausilio e Sabatini daremmo uno sguardo anche a Mauricio Lemos, classe 1995, uruguaiano del Las Palmas che, fra l’altro, proviene da un calcio posizionale come quello praticato sotto Quique Setién.

Reduce da una esperienza poco felice al Rubin Kazan in Russia, l’ex stella della nazionale under-20 è un giocatore dotato tecnicamente, in grado di calciare la palla anche sul medio e lungo raggio.

Questo fa di lui un difensore ideale per impostare da dietro. Inoltre, Lemos è abituato a giocare sul centro-destra cosa che permetterebbe di portare Skriniar nella sua posizione di centrale di sinistra, cioè quella da lui occupata nella Sampdoria.

Per quanto riguarda il centrocampista sembra invece uscito di scena Radja Nainggolan, che sta rinnovando con la Roma, mentre si fa il nome di Arturo Vidal.

In tutti i casi, pare chiaro che l’Inter stia cercando un incursore, un ex box-to-box midfielder in grado di agire da falso diez inserendosi in area di rigore alla maniera di Simone Perrotta nella prima Roma spallettiana o dello stesso Nainggolan nella seconda esperienza capitolina dell’attuale tecnico dell’Inter. E Spalletti ha reso goleador questi mediani che segnavano col contagocce, avanzandone il raggio d’azione e favorendone gli inserimenti e le conclusioni da fuori oltre che alzare la linea del pressing di tutta la squadra. Guardare gli score proprio di Perrotta e Nainggolan prima e dopo (o durante) la cura del tecnico toscano. 

La ricerca di un giocatore di questo tipo lascia però un po’ perplessi qualora ci si dovesse limitare appunto a questa tipologia di centrocampista. Infatti, con Borja Valero che non è a suo agio come interno di centrocampo, quello che sembra mancare all’Inter è un centrocampista che faccia da raccordo fra difesa e centrocampo.

Cioè il ruolo in cui Geoffrey Kondogbia, anche nell’amichevole contro il Norimberga, ha dimostrato difficoltà, non tanto nella conquista della palla quanto nella sua successiva gestione e distribuzione.

Ecco quindi che, se è vero che giocatori come Nainggolan o Vidal aumenterebbero notevolmente il tasso tecnico della squadra, resta da capire se sia possibile, proprio in virtù del FFP, affiancare a quel tipo di giocatore un metronomo in grado di aiutare la fase di costruzione. Qualora si decida di puntare su Roberto Gagliardini (scelta legittima) per questo ruolo sarà allora necessario affiancarlo ad un giocatore di interdizione, una specie di nuovo Medel. Ricordiamo che il sistema base sarà il 4-2-3-1 nel quale il lavoro dei due centrocampisti centrali è fondamentale per tenere la squadra unita. Proprio le distanze fra i reparti sono state il grande problema dell’Inter 2016/17.

Capitolo attacco: il vice – Icardi designato sembra essere Pinamonti, con la consapevolezza che Eder all’occasione può giocare anche da prima punta, pertanto non sembra previsto un innesto con quelle caratteristiche. Dove invece si cambierà è sugli esterni dove Ivan Perisic verrà ceduto e Antonio Candreva dovrà riscattare una stagione non brillante. Non mi stupirei a vedere Joao Mario impiegato più largo: il portoghese non ha le caratteristiche del trequartista centrale di Spalletti ed in passato si è già adattato esterno dimostrando una discreta attitudine al ruolo;  potrebbe candidarsi quindi come seria alternativa all’azzurro, mentre dall’altro lato il profilo identificato da Walter Sabatini sembra calzare piuttosto bene a Keita Baldé, in rotta con la Lazio, giovane il giusto (classe ’95) ma capace di segnare 16 gol nell’ultimo campionato e con già quattro stagioni di serie A nelle gambe. Insomma, chiudere lui e Dalbert entro luglio vorrebbe dire aver inserito quattro potenziali titolari in rosa, consegnandoli all’allenatore ad almeno 20/25 giorni dall’inizio del campionato. Agosto potrebbe essere dedicato alla ricerca di un puntello (il famoso centrocampista “top” o l’occasione last minute) da parte della società ma soprattutto al lavoro da parte di mister e squadra quasi al completo.

Tutto questo senza dimenticare proprio lui, Luciano da Certaldo.

Ad oggi il vero Top Player. Non era il primo della lista, sicuramente tra i tifosi (Diego Simeone), probabilmente neanche della società (Antonio Conte). Sembra calatosi nella parte col giusto spirito, determinato, umile ma sicuro del proprio lavoro. Attenzione: vietato sottovalutarne il ruolo. Non c’è, né ci può essere, solo il calciomercato. In ogni caso, anche se l’Inter avesse la rosa del Barcellona e le disponibilità del PSG, un peso determinante va dato al lavoro dell’allenatore e Spalletti è uno bravo. Dove non arriverà il calciomercato deve arrivare un lavoro mirato volto a migliorare il rendimento degli uomini di maggior potenziale: Danilo D’Ambrosio deve tornare il giocatore che ha conquistato la maglia azzurra, Cristian Ansaldi quello visto al Genoa, Miranda e Murillo, se rimarranno, la coppia quasi insuperabile del girone d’andata 2015/16 (non 1987/88), Joao Mario il talento visto all’Europeo, Gagliardini e Mauro Icardi continuare i loro percorsi di maturazione.

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Mercato

Metti un Dalbert sulla fascia

Di Vincenzo Renzulli

 

Il rapporto tra l’Inter e i terzini è come una storia d’amore turbolenta, che alterna momenti di passione totale ad altri in cui ci si vorrebbe solo mandare a quel paese. A fare su e giù sulla fascia con la maglia nerazzurra ci sono stati il grande Giacinto, che ha inventato il ruolo di terzino fluidificante, Brehme, Zanetti, Maicon, fuoriclasse che hanno fatto la storia, ottimi giocatori come Maxwell e Chivu (che hanno sempre dato un contributo positivo, pur non essendo a livello di quelli citati in precedenza) e altri che ogni tifoso nerazzurro vorrebbe cancellare per sempre dalla propria memoria.

Soprattutto a sinistra, da quando Hodgson prese la brillante decisione di mandar via il signor Roberto Carlos perché ritenuto troppo scarso in fase difensiva, si sono susseguiti una serie di nomi da galleria degli orrori. Da Macellari a Coco (che era buono, ma fragile come un cristallo), da Michele Serena (stesso discorso di Coco) a Milanese, passando per i vari Gilberto, Silvestre (che poi a Manchester si è parzialmente riscattato), Pasquale, Wome e Alvaro Pereira (mi sale la pressione solo scrivendo il suo nome). Fabio Grosso all’Inter è stato solo la pallida controfigura dell’eroe di Germania 2006 e anche Santon, che a 17 anni annullò Cristiano Ronaldo, tra un infortunio e l’altro poi ha perso la strada verso la vetta,

E poi c’è lui, Vratislav Gresko, professione calciatore da incubo, protagonista principale della disfatta del 5 maggio. Se qualche interista, compreso me, lo incontrasse per strada, gli chiederebbe ancora spiegazioni per quella sciagurata partita con la Lazio, per quell’assist a Poborsky. Ho citato prima Maxwell e Chivu, che il loro dovere lo hanno sempre fatto e Zanetti, che pur essendo destro per qualche anno è stato adattato anche a sinistra con buoni risultati, ma quanto vorrei uno che come il Capitano o come Maicon fosse capace di partire palla al piede come un treno fino ad arrivare nell’area di rigore avversaria o giù di lì. Ecco, Dalbert secondo me può essere un giocatore del genere. Se avete qualche dubbio sulle potenzialità di questo brasiliano classe ’93 guardate il video qui in basso.

Quando il suo nome è stato accostato all’Inter non mi sono esaltato granché, perché sinceramente non lo conoscevo bene (ho visto un paio di partite del Nizza in Europa League, non di più). Il fatto che la società francese ogni volta abbia tirato fuori un prezzo più alto mi ha fatto anche girare un po’ le scatole. Quando sono andato a recuperarmi qualche sintesi allungata delle partite della scorsa Ligue 1 per vedere all’opera questo giocatore però qualcosa è scattato. Dalbert non corre, vola col pallone tra i piedi. Quando parte in allungo gli avversari non riescono a tenerlo, è come se la gravità per lui contasse un po’ meno che per gli altri. Attenzione, non è solo un centometrista che si è dato al calcio (tipo Biabiany, tanto per rimanere in casa nostra), questo è un brasiliano e con i piedi ci sa fare. La dimostrazione sta nel fatto che, tra i pari ruolo, risulta al quarto posto come percentuale di passaggi riusciti (86.2%) dopo il trittico del PSG formato da Maxwell, Aurier e Kurzawa.

Poi gioca indifferentemente nella difesa a 3 e a 4 (con Favre, che i moduli li cambia come le mutande, devi essere capace di adattarti a tutto) e si comporta bene anche a livello difensivo: con 2.6 tackles a partita è stato settimo miglior esterno difensivo del campionato (26° nella classifica generale). Rispetto ad altri calciatori come Sidibe e Mendy del Monaco, Fernando Marcal del Guincamp, Leo Dubois del Nantes o Maxwell gli manca ancora qualcosa in fase di assistenza ai compagni. I giocatori citati in precedenza hanno tutti servito 5 o più assist, Dalbert si è fermato a 3. Per uno come lui, capace di arrivare con facilità fino a ridosso dell’area di rigore, è un numero abbastanza esiguo, segno che c’è ancora un po’ di strada da fare per arrivare ad essere un top del ruolo. Al ragazzo di Barra Mensa però la voglia di sacrificarsi e di lavorare non manca di certo, visti i passi da gigante fatti negli ultimi anni.

Prima in Brasile, col Flamengo, poi in Portogallo con Academica Viseu (in seconda divisione) e Vitoria Guimaraes, infine il Nizza. Dalbert è partito dal basso e anno dopo anno è migliorato, fino a meritarsi le attenzioni di tanti club europei. Al Vitoria tra l’altro lo ha allenato Sergio Conceicao, uno che noi interisti conosciamo abbastanza bene (e che quest’anno allenerà il Porto, tanto per dire), che per lui ha speso parole importanti. “Fisicamente è fortissimoesplosivo, rapido, ha un buon piede. Ha molta qualità e sa prendere a piene mani le opportunità che gli si presentano. Ha la testa per continuare a giocare ad altissimi livelli”.  La testa di uno che sa dove vuole arrivare, la fame di chi è partito facendo lo scaricatore di frutta nei mercati del suo paese per arrotondare e che non si vergogna a ricordarlo sui suoi canali social.

dalbert frutta

L’altro terzino brasiliano, semisconosciuto ai non addetti lavori e proveniente dalla Ligue 1 arrivato all’Inter ha lasciato il segno. Ora ci vuole qualcuno che ci ricordi cosa significa avere un giocatore capace di bruciare la fascia, all’opposto di quella su cui il colosso ha demolito gli avversari. Per sfatare anche la maledizione di Roberto Carlos, dopo anni di Nagatomo, Dalbert può essere quello giusto.

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Bonucci, why not? L’occasione mancata


Giovedì 13 luglio il nazionale azzurro Leonardo Bonucci chiede alla Juventus di essere ceduto. Ovviamente la richiesta è stata (molto probabilmente) inoltrata precedentemente dal nazionale azzurro e dal suo entourage.

Fatto è che è il 13 luglio che la notizia diventa ufficiale. Cominciano le voci intorno al futuro dell’ormai prossimo ex centrale bianconero e, quasi subito, il nome di Bonucci viene accostato al Milan che, sotto Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli si sta prepotentemente proponendo come la squadra regina di questo calciomercato 2017.

Ma…come in tutti gli intrighi di calciomercato che si rispettino, c’è un ma anche nell’affaire Bonucci. E questo ma è rappresentato dai rumors che vogliono Alessandro Lucci, agente del giocatore, aver proposto il 30enne difensore centrale anche all’Inter, solo per ricevere un rifiuto da parte di Walter Sabatini e Piero Ausilio.

Secondo La Gazzetta dello Sport Tuttosport, infatti, Suning avrebbe avuto contatti con Lucci senza però andare oltre un semplice sondaggio.

La motivazione sarebbe del tutto economica: troppo alto il costo del cartellino di Bonucci in relazione all’età e troppo alte le richieste di ingaggio da parte del giocatore, che alla fine avrebbe spuntato dai Rossoneri un contratto da 7,5 milioni all’anno più 2,5 di bonus, che ne farebbero il giocatore più pagato dell’intera serie A.

Quale che sia la verità (se cioè sia stata l’Inter a non insistere su giocatore ritenendolo troppo dispendioso o se Lucci e Bonucci abbiano preferito il Milan per l’offerta migliore presentata da Fassone) quel che resta è che i Nerazzurri, ancora una volta, hanno bypassato la possibilità di acquistare un top player.

Per di più con un grave danno di immagine visto che il giocatore è andato a rinforzare i cugini Rossoneri.

Eppure, c’erano tutta una serie di motivi che avrebbero dovuto consigliare ad Ausilio e Sabatini di puntare decisamente la rotta sul bianconero.

In primis, la difesa interista è un reparto da rifondare, basti pensare come i Nerazzurri la scorsa stagione abbiano subito ben 49 reti. Ora, anche se Bonucci non è irreprensibile dal punto di vista difensivo (ricordiamo le famose bonucciate) è ovvio come l’eventuale arrivo del nazionale azzurro avrebbe rappresentato un sensibile miglioramento rispetto ai vari Murillo, Miranda e Ranocchia.

Inoltre, dopo l’acquisto di Milan Skriniar dalla Sampdoria, Bonucci avrebbe rappresentato il giocatore di esperienza accanto al quale far crescere il centrale slovacco.

Tutto questo senza contare l’apporto di Bonucci alla fase offensiva. Tralasciando infatti le qualità del giocatore nel gioco aereo sui calci piazzati, la caratteristica forse più evidente di Bonucci è la sua capacità di dirigere il gioco da dietro come un play arretrato.

Il suo calcio lungo e preciso ha infatti imposto Bonucci prima come alternativa di Andrea Pirlo quando il regista bresciano veniva marcato e, poi, partito quest’ultimo, come il primo, vero playmaker della squadra bianconera cioè come l’uomo incaricato di far partire l’azione da dietro. E la tecnica di Bonucci è testimoniata dalla sua percentuale nella precisione dei passaggi che, se si esclude la prima stagione alla Juventus (2010/11) non è mai scesa sotto l’86.4%.

Il passaggio sul medio e lungo raggio sarebbe stato l’ideale per servire immediatamente Icardi, Candreva o Perisic in profondità o per aprire il gioco sugli esterni in una squadra come quella che sta disegnando Luciano Spalletti.

Il costo di 40 milioni era poi abbordabile, soprattutto se si pensa che David Luiz è stato pagato 50 dal Chelsea o che il Manchester City ha prelevato Walker dal Tottenham per una cifra vicina ai 60.

Qui si trattava di spendere 40 milioni per un difensore centrale di 30 anni, vale a dire un giocatore che, nel proprio ruolo, può avere ancora almeno quattro o cinque stagioni ad alto livello.

Da sottolineare poi come Bonucci sia cresciuto nella Primavera dell’Inter sotto la guida di Daniele Bernazzani (dove vinse una Coppa Italia e un campionato Primavera, debuttando anche in serie A prima di essere svenduto per circa 4 milioni) cosa che avrebbe consentito ai Nerazzurri di farlo figurare come giovane del vivaio nella rosa di prima squadra.

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