Mercato

Di nome fa Milan, ma Skriniar non è poi così male

Questo mese di giugno per noi interisti è una specie di calvario. Siti e giornali vari hanno accostato ai colori della Beneamata praticamente chiunque abbia calciato un pallone nell’anno solare, sparando nel mucchio per cercare di indovinare le trattative portate avanti sotto traccia dal duo Sabatini-Ausilio. E poi i continui riferimenti al Fair Play Finanziario e a quei maledetti 30 milioni, un argomento che sembra riguardare solo noi, dato che poi c’è chi spende senza farsi troppi problemi.

Per fortuna non manca molto alla fine del mese e da Luglio, una volta chiuso il capitolo bilancio, finalmente arriveranno quei rinforzi che Suning ha promesso a Spalletti per riportare in alto il nome dell’Inter. Un paio di calciatori, nel marasma di nomi che sono usciti, sembrano davvero a un passo dal vestire il nero e l’azzurro. Uno è Borja Valero, di cui già abbiamo scritto ampiamente, l’altro è un difensore di 22 anni che gioca nella Samp e il cui nome sembra quasi una contraddizione per uno che potrebbe giocare nell’Inter.

Si chiama Milan e di cognome fa Skriniar. Ma proprio uno che si chiama Milan dobbiamo prendere per rilanciare il nostro disastrato reparto difensivo? Beh, che si chiami Milan, Ermenegildo o Giovanni a me non è che importi più di tanto. A me importa che Skriniar vinca contrasti, tenga a bada gli attaccanti che gli si parano contro, imposti il gioco come i difensori moderni devono fare e spazzi la palla in tribuna quando è necessario. E questo ragazzo di 22 anni, nonostante la poca esperienza nel nostro campionato, sembra avere il potenziale per poter diventare un difensore di alto livello.

Skriniar è slovacco come Hamsik e in questo momento è impegnato con la Nazionale Under 21 agli Europei che si stanno disputando in Polonia, ma ha già esordito con la Nazionale maggiore. Lo scorso anno è stato convocato anche agli Europei e ha giocato contro Inghilterra e Germania al fianco di quel Martin Skrtel che rappresenta il suo punto di riferimento calcistico. Con l’ex giocatore del Liverpool (o almeno, con la versione di Skrtel con qualche anno in meno) condivide l’esuberanza fisica, la capacità di far partire l’azione e la rapidità nel breve. Gli manca ancora un po’ di cattiveria quando ha un’occasione da gol, dato che non è ancora riuscito a sbloccarsi da quando è in Italia (anche se negli anni dello Zilina è andato a segno ben 15 volte in 102 presenze). Quella cattiveria che Skrtel invece ha sempre avuto, e che gli ha permesso di essere un pericolo costante sulle palle da fermo.

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Skriniar e Skrtel impegnati a tenere a bada Dele Alli e compagni durante Inghilterra-Slovacchia 

La stagione 2016/2017 di Skriniar è stata un climax, un’ascesa continua verso il ruolo da protagonista. La panchina, le prime partite da titolare piene di errori e incertezze, la sempre maggior sicurezza nei propri mezzi acquisita soprattutto grazie al lavoro tattico e psicologico di Marco Giampaolo, che ha sempre avuto parole di apprezzamento verso di lui e lo ha difeso anche quando ha commesso degli errori evidenti.

Osservando un po’ le sue statistiche in questa stagione è possibile notare diversi particolari interessanti, in positivo e in negativo: Skriniar, nonostante l’altezza e la forza esplosiva, vince solamente 1.4 duelli aerei a partita, meno della media dei difensori della Serie A (per dire, Manolas ne vince 2.3, Chiellini 1.6, il suo compagno di reparto Silvestre 1.7), ma ha una media di passaggi riusciti del 91.4%, una percentuale altissima se confrontata a quella dei pari ruolo. E non si tratta solo di passaggi orizzontali o brevi, perché quando Torreira è stato marcato a uomo le azioni partivano spesso dai suoi piedi. Il fatto che poi sia praticamente ambidestro (molti siti specializzati scrivono che è mancino, anche se nasce destro naturale, e questo fa capire quanto bravo sia in grado di giocare con entrambi i piedi) gli facilita di molto le cose.

Nei duelli uno contro uno poi lo slovacco sembra quasi esaltarsi, riuscendo a tenere testa anche a giocatori molto veloci. Nonostante l’altezza infatti Skriniar è molto rapido nei primi 10-15 metri, una rapidità che negli anni in Slovacchia gli permetteva di giocare senza problemi anche da terzino sinistro.

Da notare, verso la fine, il recupero su Duvan Zapata, che in progressione non è uno che si ferma tanto facilmente

Un altro dato interessante riguarda le palle intercettate: in questo particolare Skriniar è il 15° miglior giocatore della Serie A, davanti a gente come Nainggolan e Milinkovic-Savic. Intuito e fisicità gli permettono di arrivare spesso prima degli avversari e il sistema di gioco di Giampaolo, in cui la difesa alta è un elemento fondamentale, sembra fatto per esaltare al meglio le sue doti. Come detto prima però lo slovacco può adattarsi anche a una difesa meno alta, proprio per la capacità di duellare contro avversari con caratteristiche diverse.

Un difetto importante è che a Skriniar in alcuni momenti sembra mancare la concentrazione. Nella gara di Roma con la Lazio, ad esempio, tiene in linea Keita sul primo vantaggio e frana sulla punta rimediando il rosso che cambia la partita e spiana la strada ai biancocelesti verso una goleada. A 22 anni però c’è tutto il tempo per migliorare, e visti i progressi dell’ultimo anno l’etica del lavoro non manca certo a questo ragazzo.

Un giocatore dell’Inter che si chiama Milan, poi, sarebbe una gran bella storia. 

 

 

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Editoriale

Tu, tu che sei diverso, almeno tu, nell’universo (dichiarazione d’amore a Borja Valero)

I capitani altrui non si toccano. Non che sia una regola ma quando la mia squadra corteggia bandiere che garriscono da tempo in altri stadi, provo un imbarazzo terribile e mi sento in colpa.

Borja Valero è innamorato di Firenze tanto quanto città e tifoseria lo sono di lui, una corrispondenza di sentimenti nata e cresciuta in anni di giocate intelligenti, partite tatticamente perfette e prove di carattere. Quando è arrivato dal Villareal BV covava il dolore di tutti i buoni giocatori di centrocampo che in Spagna vivacchiavano nel cono d’ombra dei Big Three (Xavi, Busquets e Xabi Alonso). Per uno nato e cresciuto nella cantera del Madrid, per uno che si pensava destinato alle cose più grandi, l’ombra è scomoda e stretta, per uno con le doti di BV l’anticamera è una stanza da non frequentare.

Mezzala destra, sinistra, interno o regista puro, Borja Valero sa fare tutto e lo sa fare meglio degli altri, quindi preparare la valigia e cercare fortuna prima in Spagna e poi in Europa è stato semplice e naturale. Zero presenze nel Real Madrid, poi Maiorca, West Bromwich, Maiorca di nuovo, Villareal e finalmente Firenze.

5 stagioni di pura bellezza, una capacità di leggere il gioco che in serie A hanno in pochi, forse nessuno. Borja Valero è quel giocatore che quando viene associato ad altre squadre ti provoca una fitta al cuore, un rammarico preventivo con tanto di piagnisteo: perché non lo prendiamo noi, è l’uomo perfetto per l’Inter.

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All’insana passione di chi scrive va aggiunta una considerazione di carattere tattico, ben più importante e valida: BV è il giocatore ideale per il calcio pensato e geometrico di Luciano Spalletti, l’uomo che miracolò el Pequenito Pizzarro e lo trasformò in Principe dopo l’anno da sgraziato ranocchio nerazzurro. Protezione e lavaggio dei palloni complessi, ricerca continua del compagno libero, talvolta da usare come sponda, tessitura di un gioco orizzontale che accelera all’improvviso, BV è ormai talmente bravo ed esperto da riuscire a giocare anche da mediano e recuperare palloni velenosi.

Quindi e nonostante l’imbarazzo di chi ama l’oggetto dell’amore altrui, nonostante l’età di Borja Valero (32 anni), faccia pensare a una scappatella più che a una lunga storia, caro Signor Zhang io penso che sia giunta l’ora di cominciare a fare sul serio, di non scazzarsi con la Fiorentina per pochi denari e di portare a casa lui, almeno lui nell’universo, il centrocampista più intelligente del calcio contemporaneo.

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Editoriale

Fenomeno

Quando perdi una persona cara non la trovi più. Quando ho perso mio padre ho cominciato a perdere le sensazioni, i cinque sensi e quel sesto senso che credevo di avere. Perché quando perdi un padre dimentichi giorno dopo giorno la sua voce, la misura di un abbraccio, l’odore della sua schiuma da barba. Non li trovi più. Mi sono sforzato. Ho cercato in tutti i modi di rimanere aggrappato alle sensazioni. Ho avuto per settimane l’odore di quei fiori che lo hanno accompagnato nel viaggio. Fisso nelle narici l’odore che mi faceva stare meglio.

Era maggio e di fiori era pieno. Su e giù con il treno da Foggia a Teramo ne avevo visti di fiori piegarsi al passaggio del mio intercity. Avevo 23 anni e tentavo disperatamente di separare il divertimento spensierato, stralunato e scellerato di un universitario con i dolori, i pensieri, le preoccupazioni costanti di un figlio con un padre malato. Tiravo una linea netta. Almeno ci provavo. Come quando trovi un pezzetto di legno in spiaggia e cominci a tracciare solchi, a disegnare il tuo nome, un cuore o giochi all’impiccato.

Mio padre è un Fenomeno, mia madre pure. Sono fortunato ad averli incontrati e amati così. Una coppia innamorata come se avessero sempre 20 anni. Li ho sempre visti così. Sempre fino alla fine. Il Fenomeno non ci ha mai fatto pesare le diverse malattie che lo hanno tormentato. Mio padre giocava a calcio. Era un calciatore vero senza cresta e tatuaggi. Era una grandissima ala sinistra, vedeva la porta come pochi e su punizione, dalla sua mattonella, non perdonava. Sinistro totale come il calcio totale che amava tanto, sempre meno di mia madre però.

Ha calcato campi di diverse categorie e ha timbrato il cartellino anche in serie A poi, quando dovette smettere per la malattia, cambiò lavoro tranquillamente. Non era uno che si buttava giù. Cambiava con facilità così come cambiava fascia. Perché si sa che se sposti un sinistro puro a destra lui rientra e tira. Questo spirito di adattamento credo di averlo preso tutto da lui.

Mio padre non era un nostalgico. Non vedevo mai nei suoi occhi il riflesso di un rimpianto. Era disarmante. Ma ci fu una volta, eravamo in ospedale a Bari, in cui lessi qualcosa di diverso nei suoi occhi. Mi raccontava di quei beveroni che alcuni preparatori atletici gli avevano dato. All’epoca c’erano pochi controlli. Diciamo zero. Giravano sostanze di merda. I giovani calciatori ricevevano cocktail enormi da bere prima della partita e nell’intervallo e la risposta a tutte le domande era “vitamine e sali minerali…solo vitamine e sali minerali”. Dal letto mi ha raccontato di una volta che negli spogliatoi lui e i suoi compagni si sentivano fortissimi tanto che a saltare sul posto sentivano di arrivare a sfiorare il soffitto.

E là che ho sentito un po’ di rimpianto ma a pensarci bene era più una sete di verità. Da quel giorno mi sono impegnato per fare qualcosa per lui. Ho contattato un giornalista che aveva firmato un servizio televisivo sul calcio malato. Si è interessato tanto alla vicenda e poi dopo alcuni mesi è uscito un articolo su un quotidiano nazionale con tanto di foto. La storia era interessante giornalisticamente perché di quel Foggia del 1971 ne erano scomparsi diversi per differenti malattie. Non poteva essere solo una coincidenza.

L’unico rimpianto è che non ho potuto mai farglielo leggere quell’articolo. Io che di rimpianti ne ho tanti, fanatico della nostalgia.

Io ho nostalgia anche di un minuto fa.

Ho ancora negli occhi Ronaldo, il Fenomeno. Lo seguivo su telepiù dai tempi del Psv. Velocità esplosiva, classe cristallina e tanta voglia di non abbattersi mai.

Quando passò al Barça ero contento di averlo un po’ più vicino. In blaugrana facevo tutte le partitelle con gli amici e se segnavo esultavo come lui. Corsa con un accenno di areoplanino e gancio con pugno chiuso al cielo sul finale.

Ronnie e quel suo sorriso a settanta denti mi erano entrati nel cuore. Non la so spiegare a parole la gioia quando passò in nerazzurro. Quando Branchini, uno dei suoi procuratori, fece trapelare la notizia ero impazzito totalmente. Presi e andai a Milano. Non è vero non ci andai. É un altro rimpianto.

A casa la domenica era tutto un Oaria raio Oba Oba Oba Oaria raio Oba Oba Oba. Ronaldo era il Fenomeno totale. Ho il record di visualizzazione Youtube dello spot Pirelli. E non so quanti fantamiliardi abbia speso ogni anno al Fantacalcio per aggiudicarmelo. Che giocatore ragazzi.

Ricordo come fosse oggi quel 12 aprile. Lazio Inter. Ronnie tornava in campo dopo un lungo infortunio. Io stavo preparando l’esame di informatica generale. Un libro enorme di 1600 pagine tutto sottolineato. Imparavo e ripetevo a memoria. Neanche il tempo di tappare l’evidenziatore verde fluo per godermi il grande ritorno che crac. Al sesto minuto si lacera completamente il tendine operato, cade a terra e grida. Il professor Saillant dovrà operarlo di nuovo.

Dramma e dramma nel dramma perché tra il capitolo sulla scheda madre e quello sulla ram faceva capolino il mio biglietto. Inter Juve a Milano la settimana dopo. Il mio appuntamento con Ronnie sfumava così tra le canne accese dei miei coinquilini gobbi. Mas que nada.

Qualche anno più tardi ho perso Ronnie per sempre. É stato un lutto anche quello. Tornava in Spagna, sponda madridista. É che quando perdi un calciatore così ti mancano le sensazioni, quei brividi sul doppiopasso a Marchegiani, quel feeling nell’intervista-j’accuse-postpartita di Juve-Inter. E anche se cerchi di restare aggrappato a quelle sensazioni, anche se recuperi un vhs vintage con i migliori gol di Dadado, non sarà mai come prima.

Ho sempre allontanato il pensiero che Ronnie non sarebbe più stato quello di un tempo. Così come ho sempre creduto mio padre invincibile. É per questo che in tutti quei mesi in ospedale a dare il cambio a mia madre, non mi aveva mai sfiorato l’idea che potesse lasciarci. Sarebbe bastato guardare con occhi diversi, con occhi sinceri e più coraggiosi per accorgersi di tutto.

E così me ne andai. Dopo l’ennesima notte insonne su quella maledetta sedia del policlinico di Bari. Alle prime luci dell’alba la sostituzione con mia madre. Controlliamo i tacchetti, la maglietta a posto e ci diamo il cambio. Prendo il mio zaino e le mie occhiaie e torno a Teramo. Ciao Pà ci vediamo presto. Volevo continuare a studiare per i miei, per non dare altri pensieri. Volevo continuare a studiare anche per me, per pensare di meno.

I viaggi in treno, con il mare sulla destra, la gazzetta rosa, i miei fogli pieni di pensieri erano i miei momenti. Ero paradossalmente rilassato. Nel treno quando sono solo con me stesso sono sempre tranquillo. Ci sono troppe metafore in un viaggio, nei treni, i binari che non s’incontrano mai. Troppe belle metafore per pensare ad altro.

Arrivo a Teramo stanco, passo una giornata tipo. Studio, gioco alla play con gli altri, la sera esco in piazza e lancio qualche accordo con la mia chitarra. Lanciavo accordi come ami, qualcuna abboccava e l’amore era un po’ così. Come un accordo.

Ma quella fu la notte in cui aprì gli occhi come dopo una galleria buia lunga chilometri. Alle 5.14 di mattina squilla il cell “Ale devi tornare. La situazione è peggiorata.” Ogni giorno, da quel giorno, il mio cellulare è sempre acceso. É un trauma se squilla la mattina presto.

Alle 5.14 ho realizzato ciò che non volevo vedere e che avevo nascosto sotto pile pesanti di niente.

Non so quanto tempo ci abbia messo per arrivare a Bari con la mia panda. Andavo al massimo ma non a gonfie vele. Più veloce di Ronaldo, doppipassi alle auto di cilindrata più grossa, in fuorigioco lampante per il sistema tutor, cambi di direzione e contropiedi fulminanti. Era partita a senso unico, la panda.

Non vedevo l’ora di arrivare. Perché dovevo dirtelo Pà. Lascio la macchina in sesta fila e a volo scendo e corro da te. Dai che ci sono. Perché dovevo dirtelo Pà.

Entro e vedo mia madre, ci abbracciamo e mi accorgo che non avrei potuto dirtelo più. Un ti voglio bene strozzato in gola non se ne esce più e fa male lungo tutto il petto. I sensi di colpa sono stati miei fedeli compagni per anni. Come i miei fogli e la mia chitarra. Si dice che le cose accadono a chi è pronto per sostenerle. Io non ero pronto.

Credo di aver capito tanto di me e di te Pà. E quel ti voglio bene ce lo siamo detti un milione di volte in un milione di modi diversi. É solo che tra uomini c’è sempre quella distanza di sicurezza per non scadere nel romantico.

Quando perdi una persona cara e vivi quello che ho vissuto io, capisci che puoi essere importante per gli altri. Ogni volta che qualche amico ha perso un genitore ho visto nel suo sguardo un senso di complicità. Quel “ti capisco” non c’è bisogno di dirlo, quell’ “ora ti capisco, ma come hai fatto finora?” non c’è bisogno di sentirselo dire.

Restano le cicatrici, quelle tante. Che quando hai voglia di piangere, ci ripassi il dito su e senti affiorare tutto quello che ti serve. Nostalgia e amore. Quando ho voglia di piangere faccio così. Dopo sto bene come quando i miei genitori mi tenevano per le braccia e mi alzavano fino a toccare il cielo. É un’immagine che non dimenticherò mai.

Non c’è più sofferenza per la mia laurea, il mio matrimonio, il mio primo contratto, le mie prime dimissioni, i miei successi, le mie cadute, le mie paure, i consigli, i racconti di calcio, le risate con Totò e Troisi, i nostri sguardi d’intesa, il passaggio all’alba fino alla stazione ferroviaria, le tue freddure inglesi, la tua leggerezza, il tuo ottimismo, l’sms che ancora ti invio alla festa del papà, le canzoni stonate (perché sei stonato lo sai), la tua saggezza, il mio lunotto posteriore con te alla guida, la tua mano che non so più che sapore ha.

Non c’è più sofferenza. Resta fedele la nostalgia. Quella che non voglio togliermi di dosso perché è l’unico capo su cui riesco a sentire ancora il tuo odore. Ci affondo il viso, chiudo gli occhi e lascio che le cose passino. La stella è sempre la stessa, quando alzo gli occhi al cielo. So che la guardi anche tu. Non siamo poi così lontani.

Fenomeno.

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Un Ronaldo è per sempre

Ero rientrato dall’università dopo un esame andato così così, ma era il 20 di giugno, l’estate si apriva piena di occasioni davanti a me e quando mio padre mi venne a prendere alla stazione per arrivare a casa giusto in tempo per la cena mi disse solo “E’ arrivato”.

In cucina non avevamo la TV, ma quella sera mangiammo un po’ più tardi, con le zanzare che già riempivano il soggiorno di casa e lo schermo che rimandava le immagini di quel ragazzotto coi dentoni in fuori e in mano la maglia nerazzurra con la scritta 10 RONALDO.

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Era arrivato davvero, era arrivato e le nostre vite sembravano cambiare davanti ai nostri occhi. Erano gli anni in cui ogni estate sognavamo in grande, senza sapere che i nostri sogni probabilmente si scontravano contro qualcosa di oscuro e impenetrabile che non dipendeva da noi, un cancro orribile del nostro calcio.

Erano gli anni in cui tutto era possibile e ogni speranza aveva diritto di cittadinanza, gli anni in cui se volevi Vieri lo potevi dire al bar ad alta voce, senza tenerlo nascosto seppellendolo nelle chat di amici nerazzurri per paura che qualche tifoso ostile lo senta e ti prenda in giro per mesi. Ed è vero che Ronaldo arrivando aveva detto “Sono qui per vincere lo scudetto” e quello scudetto non arrivò mai, arrivarono le lacrime, arrivò il tendine rotuleo e poi l’addio, ma lui Ronaldo, in nerazzurro era la dimensione di quello a cui ambiva quella squadra, a cui ambivamo noi.

Ecco perché in questo giorno in cui ci ricordiamo che vent’anni fa eravamo così diversi da portarci a casa il più forte di tutti, forse il più forte di sempre, l’uomo che con la potenza e la velocità ha mostrato un nuovo modo di giocare al calcio, in questa giornata io voglio urlarlo senza paura che vorrei un’Inter capace di arrivare a Ronaldo (Cristiano), capace di incontrarlo, parlarci, immaginare una squadra intorno a lui, un allenatore che lo assecondi, e uno stipendio adeguato a quel giocatore totale che è il portoghese.

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Perché certo, Valero è un buon giocatore, ha visione di gioco, mette ordine a centro campo etc etc, ma oggi ci serve un colpo da Inter, un colpo che magari non ci porta in finale di Champions (quelle le lasciamo agli altri) ma che cambi la prospettiva, in un attimo.

Sì, sono interista e non me ne frega niente della progettualità aziendale dei gobbi, della loro perfetta visione aziendale, io sono interista cazzo e voglio tornare a prendere gente che smuove i titoli dei giornali, le teste della gente, che fa tremare le gambe negli stadi.

Voglio uno che ha vinto e ci faccia vincere.

In questo limbo di calciomercato in attesa del mese di luglio che forse (?) ci libererà le mani dal Fair Play Finanziario voglio solo sognare con nomi altisonanti che non mi facciano andare su Google a cercare chi sono.

Alla faccia di quelli che “Vincevate solo il campionato di agosto”, si perché quel modo di essere interista è quello che ci ha reso, solidi, incazzati, resistenti e alla fine di tutto vincenti, (anche se abbiamo dovuto prendere una lunga rincorsa).

Il 20 giugno 1997 arrivava Ronaldo, il fenomeno, oggi voglio Ronaldo, il Cristiano.

In alto i cuori.

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Mercato

Il mercato che vorrei

Quattro firme de il Nero e l’Azzurro analizzano la situazione del mercato tra digressioni tattiche e sentimenti personali. Tra utilità e bellezza, come la nostra maglia impone.

il Portiere che vorrei

(di Tommaso de Mojana @tomedemou)

Solo lui.

Poco conta che il ragazzo ancora ne debba compiere 25: Mattia Perin è uno di noi dal primo giorno in cui l’abbiamo visto, in un Pescara-Inter di qualche anno fa, prima recita di uno dei tanti anni zero del recente passato, trafitto dai meravigliosi Wes e Diego Alberto (sigh) e dal piccolo Pippo. Il mai troppo amato Samir ora che ha smesso tanto di lamentarsi quanto di parare i rigori potrebbe giocare la tanto agognata Champions, e noi ce ne faremmo una ragione vedendo la reincarnazione dell’indimenticato Walterone difendere la nostra porta, i nostri colori.

Ce lo immaginiamo in maglia grigia, con la collanina rigorosamente fuori a battere su un petto finalmente gonfio di orgoglio, ultimo baluardo disposto a lasciar giù un altro crociato pur di evitare un gol, ad incatenarsi alla porta prima di uscire sconfitto. A lui, e forse solo a lui, perdoneremmo persino qualche “uscita a vuoto” fisiologica per un giovane portiere che, per quanto ha sofferto negli ultimi anni, sa già cosa significhi essere interisti.

Non dimentichiamolo: oltre ai calciatori, prima dei calciatori, servono gli uomini giusti.

La Difesa che vorrei

(di Tommaso de Mojana @tomedemou)

Il reparto che più di tutti va rifondato, inutile girarci intorno.

I grandi colpi vanno fatti soprattutto in uscita: dell’attuale rosa nessuno ha meritato la riconferma, chi per un motivo chi per un altro.

A parte Yao che nessuno ha mai visto giocare eppure è sempre in trattativa con Crotone e Bari ed altrettanto sempre compare nella rosa, resterà quasi certamente D’Ambrosio, capace per un bimestre abbondante di somigliare ad un terzino di discreta qualità e temperamento e duttile nell’ibrida difesa un po’ a 3 un po’ a 4 che va di moda adesso. Duttile nel senso che fa sempre maluccio, ma meno peggio di altri.

Miranda va ceduto: le qualità non discutono, gli atteggiamenti e la professionalità sì. Classe ’84, il suo valore scende ogni giorno che passa, e non salirà più. In attesa di conoscere con quali squadra non passerà le visite Santon e di capire quando il giovane Andreolli (l’unico in rosa ad aver registrato Pazza Inter Amala) compirà 36 anni, Sainsbury verrà riaccompagnato in Cina e ad Ansaldi verrà dato un ultimatum: può restare a patto che chiuda il suo account Instagram.

Chi scrive vede in Murillo del potenziale. Chi scrive infatti scrive e non fa il ds. Murillo inoltre ha fatto davvero di tutto per dimostrare che è bene che chi scrive resti a scrivere e non faccia mai il ds, ed in più ha mercato, considerati il fisico e la giovane età. Con la giusta offerta quindi può accomodarsi anche lui, con buona pace di chi scrive. Tanto chi scrive ha ben altri sogni, o un unico, triplice sogno.

Walter Sabatini, noi ti si vuole già bene per una serie di motivi, ma se ci fai il triplete noi scendiamo in piazza sul serio, altro che sognare sotto l’ombrellone.

MedelRanocchiaNagatomo.

Se prima si sprecavano fiumi di inchiostro ora si corrodono i tasti. Ecco, voi ce ne avete fatti corrodere parecchi, troppi. E non parlo solo di tasti. Finiamola qui, vi prego. Il mercato in entrata dipenderà quindi in buona parte da quanto sopra, vediamo comunque di identificare qualche nome utile alla causa.

Ultimamente i nostri sono talmente scarsi da essere utilizzati indistintamente a destra e a sinistra, crossando con gli stessi risultati dall’una e dall’altra fascia; ciononostante, nel mondo reale, i terzini sono divisi in due sottoinsiemi: i terzini destri, che di solito usano il piede destro meglio del sinistro (es. Maicon), e i terzini sinistri, che di solito prediligono crossare con il piede opposto (es. Roberto Carlos).

Partiamo dai primi: Bruno Peres conosce il nostro campionato e meno di un anno fa era tra i pezzi pregiati del mercato estivo, eppure le sue caratteristiche non sembrano convincere fino in fondo a causa della scarsa propensione alla fase difensiva. Su Conti sembra il vantaggio il Milan, e allora puntiamo Karsdorp, un classe ’95 dal fisico possente e già nel giro della nazionale maggiore che ha giocato anche come mediano, per tornare alla difesa a 3,5. Nonostante la giovane età ha già disputato due campionati da titolare, vincendo l’ultimo con la maglia del Feyenoord. Un cavallo di ritorno potrebbe essere Vrsaljko, che però è fermo da marzo, e per il quale l’Atletico Madrid ha versato 18 milioni meno di un anno fa. Più difficile sembra identificare l’erede di Pistone e Gresko: Spalletti ha valorizzato Emerson Palmieri, bollato inizialmente come bidone e finito poi nel giro della nazionale di Ventura, il suo nome non infiamma il cuore dei tifosi. In Italia l’emergente è sicuramente Barreca del Torino, autore di un ottimo campionato all’esordio in A, che sarà tra i protagonisti dell’Europeo under 21. Clichy (classe ’85) si è svincolato dal City e rappresenterebbe il classico usato sicuro in una settore del campo storicamente critico, mentre su Dalbert sembra esserci il veto del Nizza.

“Non possiamo sbagliare gli acquisti”. La chiosa di Spalletti vale soprattutto per la zona del campo più delicata, dove sembrano obbligatori almeno due acquisti di livello.

Personalmente ingaggerei domani mattina Gonzalo Rodriguez , leader disciplinato e di sicura affidabilità. Chiaramente non potrebbe essere un titolare, ma un ruolo alla Materazzi ultimo biennio, con carta bianca sulle scarpate in spogliatoio, calzerebbe a pennello per l’argentino. Molto meglio di Pepe, per intenderci. Rudiger è il nome più caldo, poco glamour perché considerato ruvido, non è il centrale cui affidare l’impostazione del gioco, ma è un classe ’93 che reduce da un grave infortunio si è ripreso il posto in squadra, adattandosi all’evoluzione del modulo proposto da Spalletti, che non a caso lo vuole fortemente; molto più di Manolas , più caro e caratterialmente meno adatto ad uno spogliatoio che va rivoltato come un calzino. Il greco è spesso vittima di clamorosi cali di concentrazione ed ha un livello di sopportazione del dolore così basso da essere schernito spesso dai compagni per le sue “scenate”. Ecco, no.

Dopo aver controllato se non vendono Hummels o Sergio Ramos ed aver chiesto all’entourage di Rugani se l’assistito abbia intenzione di giocare solo la coppa Italia anche l’anno prossimo virerei dritto su de Vrij  fragile ma formidabile e già rodato nel nostro campionato. Acerbi è affidabile e sa cosa voglia dire lottare nella vita. Il Sassuolo lo libererà ed il costo del cartellino dovrebbe essere affrontabile. Troppo facile?

Chiudiamo con due nomi forse meno noti, ma Davinson Sànchez (’96) e Matthijs de Ligt (’99!), entrambi protagonisti nell’Ajax finalista di EL, faranno parlare di loro prima di quanto si pensi.

Il centrocampo che vorrei

di Alessandro Piemontese @comunicale e Michele Tossani @micheletossani

Quando penso al centrocampo che vorrei, mi torna in mente quello lì. C’è poco da fare. Stankovic, Cambiasso, Zanetti. E mi fermo qui con i ricordi, perché la lacrima è già scesa, e cadendo qui sulla tastiera, ha colpito il tasto con la lettera K. Un tasto dolente. Io ci ho provato tante volte a dargli l’ultima occasione ma Kondo mi ha sempre spinto a concedergli la penultima. Ci ho provato a difenderlo ma oggi, nel centrocampo che vorrei, non c’è più spazio per chi non ha i fondamentali. Ecco, direi che come prima, facile, competenza da esibire nel curriculum, in formato europeo si spera, c’è lo stop della palla, alzare la testa, passare il pallone al compagno di squadra con uno due tocchi. Non chiedo e non chiediamo tanto.

C’è questa frase che gira “l’Inter non ha bisogno di essere rifondata ma c’è bisogno di capire su quali uomini puntare”. C’è da rifondare il centrocampo. Punto. Gagliardini resta perché questa competenza ce l’ha ma tutto il resto va cambiato. Ne servono altri 3 di livello. Due in campo e uno in panca. Nel centrocampo che vorrei c’è spazio per la classe e l’intelligenza, in una parola: Modric. Luka è la luce che manca perché ci siamo fin troppo abituati al fatto che di luci a San Siro non ne accenderanno più. Luka ci serve come il pane. In un’intervista prima della finale di Cardiff ha dichiarato che avrebbe lasciato il Real in caso di vittoria. E Luka l’ha vinta quasi da solo quella finale, dimostrando che l’intelligenza, la classe e la tecnica se ne sbattono di un centrocampo compatto e fisico. Altri profili che danno del tu alla palla e che accendono la luce? Biglia (preso), Verratti (ad ogni intervista dice che tifa Juve e ha già rotto), Borja Valero (ne parla Michele), e poi il buio. Nel centrocampo che vorrei, una volta accesa la luce, mi piacerebbe il Ninja Nainggolan perché ha una storia da raccontare, l’infanzia travagliata alla Ibra, il salto triplo da Anversa a Piacenza passando per Cagliari e arrivando alla staffilata che ci ha trafitto e tramortito in quello sciagurato Inter Roma 1 a 3. Sappiamo tutti che il Ninja è difficile ma mi accontenterei di Daniele Baselli, un grandissimo calciatore, testa alta, tiro, carattere. Gagliardini – Modric – Baselli. Ora sì.

E poi c’è quello Jo-Jo che torna sempre indietro, il mio chiodo fisso, classe cristallina con il fascino dell’incompreso. Chissà se quel “qualcosa dalla sfera esca fuori” non si riferisse proprio a Jo-Jo, magari arretrato, coccolato e responsabilizzato. Perché lo yo-yo torna sempre indietro e non perde mai il filo.

Io dico Borja Valero 

di Michele Tossani @micheletossani

Vecchio obiettivo di Sabatini e Spalletti fin dai tempi di Roma, vista la difficoltà delle trattative relative a Nainggolan e Strootman, ecco che lo spagnolo diventa un elemento sul quale la dirigenza nerazzurra sta facendo più di una valutazione come rinforzo per il centrocampo. Borja Valero ha un contratto con la Viola in scadenza nel 2019 ed un ingaggio da 2,5 milioni di euro a stagione. Per il suo cartellino la Fiorentina chiede una cifra intorno agli 8 milioni.

Tanti? Troppi per un 32enne?

L’ultima stagione di Borja Valero, come quella di tutta la Fiorentina, è stata costellata più da ombre che da luci. Lo spagnolo è infatti andato a corrente alternata. Nonostante ciò è riuscito comunque a produrre prestazioni interessanti registrando alla fine ben 10 assist e la solita altissima percentuale di passaggi riusciti (89.5%).

Passatore sopraffino, lo spagnolo è anche un leader ed in questo ruolo sarebbe ideale in uno spogliatoio come quello interista, da troppo tempo privo di figure carismatiche di riferimento. La sua esperienza potrebbe rivelarsi fondamentale nella crescita e nella maturazione di Gagliardini. Da un punto di vista tattico lo spagnolo ha vissuto un’esperienza di equivoci sotto la gestione di Paulo Sousa. Infatti, nonostante critiche serrata da parte di stampa e tifosi, il tecnico portoghese ha quasi sempre utilizzato Borja Valero come trequarti all’interno del sistema 3-4-2-1 disegnato da Sousa per i Viola in queste due ultime stagioni.

Tuttavia molti volevano lo spagnolo più arretrato, proprio per sfruttare al meglio le sue qualità nel palleggio e perché le sue scarse capacità realizzative (appena 2 gol in tutta la scorsa stagione) hanno fatto dubitare del suo impiego dietro una punta centrale.

Ora, detto che Borja Valero è in grado di giocare come interno in un centrocampo a tre e anche come esterno di fascia (ruolo ricoperto con i Viola quando questi, in fase di non possesso, si schieravano 4-4-1-1), lo spagnolo ha palesato delle difficoltà quando impiegato come centrocampista centrale in una mediana due. Cosa che potrebbe riproporsi qualora Spalletti insistesse col 4-2-3-1 utilizzato anche da Pioli. In questa posizione infatti l’ex Villareal ha mostrato delle incertezze nella fase difensiva.

Accoppiarlo quindi a Gagliardini in un centrocampo con due soli centrali potrebbe riproporre in qualche modo l’equivoco tattico già evidenziato dai Nerazzurri con il duo formato dall’ex atalantino e da Kondogbia, vale a dire due centrocampisti carenti nella fase di interdizione.

In un centrocampo a tre o come numero 10, Borja Valero potrebbe invece rendere di più. Le critiche mosse a Paulo Sousa per il suo utilizzo in campo contrario non avevano infatti ragion d’essere in quanto non soltanto il centrocampista spagnolo ha prodotto una gran quantità di assist (10, come detto) ma anche dimostrato grande efficacia tattica nel creare superiorità posizionale alle spalle della linea di centrocampo avversaria. Tant’è che proprio il controllo di Borja Valero è quasi sempre stata chiave determinante per gli avversari della Viola nel cercare di disinnescare il dispositivo tattico preparato da Sousa. Le capacità tecniche del madrileno rendono anche difficile togliergli palla: insomma, il pallone va in banca quando fra i piedi di Borja Valero.

Tutto questo per dire come, dal punto di vista caratteriale e tattico, l’acquisto del viola (pur avanti con l’età) potrebbe rappresentare un upgrade per la mediana nerazzurra.

L’attacco che vorrei

di Marco Napoletano @manapoletano

Perisic, Icardi e Candreva.

Letto così sembrerebbe un attacco di tutto rispetto e a confermarlo ci sarebbero anche le 41 reti messe a segno l’anno scorso (la Juventus ne ha fatte 42 tra Higuain, Dybala e Mandzukic). Ma c’è qualcosa che non va perché l’anno scorso sono state più le partite che da dimenticare che le partite memorabili. Serve cambiare qualcosa o almeno trovare delle alternative migliori.

Spalletti ama giocare con il 4-2-3-1 e se proprio non è possibile vendere Icardi (io lo venderei per prendere Belotti per una maggiore cattiveria agonistica e capacità di partecipare alla manovra dell’italiano), che può fare alla perfezione ciò che ha fatto Dzeko nella passata stagione le alternative per questa stagione vanno ricercate negli esterni e nel trequartista dietro la punta.

Per fare acquisti e necessario vendere e il sacrificato sembra essere Perisic. Pare che oltremanica siano disposti a spendere anche 50 milioni di euro per il croato che, avrà anche fatto 11 goal e numerosi assist l’anno scorso, ma nella mia mente sono più le partite dove il mio sistema nervoso è stato messo a dura prova dalle sue prestazioni che le partite buone da ricordare.

Ma chi prendere sulla sinistra?

La linea giovane italiana suggerirebbe due nomi di alto profilo e prospettiva come Federico Bernardeschi e Domenico Berardi, entrambi mancini naturali ma anche in grado di giocare sulla fascia opposta per poi rientrare e calciare con il sinistro. Prenderli entrambi sembrerebbe impossibile ma Berna, Berardi e Icardi sono un tridente niente male.

La linea esterofila invece suggerisce nomi come Lucas Moura e Angel Di Maria, siamo sinceri il secondo difficilmente potremo vederlo a Milano, per il suo ingaggio, per il costo del suo cartellino e anche per una questione di ambizioni. Il brasiliano invece è più probabile, destro naturale ma in grado di giocare anche sulla sinistra, nella passata stagione ha comunque realizzato in Francia 12 reti e 5 assist (più di Di Maria).

Certo che se la dirigenza dovesse riuscire a prendere due tra questi nomi, si potrà finalmente anche dare un po’ di respiro a Candreva. Perché puoi anche essere l’ala che crossa di più nell’universo ma se le metti meglio al centro, magari si riesce anche a fare più goal.

L’elemento fondamentale nello scacchiere di Spalletti resta però il trequartista. Naingollan è il prototipo del trequartista moderno in grado di coniugare le due fasi di attacco e copertura e nello stesso tempo realizzare reti importanti (11 la passata stagione).  Se il belga è irraggiungibile (ma lo è davvero?) chi potrebbe fare il trequartista nell’attuale rosa? Joao Mario sembra poco efficace in zona goal, Eder lo è di più (non dimentichiamo le 8 reti dell’anno scorso, anche se quasi sempre inutili) ma copre meno. Serve un nome e James Rodriguez potrebbe essere il sogno proibito.

 

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Editoriale

Un duro. Che duri. Sperando che “qualcosa dalla sfera esca fuori”

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Ascoltare Luciano Spalletti da Certaldo in una qualsiasi conferenza stampa, come quella di presentazione, è come immergersi nella lettura dell’Ulisse di James Joyce (per chi lo ha amato venerdì 16 è il Bloomsday). Stesso flusso di coscienza ininterrotto, stessa assenza di punteggiatura, medesimi salti logici, cambi di soggetto, evoluzioni mentali e un avviluppato processo cognitivo dell’io narrante.

Ora, se Luciano Spalletti da Certaldo, patria di Boccaccio, non ha certo una dialettica da romanzo moderno – anche se nel suo modo sconclusionato di comunicare gli va anche riconosciuta una certa epica (“uomini forti destini forti, uomini deboli destini deboli”) – se non è un comunicatore e non lo sarà mai, se dovremmo abituarci alle sfumature, ai rimandi, alle allusioni (“spero che qualcosa dalla sfera esca fuori”), se, in definitiva, spesso ha la stessa prosa espositiva dei Baci Perugina (“mi identifico in ciò che amo e amo in ciò in cui mi identifico”), di certo è uno che il suo mestiere lo conosce in profondità.

Ed è, sbilanciandomi, l’uomo giusto per noi.

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1) “Mezzo Trap e mezzo Zeman”

La prima ragione è banale: Spalletti è capace.

Nel 1997 a Sovigliana, frazione di Vinci, patria di Leonardo, dove Spalletti è cresciuto, mentre l’Empoli correva in classifica, i suoi concittadini tappezzarono via Palmiro Togliatti con manifesti azzurri dove era scritto “Sacchi più Zeman uguale Spalletti”.

Eppure Luciano Spalletti da Certaldo non è né l’uno né l’altro (lui rispose: “Mi sento più mezzo Trap e mezzo Zeman”).

Da allenatore – disse Mimmo Ferretti – “non ha i paraocchi, sul piano tattico: anzi, prende un po’ qui e un po’ là da tutti. C’è chi lo definisce uno zemaniano pentito, ad esempio. Due sono, al riguardo, le cose certe: il boemo andò a studiarlo a Empoli; il boemo è stato il suo primo avversario nella massima serie. In realtà, Spalletti mischia, ricicla, adatta, inventa. E ogni anno propone qualcosa di nuovo. Inedito magari no; nuovo sì”.

È uno che fa giocare bene tutte le sue squadre con quello che ha.

È stato Spalletti che ha regalato a Totti una nuova giovinezza inventandolo prima punta, prima di esserne offuscato dall’imponenza dell’ombra del suo monumento. Ed è stato sempre Luciano a fornire un nuovo senso a Ninja de Roma, a Florenzi, a rivitalizzare Dzeko, a credere in Salah (tanto per rimanere alle ultime esperienze).

Nell’ambiente del calcio, poi, viene considerato un maniaco. Tra campo e computer spende almeno sedici ore. In questo momento di lui abbiamo bisogno come il pane.

Proprio per questa sue capacità non mi aspetto grandi arrivi. Ci saranno (in difesa, un mediano, forse un incursore), ma nessun grandissimo colpo (pronto ad essere smentito, naturalmente). In ogni caso “nessun acquisto deve essere sbagliato”, ha fatto sapere Luciano. Che poi, andando a scorrere il nostro recente passato, sarebbe una novità assoluta.

Il modulo che ha intravisto, per ora, è il 4-2-3-1, che noi abbiamo già abbozzato con risultati alterni, ma che è diventato un suo marchio di fabbrica a Roma. Sembra anche che abbia le idee chiare anche su alcuni giocatori. Su Joao Mario, ad esempio, una pedina che andrebbe spostata più avanti (ammesso che giochi), su Icardi capitano, uomo d’area come pochi, ma da trasformare in leader, su Perisic, che se sì meglio, ma se no ciccia.

Anche la formula che ha proposto in conferenza stampa non è sofisticata: gioco, spogliatoio, coesione, corsa. Che poi è stato sempre il suo modo di vedere le cose.

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2) «A volte sento dire: io nel calcio non mi diverto più. E penso: paragonato a cosa?».

Luciano Spalletti da Certaldo, ma cresciuto a Sovignana a due passi da Vinci paese di Leonardo, è l’allenatore giusto per noi perché come ricorda Luca Valdisseri «è l’ideale per un calciatore che si vuole mettere in discussione, il peggiore per un calciatore che si sente già arrivato. Tutto ruota intorno a una convinzione e a un concetto. Il primo: cercare la qualità. Il secondo: arrivarci con l’applicazione».

La sua vita è stata sempre così. Lavoro, applicazione, merito.

Figlio di un guardiacaccia poi magazziniere in una vetreria, appassionato di vini, padre di tre figli, Luciano Spalletti ha giocato nelle giovanili della Fiorentina, poi Cuoiopelli, Castelfiorentino dilettanti, Entella Chiavari, Spezia, Viareggio, Empoli in C1. «Ero un centrocampista, diciamo un numero otto. Un anno ho segnato 11 gol, nove però su rigore. Non di grande qualità, diciamolo, ma spirito di sacrificio quello sì».

Uno che dalla carriera ha ricevuto sempre meno di quello che gli spettava.
A Roma nel biennio 2007 e 2008 si è portato a casa una Coppa Italia e una Supercoppa italiana, arrivando due volte ai quarti di finale di Champions League, e praticando un calcio spettacolare. Con lo Zenit San Pietroburgo gli è andata meglio con due campionati, una Coppa di Russia e una Supercoppa di Russia in cinque anni.

Ma vincere in Russia è come fare un solitario a carte. Non c’è piacere, non c’è ricordo.

Per questo lui ha bisogno di noi e noi abbiamo bisogno di lui. Abbiamo bisogno della sua fame, del suo impegno, della sua caparbietà, della sua voglia di emergere, del suo spirito di rivalsa. E, perché no, dei suoi modi bruschi.

“Chi non dà tutto, non dà niente” ha ricordato citando Helenio Herrera.

Abbiamo bisogno di un duro. Che duri. Sarebbe l’allenatore coi fiocchi.

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La Tattica

Spalletti e il gioco liquido

di Michele Tossani (tattico) e Cristiano Carriero (story)

Spalletti con la giacca di Oscar Giannino è già un buon incipit per questa storia. Spalletti che ripete “Uomini forti destini forti, uomini deboli destini deboli” è già meme. Indipendentemente dalle voci che circolavano e che volevano la dirigenza nerazzurra dietro Antonio Conte e Diego Simeone, quello con l’ex tecnico della Roma è sembrato fin dall’inizio come l’accordo più probabile da raggiungere, con Luciano libero da impegni contrattuali e più che disposto a lasciare Roma e le sue radio per approdare a Milano sponda nerazzurra, in compagnia del vecchio amico Walter Sabatini.

Che cosa devono attendersi tatticamente dal nuovo allenatore i tifosi dell’Inter?

Sicuramente uno Spalletti più maturo che, a 58 anni compiuti, è al vertice della sua maturazione tattica. Basta vedere quello che ha prodotto la Roma 2015/16 sotto la sua guida. Lo Spalletti bis, infatti, cioè quello arrivato a Roma per sostituire Rudi Garcia, è stato caratterizzato da una identità tattica nuova rispetto a quella vista durante la precedente esperienza alla guida dei Giallorossi, per non parlare dell’evoluzione di Luciano dai tempi di Empoli, Sampdoria e Udinese. Mentre il primo Spalletti della capitale aveva di fatto creato il falso nueve proponendo un 4-6-0 con Totti vertice avanzato e con Mancini, Perrotta e Vucinic  a supporto, il secondo Spalletti ha presentato un sistema più fluido, ispirato a modelli similari visti nelle ultime stagioni in Europa e introdotti in Italia dal portoghese Paulo Sousa con la Fiorentina.

Ecco quindi che la Roma che Spalletti ha presentato in questa stagione 2016/17 con variazioni fra difesa a 3 e difesa a 4 attraverso l’alzarsi, in fase di possesso, di uno degli esterni bassi, solitamente Rudiger a destra. Davanti alla difesa venivano schierati solitamente De Rossi e Strootman, vale a dire un regista basso incaricato di aiutare i centrali difensivi in fase di costruzione (il romano) ed un interno più propenso ad operare nell’altra metà campo inserendosi in zona offensiva (l’olandese). Sulla trequarti offensiva operano Salah a destra e Perotti o El Shaarawy a sinistra. L’egiziano, più attaccante che centrocampista, taglia centralmente per affiancarsi a Dzeko e non ha particolari compiti in fase difensiva.

Sulla sinistra invece sia l’italo-egiziano che l’argentino collaborano con l’esterno sinistro difensivo (Emerson Palmieri) e con Nainggolan, un trequarti che a spostarsi sul centro-sinistra. In fase difensiva questa sorta di 4-2-3-1/3-4-1-2 diventa tendenzialmente un 4-4-2 attraverso il ripiegamento proprio del centrocampista belga mentre Salah tende a rimanere più avanti insieme a Dzeko per contrastare la fase di costruzione avversaria. Alcune volte si è visto Spalletti partire proprio da una difesa a 3 in un 3-4-1-2 che, in fase difensiva, con l’arretramento di Nainggolan in aiuto ai centrocampisti centrali, diventava un 3-5-2/5-3-2. In generale, dal punto di vista offensivo la Roma cerca di giocare palla da dietro allo scopo di innescare tutta una serie di combinazioni fra i propri riferimenti offensivi, soprattutto sul centro e sulla sinistra. La presenza di Dzeko ha però permesso a Spalletti di far uscire la squadra dalla pressione avversaria tramite lanci lunghi diretti al bosniaco che aveva il compito di fare da sponda o di difendere palla in attesa della salita dei compagni di squadra.

In questo senso la Roma ha prodotto una media di 64 lunghi a partita (nona squadra in Serie A) con una percentuale di riuscita del 60.5% (terza nel campionato). Ma, a parte Dezko, il lancio lungo è ideale per lanciare in velocità i vari Salah, Nanniggolan e El Shaarawy oltre la linea difensiva avversaria.  Questi due tipi di soluzione sono ideali nelle ripartenze, dove la Roma spallettiana è stata pericolosa. In caso di azione manovrata invece la Roma predilige il fraseggio corto con i giocatori che prediligono ricevere palla sui piedi. La sensazione quindi è che, arrivato in casa nerazzurra, Spalletti voglia riproporre quel tipo di gioco liquido sperimentato nella stagione appena conclusa.

Ecco allora che, probabilmente, potremo aspettarsi dall’ex giallorosso un qualcosa a metà strada fra il primo Pioli e de Boer (per il gioco, non per i risultati che ci auguriamo migliori), vale a dire una squadra corta e organizzata tatticamente ma con propensione ad un gioco offensivo. Per far questo, garantendo nel contempo equilibrio alla squadra, Spalletti dovrà lavorare molto, soprattutto sulle marcature preventive. Le transizioni negative sono state infatti spesso il tallone d’Achille della sua ultima Roma, con i Giallorossi che avevano pochi giocatori con attitudine ai ripiegamenti difensivi.

E proprio il contropiede è stata una delle pecchie dell’Inter deboeriana e della stagione nerazzurra in generale, per una squadrta che ha concesso ben 49 reti. Per il successo di Spalletti a Milano sarà quindi necessario, oltre ad un ambiente più collaborativo (società e stampa) anche, ovviamente, il tipo di squadra che verrà costruita per il tecnico di Certaldo. La difesa, come noto, andrà rinforzata e non poco. Sembra destinato a partire Handanovic, che secondo il tecnico toscano non ha grandi capacità di guidare la difesa. Lo stesso dicasi per il centrocampo. dove sarà essenziale trovare un sistema che valorizzi Gagliardini. Ottimo durante la prima fase della sua avventura a Milano, l’ex atalantino è andato via via calando, come tutta la squadra, dimostrando delle pecche in fase difensiva. Spalletti dovrà quindi integrare la sua presenza con un centrocampista più difensivo, in grado di sopperire alle mancanze di Gagliardini in fase di non possesso palla.

L’attacco invece, almeno a livello di titolari, potrebbe essere già a posto così, fermo restando la permanenza, non così scontata, di Perisic, giocatore sul quale Spalletti sembra aver fatto capire di voler puntare. Per quanto riguarda il resto della rosa, Suning ha la necessità di incassare 30-33 milioni per la questione del fair play finanziario. Ecco quindi che i vari Banega, Brozovic, Ranocchia, Jovetic e forse (come detto) Perisic si ritrovano sul mercato. Questi infatti sono i nerazzurri che hanno mercato e che sono considerabili come sacrificabili dal nuovo corso interista.

Chi la loro posto? Di nomi ne circolano parecchi, come normale che sia in questa primissima fase di mercato.

In particolare sembra che Spalletti abbia chiesto rinforzi provenienti da Roma, soprattuto Rudiger e Nainggolan. Sarà difficile arrivare al centrocampista belga mentre meno impossibile appare l’esito positivo della corte al difensore tedesco che avrebbe nell’Inter spallettiana lo stesso ruolo ricoperto nella formazione giallorossa, vale a dire quello di difensore esterno in una difesa fluida 3/4. Senza contare come Rudiger potrebbe giocare anche da centrale, risolvendo una delle annose questioni dell’Inter di queste ultime stagioni.

Per il ruolo di terzino destro si attendono gli esiti della missione olandese per Rick Karsdorp del Feyenoord mentre altri nomi circolati di recente (Mouctar Diakhaby del Lione e Riccardo Marchizza, anche lui sempre della Roma) sembrano più giocatori di prospettiva che elementi in grado di aiutare fin da subito. Dovesse poi davvero partire Perisic ecco che l’Inter avrebbe la necessità di garantire a Spalletti un giocatore in grado di fornire gol e assist partendo dall’esterno. Rientrerebbero in questa categoria sia Berardi che Bernardeschi, sul quale la concorrenza pare agguerrita. Per il ruolo di vice Icardi invece Spalletti sembra orientato a guardare in casa, valorizzando Eder e Pinamonti ieri campione d’Italia con la Primavera di Vecchi. Anche se non è escluso che, da qui alla chiusura del mercato, arrivi un altro giocatore tipo Petagna.

 

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