Editoriale

Il come e il perché del mercato dell’Inter

Di Michele Tossani e Tommaso de Mojana

Come sottolineato da Marco Iara sulla Gazzetta dello Sport di oggi, mentre il Milan spende l’Inter resta ferma a guardare.

L’ultimo colpo di mercato targato Massimiliano Mirabelli e marco Fassone, leggasi l’arrivo inatteso di Leonardo Bonucci, pare aver ulteriormente rattristato la tifoseria interista fino a portarla a fischiare sonoramente la squadra alla prima uscita seria di stagione, quella finita con una sconfitta contro il Norimberga, squadra della Zweite Bundesliga.

Mercato del Milan: Tasto dolente quanto delicato. La campagna acquisti è mirata e tempestiva, poco da dire. Cambiare così tanto è un azzardo, sì. Averlo fatto a più di un mese dall’inizio del campionato un’accortezza non da poco. Disturba il tifoso nerazzurro? Sì. Deve influire sulle strategie del club? No. Fine dell’argomento. Però la storiella che loro devono cambiare tutto e noi solo puntellare non la si può mandar giù: guardare la classifica dell’ultimo campionato e riformulare, grazie. Fine sul serio dell’argomento.

Questo mercato tendente al ribasso dei nerazzurri (specialmente se paragonato con quello da 115 milioni della scorsa estate) ha però una sua logica spiegazione: le operazioni di Suning sono infatti in linea con quanto previsto dal fair play finanziario dell’UEFA.

I cugini rossoneri non hanno questo problema in quanto non soltanto non sono ancora finiti sotto il controllo dell’UEFA, dato che torneranno nelle coppe europee soltanto il prossimo autunno, ma sperano di far valere quel voluntary agreement introdotto recentemente dal massimo organismo calcistico europeo per far rientrare i club nel FFP.

Come noto il Milan, che ha chiuso gli ultimi tre esercizi sotto la proprietà di Fininvest (2014, 2015 e 2016) in rosso di 91,3 e 89,3 e 74,9 milioni, ha presentato questo accordo volontario per non cadere nelle maglie della censura del FFP dell’UEFA.

La richiesta verrà valutata dall’UEFA ad ottobre e questo è il motivo per cui Fassone e Mirabelli hanno potuto spendere e spandere in questa sessione di mercato, cosa che invece non è consentita all’Inter.

Detto questo, l’immobilismo dei Nerazzurri è solo apparente. Qualcosa è stato fatto.

Borja Valero ad esempio: innesto di livello assoluto, guai a sottovalutarlo. Lo spagnolo, prima che un ottimo tuttocampista (termine orribile, ma in voga ultimamente) è uomo di spessore. Se è vero che la nostra rosa è di qualità ma manca di carattere l’acquisto dello spagnolo non può che far piacere al di là delle doti tecniche, che comunque non si discutono. Leggere la lettera che ha voluto dedicare al popolo viola, alla città che lo ha accolto, per credere. Borja Valero non è una bandiera alla Francesco Totti: quella nerazzurra è la sua sesta maglia eppure è attraverso uomini come lui che si fanno le rivoluzioni. Forse le sue trentadue primavere ne limiteranno il rendimento, sicuramente non si tratta di un acquisto di prospettiva, ma la maturità raggiunta ed il carattere del madrileno gioveranno a chiunque avrà la fortuna di allenarsi con lui.

Inoltre, è da ricordare come, secondo precise richieste di Lucinao Spalletti, il d.s. Piero Ausilio ed il direttore tecnico Walter Sabatini si stiano muovendo per reperire all’allenatore toscano gli uomini necessari a completare l’organico e, nella fattispecie, un difensore esterno, un centrale, un centrocampista e un esterno offensivo.

I nomi sono noti: il brasiliano del Nizza Dalbert dovrebbe colmare la carenza nel ruolo di terzino sinistro mentre più complessa è la situazione relativa alle altre tre posizioni.

Con Spalletti che vuole cominciare a giocare palla da dietro l’Inter necessita di un centrale difensivo in grado di aiutare il neo-acquisto Milan Skriniar, con lo slovacco che deve migliorare in questa situazione di gioco.

Altri nomi che sono circolati di recente sui giornali sono quelli di Davinson Sanchez dell’Ajax, Moucar Diakhaby del Lione e Issa Diop del Tolosa.

Fossimo in Ausilio e Sabatini daremmo uno sguardo anche a Mauricio Lemos, classe 1995, uruguaiano del Las Palmas che, fra l’altro, proviene da un calcio posizionale come quello praticato sotto Quique Setién.

Reduce da una esperienza poco felice al Rubin Kazan in Russia, l’ex stella della nazionale under-20 è un giocatore dotato tecnicamente, in grado di calciare la palla anche sul medio e lungo raggio.

Questo fa di lui un difensore ideale per impostare da dietro. Inoltre, Lemos è abituato a giocare sul centro-destra cosa che permetterebbe di portare Skriniar nella sua posizione di centrale di sinistra, cioè quella da lui occupata nella Sampdoria.

Per quanto riguarda il centrocampista sembra invece uscito di scena Radja Nainggolan, che sta rinnovando con la Roma, mentre si fa il nome di Arturo Vidal.

In tutti i casi, pare chiaro che l’Inter stia cercando un incursore, un ex box-to-box midfielder in grado di agire da falso diez inserendosi in area di rigore alla maniera di Simone Perrotta nella prima Roma spallettiana o dello stesso Nainggolan nella seconda esperienza capitolina dell’attuale tecnico dell’Inter. E Spalletti ha reso goleador questi mediani che segnavano col contagocce, avanzandone il raggio d’azione e favorendone gli inserimenti e le conclusioni da fuori oltre che alzare la linea del pressing di tutta la squadra. Guardare gli score proprio di Perrotta e Nainggolan prima e dopo (o durante) la cura del tecnico toscano. 

La ricerca di un giocatore di questo tipo lascia però un po’ perplessi qualora ci si dovesse limitare appunto a questa tipologia di centrocampista. Infatti, con Borja Valero che non è a suo agio come interno di centrocampo, quello che sembra mancare all’Inter è un centrocampista che faccia da raccordo fra difesa e centrocampo.

Cioè il ruolo in cui Geoffrey Kondogbia, anche nell’amichevole contro il Norimberga, ha dimostrato difficoltà, non tanto nella conquista della palla quanto nella sua successiva gestione e distribuzione.

Ecco quindi che, se è vero che giocatori come Nainggolan o Vidal aumenterebbero notevolmente il tasso tecnico della squadra, resta da capire se sia possibile, proprio in virtù del FFP, affiancare a quel tipo di giocatore un metronomo in grado di aiutare la fase di costruzione. Qualora si decida di puntare su Roberto Gagliardini (scelta legittima) per questo ruolo sarà allora necessario affiancarlo ad un giocatore di interdizione, una specie di nuovo Medel. Ricordiamo che il sistema base sarà il 4-2-3-1 nel quale il lavoro dei due centrocampisti centrali è fondamentale per tenere la squadra unita. Proprio le distanze fra i reparti sono state il grande problema dell’Inter 2016/17.

Capitolo attacco: il vice – Icardi designato sembra essere Pinamonti, con la consapevolezza che Eder all’occasione può giocare anche da prima punta, pertanto non sembra previsto un innesto con quelle caratteristiche. Dove invece si cambierà è sugli esterni dove Ivan Perisic verrà ceduto e Antonio Candreva dovrà riscattare una stagione non brillante. Non mi stupirei a vedere Joao Mario impiegato più largo: il portoghese non ha le caratteristiche del trequartista centrale di Spalletti ed in passato si è già adattato esterno dimostrando una discreta attitudine al ruolo;  potrebbe candidarsi quindi come seria alternativa all’azzurro, mentre dall’altro lato il profilo identificato da Walter Sabatini sembra calzare piuttosto bene a Keita Baldé, in rotta con la Lazio, giovane il giusto (classe ’95) ma capace di segnare 16 gol nell’ultimo campionato e con già quattro stagioni di serie A nelle gambe. Insomma, chiudere lui e Dalbert entro luglio vorrebbe dire aver inserito quattro potenziali titolari in rosa, consegnandoli all’allenatore ad almeno 20/25 giorni dall’inizio del campionato. Agosto potrebbe essere dedicato alla ricerca di un puntello (il famoso centrocampista “top” o l’occasione last minute) da parte della società ma soprattutto al lavoro da parte di mister e squadra quasi al completo.

Tutto questo senza dimenticare proprio lui, Luciano da Certaldo.

Ad oggi il vero Top Player. Non era il primo della lista, sicuramente tra i tifosi (Diego Simeone), probabilmente neanche della società (Antonio Conte). Sembra calatosi nella parte col giusto spirito, determinato, umile ma sicuro del proprio lavoro. Attenzione: vietato sottovalutarne il ruolo. Non c’è, né ci può essere, solo il calciomercato. In ogni caso, anche se l’Inter avesse la rosa del Barcellona e le disponibilità del PSG, un peso determinante va dato al lavoro dell’allenatore e Spalletti è uno bravo. Dove non arriverà il calciomercato deve arrivare un lavoro mirato volto a migliorare il rendimento degli uomini di maggior potenziale: Danilo D’Ambrosio deve tornare il giocatore che ha conquistato la maglia azzurra, Cristian Ansaldi quello visto al Genoa, Miranda e Murillo, se rimarranno, la coppia quasi insuperabile del girone d’andata 2015/16 (non 1987/88), Joao Mario il talento visto all’Europeo, Gagliardini e Mauro Icardi continuare i loro percorsi di maturazione.

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Mercato

Metti un Dalbert sulla fascia

Di Vincenzo Renzulli

 

Il rapporto tra l’Inter e i terzini è come una storia d’amore turbolenta, che alterna momenti di passione totale ad altri in cui ci si vorrebbe solo mandare a quel paese. A fare su e giù sulla fascia con la maglia nerazzurra ci sono stati il grande Giacinto, che ha inventato il ruolo di terzino fluidificante, Brehme, Zanetti, Maicon, fuoriclasse che hanno fatto la storia, ottimi giocatori come Maxwell e Chivu (che hanno sempre dato un contributo positivo, pur non essendo a livello di quelli citati in precedenza) e altri che ogni tifoso nerazzurro vorrebbe cancellare per sempre dalla propria memoria.

Soprattutto a sinistra, da quando Hodgson prese la brillante decisione di mandar via il signor Roberto Carlos perché ritenuto troppo scarso in fase difensiva, si sono susseguiti una serie di nomi da galleria degli orrori. Da Macellari a Coco (che era buono, ma fragile come un cristallo), da Michele Serena (stesso discorso di Coco) a Milanese, passando per i vari Gilberto, Silvestre (che poi a Manchester si è parzialmente riscattato), Pasquale, Wome e Alvaro Pereira (mi sale la pressione solo scrivendo il suo nome). Fabio Grosso all’Inter è stato solo la pallida controfigura dell’eroe di Germania 2006 e anche Santon, che a 17 anni annullò Cristiano Ronaldo, tra un infortunio e l’altro poi ha perso la strada verso la vetta,

E poi c’è lui, Vratislav Gresko, professione calciatore da incubo, protagonista principale della disfatta del 5 maggio. Se qualche interista, compreso me, lo incontrasse per strada, gli chiederebbe ancora spiegazioni per quella sciagurata partita con la Lazio, per quell’assist a Poborsky. Ho citato prima Maxwell e Chivu, che il loro dovere lo hanno sempre fatto e Zanetti, che pur essendo destro per qualche anno è stato adattato anche a sinistra con buoni risultati, ma quanto vorrei uno che come il Capitano o come Maicon fosse capace di partire palla al piede come un treno fino ad arrivare nell’area di rigore avversaria o giù di lì. Ecco, Dalbert secondo me può essere un giocatore del genere. Se avete qualche dubbio sulle potenzialità di questo brasiliano classe ’93 guardate il video qui in basso.

Quando il suo nome è stato accostato all’Inter non mi sono esaltato granché, perché sinceramente non lo conoscevo bene (ho visto un paio di partite del Nizza in Europa League, non di più). Il fatto che la società francese ogni volta abbia tirato fuori un prezzo più alto mi ha fatto anche girare un po’ le scatole. Quando sono andato a recuperarmi qualche sintesi allungata delle partite della scorsa Ligue 1 per vedere all’opera questo giocatore però qualcosa è scattato. Dalbert non corre, vola col pallone tra i piedi. Quando parte in allungo gli avversari non riescono a tenerlo, è come se la gravità per lui contasse un po’ meno che per gli altri. Attenzione, non è solo un centometrista che si è dato al calcio (tipo Biabiany, tanto per rimanere in casa nostra), questo è un brasiliano e con i piedi ci sa fare. La dimostrazione sta nel fatto che, tra i pari ruolo, risulta al quarto posto come percentuale di passaggi riusciti (86.2%) dopo il trittico del PSG formato da Maxwell, Aurier e Kurzawa.

Poi gioca indifferentemente nella difesa a 3 e a 4 (con Favre, che i moduli li cambia come le mutande, devi essere capace di adattarti a tutto) e si comporta bene anche a livello difensivo: con 2.6 tackles a partita è stato settimo miglior esterno difensivo del campionato (26° nella classifica generale). Rispetto ad altri calciatori come Sidibe e Mendy del Monaco, Fernando Marcal del Guincamp, Leo Dubois del Nantes o Maxwell gli manca ancora qualcosa in fase di assistenza ai compagni. I giocatori citati in precedenza hanno tutti servito 5 o più assist, Dalbert si è fermato a 3. Per uno come lui, capace di arrivare con facilità fino a ridosso dell’area di rigore, è un numero abbastanza esiguo, segno che c’è ancora un po’ di strada da fare per arrivare ad essere un top del ruolo. Al ragazzo di Barra Mensa però la voglia di sacrificarsi e di lavorare non manca di certo, visti i passi da gigante fatti negli ultimi anni.

Prima in Brasile, col Flamengo, poi in Portogallo con Academica Viseu (in seconda divisione) e Vitoria Guimaraes, infine il Nizza. Dalbert è partito dal basso e anno dopo anno è migliorato, fino a meritarsi le attenzioni di tanti club europei. Al Vitoria tra l’altro lo ha allenato Sergio Conceicao, uno che noi interisti conosciamo abbastanza bene (e che quest’anno allenerà il Porto, tanto per dire), che per lui ha speso parole importanti. “Fisicamente è fortissimoesplosivo, rapido, ha un buon piede. Ha molta qualità e sa prendere a piene mani le opportunità che gli si presentano. Ha la testa per continuare a giocare ad altissimi livelli”.  La testa di uno che sa dove vuole arrivare, la fame di chi è partito facendo lo scaricatore di frutta nei mercati del suo paese per arrotondare e che non si vergogna a ricordarlo sui suoi canali social.

dalbert frutta

L’altro terzino brasiliano, semisconosciuto ai non addetti lavori e proveniente dalla Ligue 1 arrivato all’Inter ha lasciato il segno. Ora ci vuole qualcuno che ci ricordi cosa significa avere un giocatore capace di bruciare la fascia, all’opposto di quella su cui il colosso ha demolito gli avversari. Per sfatare anche la maledizione di Roberto Carlos, dopo anni di Nagatomo, Dalbert può essere quello giusto.

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Cronache, Mercato, News

Bonucci, why not? L’occasione mancata


Giovedì 13 luglio il nazionale azzurro Leonardo Bonucci chiede alla Juventus di essere ceduto. Ovviamente la richiesta è stata (molto probabilmente) inoltrata precedentemente dal nazionale azzurro e dal suo entourage.

Fatto è che è il 13 luglio che la notizia diventa ufficiale. Cominciano le voci intorno al futuro dell’ormai prossimo ex centrale bianconero e, quasi subito, il nome di Bonucci viene accostato al Milan che, sotto Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli si sta prepotentemente proponendo come la squadra regina di questo calciomercato 2017.

Ma…come in tutti gli intrighi di calciomercato che si rispettino, c’è un ma anche nell’affaire Bonucci. E questo ma è rappresentato dai rumors che vogliono Alessandro Lucci, agente del giocatore, aver proposto il 30enne difensore centrale anche all’Inter, solo per ricevere un rifiuto da parte di Walter Sabatini e Piero Ausilio.

Secondo La Gazzetta dello Sport Tuttosport, infatti, Suning avrebbe avuto contatti con Lucci senza però andare oltre un semplice sondaggio.

La motivazione sarebbe del tutto economica: troppo alto il costo del cartellino di Bonucci in relazione all’età e troppo alte le richieste di ingaggio da parte del giocatore, che alla fine avrebbe spuntato dai Rossoneri un contratto da 7,5 milioni all’anno più 2,5 di bonus, che ne farebbero il giocatore più pagato dell’intera serie A.

Quale che sia la verità (se cioè sia stata l’Inter a non insistere su giocatore ritenendolo troppo dispendioso o se Lucci e Bonucci abbiano preferito il Milan per l’offerta migliore presentata da Fassone) quel che resta è che i Nerazzurri, ancora una volta, hanno bypassato la possibilità di acquistare un top player.

Per di più con un grave danno di immagine visto che il giocatore è andato a rinforzare i cugini Rossoneri.

Eppure, c’erano tutta una serie di motivi che avrebbero dovuto consigliare ad Ausilio e Sabatini di puntare decisamente la rotta sul bianconero.

In primis, la difesa interista è un reparto da rifondare, basti pensare come i Nerazzurri la scorsa stagione abbiano subito ben 49 reti. Ora, anche se Bonucci non è irreprensibile dal punto di vista difensivo (ricordiamo le famose bonucciate) è ovvio come l’eventuale arrivo del nazionale azzurro avrebbe rappresentato un sensibile miglioramento rispetto ai vari Murillo, Miranda e Ranocchia.

Inoltre, dopo l’acquisto di Milan Skriniar dalla Sampdoria, Bonucci avrebbe rappresentato il giocatore di esperienza accanto al quale far crescere il centrale slovacco.

Tutto questo senza contare l’apporto di Bonucci alla fase offensiva. Tralasciando infatti le qualità del giocatore nel gioco aereo sui calci piazzati, la caratteristica forse più evidente di Bonucci è la sua capacità di dirigere il gioco da dietro come un play arretrato.

Il suo calcio lungo e preciso ha infatti imposto Bonucci prima come alternativa di Andrea Pirlo quando il regista bresciano veniva marcato e, poi, partito quest’ultimo, come il primo, vero playmaker della squadra bianconera cioè come l’uomo incaricato di far partire l’azione da dietro. E la tecnica di Bonucci è testimoniata dalla sua percentuale nella precisione dei passaggi che, se si esclude la prima stagione alla Juventus (2010/11) non è mai scesa sotto l’86.4%.

Il passaggio sul medio e lungo raggio sarebbe stato l’ideale per servire immediatamente Icardi, Candreva o Perisic in profondità o per aprire il gioco sugli esterni in una squadra come quella che sta disegnando Luciano Spalletti.

Il costo di 40 milioni era poi abbordabile, soprattutto se si pensa che David Luiz è stato pagato 50 dal Chelsea o che il Manchester City ha prelevato Walker dal Tottenham per una cifra vicina ai 60.

Qui si trattava di spendere 40 milioni per un difensore centrale di 30 anni, vale a dire un giocatore che, nel proprio ruolo, può avere ancora almeno quattro o cinque stagioni ad alto livello.

Da sottolineare poi come Bonucci sia cresciuto nella Primavera dell’Inter sotto la guida di Daniele Bernazzani (dove vinse una Coppa Italia e un campionato Primavera, debuttando anche in serie A prima di essere svenduto per circa 4 milioni) cosa che avrebbe consentito ai Nerazzurri di farlo figurare come giovane del vivaio nella rosa di prima squadra.

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Editoriale

Samir, proviamo a ridere insieme

Tanti Auguri Samir.

Oggi sono 33 e con questa ai nastri di partenza, saranno sei le stagioni in cui difendi la nostra porta. Diciamocelo con assoluta franchezza sono state delle stagioni mediocri (e con questo termine voglio essere decisamente buono), cinque stagioni in cui il massimo risultato è stato un quarto posto. Tu sei stato sicuramente uno dei migliori: medie voto mostruose, prestazioni incredibili e portiere da prendere al fantacalcio ad occhi chiusi. Ma si sa, quando il portiere risulta essere il migliore c’è qualcosa che non va nella squadra. E di cose che non sono andate ce ne sono state parecchie. Troppe.

Però, in tutte queste stagioni c’è stata una cosa che mi ha colpito di te, la tua tristezza. Non ricordo mai un sorriso durante una partita, forse in allenamento si, ma in partita mai.

Ci ho messo un po’ a capire il motivo ma ho avuto l’illuminazione durante Pescara-Inter dell’anno scorso quando siamo passati in svantaggio con un goal di Bahebeck. Si, ha segnato un tale con questo nome e io, subito dopo il goal ti ho guardato: non sapevi che fare, ti guardavi intorno e non ti capacitavi di come Verre, Caprari, Cristante, Zampano e Bahebeck appunto, potessero mettere in difficoltà giocatori come D’Ambrosio, Miranda, Murillo e Santon.

E in quel preciso istante ho capito perché non ridi. Tu non puoi ridere, non puoi essere felice. La spiegazione è una sola: non c’è assolutamente nulla da ridere! Basta vedere Buffon, lui ride sempre, è allegro, ogni tanto smadonna ma è un uomo felice. Tu non lo sei Samir e fai bene a non esserlo e quando dici che vuoi vincere hai ragione, quando dici che vuoi andar via per vincere forse un po’ di ragione ce l’hai. Come si fa a ridere con una difesa come quella della scorsa stagione? Come si fa a sentirsi rilassati quando arrivano giocatori avversari da tutte le parti? Hai ragione Samir.

Per tante volte hai salvato il risultato. Hai parato di tutto, regalandoci spesso delle vittorie. È capitato, spesso, anche di perdere partite improbabili o di soffrire con squadre almeno sulla carta inferiori. Ma noi siamo l’Inter. Siamo l’Inter? Non lo so se siamo sempre l’Inter, a volte non mi sembra la mia Inter perché non si può soffrire così, non si possono concedere quegli errori in fase difensiva. Abbiamo fatto segnare persone assurde, giocatori improbabili capisci? Ma si, certo che mi capisci.

Io immagino i tuoi pensieri. “Ma vedi quello!”, “Danilo ma che stai combinando!?”, “Davide ma come diavolo marchi!?”, “Yutoooo ma cosa fai????”, “Murillo ma non ti puoi far fregare così da Caprari!”, “Ma no, Joao! Non ti ci mettere anche tu!”.

Però Samir, ti assicuro che non è stato sempre così. Un tempo c’erano Zanetti, Samuel, Lucio e Chivu e in panchina c’erano Cordoba e Materazzi e il nostro portierone Julio Cesar rideva, rideva sempre. Io l’anno scorso ti immaginavo sempre preoccupato in settimana, nel sincerarti delle condizioni di Miranda (l’unico difensore discreto) col terrore di sentirti dire “Sto male Samir, giocherà Andreolli al posto mio”. In effetti Samir non c’è proprio nulla da ridere.

Però io sono convinto di una cosa, tu potresti essere la pietra su cui si regge questa baracca. Questa squadra è carente di leader, persone che sgridino i compagni, che spronino e incitino la squadra. Maurito non può esserlo, gli hanno dato sta fascia ma non ha quel carisma necessario a essere leader. Prenditi sta squadra sulle spalle, visto che stai sempre incazzato e sei grande e grosso, sfogati, incazzati, prendili a ceffoni se serve ma fai capire che questa è l’Inter e siamo stufi delle figuracce.

Va beh, oggi è il tuo compleanno e ti lascio andare ma spero di vederti ridere un giorno Samir, voglio vederti rilassato, voglio vederti vincere. Ma con l’Inter e non altrove.

Auguri e speriamo che questa stagione sia ricca di sorrisi. Non sorrisi degli altri ma solo nostri! Proviamoci almeno…

 

 

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Editoriale

Due ragazzi baresi – lettera ad Antonio Cassano

Tutti, gioventù che eravamo, si sussurrava che il futuro dovevi aggredirlo appena affacciato il muso preoccupato fuori dalla tana. (Tre ragazzi immaginari, Enrico Brizzi)

Essere nati e cresciuti nella parte “nuova” di Bari può essere una sfortuna, narrativamente parlando. Sì, perché ci allontana da te, Antonio, e delude le aspettative dell’interlocutore. “Ah, sei di Bari? Bari vecchia?“. “Ehm no. Bari nuova.” rispondi. Come se ci fosse una Bari nuova, un contraltare a chi crede che dalle nostra parti tutti i bambini crescano come Antonio Cassano. Mentre io sono cresciuto nell’agio degli anni ’80, bastava cambiare strada in fretta per evitare gli scippatori di Swatch. Al massimo iniziare a correre, se la faccenda si faceva più preoccupante. Faccio fatica a trovare qualcosa che ci accomuna Antonio. Io sono nato benestante, e con il tempo e gli avvenimenti ho dovuto imparare a stringere i denti. Tu sei nato povero, poi con il tempo hai imparato persino ad annoiarti. È ciò che capita a chi non ha bisogno di nulla, se non dell’allegria e della spensieratezza. Di un pallone tra i piedi, e di qualcuno da dribblare. Come quella volta in cui hai mandato Blanc e Panucci alla stazione, come fanno i ragazzini della città vecchia con quei turisti borghesi e impettiti che gli chiedono indicazioni per arrivare alla Basilica di San Nicola.

Ricordo ogni sensazione di quella sera: il gol di Eninnaya, la spocchia di Lippi, Ferron che prende il posto di Peruzzi e che non può sapere, che di lì a poco verrà immortalato in un video da milioni di visualizzazioni su Youtube per i successivi 20 anni. Perché Ferron in quel video c’è, ma non ci prova nemmeno. Nessuno si ricorda che movimento fa, quanto vada vicino a prendere il pallone. Perché in ogni caso non avrebbe mai potuto nulla. Come il portiere de “La leva calcistica del 68”, quello che non può fare altro che guardare e “lasciarlo” passare. Ma se a Nino c’era bisogno di dire di “non aver paura“, a te no. Perché tu sei cresciuto tra i vicoli, la paura l’hai respirata, ed hai imparato presto a non averne mai. Poi ammettiamolo, a 18 anni era più facile per entrambi non averne.

Ti scrivo in un momento in cui io, invece, di paura ne ho tanta. Sto per tornare a Bari, a dire addio alle mie radici. Anche nel rapporto con le nostre madri siamo stati molto simili. Non avere un padre, o averlo perso presto, ti porta ad avere un legame morboso, quasi innaturale con l’altra metà del tuo cielo. Vorresti portarla ovunque, vorresti fosse sempre con te, poi ti accorgi che il tempo è inesorabile, e non può durare per sempre. L’hai fatto a Roma, a Madrid, a Genova, a Milano, e forse lo farai ancora. Io non ho potuto e non potrò più, ma questa è un’altra storia. Il tuo compleanno è l’occasione per dirti che in fondo non siamo così diversi. Che non sono i soldi a rendere simili le persone, né la classe sociale. Sono le storie, i destini, i momenti difficili, il talento e la pigrizia. E la paura che tu non conosci e io sì.

Avrei voluto vederti più tempo con la maglia dell’Inter, la tua squadra del cuore. Avrei voluto sentirti dire ancora un po’ che “Il Milan sta in cielo, ma l’Inter è sopra il cielo” con quella strafottenza di chi sa che prima o poi certe frasi ti si ritorcono contro, ma – fanculo – le dici lo stesso. Ogni tanto guardo quella tua foto con la maglia della Pro Inter a Bari, il borsone più alto di te e un pulmino che ti aspetta e sorrido nel pensare alla tua felicità di quel momento. Una maglia da indossare ed esibire con orgoglio. E che ne sapevi che a San Siro ci saresti arrivato davvero, passando per la notte del San Nicola, per quel dribbling che Maradona avrebbe definito una giocata da scostumato, senza il minimo timore per i destini di Blanc e Panucci. Ma chi non ha paura, non ha reverenza.

Veniamo da Bari entrambi, Antonio. Anche se tu dici che “Genova è casa tua“. Ed io, barese orgoglioso come tanti, ho smesso di prendermela, perché poi in fondo ognuno è libero di scegliere il proprio posto nel mondo e non sarò io, né l’anagrafe, a decidere il contrario. In un libro bellissimo di Brizzi che si chiama “Tre ragazzi immaginari”, ispirato ad una canzone dei Cure, si dice: “Facevamo dei sogni strani una volta! Volevamo una vita in stile moderno! Essere senza radici! È vero! Ci sono spuntate, poi, a furia di negarle! Si sono insinuate sotto la terra mentre progettavamo di andarcene!” Ma siamo entrambi più liberi e scostumati di ciò che pensi, anche se io sono nato nella parte nuova di Bari, quella priva di letteratura, quella dove Carofiglio non ambienterebbe nessun romanzo, nessuna grande storia.

E allora non mi resta che raccontare la tua, perché in fondo sono sempre stato più bravo a raccontare le storie degli altri. Trentacinque anni sono tanti, ma non troppi, anche se la mia idea di calcio è cambiata da quando la mia età è più vicina a quella degli allenatori che a quella dei giocatori. Dovevano spiegarcelo che era così, che questo gioco aveva visuali e prospettive diverse, anche se poi arriva il momento in cui ci fa sentire tutti bambini, e quei momenti sono molto simili a quegli attimi in cui il pallone tra i piedi ce l’hai tu. Buon compleanno Antonio, non vedo l’ora di vederti ancora felice in campo, fosse anche da fermo, a Verona come a Bari, come a Milano. Non importa qual è casa tua, né quale sia la mia. Importa la felicità, ed è per questo che ce l’andremo a riprendere.

 

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Amarcord, Editoriale

Never Banega

Poteva andarsene in silenzio e invece no. Poteva mantenere il basso profilo che ha contraddistinto tutta la sua permanenza milanese, sia in campo che fuori, ma Ever Banega non ha retto alla tentazione di un intervista un po’ così, di quelle in cui dici e non dici. Non sono dispiaciuto di aver lasciato l’Inter, era il momento giusto. Banega fu accostato per la prima volta ai colori nerazzurri qualche anno fa. Centrocampista di manovra oppure no (guarda che faccia da malandrino, uno così può fare solo il trequartista o l’interditore). Il dramma è che la stessa incertezza lombrosiana ha afflitto il Banega interista fin dal primo giorno, da quello della firma.

Dove gioco? Ma soprattutto gioco? Chi sono, dove sono?

Attendevamo pieni di speranze il nuovo Cambiasso, il redentore delle nostre geometrie sciape, un altro parametro zero che entra nella storia del club, pronti ad amarlo per sempre: ForEver Banega.

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Niente di tutto ciò.

Banega ha vissuto e giocato a una lentezza esasperante. Pochi sprazzi di una classe eccezionale, dispensata però con l’avarizia del ragazzo stanco. Stanco di giocare, stanco di camminare, stanco. Il soprannome di Banega è El Tanguito, la promessa di momenti intensi, cambi di direzione, passione.

Mai visto il Tanguito. Never, Never Banega. Il ragazzo triste di Rosario ci ha abbracciati con il trasporto di un dopolavorista esausto, si è trascinato qua e là per il campo come convalescente da un’eterna mononucleosi, tanto da lasciarci di stucco quando nella partita casalinga contro la Lazio ha calciato forte, troppo forte per quelle gambette sfibrate e consumate dal dolor, ahi que dolor!

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Il Banega due volte campione dell’Europa League, oro alle Olimpiadi di Pechino e Campione del Mondo Under 20 con l’Argentina non è mai arrivato in Italia. Il funambolo degli ultimi 30 metri è rimasto a Siviglia e solo ora ha riabbracciato il suo doppelgänger, il sosia depresso che ha spedito a Milano. Si potrebbe obiettare che in una stagione nata male e proseguita peggio era davvero difficile giocare secondo le aspettative. Vero. Ma quelli come Banega, i centrocampisti di piede, visione e carisma dovrebbero invertire il flusso di stagioni sfortunate e cercare di mettere ordine, anche se non è il loro ruolo naturale. Oppure causare catastrofi a ripetizione, mostrando comunque personalità. Nulla. Banega se n’è andato senza mai essere davvero arrivato. Tre partite buone in un campionato, una buonissima (la trasferta a Roma), il resto un lungo sonno. Forse ha ragione lui, era il momento giusto per lasciare l’Inter, nessun rimpianto.

Nessun Banega.

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