Editoriale

Tanti auguri Walter Zenga, tanti auguri a noi

Walter, io ti voglio bene da quel dì. Mi dissero che c’era uno forte che giocava nella Sambenedettese, che era interista più di chiunque altro e che presto sarebbe tornato a casa. Veniva da quei bordi di periferia in cui magari i tram vanno ancora ma bisogna avere le palle per non diventare un luogo comune, un bullo di quartiere. Veniva dal secondo anello di San Siro, quello a Nord. A 13 anni ti bastano poche credenziali, una foto del tuo nuovo eroe con la sciarpa al collo ed è fatta.

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Non fu amore a prima vista, qualcosa di più. Paravi tutto, andavi in televisione, imbroccavi i congiuntivi, avevi donne bellissime, giocavi in Nazionale e io ero sempre lì con te. Walter Zenga non era un Supereroe, piuttosto uno di noi. Quella faccia un po’ così mica ce l’hanno solo a Genova. Guascone, l’aggettivo giusto era quello. Divertente, paraculo, gli occhi sottili e il ghigno che solo a Hollywood, solo i migliori. Non fossi stato Walter Zenga saresti stato Bruce Willis, solo che lui non sarebbe stato te. Bruce Willis non vola da un palo all’altro.

Me ne hai fatte di tutti i colori Walter. Ti sei frantumato il naso in uscita su Martin Dahlin contro il Malmoe in Coppa Uefa, prima di quell’altra uscita in Coppa Campioni, nella stagione che doveva segnare l’inizio di un ciclo e che ne fu l’epitaffio. Ti sei arrampicato sulla schiena di Ferri ma non abbastanza per acchiappare il tocco di Caniggia, ti sei arrabbiato con l’Inter per troppo amore, hai tradito e sei stato tradito, sei diventato litigioso e sei rimasto un inguaribile romantico.

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Me ne hai fatte di tutti i colori e non ce n’è una che superi per intensità l’amore enorme che porto in petto, per te, per le tue parate e per quel modo unico di essere interista. Per quello scudetto. Per il tuo sorriso di quel giorno di maggio. Quell’anno avresti parato una lavatrice, te ne avessero sparata una nell’angolo alto. L’avresti parata. Il tuo modo di  vivere per l’Inter. Non una questione di pazzia o nevrosi, solo e semplicemente qualcosa di assoluto e senza regole che non siano quelle dell’amore.

Tanti auguri Walter Zenga, non è tempo che invecchia il nostro.

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Cronache

Inter-Napoli, in un certo modo

di Cristiano Carriero e Alfonso Fasano

Il Napolista e Il Nero e l’Azzurro si scambiano i convenevoli prima di Inter-Napoli, in programma domenica sera.  La presentazione della partita – che però va anche oltre, e indaga sulla percezione del Napoli secondo gli interisti e viceversa – è n dialogo tra Alfonso Fasano e Cristiano Carriero, amici virtuali, colleghi e firme dei due siti di approfondimento che parlano di calcio in un certo modo. E che ora proveranno anche a parlarsi in un certo modo, che non è sempre una cosa facilissima.

Alfonso Fasano (AF): E allora, Cristiano, ci siamo. Ci eravamo dati appuntamento qualche tempo fa per questo Inter-Napoli, nel frattempo ho letto in maniera assidua e continua il vostro sito e devo dire che siete ironici, pungenti, realisti e ovviamente competenti. Vi direi che siete molto carini, se non fosse che pare quasi voglia prendervi in giro quando in realtà non è così. Non voglio neanche arruffianarvi. Sono serio. Però, questo devi lasciarmelo dire: se voi siete carini, e lo siete, rappresentate la contrarietà assoluta ad un’Inter irriconoscibile. Quindi, ti chiedo sinteticamente, giusto per aprire le danze: che cacchio è successo all’Inter, come vi siete ridotti in questo stato?

Cristiano Carriero (CC): Grazie per i complimenti, che ovviamente sono rivolti a noi e non all’Inter. Ecumenicamente è successo che l’Inter ha speso molte energie in una rimonta che è stata favorita anche da un calendario favorevole, in un momento della stagione in cui andava anche tutto per il verso giusto. Basti pensare che a Bologna ha segnato addirittura Gabigol. Quando fai una rimonta e rincorri possono accadere due cose: o voli sulle ali dell’entusiasmo, oppure crolli una volta che l’obiettivo sfuma. Nel caso dell’Inter gli sliding door sono stati la partita contro la Juventus (persa male, malissimo, più per le lagne che per una effettiva inferiorità sul campo che quel giorno non si è vista) e quella contro la Roma, persa invece per KO tecnico, in una serata in cui abbiamo capito che la Champions non poteva essere un obiettivo realistico.

(Photo by Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)

Il derby poteva essere la gara del riscatto, invece è diventata quella della condanna definitiva. Adesso c’è solo chiudere la stagione in maniera dignitosa, sesto posto o no, e chiaramente ottenere almeno una vittoria di prestigio, in un campionato con un solo sussulto (la vittoria casalinga con la Juventus) sarebbe il minimo. Proprio allacciandomi alla questione di “minimo” e “massimo”, ti chiedo sinceramente: non avete la sensazione di aver perso una grande occasione in questi anni, con una squadra che gioca così bene, l’assenza delle milanesi e la Juve impegnata a provare a vincere la Champions?

L’Europa League, rimpianto (del Napoli 2015) e possibilità (per l’Inter di oggi)

AF: Già solo leggendola, so che rispondere a questa domanda mi costerà fatica (e qualche critica). Ti dico: forse sì o forse no, ma con tempistiche (riferite alle stagioni, intendo) che sono lontane dalle sensazioni comuni dei tifosi del Napoli. Credo che i due secondi posti (2013 e 2016) e il terzo posto di Benitez (2014) siano stati gli anni in cui il Napoli ha fatto davvero il massimo per l’organico a disposizione. Ho qualche rimpianto su quest’anno, per punti persi ingenuamente per strada che avrebbero potuto portarci allo scontro diretto di marzo con la Juventus a -7, per esempio, e sarebbe stata un’altra storia. Per noi e per loro.

Secondo me, però, la più grande occasione persa resta l’Europa League del 2015. Una chance vera, reale, per un successo europeo. Difficilmente ricapiterà. Per lo scudetto, mi sento di rimpiangere meno il passato. Anche perché, come spiegherò meglio in una risposta successiva, credo che questo ciclo di vittorie della Juventus non potesse essere rovesciato in alcun modo. E parlo di forza in campo, ovviamente, non faccio complottismi. Paradossalmente, credo che il (possibile? probabile?) ritorno delle milanesi possa riequilibrare un attimo il campionato, abbassando il tetto punti necessari a vincere il titolo. Come dire: più squadre forti, meno opportunità di fare strisce record. Per tutti. Detto questo, mi aggancio al volo: com’è il vostro progetto per i prossimi anni? Avverrà – e come avverrà – il ritorno delle milanesi secondo un tifoso nerazzurro? Mi pare una cosa interessante da sapere.

CC: Ai giocatori non interessa andare in Europa League, e forse nemmeno alla società interessa troppo. Eppure credo che l’Inter abbia comunque buone possibilità di andarci: né Milan, né Fiorentina mi sembrano all’altezza. Suning ha soldi e voglia, ma deve capire che l’Inter ha anche un suo Dna, mi piacerebbe che non si ripetessero errori come i casting, o le stagioni senza programmazione.

Il tifoso ha fiducia, perché sa che tra qualche mese si riparte da zero, spero che la lezione sia servita a capire che è meglio dedicare subito un buon budget all’allenatore piuttosto che doverne cambiare tre con le conseguenze che stiamo vedendo. Il nome l’ho giù detto, ma mi ripeto, anche perché cos’altro dovrebbe fare Simeone all’Atletico? Mentre che parliamo di allenatori, mi viene da farti una domanda su Sarri: adoro lui e il suo gioco, ma vederlo al Bernabeu in tuta no. Non ce la fate proprio a convincerlo ad adattarsi alle situazioni? (Ovviamente, non parlo solo di look).

I due tecnici (e la partita di domenica)

AF: Parli con un sarrita, moderato ma convinto. Nel senso: adoro e sottolineo i pregi di Maurizio, ma tendo a non negare i suoi difetti. Ecco, quello che dici tu è un difetto che io riconosco, un “problema” estetico che discende dall’autodefinizione del suo personaggio. Volendo forzare un po’ la chiave narrativa, il suo outfit è la trasposizione imposta, sul campo, di un atteggiamento che in qualche modo “dimentica” l’importanza di certi dettagli a certi livelli. È la parte che fa meno danni, comunque, rispetto a una cura “disattenta” della comunicazione, di una certa prossemica, ovvero la forza di un lavoro psicologico sull’ambiente, che poi può proiettarsi pure sulla squadra.

Sarri crede che tutto possa essere risolto attraverso il lavoro sul campo. Un’idea romantica, nobile, bellissima nella sua essenza ma purtroppo non veritiera quando da Empoli passi a Napoli, dai playoff di Serie B passi alla Champions. Il termine che hai usato tu, adattamento, è perfetto. Quello di Sarri a certe dinamiche, forse volutamente o forse no, non è ancora compiuto del tutto. Un po’ come il percorso di Pioli, che però si è fermato ben prima del livello raggiunto da Sarri. Allenatore per allenatore: c’entra qualcosa Pioli in questa crisi tremenda?  E che Inter presenterà domenica sera?

CC: Ma ti rendi conto che noi dobbiamo sentirci dire che abbiamo bisogno di un normalizzatore? Io ho rispetto di Pioli e del suo lavoro, ma non voglio essere normalizzato. Da Helenio Herrera a Mourinho, mi sembra evidente che l’Inter abbia bisogno di un mitomane egocentirco in panchina per vincere. È il nostro destino, ecco perché io vorrei tanto Simeone, o Conte, anche se al momento mi sembra difficile.

Pioli ha fatto quello che poteva fare, ma sinceramente sono convinto, e non lo dico da oggi, che con de Boer saremmo almeno nella stessa posizione in classifica. E con de Boer ricordo due partite bellissime: quella con la Juventus, e quella in casa della Roma. Per quanto riguarda l’Inter che giocherà domenica, ti confesso che io ci arrivo stanco. Mi spiego: non penso nemmeno sia una questione di moduli, non è colpa di Kondogbia se per colpire il pallone di testa la prende di spalla, o di Medel se è costretto a fare un ruolo non suo (ma qual è il suo ruolo?).

Io mi accontenterei di vedere un Inter consapevole. Consapevole che il campionato, comunque vada, è stato un fallimento, e che Pioli andrà via. A maggior ragione vorrei vedere una squadra che gioca per se stessa, per restare all’Inter, cosa che per molti giocatori non è così scontata. Il Napoli è più forte, se la mette sul ritmo e sul possesso palla non c’è partita. Ma l’Inter può creare problemi soprattutto sulle fasce, dove poteva essere devastante e invece è stata intermittente. Ecco, vorrei vedere una gara devastante da parte degli esterni, che nelle rare partite in cui hanno giocato bene ci hanno fatto divertire. E il Napoli da quelle parti soffre parecchio quando viene attaccato. Voi, invece? A che punto siete? E ti chiedo: di cosa avete bisogno per puntare al primo posto?

AF: Il Napoli verrà col suo vestito “classico”, questa squadra è ampiamente definita da tempo. Dal punto di vista del gioco, sai benissimo che i nostri principi e il nostro atteggiamento non si modificano in base dell’avversari. Per quanto riguarda la formazione, invece, si parla di un dubbio Mertens/Milik, che in realtà per me non esiste. Giocherà Dries, un vostro presunto “oggetto del desiderio”. Qualche ballottaggio a centrocampo, ma parliamo di struttura e non di sovrastruttura.

Sul primo posto: io credo che questa squadra abbia bisogno di continuare a crescere. Secondo questo progetto societario, secondo le idee di questo allenatore. Per dimensione economica della proprietà attuale, è difficile fare più di quanto fatto senza una programmazione strutturale e strutturata, quindi pluriennale – che comporterebbe rinunce temporanee in caso di stadio nuovo, dato che Adl non possiede la Fiat è non è un uomo Suning. Una cosa che Napoli, secondo me, non saprebbe e potrebbe aspettare.

Quindi, si può solo sperare (e credere) che il progetto tecnico varato per il post-Higuain possa essere integrato con altri calciatori dal profilo simile, in modo da aumentare la qualità della rosa anno dopo anno. Da 82 punti nel 2016 a 85 nel 2017 a 88 nel 2018 e così via. Insistendo in questo modo, potrebbe arrivare anche il primo posto. Che poi, se ci pensi, è l’unica cosa che è mancata. Siamo arrivati per due volte secondi, dietro una squadra che ha stracciato tutti i record. Diciamo che il mancato scudetto non è proprio tutta colpa nostra, ma anche merito dei signori in bianconero.

Passato, presente, futuro

CC: Mi dici i 5 giocatori dell’Inter che sarebbero stati benissimo con la maglia del Napoli?

AF: Divido la risposta in due, se mi permetti. Convocherò “cinque” calciatori del presente e poi “cinque” del passato. Giuro che non sarò troppo prolisso nonostante le promesse bibliche – te lo spiegano le virgolette. Per il presente dico Icardi, Icardi, Icardi, Icardi e Handanovic. Reputavo e reputo il vostro capitano come l’unico in grado di sostituire degnamente Higuain, dal punto di vista meramente realizzativo quanto per aderenza perfetta al gioco di Sarri, al modo di intendere il centravanti del nostro tecnico. Credo si sia capito anche dalla mia insistenza, sul Napolista e non, per promuovere il “partito di Maurito”. Ti confesso che anche il direttore Gallo ha una cotta enorme per lui. Ci metto vicino anche Samir, probabilmente il portiere più completo e reattivo che abbia mai visto in Serie A. Uno dei pochi che, con le sole doti da portiere, permetterebbe un upgrade reale rispetto a Reina.

Dal passato, stessa operazione di selezione particolare: Recoba, Recoba, Recoba, Recoba e Sneijder. Per quanto riguarda il Chino: penso che per estro e assoluta follia sarebbe stato l’unico in grado di ricreare – almeno in parte – il cortocircuito maradoniano. Il suo essere mancino, le sue punizioni, non so, ho sempre avuto questa sensazione. Napoli, forse, avrebbe potuto curare la storica discontinuità (sì, dalle nostre parti siamo così presuntuosi da credere di poter incidere davvero su un calciatore). Sneijder, invece, è una preferenza personale. Credo di non ricordare un calciatore in grado, fin dal suo arrivo, di incidere così profondamente su una squadra, pur non essendo un fuoriclasse propriamente detto. Ovviamente, parlo del Wesley di Mourinho. Tendo a dimenticare le disgrazie, quindi il suo post-Triplete.

Detto questo, rigiro a te la domanda. Però, con qualche filtro: non c’è bisogno di arrivare fino a cinque, ne puoi scegliere uno del presente e uno del passato. Quello del passato, se vuoi, puoi metterlo accanto a Maradona. Che – suppongo – avresti voluto in nerazzurro, o no? Ah, e poi un giudizio su Icardi. Fammi sapere che ne pensi, da interista.

Reina leader, Handanovic portiere

CC: Non ci crederai, ma io farei volentieri uno scambio di portieri. Intendiamoci Samir è fortissimo, ma invidio al Napoli la leadership di Reina. Sono fermamente convinto che a certi livelli i portieri siano tutti bravi, lì dove non si chiamino Buffon ed appartengano quindi ad un’altra categoria, perciò la differenza non la fa tanto il miracolo in più quanto l’atteggiamento. Reina in questo mi fa impazzire. Chiaramente vi invidio tantissimo il contesto, Reina lo sa e calca la mano. Mi sarebbe piaciuto molto vedere Hamsik nel contesto nerazzurro, credo che ci siamo andati vicini negli anni di Mazzarri, e sono del parere che Marek sia un giocatore di caratura mondiale.

Parlando del passato, e lasciando gli dei al posto loro, quindi in una teca accanto a San Gennaro, avrei fatto carte false per vedere il miglior Alemao all’Inter. Parlo dell’Alemao che decise semifinale e finale di Coppa Uefa a fine anni 80. Un tuttocampista eccezionale, accanto a Berti sarebbe stato spaventoso. E poi vuoi mettere vederli tutti e due con il calzino abbassato.

Hai detto tutto tu su Icardi (questo pezzo qui, pubblicato su Rivista Undici). A volte ho l’impressione che sia l’uomo giusto al posto sbagliato. Un attaccante tra i primi dieci al mondo: concreto, astuto, e che in alcune occasioni ha mostrato di saper giocare anche per la squadra. Leader? Forse no, a mio parere il capitano poteva essere un altro, e vado sempre a memoria, nella storia nerazzurra i capitani “storici” sono dei difensori: Facchetti, Bergomi, Zanetti, perché siamo una squadra che non ne hai mai fatto una questione di spettacolo. Ma di lavoro.

Sinceramente non ho troppo da rimproverare a Icardi, non è colpa sua se qualcuno reputa sensato pubblicare una sua biografia, o se ogni anno i suoi gol risultano inutili. È un grande attaccante, e spero riesca a liberarsi di tutto quello che non gli riguarda e non gli appartiene. Ovvero tutto ciò che non sia fare gol, leadership compresa.

San Siro, San Paolo

CC: Un’ultima domanda per te: Il tuo ricordo più bello di San Siro?

AF: Ci sono stato due volte, durante la scorsa stagione. Il derby d’andata, 1-0 gol di Guarin, e Milan-Napoli 0-4. Della prima partita, ricordo con il cuore che batte la perfetta civiltà di tutti, impegnati solo a godersi una serata di calcio. Tifosi mischiati in metro e allo stadio, stranieri e famiglie, un’atmosfera fantastica.

Della seconda, ricordo l’uscita da San Siro. Eravamo nel settore ospiti, ultimo anello, ci trattennero allo stadio per un’oretta dopo il 90esimo. Poi uscimmo, tutta la discesa lungo la torre a intonare cori e due ali di funzionari dell’ordine ad aspettarci. Noi camminavamo nella strada aperta da questo doppio cordone, e intanto cantavamo mentre loro ci guardavano saltare ed esultare ancora. Avevamo vinto 4-0, in trasferta, a Milano, con una prestazione da favola. Credo sia il racconto che farei a chiunque mi chiedesse “descrivimi la tua felicità riferita al calcio”.  Tu sei mai stato al San Paolo?

CC: Ti confesso di no, credo sia l’unico grande stadio italiano che mi manchi. Credo sia dipeso da una serie di congetture: distanza, opportunità, tifo. Avrei voluto esserci nel giorno in cui tutto lo stadio ha cantato Napule è di Pino Daniele, per dedicarla al cantante scomparso. L’ho vista in tv e mi sono venuti i brividi, chissà cosa avrei pagato per esserci. Così come vorrei sentire dal vivo l’urlo “The Champions”. E per quanto riguarda il passato mi sarebbe piaciuto respirare il clima delle sfide tra Maradona e il Milan di Sacchi. Poesia pura. Come fai a non emozionarti?

Per quanto riguarda noi, anche se non me l’hai chiesto, il mio ricordo più bello è lo scudetto del 1989. Che arrivò proprio a San Siro in una partita contro il Napoli. Erano i giorni di “È qui la festa” e la gara la decise un ragazzo magico. Michele Dalai racconta quella giornata qui, ed è uno dei pezzi più belli del nostro blog. In bocca a lupo per lunedì!

AF: Allora prendiamo appuntamento per l’anno prossimo. Napoli-Inter si giocherà sicuramente, per l’urlo Champions stiamo lavorando. Io ti aspetto, comunque. L’ospitalità dei napoletani è un luogo comune, ma è verificato nella realtà.

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Editoriale

Calci in culo & tabella scudetto

No eh?, astenersi decoubertiniani e suffragette e pacifisti e dame di San Vincenzo. Fa bene la societá a prendere provvedimenti contro la squadra e a sputtanarla con un comunicato scritto in collaborazione con Kim Jong-un. A parte che, santa madonna, questi imbecilli bisognerebbe prenderli tutti a calci in culo da Appiano Gentile a Nanchino, e bòn. Ma la questione è un’altra e molto più terra a terra. Mancano ben cinque partite alla fine del campionato e la tensione nella squadra va tenuta alta perchè gli obiettivi sono ancora tutti possibili. Vediamo come.

Qualificazione Europa League.

L’Inter, pur facendo profondamente ca-ca-re da un mese e rotti, è ancora in grado di acciuffare la qualificazione alla competizione che abbiamo profondamente onorato nella prima parte di questa stagione. Possiamo arrivare quinti se

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

e addirittura arrivare quarti se la Lazio non fa più di 6 punti.

Cioè, è praticamente fatta. Ma non finisce qui, uomini di poca fede.

Qualificazione preliminari Champion League

Non ingannino i 19 punti di distacco dalla Roma e i 15 dal Napoli. L’Inter può qualificarsi per i preliminari di Champions League se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto.

Ma attenzione.

Qualificazione diretta Champions League

L’Inter può ancora arrivare seconda se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto

– la Roma si ritira dal campionato oppure le perde tutte e viene penalizzata con effetto immediato di 2 punti per una qualsiasi cazzata che al momento, per scaramanzia, non precisiamo ma che sicuramente la Roma è in grado di fare.

Ma attenzione.

Scudetto

Non ingannino i 27 punti di distacco dalla Juve. La vittoria in campionato è ancora possibile se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto, e comunque per sicurezza viene penalizzato di un punto per dichiarazioni di De Laurentiis lesive dell’onorabilità di qualcuno o per la mancanza di acqua calda nello spogliatoio degli arbitri al San Paolo (promemoria per Zanetti: contattare un idraulico compiacente in zona Napoli)

– la Roma si ritira dal campionato in solidarietá con Totti che si ritira, e viene penalizzata di 2 punti per essersi ritirata dal campionato per futili motivi, presenta ricorso ma lo ritira

– la Juventus per prepararsi al meglio per la Champions non si presenta alle ultime 5 partite e viene penalizzata ogni volta di 3 punti

– Vettel vince, o arriva secondo ed Hamilton arriva terzo, o arriva terzo ed Hamilton arriva quarto, o arriva quarto ed Hamilton arriva quinto

– che al mercato mio padre comprò.

Quindi, ragazzi, adesso andatevene in ritiro alla Cayenna e poi sguainate i coglioni. Tutto è ancora possibile, nonostante voi. Forza Inter, viva Suning, ok alle pene corporali, abbasso tutte le altre a parte la Juve (nel senso che per questo caso particolare il blando “abbasso” va rimpiazzato dal suffisso “merda”).

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La Tattica

Visti da Vecino: il disperato angolo tattico

di Michele Tossani

28° giornata di campionato: Inter – Atalanta 7-1. Con quella vittoria i nerazzurri si trovano a due soli punti di distanza dalla Lazio, due di vantaggio sui Bergamaschi e quattro sui milanisti. Da quel momento è crollato il mondo. I nerazzurri infatti hanno racimolato appena due punti nelle successive cinque partite, con un crollo verticale clamoroso.

Che cosa è successo?

È probabilmente successo che i limiti di questa squadra, nascosti nella prima parte della gestione Pioli, sono riemersi. Limiti psicologici certamente, caratteriali, ma anche limiti tecnici di una rosa evidentemente sopravvalutata. La prima parte della cura Pioli, infatti, aveva illuso molti. Ma il tecnico emiliano, buon allenatore (potenziatore o normalizzatore, fate voi…) non è un mago e non poteva di colpo aver guarito la squadra dai mali endemici che questa aveva mostrato fin dalla fine dell’epopea manciniana. E infatti contro la Fiorentina si è rivista quella squadra debole psicologicamente e sfilacciata tatticamente che aveva negativamente impressionato all’inizio di questa stagione.

Una squadra, appunto, deboeriana, con tanti saluti ai molti che ritenevano il tecnico olandese un visionario incapace di dare un senso tattico compiuto ad una banda di presunti fenomeni. Evidentemente questa squadra ha dato anche più di quanto potesse dare dopo l’avvicendamento in panchina per poi tornare a presentare gli stessi errori strutturali che ne avevano minato la partenza in campionato. È una cosa che succede spesso alle squadre chiamate a fare grandi rincorse per rimontare posizioni in classifica: dopo una prima parte in cui si riesce (non sempre) ad invertire la rotta, arriva una seconda fase (più o meno lunga lo vedremo) nella quale i limiti tornano a galla. E, di limiti, questa Inter ne ha parecchi. A cominciare dal reparto difensivo.

Basti pensare che, nelle ultime quattro partite, i Nerazzurri hanno concesso qualcosa come 11 gol. Inammissibile per una squadra con le ambizioni dell’Inter. La partita con la Fiorentina ha rappresentato l’apogeo di questa debacle difensiva: in ogni gol subito ci sono stati errori individuali marchiani (da quello di D’Ambrosio che non chiude su Milic permettendo il cross da cui scaturisce il primo gol di Vecino all’errore di Medel che copre male la palla e fa entrare in area Babacar in occasione del quarto gol gigliato, passando per la situazione di due contro due a centrocampo letta male da Gagliardini che permette la doppietta personale di Vecino).

Medel è un centrocampista che, in corso di stagione, può essere impiegato alla bisogna come difensore centrale. Ma resta un centrocampista. In difesa fa fatica. Il suo spostamento nella linea arretrata è stato dovuto al fatto che, come alternativa, rimanevano Murillo e Medel, ad oggi coppia centrale di scarso affidamento. Sugli esterni rimane ancora insoluta la questione terzini. Appena sufficiente D’Ambrosio, inguardabili fin qui gli altri (Nagatomo, Ansaldi, il desaparecido Santon). Si era detto che i mali della retroguardia nerazzurra erano da addebitare alla scarsa copertura offerta dai centrocampisti e all’eccessivo sbilanciamento in avanti mostrato con FdB.

Ma anche con Pioli la retroguardia, apparentemente più coperta, non ha mostrato segni di miglioramento. Apparentemente perché, in realtà, a centrocampo continuano ad esserci dei buchi clamorosi. E qui si deve chiamare in causa Pioli. La soluzione 4-2-3-1 con due interni come Kondogbia e Gagliardini, infatti, ha funzionato soltanto inizialmente e in partite nelle quali l’Inter è stata in grado di attaccare con costanza. In fase di non possesso palla invece sia il francese che l’ex atalantino hanno mostrato pecche non da poco, in primis quella di non seguire mai il centrocampista avversario che arriva da dietro.

Chiedere al trequarti di scendere nel primo campo a dare una mano è, con Banega e Joao Mario, utopistico: il primo perde più palloni di quanti è in grado di conquistarne mentre il portoghese è anarchico e poco incline alla fase difensiva. L’alternativa potrebbe essere un 4-3-3 ma fatto con gli uomini giusti. L’unico centrocampista difensivo è, appunto, il Medel dirottato in difesa. Di certo non Brozovic, altro incursore e uomo in netto calo a livello di performance. In avanti poi c’è la questione Icardi. Nonostante i 24 gol fino ad ora realizzati, Maurito non è sempre stato servito a dovere dai compagni. In molte partite l’argentino ha toccato pochi palloni. L’utilizzo dei cross non basta anche perché l’Inter è sì la squadra che realizza più cross a partita di tutte (32) ma la percentuale di successo di questi è piuttosto bassa (6%).

Pesa anche l’involuzione di Candreva nelle ultime settimane.

La sconfitta del Milan contro l’Empoli tiene viva la speranza di salvare in qualche modo la stagione. Al termine, come noto, si farà un repulisti per ripartire con un nuovo progetto tecnico che speriamo coinvolga non soltanto l’allenatore ma anche alcuni giocatori. Ha ragione Daniele Dallera sul Corsera di oggi: bisogna ripartire da Handanovic, Icardi, Gagliardini, Candreva, Medel ma anche da Perisic (che andrebbe trattenuto anche di fronte a offerte faraoniche), Ansaldi (come alternativa ai titolari) e, forse, Joao Mario (qui sì che si potrebbe capitolare di fronte ad un’offerta allettante).

Ausilio e Zhang, speriamo almeno che la gita a Firenze sia servita a sciacquare i panni in Arno.

 

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Editoriale

Cosa resterà, di quest’anno lungo come ottanta? (Il tenero Pioli, le rulete e la notte che non finisce mai)

Hanno festeggiato come fosse una finale di Champions League, vinta e non pareggiata. Fatta pace con il fastidio iniziale, penso abbiano ragione loro. Mica perché mi piaccia in qualche modo la teoria dello sfottò con tutte le minchiate che l’accompagnano (sono uno di quelli che non ha mai usato il telefono dopo vittorie nostre o sconfitte altrui, mi sembra una gran perdita di tempo, mi sembra di sottrarre minuti alla gioia), ma perché penso che l’impresa l’abbiano fatta eccome e che vada ben oltre il 2 a 2 conquistato alla fine del recupero più lungo di tutti i tempi. Il Milan è una squadra incollata con lo sputo, lo dico con bonomia e ammirazione, messa insieme da gente che sa di calcio ma che non aveva più denaro da spendere, un Frankenstein di pezzi difficili da assemblare e motivare, tra prestiti e parametri zero, stranieri bolsi a fine corsa e ragazzini della Primavera che ti chiedi se si siano mai fatti la barba o è ancora troppo presto.

Ebbene quella squadra che in potenza e sulla carta sarebbe orribile ha giocato e continua a giocare un campionato eccellente, un po’ come il calabrone che vola nonostante le leggi della fisica. Il merito è dell’allenatore, che non è simpatico e sta interpretando al meglio il suo ruolo di nemico (i commenti dopo i due derby, andata e ritorno, sono pessimi e ci vuole tutta la lucidità del mondo per continuare a parlare bene di Montella fingendo che non abbia rilasciato quelle interviste), ma che sa come motivare guidare un gruppo di improvvisati.

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Intendiamoci, al di là dell’astiosa interpretazione delle partite di Montella e della gestione divina del tempo dell’innovatore Orsato, il Milan sabato non avrebbe dovuto pareggiare, meritava la sconfitta e forse l’onore delle armi per il quasi assedio finale (senza mai tirare in porta, un 2 su 2 perfetto). Ma le partite son fatte anche di rabbia e voglia e lì, amici miei nerazzurri, cascano tutti i nostri numerosissimi asini. Prendiamo ad esempio l’ingresso in campo di Lapadula ed Eder. Il milanista è uno di quelli che ai tempi di Ciccio Graziani avremmo definito generoso ma sega. Corre e picchia come fosse un difensore ed è entrato con la faccia di chi potrebbe uccidere a mani nude e si è dannato l’anima per i pochi minuti della sua partita. Eder no, sembrava un dopolavorista al calcetto del giovedì, ha sbagliato i primi tre tocchi, inspiegabilmente molli, e si è spento subito. L’Inter di quest’anno, al netto degli allenatori, è un gruppo di giocatori che faticano a diventare una squadra, in cui le pulsioni del solista spesso distruggono il lavoro del coro. Ho contato almeno due rulete (Miranda e Candreva), in momenti in cui c’era da pedalare e sudare, ho visto centrocampisti che nel momento più difficile della partita facevano un metro in meno piuttosto che farne uno in più e in generale una condizione fisica disastrosa (da Torino l’Inter non corre più). Ho visto nazionali brasiliani e cileni spazzare a campanile a 10 minuti dalla fine, invitando il Milan a piantare le tende troppo vicino all’area di Handanovic perché finisse bene.

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Non sono un tecnico, non ho studiato a Coverciano ma il buon senso mi impone una domanda a Pioli: perché giocare la partita perfetta per 60 minuti, perché pressare alto e imporre un ritmo elevatissimo se poi si è consapevoli di non aver benzina per arrivare alla fine? Perché a quel punto rinunciare al gioco e accettare l’assedio disperato (Montella gioca gli ultimi 10 minuti con un mostruoso e scellerato 4 – 1 – 5)? Perché in campo nessuno sembrava aver idea di come gestire quel pericolosissimo arretramento e arroccamento sulla linea della trequarti difensiva? Perché questa condizione fisica penosa? Son tutte domande alle quali sono certo che Pioli abbia buone risposte, il fatto è che non è più tempo di risposte. A ottobre l’Inter ha battuto la Juventus in una delle uniche partite di vera sofferenza per la squadra che presumibilmente porterà a casa almeno due dei tre trofei che insegue. Frank de Boer ha mostrato che esistono tanti modi di attaccare nonostante una rosa inadeguata (per le scelte di ruolo e non certo per i milioni bruciati come ogni anno, compreso i due della transizione di Thohir), e non solo un diluvio di cross per l’unica punta. De Boer è stato esonerato perché stava svalutando la rosa (sic), aveva messo fuori squadra Brozovic (quello delle ultime partite disgustose, quello del selfie nella tinozza poche ore dopo la fine del derby), e non capiva Kondogbia (che magari non è il disastro che pensava lui ma di certo nemmeno il fuoriclasse che pensavamo noi). Per imparare a giocare bisogna avere il tempo di farlo, all’olandese non è stato dato e pazienza, inutile continuare a piangerlo, a suo demerito partite sbagliate come quelle casalinghe con Palermo, Cagliari e Bologna.  Pioli è stato presentato come un normalizzatore, quello che avrebbe riportato i volumi al loro naturale livello, quello che avrebbe ricostituito una situazione tranquilla da cui ripartire.

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Ma se in un gruppo di giocatori come il nostro di normale non c’è niente, il compito di Pioli e la sua permanenza all’Inter rischiano di diventare una gran perdita di tempo per tutti. Se per cavare sangue dalle rape servono miracoli, forse è il caso di affidarsi a qualcuno che abbia idea di come farli. 10 allenatori in 8 anni son troppi? Può darsi, ma la confusione di questi ultimi due mesi mostra che all’Inter il basso profilo e l’understatement non funzionano e che ci vuole qualcuno che da subito sappia integrare più funzioni e occuparsi anche del mercato, senza accettarlo passivamente, perché se è vero che Ausilio sa fare piccoli miracoli in entrata (pagandoli comunque a caro prezzo), in uscita è un mezzo disastro e il suo ruolo in società è diventato un po’ troppo ampio in un tempo non sufficiente a farlo crescere professionalmente.

L’Inter è una squadra pensata male e non può essere una colpa degli allenatori, non degli ultimi due.

Ma non uccidiamoci di autoanalisi e autocritica. Con tutta probabilità non giocheremo  l’Europa League, che è un peccato nonostante l’atteggiamento imbarazzante della squadra nella stagione passata. Pazienza, di nuovo. Che sia un altro (cosa forse auspicabile a questo punto), o il mite Pioli la sostanza non cambia, serve un corposo mercato in uscita e un po’ di acume in entrata, ma soprattutto serve costanzaAbbiamo una società strutturata, seria. Dirigenti che devono solo imparare a stare vicino ai giocatori, mostrare loro un modello aziendale solido che ne ispiri uno comportamentale. Ma rispetto alle ombre di 4 anni fa siamo in una situazione ideale. Il futuro è un posto bellissimo a patto di intervenire radicalmente sul materiale umano a disposizione e scegliere uno staff sportivo all’altezza di quello manageriale.

La rabbia resta. Abbiamo concesso a una società in terribile crisi, tenuta in piedi da una stagione all’arma bianca di tecnico e giocatori, di festeggiare un pareggio come fosse una vittoria. L’acquisto più caro della campagna estiva del Milan lo scorso anno? Proprio Lapadula, 9 milioni di euro. Le decine di milioni spese dall’Inter comportavano almeno la responsabilità di una stagione gagliarda, diversa da quella che si sta afflosciando nel finale e non come un incubo, nemmeno quello. Al limite una brutta pennica disturbata dalla digestione, svegliarsi più stanchi di come ci si è addormentati.

Perché più del 2 a 2 al 97′ a far male è l’indolenza, la remissività e l’aver pensato che si giocasse a figurine, che bastassero i nomi messi in fila con eleganza a vincere un derby, la partita di lotta per eccellenza.

Bravi loro, fessi noi (ripetere a piacimento).

 

 

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Riflessioni notturne di un interista frustrato

di Vincenzo Renzulli

Sono le 3 di notte, sono appena rientrato a casa. Napoli di sera ha una magia tutta sua. Era da tanto che non mi immergevo tra i vicoli del centro storico, che non respiravo quell’odore di pizza e di frittura che si sprigiona dai locali lungo via dei Tribunali. Ho trascorso la serata con due amici storici dei tempi dell’Università, che come tanti si sono trasferiti altrove per lavoro, ma che quando rientrano per qualche festività sono sempre i primi a farsi sentire per una rimpatriata a base di buon cibo, risate e calcio. Si, il pallone è sempre presente nei nostri discorsi.

Si parla della perfezione dell’Amsterdam Arena (visto che uno dei due lavora ad Amsterdam e recentemente ha visto lì Olanda-Italia) rispetto ai nostri stadi obsoleti, e ovviamente di Napoli. Loro tifano per gli azzurri e sono contenti del bel gioco e di tutto il resto. La squadra è giovane, in prospettiva può crescere ancora, ma presto il discorso finisce su Inter-Milan (anche se nel frattempo si sta giocando Napoli-Udinese, e dalle urla di gioia che si sentono ogni tanto capisco che i Sarri boys alla fine un paio di gol dovrebbero averli segnati). Io prendo sul ridere i loro sfottò sul recupero eterno di Orsato, sulla difesa piazzata a su quell’ultimo calcio d’angolo, sui cambi senza senso di Pioli, sui cinesi che non ci capiscono una mazza. Mi sembra di aver digerito la delusione, si va avanti. E poi alla fine anche noi nel Derby d’andata pareggiammo all’ultimo secondo, su calcio d’angolo, su una spizzata in area per l’uomo sul secondo palo. Il calcio dà, il calcio toglie.

A casa però, una volta rientrato è diverso. Sono solo e ripenso a me sul divano, qualche ora prima, a fissare lo schermo della televisione mentre gli increduli calciatori milanisti e la nuova dirigenza dagli occhi a mandorla esultano dopo la convalida del gol in cui ormai non speravano più. Maledetto Orsato, maledetta difesa che si è dimenticata di Zapata, maledetto lo stesso Zapata che un gol in acrobazia come quello non lo ha mai segnato neanche a PES. Non ho smaltito proprio niente, anzi, a mente fredda sto peggio di prima. Il Milan, escluse le accelerazioni di quel piccolo diavolo di Deulofeu (che quando parte sembra Speedy Gonzales) e qualche giocata di Suso (ben tenuto da Nagatomo, pensa te) non mi è sembrato niente di trascendentale. Una squadra unita e con un’idea di gioco precisa, questo è da ammettere, ma poco di più.

La partita l’abbiamo pareggiata noi, non loro, l’ha pareggiata Mister Pioli con delle scelte incomprensibili. Ha ragione Roberto nelle sue pagelle “sante”: ha tolto in ordine l’uomo in grado di creare superiorità in contropiede (Perisic), quello che fino a quel momento era stato nettamente il migliore dei nostri (Joao Mario) quello che sembrava essere il più in forma (Candreva, che però a parziale giustificazione di Pioli era stremato) per mettere Biabiany, che ormai pensavo disperso in qualche bosco nei dintorni di Appiano. L’ingresso di Murillo in campo al posto del portoghese, con Montella che poco prima aveva mandato in campo Lapadula per l’ultimo assalto disperato con tutti gli attaccanti, è stato un errore imperdonabile.

La squadra da quel momento in poi non ci ha capito più niente, l’assetto diverso ha fatto saltare le distanze e le posizioni. Psicologicamente poi ha avuto sul Milan lo stesso effetto della siringa d’adrenalina piantata da John Travolta/Vincent Vega nel petto di Uma Thurman/Mia Wallace in overdose, nella scena cult di Pulp Fiction: rianimazione immediata.

Ahinoi, non siamo proprio capaci di gestire un risultato, non è nel Dna di questa squadra chiudersi dietro per difendere un vantaggio. L’Inter deve giocare sempre a ritmi alti, deve macinare gioco fino alla fine perché non ha ancora la capacità di scalare marcia. Un difetto che Pioli non è riuscito a correggere.

Rivedo per l’ultima volta le interviste, gli highlights, ascolto le parole di Montella che stavolta ha da ridire sul presunto tempo perso dai nostri (bravo allenatore eh, ma il suo modo di dire cose anche sgradevoli con quel sorrisetto beffardo mi sta un po’ sulle scatole). Spengo, vado a letto. Quest’anno, tra Pasqua e Pasquetta, per la prima volta la cosa più difficile da digerire non sarà la pastiera di mia madre.

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Inter-Milan, le “sante” pagelle e le residue speranze di Pioli

 

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Nella celebrazione della Santissima Pasqua, e prima delle pagelle (rammentandovi che nelle ultime quattro partire ne abbiamo pareggiate due e perse altrettante), vorrei ricordare due Santi a me cari in questo sabato caritatevole, invocati a gran voce durante la gara. Il primo è Santo Daniele Orsato Martire (una mia speranza) da Montecchio Maggiore, uno dei pochi uomini in grado di moltiplicare i minuti dilatando il tempo a suo piacimento (specie quello di recupero). Riuscisse a farlo anche con i centimetri farebbe i soldi a palate. Il secondo è Santo Stefano Pioli da Parma, detto il normalizzatore, l’unico allenatore in grado di resuscitare, con spirito cristiano e cambi ecumenici, partite già morte per gli avversari. A loro tutto il mio più sincero augurio di poter far del bene, ma altrove.

Handanovic – 7,5
Sarà per questione di metabolismo o perché non digerisce il pranzo, ma l’idea, per il futuro, è quella di farlo giocare sempre a mezzogiorno. Ci sorregge nei minuti di maggiore sconforto, specie nel primo tempo. Chirurgico nelle uscite basse.

D’Ambrosio – 6,5
Con quel suo taglio di capelli, all’inizio dell’anno lo avrei visto meglio accanto a Maria De Filippi in Amici. Mi devo ricredere, anche di fianco a Medel non sfigura. E’ cresciuto molto. Dalla sua parte ha un cliente difficile come Deulofeu. Però oggettivamente riesce a fare bene sia la fase difensiva che quella offensiva.

Medel – 6,5
Se giocassimo a Jorkyball lo vorrei sempre nella mia squadra perché negli spazi piccoli si muove come un furetto in un pollaio e in area di rigore lo trovi sempre pronto a far casino. Ma quando il campo si allunga, cominciano i dolori. Appuntarsi, please: comprare vero centrale per l’anno venturo.

Miranda – 6,5
Ne sbaglia poche ed è l’unico che dà una sensazione di sicurezza alla difesa. Ad avercene (magari un po’ più giovani).

Nagatomo – 6
E’ la mossa a sorpresa di Pioli. Contiene Suso e quando la squadra è alta si muove meglio senza sbavature. Negli ultimi minuti, che c’è da difendere, entra in confusione. Siamo in attesa di capire quando partirà per il suo viaggio di nozze. Lungo, mi raccomando.

Il Gaglia, questa volta, prende 6 (e mezzo)
I primi trenta minuti sono da brivido. Poi cresce. Assist per Candreva, ordine a centrocampo. Finché Pioli non snatura la squadra nel mezzo si fa valere. Poi liberi tutti.

Kondo – 6,5
E’ la spalla ideale di Gagliardini. Con lui è quasi perfetto, senza è perso. Indovina i tempi di anticipo, fa ripartire la squadra. Alle volte assomiglia a Pogba. Ma solo qualche volta e da molto lontano.

JM – 7,5
In questa gara è la mente a trazione integrale. Corre, lotta, anticipa, riparte, ma soprattutto pensa. E’ tutto quello che avevamo visto di bello in lui all’inizio di stagione. Sarà per questo che Pioli lo richiama in panchina.

Murillo – Mah?
Si imbuca in una festa non sua. Non stiamo qui a ricordare che con lui in campo ne abbiamo presi due, saremmo vili, possiamo però dire che senza di lui stavamo vincendo con due gol di scarto.

Candreva 7,5
Ridicolizza De Sciglio. Obietterete che ci vuole poco, ma comunque oggi gioca con i tempi giusti. A volte succede anche a lui.

Perisic 7,5
Quando ho visto la tabella luminosa indicare il suo numero ho sperato che fosse una fake news. Se vinci due a zero e togli l’uomo che riesce a coprire da solo settanta metri di campo con la stessa facilità con cui io copro la distanza letto-divano, vuol dire che in testa hai il sale grosso. Era infortunato? Da come correva non sembrava.

Eder 6
La differenza con Perisic è quella che intercorre tra un purosangue “Thoroughbred” e un levriero italiano. Tutti e due corrono veloci, ma con quelle praterie il cavallo fa più strada. Sbaglia una palla facile per Icardi in un “due contro due”.

Icardi 7
Alcuni storceranno il naso ma è comunque una presenza costante. Un gol, un mezzo assist, tanta corsa e molto sacrificio. Da lui non si prescinde (per ora).

BiabiaCHI?

Pioli – 4
Nel derby di andata ebbe il merito di indovinare i cambi. In quello di ritorno di sbagliarli tutti. Nell’ordine:
ha tolto l’uomo in grado di creare superiorità in contropiede,
quello che pensava,
quello che sembrava essere il più in forma.

Non so se la somma dei derby si equivalga. L’unica certezza è che dopo Crotone e questa partita si è giocato le residue speranze di rimanere. E fatemelo dire: bene così.

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