Walter Zenga, l’Innamorato

“Walter, dicono che sia la tua ultima partita…”

“Ma chissenefrega!”

Finisce così, con un chissenefrega, la carriera di Walter Zenga all’Inter.
L’11 maggio 1994 l’Uomo Ragno, dopo 12 anni e la conquista della seconda Coppa Uefa della storia dell’Inter, sta per dire addio ai colori del cielo e della notte. È un epilogo dolceamaro: l’Inter vince una coppa prestigiosa dopo una stagione imbarazzante, indecifrabile, che la porta a un passo dalla B, tuttavia perde il suo portiere-simbolo, un personaggio sì istrionico, ma eccezionale tra i pali: uno dei migliori al mondo.

Walter Zenga nasce nel 1960 a Milano. Comincia a giocare, come tutti, in cortile e all’oratorio. Ma il giovane Walter sogna, come molti suoi coetanei, la Macallesi calcio. La voglia di arrivare è tanto forte da spingerlo a falsificare la data di nascita pur di giocare: sul cartellino fa scrivere “anno di nascita 1959”, perché bisogna avere dieci anni per fare agonismo, e Walter ne ha solo nove

Alla Macallesi resta poco: già a 11 anni entra nei pulcini dell’Inter, dove resta fino ai 18 anni, quando viene prestato alla Salernitana, in C1. Gli inizi sono spesso difficili, e anche Zenga non fa eccezione: le doti ci sono, ma alcuni errori lo buttano giù. Vuole lasciare la squadra, nonostante l’appoggio dei tifosi salernitani. Passa al Savona, poi alla Sambenedettese, che aiuta a salire in serie B; ci resta un altro anno e para, para tanto. Infine, nel 1982, approda all’Inter. Dopo aver fatto il raccattapalle, dopo aver tifato dalla curva, ecco la possibilità di difendere i pali della Beneamata: il miracolo del ragazzo di viale Ungheria si è compiuto.

Prima di scendere in campo e mostrare le sue doti ai tifosi, però, il futuro Uomo Ragno, Deltaplano per Gianni Brera, deve aspettare. Ha davanti Ivano Bordon, un veterano, un portiere esperto, affidabile, serio. Nel frattempo, fa qualche apparizione in Coppa Italia, dove mette in luce il suo talento tra i pali, quel talento che lo porterà a essere eletto più volte il miglior portiere del mondo.

Zenga comincia la stagione 1983-1984 da titolare. Vola tra i pali, si riempie di gel i capelli e mastica tante gomme. I voli sono “plastici”, come si usava dire allora, le uscite molto meno efficaci, anzi; Beppe di Corrado, sul Foglio, scriveva qualche anno fa: “Il tempo, dicevano. Non sapeva scegliere quando e come, i passi, i movimenti, le braccia tese o raccolte”.

Tuttavia, i difetti in uscita non scalfiscono la sua abilità tra i pali. Conquista l’Inter, conquista la nazionale (nel 1986 è già terzo portiere ai mondiali messicani), si prende la maglia da titolare e se la tiene, spesso a discapito di Tacconi, portiere della Juventus, eterno rivale di un’eterna rivale.

Per vincere Zenga deve aspettare il 1989, quando l’Inter conquista lo scudetto dei record, guidata in panchina da Trapattoni e sul campo da fuoriclasse e campioni come Matthäus, Bergomi, Brehme, Diaz, Serena e, appunto, Zenga, che nel 1989 si aggiudica anche il premio come portiere dell’anno IFFHS. Walter para, difende porta e onore dell’Inter, conduce programmi televisivi; lo definiscono guascone, ne evidenziano i difetti come rigorista e nelle uscite, ma lui tira dritto, continua a parare e vince un’altra volta il titolo di miglior portiere del mondo.

Nell’estate del 1990, tutti gli occhi e i cuori sono per la nazionale azzurra. Si gioca il Mondiale in Italia, le notti magiche riempiono il cuore dei tifosi di speranza e desiderio. Zenga raggiunge il record di imbattibilità dei Mondiali (517 minuti, ancora imbattuto) e la semifinale contro l’Argentina, il 3 luglio 1990, può aprire le porte del paradiso.

Quando gli Azzurri vanno in vantaggio con Schillaci, l’eroe nazional-popolare di quell’estate, sembra che il trionfo sia davvero a un passo. Nel secondo tempo, però, il patatrac: al 24′, Olarticoechea butta un pallone in mezzo all’area azzurra, e l’Uomo Ragno mostra il suo tallone d’Achille. Cerca di anticipare Caniggia con un’uscita un po’ goffa, fuori tempo; l’argentino, vecchia volpe dell’area di rigore, disinnesca il tentativo di Zenga con un lieve colpo di testa che si insacca. È 1-1.

Il resto della storia la si conosce: l’Italia sconfitta ai rigori e addio al sogno di vincere il Mondiale in casa.

I giornali e i tifosi si scatenano: sul banco degli imputati c’è lui, il portiere dell’Inter, e la sua uscita “a farfalle”. Zenga ne soffre, ma reagisce a suo modo: “Solo Maradona ha capito tutto. Perché lui conosce il calcio: la verità è che è stato bravo Caniggia. È riuscito ad anticipare la mia idea di anticipare lui”. Non gli va giù di essere considerato il capro espiatorio. Ed è per questo, forse, che il giorno dopo il fattaccio qualcuno l’ha visto quasi sorridere. Perché lui accettava le critiche, sì, “ma non in malafede”.

A consolare Zenga, l’anno dopo, ci pensa l’Inter, che vince la prima Coppa Uefa della storia nerazzurra in finale contro la Roma.

Poi, dopo un altro buon campionato, ecco la stagione 1993-1994: una stagione assurda, surreale, tra le più pazze di una storia già pazza di suo. L’Inter, nonostante il mercato roboante, arranca in campionato tanto da rischiare la prima retrocessione della storia. I tifosi mugugnano, anzi, si indiavolano, per utilizzare un termine quanto mai sarcastico. E a finire vittima degli strali dei tifosi c’è anche lui, uno dei simboli dell’Inter, quello della Curva Nord, l’uomo che sognava la maglia nerazzurra sin da bambino. L’8 febbraio 1994 rischia quasi di essere aggredito, e lui non le manda a dire: lo fa con una lettera amarissima, che l’allora moglie Roberta Termali legge in diretta su Telelombardia in cui si rammarica del trattamento riservato a lui e agli altri della vecchia guardia.

“Così, con le vostre inutili parole, otterrete probabilmente il risultato di allontanarli da una squadra che hanno contribuito a fare grande e che senza di loro non sarà mai più la stessa”.

C’è tempo, prima di salutare, di dare un contributo determinante per la vittoria della Coppa Uefa: l’11 maggio 1994, in finale contro il Salisburgo, prima del gol decisivo di Wim Jonk, ci pensa proprio Zenga a salvare baracca e burattini. Lo fa alla sua maniera, togliendo alcuni palloni velenosi, sempre con il suo stile inconfondibile.

Poi, dopo la festa con la sua squadra e i suoi tifosi, la storia finisce. A 34 anni è ora di dire addio. Walter passa alla Sampdoria, poi al Padova, infine al New England Revolution, negli States. Finita la carriera di giocatore, comincia quella di allenatore, fortunata all’estero, molto meno in patria. Il suo sogno, guarda caso, è allenare l’Inter. Ci va vicino nel 2017, quando la società pensa a lui per il dopo De Boer, ma il destino, è evidente, trova sempre il modo di divertirsi: la dirigenza gli preferisce Pioli e Zenga deve rinviare il suo sogno. Chissà ancora per quanto.

Resta il fatto, indiscutibile, che Walter Zenga, l’Innamorato, rappresenti alla perfezione lo spirito dell’Inter: le sue parate, i suoi errori, le sue cadute e risalite sono una perfetta metafora di quello che è la Beneamata da quando i colori del cielo e della notte hanno cominciato a splendere nella città di Milano.

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