Mercato

Metti un Dalbert sulla fascia

Di Vincenzo Renzulli

 

Il rapporto tra l’Inter e i terzini è come una storia d’amore turbolenta, che alterna momenti di passione totale ad altri in cui ci si vorrebbe solo mandare a quel paese. A fare su e giù sulla fascia con la maglia nerazzurra ci sono stati il grande Giacinto, che ha inventato il ruolo di terzino fluidificante, Brehme, Zanetti, Maicon, fuoriclasse che hanno fatto la storia, ottimi giocatori come Maxwell e Chivu (che hanno sempre dato un contributo positivo, pur non essendo a livello di quelli citati in precedenza) e altri che ogni tifoso nerazzurro vorrebbe cancellare per sempre dalla propria memoria.

Soprattutto a sinistra, da quando Hodgson prese la brillante decisione di mandar via il signor Roberto Carlos perché ritenuto troppo scarso in fase difensiva, si sono susseguiti una serie di nomi da galleria degli orrori. Da Macellari a Coco (che era buono, ma fragile come un cristallo), da Michele Serena (stesso discorso di Coco) a Milanese, passando per i vari Gilberto, Silvestre (che poi a Manchester si è parzialmente riscattato), Pasquale, Wome e Alvaro Pereira (mi sale la pressione solo scrivendo il suo nome). Fabio Grosso all’Inter è stato solo la pallida controfigura dell’eroe di Germania 2006 e anche Santon, che a 17 anni annullò Cristiano Ronaldo, tra un infortunio e l’altro poi ha perso la strada verso la vetta,

E poi c’è lui, Vratislav Gresko, professione calciatore da incubo, protagonista principale della disfatta del 5 maggio. Se qualche interista, compreso me, lo incontrasse per strada, gli chiederebbe ancora spiegazioni per quella sciagurata partita con la Lazio, per quell’assist a Poborsky. Ho citato prima Maxwell e Chivu, che il loro dovere lo hanno sempre fatto e Zanetti, che pur essendo destro per qualche anno è stato adattato anche a sinistra con buoni risultati, ma quanto vorrei uno che come il Capitano o come Maicon fosse capace di partire palla al piede come un treno fino ad arrivare nell’area di rigore avversaria o giù di lì. Ecco, Dalbert secondo me può essere un giocatore del genere. Se avete qualche dubbio sulle potenzialità di questo brasiliano classe ’93 guardate il video qui in basso.

Quando il suo nome è stato accostato all’Inter non mi sono esaltato granché, perché sinceramente non lo conoscevo bene (ho visto un paio di partite del Nizza in Europa League, non di più). Il fatto che la società francese ogni volta abbia tirato fuori un prezzo più alto mi ha fatto anche girare un po’ le scatole. Quando sono andato a recuperarmi qualche sintesi allungata delle partite della scorsa Ligue 1 per vedere all’opera questo giocatore però qualcosa è scattato. Dalbert non corre, vola col pallone tra i piedi. Quando parte in allungo gli avversari non riescono a tenerlo, è come se la gravità per lui contasse un po’ meno che per gli altri. Attenzione, non è solo un centometrista che si è dato al calcio (tipo Biabiany, tanto per rimanere in casa nostra), questo è un brasiliano e con i piedi ci sa fare. La dimostrazione sta nel fatto che, tra i pari ruolo, risulta al quarto posto come percentuale di passaggi riusciti (86.2%) dopo il trittico del PSG formato da Maxwell, Aurier e Kurzawa.

Poi gioca indifferentemente nella difesa a 3 e a 4 (con Favre, che i moduli li cambia come le mutande, devi essere capace di adattarti a tutto) e si comporta bene anche a livello difensivo: con 2.6 tackles a partita è stato settimo miglior esterno difensivo del campionato (26° nella classifica generale). Rispetto ad altri calciatori come Sidibe e Mendy del Monaco, Fernando Marcal del Guincamp, Leo Dubois del Nantes o Maxwell gli manca ancora qualcosa in fase di assistenza ai compagni. I giocatori citati in precedenza hanno tutti servito 5 o più assist, Dalbert si è fermato a 3. Per uno come lui, capace di arrivare con facilità fino a ridosso dell’area di rigore, è un numero abbastanza esiguo, segno che c’è ancora un po’ di strada da fare per arrivare ad essere un top del ruolo. Al ragazzo di Barra Mensa però la voglia di sacrificarsi e di lavorare non manca di certo, visti i passi da gigante fatti negli ultimi anni.

Prima in Brasile, col Flamengo, poi in Portogallo con Academica Viseu (in seconda divisione) e Vitoria Guimaraes, infine il Nizza. Dalbert è partito dal basso e anno dopo anno è migliorato, fino a meritarsi le attenzioni di tanti club europei. Al Vitoria tra l’altro lo ha allenato Sergio Conceicao, uno che noi interisti conosciamo abbastanza bene (e che quest’anno allenerà il Porto, tanto per dire), che per lui ha speso parole importanti. “Fisicamente è fortissimoesplosivo, rapido, ha un buon piede. Ha molta qualità e sa prendere a piene mani le opportunità che gli si presentano. Ha la testa per continuare a giocare ad altissimi livelli”.  La testa di uno che sa dove vuole arrivare, la fame di chi è partito facendo lo scaricatore di frutta nei mercati del suo paese per arrotondare e che non si vergogna a ricordarlo sui suoi canali social.

dalbert frutta

L’altro terzino brasiliano, semisconosciuto ai non addetti lavori e proveniente dalla Ligue 1 arrivato all’Inter ha lasciato il segno. Ora ci vuole qualcuno che ci ricordi cosa significa avere un giocatore capace di bruciare la fascia, all’opposto di quella su cui il colosso ha demolito gli avversari. Per sfatare anche la maledizione di Roberto Carlos, dopo anni di Nagatomo, Dalbert può essere quello giusto.

Standard
Cronache, Mercato, News

Bonucci, why not? L’occasione mancata


Giovedì 13 luglio il nazionale azzurro Leonardo Bonucci chiede alla Juventus di essere ceduto. Ovviamente la richiesta è stata (molto probabilmente) inoltrata precedentemente dal nazionale azzurro e dal suo entourage.

Fatto è che è il 13 luglio che la notizia diventa ufficiale. Cominciano le voci intorno al futuro dell’ormai prossimo ex centrale bianconero e, quasi subito, il nome di Bonucci viene accostato al Milan che, sotto Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli si sta prepotentemente proponendo come la squadra regina di questo calciomercato 2017.

Ma…come in tutti gli intrighi di calciomercato che si rispettino, c’è un ma anche nell’affaire Bonucci. E questo ma è rappresentato dai rumors che vogliono Alessandro Lucci, agente del giocatore, aver proposto il 30enne difensore centrale anche all’Inter, solo per ricevere un rifiuto da parte di Walter Sabatini e Piero Ausilio.

Secondo La Gazzetta dello Sport Tuttosport, infatti, Suning avrebbe avuto contatti con Lucci senza però andare oltre un semplice sondaggio.

La motivazione sarebbe del tutto economica: troppo alto il costo del cartellino di Bonucci in relazione all’età e troppo alte le richieste di ingaggio da parte del giocatore, che alla fine avrebbe spuntato dai Rossoneri un contratto da 7,5 milioni all’anno più 2,5 di bonus, che ne farebbero il giocatore più pagato dell’intera serie A.

Quale che sia la verità (se cioè sia stata l’Inter a non insistere su giocatore ritenendolo troppo dispendioso o se Lucci e Bonucci abbiano preferito il Milan per l’offerta migliore presentata da Fassone) quel che resta è che i Nerazzurri, ancora una volta, hanno bypassato la possibilità di acquistare un top player.

Per di più con un grave danno di immagine visto che il giocatore è andato a rinforzare i cugini Rossoneri.

Eppure, c’erano tutta una serie di motivi che avrebbero dovuto consigliare ad Ausilio e Sabatini di puntare decisamente la rotta sul bianconero.

In primis, la difesa interista è un reparto da rifondare, basti pensare come i Nerazzurri la scorsa stagione abbiano subito ben 49 reti. Ora, anche se Bonucci non è irreprensibile dal punto di vista difensivo (ricordiamo le famose bonucciate) è ovvio come l’eventuale arrivo del nazionale azzurro avrebbe rappresentato un sensibile miglioramento rispetto ai vari Murillo, Miranda e Ranocchia.

Inoltre, dopo l’acquisto di Milan Skriniar dalla Sampdoria, Bonucci avrebbe rappresentato il giocatore di esperienza accanto al quale far crescere il centrale slovacco.

Tutto questo senza contare l’apporto di Bonucci alla fase offensiva. Tralasciando infatti le qualità del giocatore nel gioco aereo sui calci piazzati, la caratteristica forse più evidente di Bonucci è la sua capacità di dirigere il gioco da dietro come un play arretrato.

Il suo calcio lungo e preciso ha infatti imposto Bonucci prima come alternativa di Andrea Pirlo quando il regista bresciano veniva marcato e, poi, partito quest’ultimo, come il primo, vero playmaker della squadra bianconera cioè come l’uomo incaricato di far partire l’azione da dietro. E la tecnica di Bonucci è testimoniata dalla sua percentuale nella precisione dei passaggi che, se si esclude la prima stagione alla Juventus (2010/11) non è mai scesa sotto l’86.4%.

Il passaggio sul medio e lungo raggio sarebbe stato l’ideale per servire immediatamente Icardi, Candreva o Perisic in profondità o per aprire il gioco sugli esterni in una squadra come quella che sta disegnando Luciano Spalletti.

Il costo di 40 milioni era poi abbordabile, soprattutto se si pensa che David Luiz è stato pagato 50 dal Chelsea o che il Manchester City ha prelevato Walker dal Tottenham per una cifra vicina ai 60.

Qui si trattava di spendere 40 milioni per un difensore centrale di 30 anni, vale a dire un giocatore che, nel proprio ruolo, può avere ancora almeno quattro o cinque stagioni ad alto livello.

Da sottolineare poi come Bonucci sia cresciuto nella Primavera dell’Inter sotto la guida di Daniele Bernazzani (dove vinse una Coppa Italia e un campionato Primavera, debuttando anche in serie A prima di essere svenduto per circa 4 milioni) cosa che avrebbe consentito ai Nerazzurri di farlo figurare come giovane del vivaio nella rosa di prima squadra.

Standard
Amarcord, Editoriale

Never Banega

Poteva andarsene in silenzio e invece no. Poteva mantenere il basso profilo che ha contraddistinto tutta la sua permanenza milanese, sia in campo che fuori, ma Ever Banega non ha retto alla tentazione di un intervista un po’ così, di quelle in cui dici e non dici. Non sono dispiaciuto di aver lasciato l’Inter, era il momento giusto. Banega fu accostato per la prima volta ai colori nerazzurri qualche anno fa. Centrocampista di manovra oppure no (guarda che faccia da malandrino, uno così può fare solo il trequartista o l’interditore). Il dramma è che la stessa incertezza lombrosiana ha afflitto il Banega interista fin dal primo giorno, da quello della firma.

Dove gioco? Ma soprattutto gioco? Chi sono, dove sono?

Attendevamo pieni di speranze il nuovo Cambiasso, il redentore delle nostre geometrie sciape, un altro parametro zero che entra nella storia del club, pronti ad amarlo per sempre: ForEver Banega.

de.boer.inter.banega.inter.2016.750x450.jpg

Niente di tutto ciò.

Banega ha vissuto e giocato a una lentezza esasperante. Pochi sprazzi di una classe eccezionale, dispensata però con l’avarizia del ragazzo stanco. Stanco di giocare, stanco di camminare, stanco. Il soprannome di Banega è El Tanguito, la promessa di momenti intensi, cambi di direzione, passione.

Mai visto il Tanguito. Never, Never Banega. Il ragazzo triste di Rosario ci ha abbracciati con il trasporto di un dopolavorista esausto, si è trascinato qua e là per il campo come convalescente da un’eterna mononucleosi, tanto da lasciarci di stucco quando nella partita casalinga contro la Lazio ha calciato forte, troppo forte per quelle gambette sfibrate e consumate dal dolor, ahi que dolor!

banega-inter.jpg

 

Il Banega due volte campione dell’Europa League, oro alle Olimpiadi di Pechino e Campione del Mondo Under 20 con l’Argentina non è mai arrivato in Italia. Il funambolo degli ultimi 30 metri è rimasto a Siviglia e solo ora ha riabbracciato il suo doppelgänger, il sosia depresso che ha spedito a Milano. Si potrebbe obiettare che in una stagione nata male e proseguita peggio era davvero difficile giocare secondo le aspettative. Vero. Ma quelli come Banega, i centrocampisti di piede, visione e carisma dovrebbero invertire il flusso di stagioni sfortunate e cercare di mettere ordine, anche se non è il loro ruolo naturale. Oppure causare catastrofi a ripetizione, mostrando comunque personalità. Nulla. Banega se n’è andato senza mai essere davvero arrivato. Tre partite buone in un campionato, una buonissima (la trasferta a Roma), il resto un lungo sonno. Forse ha ragione lui, era il momento giusto per lasciare l’Inter, nessun rimpianto.

Nessun Banega.

Standard
Mercato

Il meglio deve ancora venire

60 Milioni per due ragazzini di 16 anni. Ma quando compriamo qualche giocatore vero?”

“Non esiste solo la primavera, c’è anche la prima squadra!”

Il Milan ha comprato 753 giocatori, noi solo il secondo portiere

“”Sti cinesi sono tutto fumo e niente arrosto

Devo ammettere che ultimamente il mio sport pomeridiano preferito è diventato la lettura dei commenti su Facebook e dei tweet che riguardano il mercato dell’Inter, fatti dagli stessi interisti o presunti tali. Gli sfottò dei tifosi delle altre squadre ci stanno, soprattutto dei cugini rossoneri, in preda a un misto tra euforia e incredulità dopo la mastodontica campagna acquisti di una società che negli ultimi anni era abituata ai parametri zero, oltre ai blitz del “Condor Galliani per strappare in extremis qualche prestito a fine mercato (ma Galliani non è che potesse fare chissà cosa, con un Berlusconi che ormai era sempre più disinteressato alla squadra).

Gli interisti che al 7 di luglio già tirano le somme come se fosse il 31 di Agosto o che fanno previsioni apocalittiche sull’ennesima annata buttata via però non li capisco. La nostra propensione al tafazzismo è ormai nota, alimentata anche da 6 anni di vacche magre, ma ora che alle spalle c’è una società forte con un progetto importante per riportare l’Inter tra i top club mondiali pure dobbiamo prenderci a mazzate nelle parti basse?

Progetto appunto, una parola a cui forse non eravamo più abituati. Una parte importante riguarda proprio i giovani, non solo quelli che crescono nel settore giovanile, ma anche i migliori talenti giovani che giocano in Italia e in Europa. Prendere Pellegri, Salcedo, Zaniolo, Odgaard (il bel ragazzo dal ciuffo biondo della foto), trattare Bastoni con l’Atalanta, Coulibaly col Pescara e Varnier col Cittadella va oltre il mero aspetto sportivo. Alcuni rimarranno ancora nelle squadre in cui giocano ora prima di trasferirsi a Milano, altri invece si aggregheranno già alla Primavera e forse alla prima squadra, ma non è solo questo che conta. A livello simbolico è chiaro il guanto di sfida lanciato alla Juve sul terreno in cui i bianconeri sono stati monopolisti negli ultimi anni, quello del mercato dei talenti in erba. Ed è solo l’inizio.

pellegri juve

Alla fine poi sappiamo come è andata a finire…

 

Il ritiro è iniziato ieri mattina e Spalletti, come ammesso anche oggi, ha avuto modo di valutare i calciatori della rosa praticamente solo dai filmati. Vedere un giocatore allenarsi di persona, confrontarsi faccia a faccia con lui è tutta un’altra cosa, e al tecnico toscano i giorni a Riscone serviranno per mettere meglio a fuoco la situazione.

L’uomo di Certaldo sa bene che le potenzialità della rosa sono buone, nonostante le montagne russe delle ultime due stagioni, e cercherà di capire quali sono gli elementi su cui poter contare o da rilanciare, quali quelli che non possono far parte dell’Inter che quest’anno punta alla Champions e i ruoli in cui c’è bisogno di rinforzarsi.

Solo allora le trattative imbastite da Sabatini e Ausilio (che oltre ad aver preso i giovani di cui si parlava qualche riga fa hanno lavorato in modo costante, portando avanti discorsi paralleli con diverse società) inizieranno a concretizzarsi. D’altronde è stato detto, non dobbiamo sbagliare gli acquisti, quest’anno non possiamo proprio permettercelo.

I botti di inizio estate li lasciamo agli altri, noi intanto iniziamo dai giovani e da giocatori come Skriniar e Borja Valero che hanno tutto per far bene all’Inter e diamo tempo alla società di lavorare in pace, senza ansia da calciomercato. Siamo solo al 7 Luglio, come canta il nostro fratello nerazzurro Ligabue il meglio deve ancora venire.

Standard
Editoriale

Il primo giorno dell’era Spalletti

Di Michele Tossani

Ieri, ore 11, Suning training center: l’Inter si è radunata. Comincia l’era spallettiana. Un anno dopo la sgangherata fine dell’era Mancini, quella del giro negli States e del duello fra l’allenatore jesino e l’allora CEO nerazzurro Michael Bolingbroke, parte un nuovo ritiro per una nuova avventura. 

Le aspettative, come in ogni inizio, sono tante: la rosa della squadra è ancora in divenire ma la ventata d’aria nuova portata da Luciano Spalletti fa ben sperare. Chi ben comincia è a metà dell’opera? Non sempre, of course, ma stavolta le premesse sembrano esserci.

Chi non c’è

A Riscone di Brunico sale una rosa ancora incompleta. Per prima cosa, mancano i nazionali, che raggiungeranno il ritiro a partire da lunedì 10 luglio. I vari D’Ambrosio, Icardi, Peresic, Eder etc…non saranno quindi presenti al raduno. Lo stesso dicasi per il neo-acquisto Skriniar, ancora non ufficializzato e reduce dalla campagna europea U 21 con la Slovacchia. 

Mancano i botti di mercato. Walter Sabatini e Piero Ausilio stanno lavorando alacremente per cercare di portare a casa quei giocatori che, nelle intenzioni di tecnico e società, dovranno dare un contributo decisivo al salto di qualità.

Non c’è Borja Valero, dato comunque in arrivo dopo la rottura (consumatasi ufficialmente tramite WhatsApp) con la Fiorentina. 

Si lavora per un altro big del centrocampo, con Nainggolan, Vidal o il polacco del PSG Krykhowiak fra i nomi gettonati.

Mancano i terzini: Santon è in permesso (ma resterà?), mentre si lavora per Dalbert Henrique del Nizza.

Sarà assente Medel, forse definitivamente visto che Ausilio sta trattando la cessione del pittbull al Boca Juniors.

Stesso discorso potrebbe valere per Brozovic, in attesa anch’egli di possibile nuova destinazione.

Assente Gabigol. Ed è un’assenza che fa rumore. La stampa sostiene che il brasiliano abbia rifiutato tutte le possibili destinazione prospettate a lui ed al suo entourage per il prestito.

Non si sa se questo corrisponde al vero oppure se è soltanto una situazione momentanea determinata dal mancato approdo di De Zerbi al Las Palmas, dove sembra che l’allenatore bresciano avrebbe portato il nostro. Fatto è che anche Spalletti non considera Gabriel Barbosa facente parte del progetto tecnico nerazzurro.

Chi c’è

Detto degli assenti, ci sono comunque i presenti. Fra i quali troviamo i prospetti Pinamonti, Zaniolo, Odgaard e Baldini. Per loro la possibilità di impressionare Spalletti e misurarsi con i grandi dimostrando il proprio valore.

zaniolo brunico

C’è tutto lo staff tecnico, ancora assente dalla pagina ufficiale del club: il vice Domenichini, i collaboratori Baldini e Pane, i preparatori Marcello Iaia, Franco Ferrini e Alberto Andorlini e anche Martusciello, l’ex tecnico dell’Empoli alla ricerca di un pronto riscatto dopo il disastro Empoli, chiamato da Spalletti per curare la fase difensiva. Per loro una riunione di sei ore per pianificare il ritiro.

C’è Joao Mario…il portoghese ha saltato la Confederations Cup per un infortunio e che dovrà convincere l’allenatore di Certaldo a trovargli una collocazione tattica nell’ideale e progettato 4-2-3-1. Non sarà facile, soprattutto in previsione dell’utilizzo di Gagliardini fra i due centrali di centrocampo e col probabile arrivo di Borja Valero. La questione della posizione in campo dell’ex Sporting Lisbona ha già creato grattacapi prima a Franck De Boer e poi a Pioli. Ora la palla passa a Spalletti.

Ci saranno i tre portieri. Handanovic ok, ma anche Padelli e Berni. Su Padelli si è detto e scritto abbastanza in questi giorni (anche un bell’articolo oggi sulla Gazzetta) mentre meno si è detto di Berni. Per il 34enne fiorentino un bel premio. Mai schierato finora in nerazzurro, l’ex prodotto delle giovanili nerazzurre ha comunque dimostrato affidabilità in allenamento e presenza nello spogliatoio. Un valido aiuto per gli altri due compagni di reparto.

Infine, über alles, c’è lui, Lucianone. L’allenatore è la faccia della squadra. All’uomo di Certaldo il compito di ridare certezze e gioco ad una squadra che viene da sei mesi di smarrimento.

Standard
La Tattica

Contro il Contropiede (in bocca a lupo Frank!)

di Michele Tossani

E così Frank de Boer torna in pista: sarà l’ottavo manager in sette stagioni a Selhurst Park, dove sostituisce Sam Allardyce, dimessosi al termine di questa stagione dopo aver guidato le Eagles alla salvezza. Dopo aver toccata il suo apice recente sul finire della stagione 2015/16 (quando la squadra si era trovata in vantaggio sul Manchester United nella finale di FA Cup), il Palace ha ottenuto appena quattro punti sui possibili 30 all’inizio della stagione 2016/17 Season, con il conseguente licenziamento di Pardew poco prima di natale. Allardyce compì il miracolo sportive di centrare una salvezza a quel punto insperata, ottenuta alla penultima giornata. Dopodiché, come detto, Big Sam ha rassegnato le dimissioni. La scelta di De Boer è interessante per almeno due motivi. Il primo perché, con l’ex Ajax, il Palace fa una scelta in controtendenza rispetto alla sua storia che ha visto il club come una casa per allenatori britannici, tanto è vero che (se si eccettua il breve interregno di Curtis Fleming nel 2012) l’unico allenatore non proveniente da quelle latitudini è stato Attilio Lombardo, allenatore per 7 partite nel 1998.

Il secondo motivo è dato invece dal fatto che il 47enne vincitore di quattro Eredivisie sulla panchina dell’Ajax ha intenzione di provare a portare il calcio totale olandese a Selhurst Park. Proprio questa idea di calcio è quella che ha convinto il presidente del club, Steve Parish, e gli azionisti di maggioranza, gli americani David Blitzer e Josh Harris, a preferire FdB ad altri candidati, come ad esempio al manager del Burnely, Sean Dyche. Il lavoro di De Boer dovrà concentrarsi anche sull’Academy del Palace nella quale l’ex aiacide cercherà di replicare i successi ottenuti ad Amsterdam, dove ha contribuito a forgiare parte dell’ultima nidiata di talenti de Lancieri, a partire dai vari Christian Eriksen, Daley Blind e Toby Alderweireld.

Influenzato dal pensiero tattico di Louis van Gaal e di Johan Cruyff, chiamato proprio dal grande numero 14 a riportare in vita all’Amsterdam Arena quei principi di gioco che si erano un po’ smarriti nelle stagioni precedenti, De Boer è rimasto fedele a quegli storici dettami tattici durante tutta la sua giovane parabola da allenatore. Così, partendo da un 4-3-3 che poggiava molto sulle ali, FdB ha cercato di organizzate le squadre in modo da essere ordinate tatticamente abili a portare un pressing ultra-offensivo che favorisse veloci transizioni. Sono questi gli stessi ingredienti che De Boer ha utilizzato in Olanda e che ha cercato di riproporre con l’Inter. Con scarso successo in verità, dato che la sua esperienza in Serie A si è chiusa senza troppi rimpianti dopo appena 84 giorni. Chiamato infatti in fretta e furia a sostituire Roberto Mancini, De Boer ha cercato fin dall’inizio di trasmettere una nuova mentalità e un nuovo stile di gioco. Tuttavia, i giocatori interisti, hanno fin da subito mostrato di non gradire il tipo di calcio proposto dall’olandese e di trovarsi a disagio di fronte alle richieste offensive, con tanto di linea difensiva alta, proposte da De Boer. Tutto questo, unito ad un certo stile naif nella cura della fase di non possesso palla, ha portato l’Inter deboeriana ad avere una certa identità tattica in fase offensiva ma a risultare lunga e incapace di difendere quando la palla entrava in possesso degli avversari.

Una rivoluzione fallita, come spesso accade nella storia e che ha visto FdB combattere anche contro gran parte delle stampa (con Caressa sugli scudi), per un malcelato senso di superiorità nei confronti dell’ex Ajax, ha finito per criticarlo al limite della denigrazione personale (ricordiamo le battute sullo stentato italiano di De Boer, quando i nostri allenatori all’estero parlano solitamente un inglese a dir poco risibile), senza mostrare la pazienza necessaria prima di valutare gli eventuali frutti di questa rivoluzione culturale prima che tattica. Per di più, con il risultato di incensare oltre ogni limite il suo successore e senza nessuna autocritica verso la damnatio memoriae orchestrata verso De Boer quando, finiti gli effetti benefici solitamente determinati dal cambio di allenatore, la squadra nerazzurra è ricaduta in quei limiti tecnici e tattici che, evidentemente, non erano colpa di FdB ma strutturali alla rosa interista.

Ora, messe da parte le difficoltà milanesi, ancora una volta, De Boer si lancia in una sfida nella quale è chiamato a invertire il modus operandi di una squadra che, fin dai tempi di Neil Warnock e Tony Pulis, è abituata a giocare di rimessa. In questa ricercar di una transizione favorevole, l’ex Inter potrà contare sul talento degli esterni Wilfried Zaha e Andros Townsend, e sulla fisicità del numero 9 Christian Benteke. Questi tre giocatori (soprattutto il 24enne Zaha) rappresentano sulla corta il prototipo del giocatore che serve a De Boer per trasformare gli Eagles in una squadra prettamente offensiva, cioè un giocatore veloce, abile tecnicamente e in grado di destabilizzare il sistema difensivo avversario con le proprie incursioni. Se De Boer riuscirà a tirare fuori il meglio da questo trio e a sistemare le falle difensive degli Eagles (magari risolvendo anche la questione portiere, con Wayne Hennessey reduce da stagioni di incertezze) quella al Palace potrebbe rivelarsi come la stagione del rilancio del tecnico olandese dopo il flop interista.

In bocca a lupo, Frank. Qui ti abbiamo sempre voluto bene.

Standard
Editoriale

Un duro. Che duri. Sperando che “qualcosa dalla sfera esca fuori”

spalletti 6.jpg

Ascoltare Luciano Spalletti da Certaldo in una qualsiasi conferenza stampa, come quella di presentazione, è come immergersi nella lettura dell’Ulisse di James Joyce (per chi lo ha amato venerdì 16 è il Bloomsday). Stesso flusso di coscienza ininterrotto, stessa assenza di punteggiatura, medesimi salti logici, cambi di soggetto, evoluzioni mentali e un avviluppato processo cognitivo dell’io narrante.

Ora, se Luciano Spalletti da Certaldo, patria di Boccaccio, non ha certo una dialettica da romanzo moderno – anche se nel suo modo sconclusionato di comunicare gli va anche riconosciuta una certa epica (“uomini forti destini forti, uomini deboli destini deboli”) – se non è un comunicatore e non lo sarà mai, se dovremmo abituarci alle sfumature, ai rimandi, alle allusioni (“spero che qualcosa dalla sfera esca fuori”), se, in definitiva, spesso ha la stessa prosa espositiva dei Baci Perugina (“mi identifico in ciò che amo e amo in ciò in cui mi identifico”), di certo è uno che il suo mestiere lo conosce in profondità.

Ed è, sbilanciandomi, l’uomo giusto per noi.

spalletti 5.jpg

1) “Mezzo Trap e mezzo Zeman”

La prima ragione è banale: Spalletti è capace.

Nel 1997 a Sovigliana, frazione di Vinci, patria di Leonardo, dove Spalletti è cresciuto, mentre l’Empoli correva in classifica, i suoi concittadini tappezzarono via Palmiro Togliatti con manifesti azzurri dove era scritto “Sacchi più Zeman uguale Spalletti”.

Eppure Luciano Spalletti da Certaldo non è né l’uno né l’altro (lui rispose: “Mi sento più mezzo Trap e mezzo Zeman”).

Da allenatore – disse Mimmo Ferretti – “non ha i paraocchi, sul piano tattico: anzi, prende un po’ qui e un po’ là da tutti. C’è chi lo definisce uno zemaniano pentito, ad esempio. Due sono, al riguardo, le cose certe: il boemo andò a studiarlo a Empoli; il boemo è stato il suo primo avversario nella massima serie. In realtà, Spalletti mischia, ricicla, adatta, inventa. E ogni anno propone qualcosa di nuovo. Inedito magari no; nuovo sì”.

È uno che fa giocare bene tutte le sue squadre con quello che ha.

È stato Spalletti che ha regalato a Totti una nuova giovinezza inventandolo prima punta, prima di esserne offuscato dall’imponenza dell’ombra del suo monumento. Ed è stato sempre Luciano a fornire un nuovo senso a Ninja de Roma, a Florenzi, a rivitalizzare Dzeko, a credere in Salah (tanto per rimanere alle ultime esperienze).

Nell’ambiente del calcio, poi, viene considerato un maniaco. Tra campo e computer spende almeno sedici ore. In questo momento di lui abbiamo bisogno come il pane.

Proprio per questa sue capacità non mi aspetto grandi arrivi. Ci saranno (in difesa, un mediano, forse un incursore), ma nessun grandissimo colpo (pronto ad essere smentito, naturalmente). In ogni caso “nessun acquisto deve essere sbagliato”, ha fatto sapere Luciano. Che poi, andando a scorrere il nostro recente passato, sarebbe una novità assoluta.

Il modulo che ha intravisto, per ora, è il 4-2-3-1, che noi abbiamo già abbozzato con risultati alterni, ma che è diventato un suo marchio di fabbrica a Roma. Sembra anche che abbia le idee chiare anche su alcuni giocatori. Su Joao Mario, ad esempio, una pedina che andrebbe spostata più avanti (ammesso che giochi), su Icardi capitano, uomo d’area come pochi, ma da trasformare in leader, su Perisic, che se sì meglio, ma se no ciccia.

Anche la formula che ha proposto in conferenza stampa non è sofisticata: gioco, spogliatoio, coesione, corsa. Che poi è stato sempre il suo modo di vedere le cose.

spalleti - ninja.jpeg

2) «A volte sento dire: io nel calcio non mi diverto più. E penso: paragonato a cosa?».

Luciano Spalletti da Certaldo, ma cresciuto a Sovignana a due passi da Vinci paese di Leonardo, è l’allenatore giusto per noi perché come ricorda Luca Valdisseri «è l’ideale per un calciatore che si vuole mettere in discussione, il peggiore per un calciatore che si sente già arrivato. Tutto ruota intorno a una convinzione e a un concetto. Il primo: cercare la qualità. Il secondo: arrivarci con l’applicazione».

La sua vita è stata sempre così. Lavoro, applicazione, merito.

Figlio di un guardiacaccia poi magazziniere in una vetreria, appassionato di vini, padre di tre figli, Luciano Spalletti ha giocato nelle giovanili della Fiorentina, poi Cuoiopelli, Castelfiorentino dilettanti, Entella Chiavari, Spezia, Viareggio, Empoli in C1. «Ero un centrocampista, diciamo un numero otto. Un anno ho segnato 11 gol, nove però su rigore. Non di grande qualità, diciamolo, ma spirito di sacrificio quello sì».

Uno che dalla carriera ha ricevuto sempre meno di quello che gli spettava.
A Roma nel biennio 2007 e 2008 si è portato a casa una Coppa Italia e una Supercoppa italiana, arrivando due volte ai quarti di finale di Champions League, e praticando un calcio spettacolare. Con lo Zenit San Pietroburgo gli è andata meglio con due campionati, una Coppa di Russia e una Supercoppa di Russia in cinque anni.

Ma vincere in Russia è come fare un solitario a carte. Non c’è piacere, non c’è ricordo.

Per questo lui ha bisogno di noi e noi abbiamo bisogno di lui. Abbiamo bisogno della sua fame, del suo impegno, della sua caparbietà, della sua voglia di emergere, del suo spirito di rivalsa. E, perché no, dei suoi modi bruschi.

“Chi non dà tutto, non dà niente” ha ricordato citando Helenio Herrera.

Abbiamo bisogno di un duro. Che duri. Sarebbe l’allenatore coi fiocchi.

Standard