Eriksen come Bergkamp?

‹‹Giocatori non funzionali››. Con questi termini l’ad dell’Inter Giuseppe Marotta ha recentemente definito Eriksen, sancendo di fatto la separazione consensuale fra l’ex Tottenham e i nerazzurri.

L’arrivo del danese nello scorso gennaio, per 27 milioni di euro, sembrava un ottimo colpo, destinato a migliorare la qualità globale della rosa e ad aumentare le opzioni in possesso a disposizione di Antonio Conte.

In pratica, Eriksen avrebbe dovuto consentire all’Inter di poter risalire il campo palleggiando, di dotare la compagine meneghina di un rifinitore in grado di assistere da vicino i due attaccanti e di aprire le squadre avversarie, in particolare quelle che affrontano i nerazzurri con un blocco posizionale basso.

In tal senso, le opzioni iniziali per Conte sembravano essere rappresentate dal passaggio al 3-4-1-2 o, al limite, dal mantenimento dell’amato 3-5-2 con l’inserimento di Eriksen nella posizione di mezzala.

In realtà, via via che i mesi sono passati le speranze di Eriksen di trovare posto nell’undici titolare dell’Inter si sono affievolite, riducendosi in pratica all’Europa League.

All’inizio di questa stagione Conte ha brevemente flirtato col 3-4-1-2, salvo poi cambiare idea e tornare alla coperta di Linus del 3-5-2. E così Eriksen è definitivamente uscito dai radar, finendo per immalinconirsi in panchina, in attesa della cessione di gennaio.

Il tecnico interista ha quindi preferito salvaguardare l’equilibrio di squadra fra le due fasi (momentaneamente perso nelle prime giornate) a costo di rimanere legato alle solite due giocate offensive vale a dire lo svuotamento del centro del campo per agevolare la palla diretta verso Lukaku e Lautaro o l’utilizzo di Hakimi per creare superiorità in fascia tramite duelli 1c1.

È chiaro che, in un contesto tattico del genere, con la zona di rifinitura libera (per essere poi occupata da altri giocatori in movimento), un trequartista senza particolari attitudini difensive non può trovare posto.

L’ultima prova da titolare (nonché ultima presenza finora) di Eriksen, contro il Cagliari, più che di un rilancio ha avuto i contorni di una prova d’appello non soddisfacente, dato che Conte ha sostituito l’ex Spurs dopo appena 57 minuti.

Per certi versi (pur con tutte le differenze del caso) la vicenda Eriksen sembra ricordare quella già affrontata dai nerazzurri con Dennis Bergkamp.

Centravanti nelle giovanili dell’Ajax, una volta promosso in prima squadra Cruyff lo utilizzò da attaccante esterno a destra. Passato poi sotto van Gaal, Bergkamp venne posizionato da n.10 nel 3-3-1-3 dei Lancieri, guadagnandosi l’appellativo di schaduwspits, cioè “centravanti ombra”.

Arrivato all’Inter, l’olandese si ritrovò catapultato in avanti come seconda punta al fianco di Ruben Sosa, costretto a giocare spalle alla porta in una squadra fortemente reattiva che puntava su transizioni veloci.

Catapultato fuori da un contesto tattico adeguato, Bergkamp fece fatica ad esprimere le proprie qualità, soprattutto in campionato. Così nell’estate del 1995 venne ceduto all’Arsenal, dove poi si impose come uno dei migliori giocatori del continente.

Le stesse domande poste allora sull’olandese (perché fallì all’Inter? Colpa del club? Colpa del giocatore?) possono essere oggi riproposte per Eriksen. Per l’Inter resta la sensazione di una occasione perduta e lo spettro che si riverifichi qualcosa di simile a quello che successe con Bergkamp, cioè una rinascita sì ma con un’altra maglia. 

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