La Tattica

Frank in progress (non disturbate il conducente, la nostra analisi tattica)

di Michele Tossani

La prestazione dell’Inter a Roma ha lasciato sul campo, oltre ai punti, anche alcune perplessità di fondo sulla gestione tecnica della squadra nerazzurra. In particolare è stata La Gazzetta dello Sport a esprimersi in questi giorni, attraverso diversi articoli, per una bocciatura (ancorché parziale) della guida tecnica di Frank De Boer. Infatti pur riconoscendo al tecnico olandese il merito di aver prodotto la vittoria sulla Juve e di aver prestato attenzione ad alcuni giocatori dimenticati dal suo predecessore, come Gnoukouri e Miangue, la critica della rosea si è concentrata su alcuni aspetti tattici come la mancanza di vere alternative offensive ad Icardi, la bassa percentuale di realizzazioni rispetto ai tiri prodotti (9,09%: soltanto Crotone, Empoli e Pescara hanno attualmente una percentuale di realizzazione peggiore rispetto a quella dell’Inter) o uno stile di gioco giudicato troppo spregiudicato, con una eccessiva trascuratezza della fase difensiva.
Partiamo dalla percentuale realizzativa. Sicuramente i 9 gol segnati fino ad oggi sono pochi… Ma questo dato va confrontato con il numero totale di tiri realizzati. Se contiamo questi ultimi, infatti, notiamo come i Nerazzurri abbiano tirato ben 99 volte verso la porta avversaria, vale a dire lo stesso numero di tentativi effettuati dalla Juventus e 8 in più dei 91 realizzati dal Napoli, squadra la cui prolificità nessuno ha mai messo in discussione. Questo significa che la squadra di FdB tira molto in porta cioè produce un calcio offensivo nel quale si creano occasioni da gol. Certamente la percentuale di realizzazioni rimane bassa rispetto al volume di gioco prodotto ma questa deve essere imputata maggiormente ad errori individuali più che a demeriti del tecnico. Il bravo allenatore, si sa, porta i propri giocatori davanti alla porta. Ma negli ultimi 16 metri o, comunque, nella parte finale del campo, sono le caratteristiche dei singoli a fare la differenza. La batteria di attaccanti di FdB comprende, oltre al totem Icardi, giocatori come Eder (che non è esploso, anzi è peggiorato, rispetto alle sue medie, sotto la precedente guida tecnica), Palacio o Jovetic, che devono trovare ancora una loro collocazione precisa all’interno della rosa o Gabigol, che va aspettato e che sarebbe prematuro bocciare già ora.

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Per quanto riguarda il gioco, sfido chiunque a rimpiangere quello (non) visto sotto Mancini. È vero che la squadra ha talvolta degli aspetti zemaniani come quello di subire troppo facilmente il contropiede avversario ma è anche vero che FdB è al lavoro da pochi mesi con questo gruppo. Eppure è già riuscito a dare alla squadra un’identità tattica già visibile. La costruzione di triangoli per favorire il portatore di palla e creare più linee di passaggio, l’attenzione all’utilizzo delle fasce laterali, l’alto numero di uomini che attaccano l’area, la ricerca costante delle sovrapposizioni sono tutti elementi che fanno parte del DNA del gioco all’olandese e che De Boer sembra aver già inculcato ai Nerazzurri. Se pensiamo che alcuni allenatori italiani chiedono tempo dopo un intero girone d’andata o che in certi casi non sono nemmeno dopo un anno in grado di tirar fuori qualcosa dalle squadre a loro disposizione, possiamo certamente dire come FdB sia un passo avanti rispetto alla tabella di marcia. Il fatto che ci sia da lavorare ancora è indubbio come è innegabile che difendere 2+1 con soltanto i difensori centrali e Medel contro le ripartenze avversarie sia risultato spesso un sistema inefficace di affrontare la fase di non possesso palla. Ma questi sono automatismi sui quali De Boer e il suo staff lavoreranno. A tal proposito giova ricordare come diversi di questi contropiedi siano stati subiti in fase di costruzione a causa della perdita del pallone da parte dei giocatori interisti e non per una riconquista avversaria nei propri ultimi 30 metri difensivi di campo. Vale a dire che le palle perse sono state più frutto della disattenzione o di un cattivo posizionamento in alcune fasi di gioco che di un fallimento del gegenpressing nerazzurro.

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Sempre a proposito di tattica è stato scritto che con Banega e due ali l’Inter è troppo sbilanciata o che l’ex Siviglia, Candreva, Joao Mario e Perisic non possono giocare tutti insieme. In realtà tutto dipende dalla disponibilità al sacrificio dei giocatori. Il Bayern di Guardiola è arrivato a giocare con Alonso davanti alla difesa e con Coman, Thiago, Muller e Costa dietro a Lewandowski. Candreva e Perisic sono esterni offensivi in grado di lavorare anche in fase difensiva. E Joao Mario può coprire la sua zona di campo collaborando con Medel. Magari una soluzione con tutti questi giocatori insieme non sarà sempre proponibile ma certamente non è da scartare a priori. Con Banega arretrato come interno di centrocampo, un ruolo che il calciatore argentino conosce benissimo, la squadra virerebbe verso un più equilibrato 4-3-3 anche con la presenza contemporanea in campo di tutte le sue bocche da fuoco. De Boer sta lavorando proprio in questo senso: raggiungere un equilibrio tattico all’interno di una predisposizione spiccatamente offensiva dell’undici di partenza. Siamo ancora a livello di work in progress. Semmai, il tecnico orange dovrà lavorare sull’aspetto psicologico del gruppo visto che l’Inter è troppo spesso partita in svantaggio. Limitare le partenze ad handicap sarebbe un buon inizio. Ma questo aspetto o le sconfitte in Europa League non devono far dimenticare il lavoro ed i progressi fin qui compiuti. Non possiamo dire con certezza che la rivoluzione olandese sarà un successo ma neanche sostenere che i segnali fin qui visti non siano in qualche modo incoraggianti specie se, come già detto, paragonati al nulla precedente.

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Editoriale

L’Inter, dio, la religione e altri ammennicoli

Sono diventato ateo dopo anni di lavoro.
Non è stato facile sfilarsi dalle maglie della religione cattolica soprattutto se vieni da un paesino del nord ovest dell’Italia più democristiana di sempre e frequenti i tre anni di scuole medie nel seminario della città più vicina.
In seminario il passatempo preferito di preti, diaconi e studenti di teologia era proprio giocare a calcio nel campo dietro al refettorio eppure non ho mai visto nessuno dopo un gol, una parata clamorosa (don Clemente si diceva fosse stato portiere del Borgomanero in Eccellenza) o una vittoria ringraziare un santo, la madonna o anche un solo componente della santissima trinità. Niente mai, si urlava come matti, qualcuno imprecava a bassa voce eppure mai nessuno ha pensato di dedicare o appellarsi a dio per una mano durante una partitella pomeridiana al seminario san Gaudenzio di Novara.
Sarà per questo che ogni volta che un calciatore ringrazia il suo dio dopo un gol inginocchiandosi o indicando il cielo, o battendosi forte il petto come a dire, “non è merito mio, non è merito mio” io mi domando: Perché?.Perché sottovalutarsi tanto? Perché pensare che tu, giovane uomo di nemmeno 30 anni il cui mestiere quotidiano è allenarsi su un campo da calcio, non sia in grado di fare un gol da solo senza l’aiuto di qualcuno che dall’alto dice “Aspetta un secondo, lascio da parte sta catastrofe quotidiana nel Mediterraneo per fare segnare ‘sto disgraziato che la sua squadra son tre partite che non fa un punto manco a pagarlo”.

Sono moltissimi i calciatori, soprattutto sudamericani, che mostrano maglie in cui sostengono di appartenere a Gesù o a chi per lui e in genere ho sempre abbozzato, ma di recente mi è salito un rigurgito più forte del solito quando sono finito sul profilo Instagram di Cristian Ansaldi.
Lo aspettavamo tutti da settimane, estenuati dalle sgroppate a vuoto dell’ex predestinato Davidino Santon.
Dal momento che non ricordavo il motivo della sua assenza, ho fatto una veloce ricerca e la prima cosa che ho trovato è stata questa.

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Ho pensato che Cristian ardesse dalla voglia di tornare in campo e si attaccasse a tutto anche alla scaramanzia ultraterrena, invece la seconda immagine che mi si è parata di fronte è stata questa.Schermata 2016-10-05 alle 15.55.54.png

La mente mi è subito tornata a quel talento forse inespresso di Amarildo Souza do Amaral detto Amarildo, brasiliano che in Italia ha giocato per la Lazio, il Cesena e il Torino che apparteneva agli Atleti di Cristo (immagino sia una formazione che gioca nel campionato CSI) e che ad ogni partita regalava una bibbia al suo avversario diretto in campo. Poi mi è venuto in mente Nicola Legrottaglie, difensore della Juventus che tanto abbiamo amato in quegli anni, che non vedeva l’ora di mostrare la maglietta con la scritta “Gesù è la verità”.

Cristian Ansaldi è finalmente rientrato, lo aspettavamo e personalmente penso che sia meglio di quello che avevamo prima e che abbia bisogno di tempo per rimettersi in pista come si deve, però ho smesso di seguirlo si Instagram, perché avrei rischiato di commentare malamente sotto una delle sue foto in cui tira in ballo il signore ogni due per tre.

In quello splendido libro che è “Open” che racconta la vita di Andrè Agassi, ad un certo punto si parla di un match contro Chang. Dice che ad ogni punto Chang alza gli occhi al cielo e borbotta un ringraziamento a dio per averlo aiutato. Agassi va su tutte le furie perché sostiene “Questo comportamento sottintende il fatto che esista un dio e che in questa partita tra me e Chang si schieri chiaramente dalla parte di Chang e contro di me”.Voglio immaginare che le partite che guardo in tv e allo stadio siano solo il frutto dello sforzo e delle capacità sportive di chi scende in campo, perché di gente che agisce fuori dal campo dall’alto, avendo potere sugli arbitri e usando tessere telefoniche di altri paesi ne abbiamo già avute e non è stato un bel periodo, non vorrei mai e poi mai che partisse un caso Gesùsopoli.

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Posta

Le scommesse di Pino Robiola: “Metti a Jovetic Frankie, metti a Jovetic!”

Ho fatto una scommessa.
L’altra notte ero al piano bar del mio amico Jerry Lipari. Stava canticchiava l’ultima strofa di Sciampagn di Peppino di Capri quando ci ho detto: stai a vedere che c’abbiamo un giocatore che se lo cominciano a mettere in campo ci fa divertire a tutti quanti.
Sto parlando di Jovetic.
Io l’ho visto come “non” ha giocato in queste partite e mi è piaciuto assai. Contro la Juventus ha esultato che pareva a Coco quando ha saputo che avevano ingabbiato a Fabrizio Corona. Domenica, invece, durante Inter-Bologna, quando è uscito Kondogbia lo ha abbracciato per consolarlo come Niky Vendola abbraccia il fidanzato suo nelle foto che ci vende ai rotocalchi.
Pensa te: questo l’anno scorso alle prime giornate pareva più decisivo di Icardi, poi dopo un litigio che non si è capito bene è finito in castigo e da lì non è uscito mai più. In estate pur di venderlo hanno chiamato persino ai Della Valle, quelli che non si possono vedere con nessuno da Moratti in giù (vi ricordate agli sgarbi per Toni e Salah?) e che l’ultimo affare insieme risale a non so quanti anni fa quando Oriali comprò cinque paia di Hogan vicino a Brera.

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Eppure, malgrado tutto, Jovetic è rimasto, si allena duro, ci crede, ha giocato cinque minuti a Pescara ma ci scivola tutto addosso, senza fare mai una polemica, più sereno di padre Cionfoli sul palco di Sanremo. Lo vedi serio, sul pezzo, voglioso. Insomma, pronto. Guardatelo in televisione: quando esulta dopo un gol, lo fa perché ci crede veramente, non come a Felipe Melo che aspetta di essere inquadrato per fare il guappo e strappare gli applausi.
E allora vedrete, appena ce lo mettono in campo ci regalerà molte gioie. A cominciare dalla prima: far sparire dalla rosa dell’Inter il Re dei gregari, il Mario Beccia degli attaccanti: avete capito vero?, sto parlando di Eder, uno talmente abituato a giocare nelle piccole squadre che ai compagni dell’Inter continua a darci del lei. A furia di giocare da terzino, ormai tira in porta come un Gresko qualunque e da gennaio tiene la media gol di Van Basten, ma solo dopo l’infortunio alla caviglia.
Con Jerry abbiamo scommesso una bottiglia di Montenegro, come omaggio a Jo-Jo che viene da quelle parti lì. E se Frank si decide a buttarlo dentro, mi sa che me la bevo alla saluta vostra e dell’Inter tutta.
Amala (e stappala: alla bottiglia)
Il vostro Pino Robiola

 

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Editoriale

La visione di Miangue da vicino (corri Senna, corri!)

di Federico Corona

Trezzano sul Naviglio, un giovedì qualunque di tutti i plumbei giovedì di gennaio. In programma, un’amichevole con l’Inter Primavera che forse, a pensarci bene, non rendeva quello un giovedì come tutti gli altri. Noi, discreta squadra di Eccellenza Lombarda, loro, giovanissimi architetti con grandi progetti, che cercano di costruire le fondamenta di una carriera nel grande palcoscenico del calcio che conta. La classica sgambata infrasettimanale per non arrugginire le gambe durante la sosta invernale, ma anche l’occasione, per me, di studiare da vicinissimo, di scontrarmi, di accarezzare, di duellare con quelli che un domani potrebbero essere portabandiera dei miei colori, che potrebbero regalarmi gioie ed emozioni. Suggestiva visione futurista.

Allineati come bravi professionisti aspettiamo il segnale dell’arbitro per entrare in campo. Di fianco a noi, silenziosi e composti in una fila perfetta, i piccoli scolaretti nerazzurri (piccoli, si fa per dire). Li guardo, cercando di coglierne pensieri e caratteristiche, e il mio occhio curioso si sofferma su questo ragazzone mulatto con gambe chilometriche e fisico da giocatore consumato.

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Puerile ma adulto. “Che bel cavallo” dico a un mio compagno con espressione meravigliata da Paolo Brosio dopo un’apparizione mariana. Scendiamo in campo, e come suggeriva il numero 5 sulle spalle, quell’affabile fanciullone si posiziona dietro, da difensore centrale. Realizzo che marcherà me, unica punta degli avversari. Al calcio d’inizio guardo bene il pallone, col timore che nei successivi 90 minuti non mi ricapiterà quest’occasione. Si gioca, e per la verità, regna l’equilibrio. La cronaca della gara interessa poco, quel che interessa è vedere come se la cava quello che solo a lanciargli un’occhiata riesci a intravedere un predestinato. E ad impressionarmi, udite udite, non sono le vette che riesce a raggiungere di testa dall’alto di quei 192 cm, né tantomeno lo strapotere fisico con cui fa sentire gli altri degli umili brunetta, ciò che mi lascia a bocca aperta è un sinistro con cui sventaglia a destra e sinistra con una naturalezza che dovrebbe fare poco il paio con quei piedoni e quelle zampone; è l’accelerazione con cui brucia l’erba tutte le volte che si invola. “Questa è roba grossa, ragazzi”, dirò a compagni e amici nerazzurri finita la partita. Sedotto dal ragazzo, approfondisco. Si chiama Senna Miangue, ha 19 anni ed è già un colosso della nazionale Under 19 belga. E dell’Inter Primavera, ovviamente. La sua vita social racconta di un ragazzo che coltiva un sogno con umiltà, modaiolo ma schivo, attratto dal bello ma anche dalla vita semplice. Abbandono il suo mondo con una promessa: “ci rivedremo presto caro Senna, ne sono sicuro”. Non potevo immaginare che mi sentisse, e invece…

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E invece, appena 8 mesi dopo, rieccolo.

Questa volta io sono seduto sofferente sul divano, avvolto nel fumo di una, due, tre sigarette, e lui mette piede per la prima volta a San Siro in una gara ufficiale, Inter-Palermo. Momento autocelebrativo: “Lo sapevo, lo sapevo!” ripeto tra me e me. Prende il posto di Santon basso a sinistra, e storco il naso. È vero, corre veloce come Ayrton, e questo lo previde già il padre congolese quando lo chiamò come il pilota brasiliano, ma non è un po’ troppo lungo per quel ruolo? Non rischia di fare la fine di Smalling nello United? Basta guardarsi intorno, nei grandi club europei, per accorgersi di come sia difficile trovare terzini di quelle dimensioni. Jordi Alba, Bernat, Azpilicueta, Carvajal, Maxwell, Valencia, Dani Alves, Bellerin (e qui bisognerebbe aprire un lungo capitolo su questo prodigio di cui si parla ancora poco, ma ora non è il caso). Baricentro basso, rapidi e reattivi. Forza nelle gambe, sul breve e sul lungo. È il calcio moderno che lo impone. Per chiudere diagonali repentine e dialogare nello stretto per uscire dal pressing, per proporsi in avanti con qualità, per non soccombere negli uno contro uno con l’esterno alto avversario.

Eppure, il mio amico Miangue, alla sua prima non stona.
Poi un buono scampolo di gara con la Juve, permettendosi il lusso di aggirare Dybala e assaporare per la prima volta il gusto fragoroso degli applausi del Meazza, e domenica Frankie lo getta nella mischia dall’inizio. Mica male per uno che fino a 10 anni, quando il patrigno Bright lo costrinse a provare il calcio intravedendone le qualità, non aveva mai preso a calci un pallone.

Ancora a sinistra, col Bologna Miangue ha giocato una partita interessante. Parte con qualche controllo difettoso e sbagliando il passaggio a Perisic sul classico corto-lungo del nostro cyborg croato. Cosa vuoi, quello stadio fa tremare le gambe a tutti. Poi si scioglie ed è tempo di reminiscenze. Rivedo quel sinistro secco, quel galoppo selvaggio e quella confidenza che mi avevano folgorato mesi prima. Ma in una partita ufficiale di serie A, mica in una partitella nel grigiore dell’hinterland.

È promettente Senna, ma anche fortunato. Per due ragioni: il suo momento è coinciso con la grande carestia di terzini che ci logora dall’addio di Maicon. Dunque il perfetto timing. E la presenza di un progressista come De Boer in panchina, ispirato nel formare e lanciare giovani anche in un calcio metodico e conservatore come il nostro. Un incarico, quello che il mister ha affidato a Miangue, di mourinhana memoria, quando il genio portoghese in vena di miracoli illuse il popolo nerazzurro mostrandogli un giovanissimo e promettente Santon che, malauguratamente, frenò la sua evoluzione anzitempo. Ora, augurandoci che lo stesso destino non tocchi a lui, Miangue si sta adattando, e bene, nel ruolo di terzino – d’altronde le capacità di apprendimento di un 19enne che parla già cinque lingue sono evidenti-, speriamo di avere trovato in casa nostra quello che da qualche anno cerchiamo altrove. Corri Senna, corri, Ansaldi e mercato invernale permettendo.

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Editoriale

Un alieno a San Siro (Frank de Boer e la rivoluzione etica, istruzioni per l’uso)

Di Hendrik van der Decken

Nella domenica di Inter-Bologna, Frank de Boer ha marcato la grande distanza che passa tra lui e la cultura, calcistica e non, del nostro Paese: alcune sue decisioni e dichiarazioni hanno mostrato un altro modo di guidare una squadra, un modo a noi non tanto familiare. Naturalmente i commenti a questi avvenimenti inusuali non si sono lasciati attendere, e registriamo come al solito alcune banalità nella stampa mainstream (“paturnie psicoparacalcistiche” secondo la definizione di un giornalista di Repubblica, che evidentemente guarda ma non fa il minimo sforzo per capire ciò che vede). Fortunatamente non dobbiamo fornire la pappa precotta a nessun lettore, quindi si può ragionare tranquillamente su ciò che abbiamo visto accadere domenica pomeriggio cercando di capire un po’ di più il modo di agire di un allenatore certamente diverso da quelli ai quali siamo abituati.

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In maniera totalmente irrituale per le nostre latitudini, l’allenatore nerazzurro ha deciso di operare una sostituzione per scelta tecnica dopo neanche mezz’ora di gioco, in una squadra già orfana di due titolari infortunatisi nel riscaldamento mattutino. Al 28’ del primo tempo Geoffrey Kondogbia ha lasciato il posto ad Assane Gnoukouri, ventun’anni, del quale l’anno scorso si erano perse le tracce non avendo praticamente mai messo piede in campo. Qui ci sono due azioni non completamente nuove per il calcio italiano, ma sicuramente rarissime: la prima è stata cambiare un calciatore perché insoddisfacente nel suo rendimento in campo nel primo tempo, cosa che da noi ha sempre lasciato strascichi, polemiche, conflitti sotterranei nello spogliatoio. Solo allenatori esperti e, diciamo così, momentaneamente intoccabili si sono permessi di fare un cambio del genere in passato. Qua invece siamo di fronte ad un allenatore che è in Italia da 50 giorni e che 8 giorni fa, a leggere certi giornali e siti web, era a un passo dall’esonero: forse non la mossa migliore per stare tranquillo e passare indenne la tempesta, ma questo la dice lunga sul carattere di chi è arrivato alla guida dell’Inter. La seconda azione inusuale, soprattutto per i grandi club, è affidarsi al giovane che proviene dalle giovanili dandogli fiducia piena, sapendo ed accettando che possa sbagliare ma estremamente consapevole che senza quegli sbagli commessi in situazioni reali e in partite vere, il ventenne promettente non potrà, ammesso che il suo talento potenzialmente glie lo permetta, raggiungere livelli da giocatore da grande squadra molto presto.
Dall’osservatorio privilegiato in cui casualmente mi ritrovo, un italiano che vive nei Paesi Bassi da molto tempo ormai, certe azioni mi risultano molto chiare perché incastonate in un ambito culturale a me noto, ma mi rendo conto della distanza che passa tra Amsterdam e Milano, e quindi forse sono necessarie delle “istruzioni per l’uso”. Prendetele per quello che sono: nessuna pretesa di incontrovertibile verità, solo il mio pensiero basato su ciò che so e ciò che vedo.

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Post-partita, uno
“Quando un giocatore gioca all’Inter deve essere professionale, questo è normale. Per me se un giocatore fa un errore, non è un problema. Però abbiamo parlato molte volte di questo, e se non ascolta deve sentire” (F. de Boer)
Ogni volta che c’è un cosiddetto “caso”, all’Inter come da altre parti, la tendenza che noto – anche mia, sia ben chiaro – è sempre quella di empatizzare col giocatore. Escluso, panchinato, tribunato, sostituito (anche non al 28’ del primo tempo), c’è sempre la tendenza a consolare l’individuo e a mettere pregiudizialmente in discussione la decisione dell’allenatore, il quale deve dimostrare (lui) che in realtà la decisione non è contro l’individuo ma semplice scelta tecnica per il bene della squadra. Il tutto, spesso, viene anche ribadito con forza nelle interviste, dove chi fa le domande fa finta di non sapere di avere appena ascoltato un’ovvietà che non dovrebbe neanche essere ribadita, tanto è scontata. Un allenatore che prende una decisione per il male della squadra si deve ancora vedere, e tra l’altro di solito il sedere preso a calci in caso di sconfitta è sempre il suo, non quello dei professionisti pagati per essere esclusi, panchinati, tribunati, sostituiti.
Frank de Boer domenica pomeriggio ha declinato sul campo una cosa che aveva detto a proposito di alcuni comportamenti censurabili tenuti da Brozovic e per questo escluso dalle convocazioni nelle ultime gare: “nessuno è più importante dell’Inter”. Neanche uno pagato 35 milioni di euro e con il terzo ingaggio della rosa. Probabilmente neanche Icardi, nella visione dell’allenatore olandese, lo è. Se deve sostituire un giocatore dopo 20 minuti per il bene dell’Inter, lo fa. Il giocatore (Kondogbia, in questo caso ma il chi è relativo, credo) è un professionista, è pagato anche per ascoltare ciò che gli istruisce il suo tecnico. Se non ascolta, deve stare a sentire, sedendosi in panchina. Ma questo modus operandi è completamente coerente con quanto detto per spiegare l’esclusione dell’epic-centrocampista: nessuno è più importante dell’Inter.

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Più in generale, intravedo in questo la differenza culturale tra un popolo di geniali individualisti, gli italiani, e un popolo di collettivisti sopravvissuti, gli olandesi. Ci sono spiegazioni storiche sul perché noi privilegiamo l’individuo e abbiamo un senso del collettivo vicino allo zero, ma inutile dilungarsi qui: ogni manuale di storia delle superiori potrà farvi capire che se per 1500 anni la propria vita dipende dal capriccio di un signorotto locale o di un’autorità lontana, straniera e spesso indifferente, la mentalità risultante non può essere che quella di proteggersi individualmente e rispetto al proprio nucleo familiare. È normale, oserei quindi dire, che noi italiani si vada istintivamente verso la protezione dell’individuo, che in questo caso è poi il nostro beniamino che va in campo, piuttosto che pensare al bene comune che è quello della squadra.
Gli olandesi invece sono stati obbligati, pena la sopravvivenza, a basare le loro azioni sulla collettività e sullo sforzo coordinato comune. Non ci si può difendere dalle acque vivendo su un territorio che è per il 60% sotto il livello del mare senza azioni che non possono essere altro che collettive: perché un sistema di dighe non si può costruire individualmente e deve essere armonizzato con tutto il resto. Ognuno è figlio della propria storia, e si hanno sulle spalle 1000 anni di lotte strenue contro la natura, questo non può non incidere sulla mentalità di chi nasce e vive lì. Si cerca il compromesso tra molte teste, ma una volta presa la decisione l’individuo deve attenersi alla direttiva collettiva, pena l’esclusione, anche sociale. Questo accade continuamente: al lavoro, al circolo sportivo, all’assemblea di condominio, a scuola. Capisco le perplessità: quando sono arrivato nei Paesi Bassi e ho cominciato a capire un po’ di più il tipo di società in cui mi trovavo, mi sembrava una mentalità molto restrittiva: in realtà è solo un discorso di priorità che alla fine porta più vantaggi che svantaggi, ma questo è il mio parere personale.

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Altro punto per me di una chiarezza abbagliante, molto olandese (e in generale molto nordico e anglosassone): ruoli e responsabilità sono chiare. L’allenatore X (ma anche il quadro dell’azienda, il responsabile scolastico, il volontario alla società sportiva) è pagato per svolgere alcuni compiti, e tra questi c’è quello di dire al giocatore Y come fare la tal cosa. Se Y la fa e la sbaglia, non c’è problema: ci si lavora insieme finché non la fa bene. Se decide di non farla, allora ci sono conseguenze. In inglese si chiama “accountability” e di solito noi la traduciamo con “responsabilità”, ma non è esattamente questo: essere “accountable” vuol dire rispondere del proprio operato verso qualcun altro. Vi hanno dato un compito, contando sul fatto che siate “accountable” e quindi svolgerete quel compito al meglio delle vostre possibilità per renderne poi conto alla collettività (di squadra, aziendale, del circolo dell’uncinetto, non fa differenza).
In quella sostituzione c’è un po’ di tutto quanto appena esposto – consapevolmente o meno non saprei dirlo, bisognerebbe chiederlo a Frank de Boer – che indica una mentalità molto diversa dalla nostra e alla quale secondo me bisognerebbe fare riferimento se si vuol capire ciò che è accaduto domenica.
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Post-partita, due
“A 23 anni non sei un giovane calciatore, sei un professionista. A 19-20 anni sei giovane” (F. De Boer)
Qui probabilmente più che un post servirebbe un trattato di sociologia. Senza arrivare alle stucchevoli polemiche sui “bamboccioni” e lasciando da parte le lodevoli eccezioni, mi sembra assodato che la società italiana nel suo complesso faccia di tutto per scoraggiare qualsiasi accelerazione della crescita psicofisica dei propri membri. A 30 anni sei un ragazzo o una ragazza, a 40 sei un giovane o una giovane (soprattutto in politica e nei ruoli decisionali), e così via. Se sei un calciatore, a 23 anni sei decisamente giovane, ma se sei un calciatore professionista che guadagna svariati milioni a stagione probabilmente hai perso qualche tutela sotto il profilo dell’età agli occhi dell’allenatore che proviene da un’altro tipo di società meno gerontocratica.

Il calcio italiano di tanto in tanto, e più frequentemente quando i risultati della nazionale non sono positivi, parte sempre con la stucchevole polemica degli stranieri che rubano il posto agli italiani, anche nel calcio. Lasciando da parte quella che a mio parere è un’idiozia, visto che i talenti sufficientemente bravi troveranno sempre posto nelle squadre in cui giocano indipendentemente dal passaporto, fermiamoci un attimo ad analizzare quello che nella cultura calcistica italiana è un “giovane calciatore”.
Abbiamo avuto esempi mediatici sull’altra sponda del Naviglio di giovani di quasi trent’anni, come Luca Antonini. Ma questo è un estremo: quel che invece è abbastanza norrmale, soprattutto nei club di seconda e terza fascia, è vedere giocatori di 22/23 anni che stentano ad essere messi in campo dai propri allenatori, i quali hanno una paura fottuta degli errori che i “giovani” possono commettere. Quindi, alla fine, il giocatore trentenne di lungo corso avrà la preferenza finale confinando in panchina il “giovane”, il quale, poveraccio, non ha potuto sperimentare il miglioramento tramite errori quando aveva vent’anni, e i suoi errori li fa più tardi. Perché? Perché allora era “troppo giovane” e doveva andare in prestito a giocare nella Salcazzese.
Avete capito dove voglio andare a parare: se i giocatori potenzialmente validi non imparano presto a giocare partite tipo, non dico Inter-Juve, ma almeno un Inter-Bologna o un Inter-Empoli, quando avranno la forza mentale e l’esperienza per imporsi ad alto livello?

Mi viene in mente Candreva, buonissimo giocatore che va a farsi un Europeo da titolare ma che divide la sua carriera tutta tra la provincia e la Lazio, in questo momento non un top club, passando per la sponda bianconera di Torino a 22 anni e non lascia traccia, arrivando finalmente per giocare da protagonista in una squadra di alto livello alla soglia dei 30 anni. Poteva diventare un giocatore di club di prima fascia molto prima? Probabilmente sì. Ma l’abitudine a giocare per obiettivi alti devi acquisirla prima che puoi, altrimenti paghi dazio alla pressione. È normale, è umano, è logico, e anche operare sotto stress è una qualità che si può allenare.
Ed ecco quindi che, date le contingenze, Frank de Boer non si fa il minimo problema a mettere titolare della fascia difensiva sinistra Senna Miangue, diciannovenne belga già mandato in campo contro la Juve nel momento in cui Santon ha ceduto fisicamente. Sorprendente? Per le nostre abitudini e latitudini senz’altro sì.
Questo tipo di atteggiamento pro-giovani da parte di Frank de Boer non può non essere figlio della sua storia calcistica all’Ajax e dell’aver vissuto da allenatore il calcio olandese degli ultimi dieci anni, dove i giocatori migliori prima sono titolari nelle loro squadre già a 18/19 anni e poi a 22/23 migrano per lidi dove gli ingaggi sono molto più alti. Ma è figlio anche della cultura generale del suo paese, dove a 18 anni si deve cercare di cavarsela da soli, che sia all’università o al lavoro, andando a vivere per conto proprio, anche se la crisi si fa sentire anche nei Paesi Bassi e il numero di giovani che rimangono in famiglia più a lungo sta aumentando velocemente. E quindi a 18 anni sei giovane, ma a 23 sei nella maggior parte dei casi un adulto formato e responsabile, per quanto decisamente ancora giovane.
Avere l’alieno Frank in panchina potrebbe portare la società nerazzurra ad avere molti più Miangue e Gnoukouri da far crescere tra i più grandi, e magari da poter inserire stabilmente tra i membri della rosa.

Di certo è che giocando di più si valorizzano di più, e chissà che anche altri allenatori possano seguire l’esempio dell’olandese. Sarebbe divertente che un allenatore straniero della squadra tacciata da sempre di non fare il bene del calcio italiano per avere troppi stranieri, aprisse la via per un cambiamento epocale nella cultura calcistica italiana.

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La Tattica

Inter – Bologna spiegata ai tuoi amici del bar (la consueta, sagace analisi tattica del Professor Tossani)

Si ferma davanti al Bologna la corsa dell’Inter che, dopo aver inanellato tre vittorie consecutive è costretta al pari casalingo dai Felsinei.
L’1-1 finale lascia forse l’amaro in bocca ma è, tutto sommato, il risultato più giusto al termine di una partita che ha messo in luce pregi e difetti di questa Inter della prima parte della stagione.
Dal punto di vista tattico, Frank De Boer è costretto a rinunciare a Joao Mario e Murillo per problemi fisici registrati a poche ore dall’inizio del match. Costretto a fare a meno di due dei giocatori attualmente più in forma, De Boer decide di sostituirli con Ranocchia e Kondogbia in un 4-2-3-1 che prevede Santon e Miangue come esterni difensivi e con il centrocampista francese al fianco di Medel e dietro ad un trio composto da Candreva, Banega e Perisic, tutti a supporto di Icardi.
La partita comincia con un Bologna aggressivo: la squadra di Donadoni pressa abbastanza in alto, mettendo in difficoltà il giro palla e la fase di costruzione dei Nerazzurri.

In questa prima fase della partita si nota subito la posizione fluida di Banega. Il trequartista argentino gioca infatti prevalentemente nella zona mancina del centrocampo, occupando l’half-space sinistro e abbassandosi quando necessario a ricevere palla dai difensori e dai centrocampisti centrali per aiutare l’inizio dell’azione offensiva interista.
L’aggressività del Bologna paga immediatamente dopo soli 14’ quando, rubata palla a metà campo (una costante negativa dell’Inter di queste prime partite di campionato) i Rossoblù imbastiscono un veloce contropiede che si conclude con un assist di Verdi per un Destro che si trova completamente libero nella zona in cui sarebbe dovuto rientrare velocemente Santon.
Ancora una volta quindi l’Inter dimostra di soffrire il contropiede. Una volta superata la prima fase di pressione o, come in questo caso, quando la squadra perde palla in fase di costruzione si aprono praterie per le squadre avversarie soprattutto sugli esterni con i terzini che vengono chiamati a spingere in avanti, lasciando ampi spazi dietro che a volte vengono coperti dalle uscite laterali del centrali (buona la prova in questo senso di Ranocchia) mentre in altre occasioni creano degli scompensi cui la squadra di De Boer non riesce a porre rimedio.
Anche la fase di costruzione, inizialmente, si trova a sbattere contro la fase difensiva bolognese. Le cose migliorano quando il tecnico olandese sostituisce Kondogbia inserendo al suo posto Gnoukouri. Indipendentemente dalle colpe del francese (lento e spesso non disposto correttamente con il corpo) quello che è da far notare è come l’Inter migliori la propria fase di costruzione presentando soltanto un giocatore come interditore puro.
A tal proposito, conviene interrompere un attimo l’analisi di Inter – Bologna per illustrare meglio questo punto. Quando Pep Guaridola arrivò al Bayern per imporre una mentalità più offensiva ai Bavaresi al posto di quella più guardinga di Jupp Heynckes, per prima cosa decide di passare da un sistema base 4-2-3-1 ad un 4-1-4-1 cioè ad una formazione con un solo mediano di contenimento. Lo stesso Johann Cruyff ha spesso sottolineato come, a suo dire, una squadra sia meno creativa schierando in campo due centrocampisti difensivi.
In questo senso, l’Inter ha mostrato il meglio di sé quando ha schierato Joao Mario al fianco di Medel, cioè un giocatore di costruzione in più pur in un 4-2-3-1 di partenza. Con Kondogbia la manovra è risultata più lenta mentre è migliorata quando è stato schierato Gnoukouri. Il giovane ivoriano non è certo un giocatore offensivo come il portoghese ma è un box-to-box midfielder, come dicono gli Inglesi, cioè un giocatore di maggior raccordo fra centrocampo e attacco rispetto a quanto non sia Kondogbia.

Con Gnoukouri in campo quindi la palla scorreva meglio e la manovra dell’Inter ne ha tratto vantaggio.
Vantaggio però limitato agli ultimi trenta metri di campo dove i Nerazzurri hanno mostrato quelle pecche in fase di finalizzazione che hanno condizionato queste prime partite di campionato. Infatti, a fronte di un 61% di possesso palla gli uomini di De Boer hanno prodotto appena 6 tiri nello specchio della porta di Da Costa, cioè un numero basso in proporzione al controllo della partita avuto, specialmente nei secondi 45 minuti di gioco.
L’attacco a difesa chiusa dei Nerazzurri deve migliorare, mentre ora la soluzione più utilizzata in fase di rifinitura è quella del cross dagli esterni soprattutto dalla parte di Candreva con l’ex laziale che ha tentato 18 volte di mettere la palla nel mezzo. Se è vero che questa è un’arma tattica importante vista la difficoltà delle difese di gestire questo tipo di passaggi e vista la capacità di Icardi e degli altri avanti nerazzurri di sfruttare questo tipo di palle è anche vero che, con Banega in campo, l’Inter dovrebbe provare a trovare anche altre vie per sfondare le difese basse e chiuse.
Per il resto sono da segnalare anche un preoccupante calo atletico nella seconda parte del secondo tempo, con la squadra che si è allungata pericolosamente concedendo troppo campo alle ripartenze del Bologna che a un certo punto avrebbe anche potuto portare a casa i tre punti.
Infine, buona la prestazione di Miangue.Il terzino belga ha giocato bene per gli interi 90 minuti vincendo 11 duelli uno contro uno sui 17 avuti e producendo anche 4 intercetti e 7 tackles vincenti. Una prova convincente in un ruolo carente per i Nerazzurri.

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Tutti i perché di Frank de Boer (dal nostro inviato speciale Pino Robiola, procuratore pezzente)

In questi giorni mi sto vedendo spesso con Frank che ha scelto a me per imparargli bene l’itagliano. I risultati già si sentono. Eccome se si sentono…Sapete, Frank ha scelto a me perché ci conosciamo da una vita. Quando lui giocava all’Ajax, io vivevo ad Amsterdam. Allora lavoravo nel mondo del cinema, nel senso che c’avevo un noleggio di videocassette porno che ai giocatori piaceva assai. Passavano tutti da lì e la sera ci andavamo a fare una pizza tutti quanti da un ciccione italiano che poi ho perso di vista quando s’è messo a fare affari con squadre losche e giocatori mezzi sciroccati che scoppiano petardi per casa.
Ma torniamo a noi. Durante le lezzioni di itagliano, Frank mi fa un sacco di domande. Qui in Italia ci sembriamo tutti scemi, anche se non lo dirà mai, nemmeno se gli promettono di mandargli a qualcuno che ci insegna a crossare a Nagatomo. E un giorno ti devi vergognare dopo una partita persa, e un altro sei diventato il mago Silvan della panchina dopo una partita vinta.

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Lui, no, propio non lo capisce.
Così mi fa un sacco di domande, e io che cosa domanda ve lo racconto a voi…
– Perché Mancini pensava che Joao Mario era uguale a Brozovic solo che non si faceva i selfi con la faccia da pirla?
– Perché se la Juventus vince giocando male è il segnale di una grande squadra e se lo fa l’Inter è una botta di culo?
– Perché l’Inter ha scelto come consulente per la terza maglia lo stesso che ha pensato la campagna per il Fertiliy day del governo?
– Perché quel tipo con i capelli bianchi e la voce da Topo Gigio che vince solo quando allena il Genoa parla sempre male dell’Inter?
– Perché quell’altro pelato che tiene gli occhiali raiban da giocatore di goriziana ci trova sempre i difetti al gioco dell’Inter e mai a quelli della squadra di Berluscone?
– Perché a vedere il Sassuolo, che gioca bene, vince, sta simpatico a tutti e patapim e patapam, poi alla fine non ci va mai un cane di nessuno?
– Perché Paulo Sousa c’ha i capelli pettinati con il lievito Bertolini che pare a Liz Tailor al nono matrimonio con Richard Burton?
– Perché tutti dicono che degli albitri non ne parlano e appena non ci danno un rigore se li vorrebbero mangiare vivi?
– Perché i giornali sportivi vedono il calcio come i tifosi a seconda dei risultati, che a Ranieri se lo prendevano per incitrullito e poi quando ha vinto in Inghilterra c’hanno fatto un monumento?
– Perché Sarri parla tutto “una hoha hola on la annuccia horta” che non si capisce una minchia e si veste come un magazziniere depresso dell’Ikea?
– Perché Spalletti non ha capito che è inutile che si spella le mani quando segna Totti e ci fa tutti i complimenti per arruffianarsi, tanto prima o poi ci fanno fare la fine di Marino quando era sindaco?

Amala (e rispondigliela se puoi a Frank, che se lo merita…)

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