La cura Conte di Lautaro

Di Tommaso De Mojana

Oggi Lautaro Martinez fa paura.
Fortissimo? Sì.
L’attaccante migliore d’Europa? Chiacchiere da bar. Qualcuno ne aveva dubitato? Sì, compreso chi scrive. Quel qualcuno si era sbagliato? Di brutto, parrebbe. Bene così! Quel qualcuno quindi deve morire non capisce niente cacca tette merda culo? No grazie. Spalletti doveva farlo giocare di più? Forse. In coppia con Icardi così avrebbe fatto 429 gol? Cambiare sport.


Quindi almeno Spalletti vaffanculo? Fatevi una vita, grazie.

È un peccato che l’esplosione del ragazzo argentino venga utilizzata da molti come rivincita su chi non ne aveva riconosciuto il potenziale qualche mese fa. Capita di sbagliarsi, in questo caso io personalmente sono felicissimo di averlo fatto. Allo stesso modo in cui si sono sbagliati coloro i quali non volevano Conte e Marotta o ritenevano mediocri gli acquisti di Sensi e Barella, e mi risparmio la pietosa accoglienza riservata da molti a Lukaku, “colpevole” di aver sostituito Icardi.


Si è partiti duri anche su Spalletti ora, reo di averlo impiegato col contagocce, perché di godercela e basta ce l’ha sconsigliato il medico, a quanto pare. Vediamo alcuni numeri relativi alla scorsa stagione.
In campionato Lautaro ha giocato 27 partite (1300 minuti circa), segnando 6 gol + 1 assist. Dal momento dell’ammutinamento/infortunio di Icardi, viene impiegato da titolare nelle successive 5 partite, segnando due volte (compreso il rigore decisivo per la vittoria nel derby), prima di fermarsi per un infortunio. Rientra tra i convocati nella trasferta di Frosinone di metà aprile senza però scendere in campo, mentre nel rush finale delle ultime 6 giornate gioca da titolare in 3 occasioni in perfetta alternanza con Icardi, senza però mai trovare la rete.

In coppa Italia 2 gol contro il Benevento da titolare, mentre è subentrante nei quarti contro la Lazio, dove sbaglia il suo rigore nella serie che condanna la squadra all’eliminazione. In CL non vede praticamente mai il campo: dei 53 minuti spalmati su 3 presenze si ricorda solo quel colpo di testa da ottima posizione mandato alto a pochi secondi dalla fine del decisivo match contro il PSV, mentre in EL è sempre titolare, mettendo a referto un gol su rigore contro il Rapid Vienna (5-0 il risultato del doppio confronto), salvo poi farsi ammonire da diffidato nella partita di andata contro l’Eintracht, lasciando di fatto la squadra senza attaccanti a cercare di ribaltarla con Esposito e Merola a San Siro.

Normale che un ragazzo poco più che ventenne, alla prima esperienza europea, abbia vissuto una stagione tra alti e bassi, con qualche errore di troppo sotto porta e quel “giallo” un po’ troppo facile tipico del predestinato che vuole spaccare il mondo da subito. Si era visto il talento, mentre sulla continuità avrebbero scommesso in pochi, tanto che lo stesso Conte ha passato l’estate ad inseguire Dzeko di cui Lautaro, nei piani iniziali, sarebbe stato prima alternativa. Il ragazzo invece è cresciuto tantissimo ed in fretta (al 30 settembre aveva segnato 1 solo gol, oggi siamo a 13 fra campionato e coppa): merito suo, certamente. Il “posto fisso” aiuta a trovare fiducia, aumenta il senso di responsabilità di un giocatore che, basta guardarlo in faccia, non ha certo timori reverenziali di alcun tipo. Merito della cura Conte, che sta portando su livelli quasi mai raggiunti diversi giocatori, fiero complice dei progressi di Lauti, come lo chiama lui affettuosamente. Merito di Romelu Lukaku, gigante buono, partner perfetto di una storia d’amore che ai tifosi nerazzurri tanto ne ricorda un’altra, spenta troppo presto da un rosso nel derby, e da ginocchia troppo fragili.

Avanti così Toro, che l’avessimo detto o meno.

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