Editoriale

Due ragazzi baresi – lettera ad Antonio Cassano

Tutti, gioventù che eravamo, si sussurrava che il futuro dovevi aggredirlo appena affacciato il muso preoccupato fuori dalla tana. (Tre ragazzi immaginari, Enrico Brizzi)

Essere nati e cresciuti nella parte “nuova” di Bari può essere una sfortuna, narrativamente parlando. Sì, perché ci allontana da te, Antonio, e delude le aspettative dell’interlocutore. “Ah, sei di Bari? Bari vecchia?“. “Ehm no. Bari nuova.” rispondi. Come se ci fosse una Bari nuova, un contraltare a chi crede che dalle nostra parti tutti i bambini crescano come Antonio Cassano. Mentre io sono cresciuto nell’agio degli anni ’80, bastava cambiare strada in fretta per evitare gli scippatori di Swatch. Al massimo iniziare a correre, se la faccenda si faceva più preoccupante. Faccio fatica a trovare qualcosa che ci accomuna Antonio. Io sono nato benestante, e con il tempo e gli avvenimenti ho dovuto imparare a stringere i denti. Tu sei nato povero, poi con il tempo hai imparato persino ad annoiarti. È ciò che capita a chi non ha bisogno di nulla, se non dell’allegria e della spensieratezza. Di un pallone tra i piedi, e di qualcuno da dribblare. Come quella volta in cui hai mandato Blanc e Panucci alla stazione, come fanno i ragazzini della città vecchia con quei turisti borghesi e impettiti che gli chiedono indicazioni per arrivare alla Basilica di San Nicola.

Ricordo ogni sensazione di quella sera: il gol di Eninnaya, la spocchia di Lippi, Ferron che prende il posto di Peruzzi e che non può sapere, che di lì a poco verrà immortalato in un video da milioni di visualizzazioni su Youtube per i successivi 20 anni. Perché Ferron in quel video c’è, ma non ci prova nemmeno. Nessuno si ricorda che movimento fa, quanto vada vicino a prendere il pallone. Perché in ogni caso non avrebbe mai potuto nulla. Come il portiere de “La leva calcistica del 68”, quello che non può fare altro che guardare e “lasciarlo” passare. Ma se a Nino c’era bisogno di dire di “non aver paura“, a te no. Perché tu sei cresciuto tra i vicoli, la paura l’hai respirata, ed hai imparato presto a non averne mai. Poi ammettiamolo, a 18 anni era più facile per entrambi non averne.

Ti scrivo in un momento in cui io, invece, di paura ne ho tanta. Sto per tornare a Bari, a dire addio alle mie radici. Anche nel rapporto con le nostre madri siamo stati molto simili. Non avere un padre, o averlo perso presto, ti porta ad avere un legame morboso, quasi innaturale con l’altra metà del tuo cielo. Vorresti portarla ovunque, vorresti fosse sempre con te, poi ti accorgi che il tempo è inesorabile, e non può durare per sempre. L’hai fatto a Roma, a Madrid, a Genova, a Milano, e forse lo farai ancora. Io non ho potuto e non potrò più, ma questa è un’altra storia. Il tuo compleanno è l’occasione per dirti che in fondo non siamo così diversi. Che non sono i soldi a rendere simili le persone, né la classe sociale. Sono le storie, i destini, i momenti difficili, il talento e la pigrizia. E la paura che tu non conosci e io sì.

Avrei voluto vederti più tempo con la maglia dell’Inter, la tua squadra del cuore. Avrei voluto sentirti dire ancora un po’ che “Il Milan sta in cielo, ma l’Inter è sopra il cielo” con quella strafottenza di chi sa che prima o poi certe frasi ti si ritorcono contro, ma – fanculo – le dici lo stesso. Ogni tanto guardo quella tua foto con la maglia della Pro Inter a Bari, il borsone più alto di te e un pulmino che ti aspetta e sorrido nel pensare alla tua felicità di quel momento. Una maglia da indossare ed esibire con orgoglio. E che ne sapevi che a San Siro ci saresti arrivato davvero, passando per la notte del San Nicola, per quel dribbling che Maradona avrebbe definito una giocata da scostumato, senza il minimo timore per i destini di Blanc e Panucci. Ma chi non ha paura, non ha reverenza.

Veniamo da Bari entrambi, Antonio. Anche se tu dici che “Genova è casa tua“. Ed io, barese orgoglioso come tanti, ho smesso di prendermela, perché poi in fondo ognuno è libero di scegliere il proprio posto nel mondo e non sarò io, né l’anagrafe, a decidere il contrario. In un libro bellissimo di Brizzi che si chiama “Tre ragazzi immaginari”, ispirato ad una canzone dei Cure, si dice: “Facevamo dei sogni strani una volta! Volevamo una vita in stile moderno! Essere senza radici! È vero! Ci sono spuntate, poi, a furia di negarle! Si sono insinuate sotto la terra mentre progettavamo di andarcene!” Ma siamo entrambi più liberi e scostumati di ciò che pensi, anche se io sono nato nella parte nuova di Bari, quella priva di letteratura, quella dove Carofiglio non ambienterebbe nessun romanzo, nessuna grande storia.

E allora non mi resta che raccontare la tua, perché in fondo sono sempre stato più bravo a raccontare le storie degli altri. Trentacinque anni sono tanti, ma non troppi, anche se la mia idea di calcio è cambiata da quando la mia età è più vicina a quella degli allenatori che a quella dei giocatori. Dovevano spiegarcelo che era così, che questo gioco aveva visuali e prospettive diverse, anche se poi arriva il momento in cui ci fa sentire tutti bambini, e quei momenti sono molto simili a quegli attimi in cui il pallone tra i piedi ce l’hai tu. Buon compleanno Antonio, non vedo l’ora di vederti ancora felice in campo, fosse anche da fermo, a Verona come a Bari, come a Milano. Non importa qual è casa tua, né quale sia la mia. Importa la felicità, ed è per questo che ce l’andremo a riprendere.

 

Standard
La Tattica

Contro il Contropiede (in bocca a lupo Frank!)

di Michele Tossani

E così Frank de Boer torna in pista: sarà l’ottavo manager in sette stagioni a Selhurst Park, dove sostituisce Sam Allardyce, dimessosi al termine di questa stagione dopo aver guidato le Eagles alla salvezza. Dopo aver toccata il suo apice recente sul finire della stagione 2015/16 (quando la squadra si era trovata in vantaggio sul Manchester United nella finale di FA Cup), il Palace ha ottenuto appena quattro punti sui possibili 30 all’inizio della stagione 2016/17 Season, con il conseguente licenziamento di Pardew poco prima di natale. Allardyce compì il miracolo sportive di centrare una salvezza a quel punto insperata, ottenuta alla penultima giornata. Dopodiché, come detto, Big Sam ha rassegnato le dimissioni. La scelta di De Boer è interessante per almeno due motivi. Il primo perché, con l’ex Ajax, il Palace fa una scelta in controtendenza rispetto alla sua storia che ha visto il club come una casa per allenatori britannici, tanto è vero che (se si eccettua il breve interregno di Curtis Fleming nel 2012) l’unico allenatore non proveniente da quelle latitudini è stato Attilio Lombardo, allenatore per 7 partite nel 1998.

Il secondo motivo è dato invece dal fatto che il 47enne vincitore di quattro Eredivisie sulla panchina dell’Ajax ha intenzione di provare a portare il calcio totale olandese a Selhurst Park. Proprio questa idea di calcio è quella che ha convinto il presidente del club, Steve Parish, e gli azionisti di maggioranza, gli americani David Blitzer e Josh Harris, a preferire FdB ad altri candidati, come ad esempio al manager del Burnely, Sean Dyche. Il lavoro di De Boer dovrà concentrarsi anche sull’Academy del Palace nella quale l’ex aiacide cercherà di replicare i successi ottenuti ad Amsterdam, dove ha contribuito a forgiare parte dell’ultima nidiata di talenti de Lancieri, a partire dai vari Christian Eriksen, Daley Blind e Toby Alderweireld.

Influenzato dal pensiero tattico di Louis van Gaal e di Johan Cruyff, chiamato proprio dal grande numero 14 a riportare in vita all’Amsterdam Arena quei principi di gioco che si erano un po’ smarriti nelle stagioni precedenti, De Boer è rimasto fedele a quegli storici dettami tattici durante tutta la sua giovane parabola da allenatore. Così, partendo da un 4-3-3 che poggiava molto sulle ali, FdB ha cercato di organizzate le squadre in modo da essere ordinate tatticamente abili a portare un pressing ultra-offensivo che favorisse veloci transizioni. Sono questi gli stessi ingredienti che De Boer ha utilizzato in Olanda e che ha cercato di riproporre con l’Inter. Con scarso successo in verità, dato che la sua esperienza in Serie A si è chiusa senza troppi rimpianti dopo appena 84 giorni. Chiamato infatti in fretta e furia a sostituire Roberto Mancini, De Boer ha cercato fin dall’inizio di trasmettere una nuova mentalità e un nuovo stile di gioco. Tuttavia, i giocatori interisti, hanno fin da subito mostrato di non gradire il tipo di calcio proposto dall’olandese e di trovarsi a disagio di fronte alle richieste offensive, con tanto di linea difensiva alta, proposte da De Boer. Tutto questo, unito ad un certo stile naif nella cura della fase di non possesso palla, ha portato l’Inter deboeriana ad avere una certa identità tattica in fase offensiva ma a risultare lunga e incapace di difendere quando la palla entrava in possesso degli avversari.

Una rivoluzione fallita, come spesso accade nella storia e che ha visto FdB combattere anche contro gran parte delle stampa (con Caressa sugli scudi), per un malcelato senso di superiorità nei confronti dell’ex Ajax, ha finito per criticarlo al limite della denigrazione personale (ricordiamo le battute sullo stentato italiano di De Boer, quando i nostri allenatori all’estero parlano solitamente un inglese a dir poco risibile), senza mostrare la pazienza necessaria prima di valutare gli eventuali frutti di questa rivoluzione culturale prima che tattica. Per di più, con il risultato di incensare oltre ogni limite il suo successore e senza nessuna autocritica verso la damnatio memoriae orchestrata verso De Boer quando, finiti gli effetti benefici solitamente determinati dal cambio di allenatore, la squadra nerazzurra è ricaduta in quei limiti tecnici e tattici che, evidentemente, non erano colpa di FdB ma strutturali alla rosa interista.

Ora, messe da parte le difficoltà milanesi, ancora una volta, De Boer si lancia in una sfida nella quale è chiamato a invertire il modus operandi di una squadra che, fin dai tempi di Neil Warnock e Tony Pulis, è abituata a giocare di rimessa. In questa ricercar di una transizione favorevole, l’ex Inter potrà contare sul talento degli esterni Wilfried Zaha e Andros Townsend, e sulla fisicità del numero 9 Christian Benteke. Questi tre giocatori (soprattutto il 24enne Zaha) rappresentano sulla corta il prototipo del giocatore che serve a De Boer per trasformare gli Eagles in una squadra prettamente offensiva, cioè un giocatore veloce, abile tecnicamente e in grado di destabilizzare il sistema difensivo avversario con le proprie incursioni. Se De Boer riuscirà a tirare fuori il meglio da questo trio e a sistemare le falle difensive degli Eagles (magari risolvendo anche la questione portiere, con Wayne Hennessey reduce da stagioni di incertezze) quella al Palace potrebbe rivelarsi come la stagione del rilancio del tecnico olandese dopo il flop interista.

In bocca a lupo, Frank. Qui ti abbiamo sempre voluto bene.

Standard
Mercato

Il mercato che vorrei

Quattro firme de il Nero e l’Azzurro analizzano la situazione del mercato tra digressioni tattiche e sentimenti personali. Tra utilità e bellezza, come la nostra maglia impone.

il Portiere che vorrei

(di Tommaso de Mojana @tomedemou)

Solo lui.

Poco conta che il ragazzo ancora ne debba compiere 25: Mattia Perin è uno di noi dal primo giorno in cui l’abbiamo visto, in un Pescara-Inter di qualche anno fa, prima recita di uno dei tanti anni zero del recente passato, trafitto dai meravigliosi Wes e Diego Alberto (sigh) e dal piccolo Pippo. Il mai troppo amato Samir ora che ha smesso tanto di lamentarsi quanto di parare i rigori potrebbe giocare la tanto agognata Champions, e noi ce ne faremmo una ragione vedendo la reincarnazione dell’indimenticato Walterone difendere la nostra porta, i nostri colori.

Ce lo immaginiamo in maglia grigia, con la collanina rigorosamente fuori a battere su un petto finalmente gonfio di orgoglio, ultimo baluardo disposto a lasciar giù un altro crociato pur di evitare un gol, ad incatenarsi alla porta prima di uscire sconfitto. A lui, e forse solo a lui, perdoneremmo persino qualche “uscita a vuoto” fisiologica per un giovane portiere che, per quanto ha sofferto negli ultimi anni, sa già cosa significhi essere interisti.

Non dimentichiamolo: oltre ai calciatori, prima dei calciatori, servono gli uomini giusti.

La Difesa che vorrei

(di Tommaso de Mojana @tomedemou)

Il reparto che più di tutti va rifondato, inutile girarci intorno.

I grandi colpi vanno fatti soprattutto in uscita: dell’attuale rosa nessuno ha meritato la riconferma, chi per un motivo chi per un altro.

A parte Yao che nessuno ha mai visto giocare eppure è sempre in trattativa con Crotone e Bari ed altrettanto sempre compare nella rosa, resterà quasi certamente D’Ambrosio, capace per un bimestre abbondante di somigliare ad un terzino di discreta qualità e temperamento e duttile nell’ibrida difesa un po’ a 3 un po’ a 4 che va di moda adesso. Duttile nel senso che fa sempre maluccio, ma meno peggio di altri.

Miranda va ceduto: le qualità non discutono, gli atteggiamenti e la professionalità sì. Classe ’84, il suo valore scende ogni giorno che passa, e non salirà più. In attesa di conoscere con quali squadra non passerà le visite Santon e di capire quando il giovane Andreolli (l’unico in rosa ad aver registrato Pazza Inter Amala) compirà 36 anni, Sainsbury verrà riaccompagnato in Cina e ad Ansaldi verrà dato un ultimatum: può restare a patto che chiuda il suo account Instagram.

Chi scrive vede in Murillo del potenziale. Chi scrive infatti scrive e non fa il ds. Murillo inoltre ha fatto davvero di tutto per dimostrare che è bene che chi scrive resti a scrivere e non faccia mai il ds, ed in più ha mercato, considerati il fisico e la giovane età. Con la giusta offerta quindi può accomodarsi anche lui, con buona pace di chi scrive. Tanto chi scrive ha ben altri sogni, o un unico, triplice sogno.

Walter Sabatini, noi ti si vuole già bene per una serie di motivi, ma se ci fai il triplete noi scendiamo in piazza sul serio, altro che sognare sotto l’ombrellone.

MedelRanocchiaNagatomo.

Se prima si sprecavano fiumi di inchiostro ora si corrodono i tasti. Ecco, voi ce ne avete fatti corrodere parecchi, troppi. E non parlo solo di tasti. Finiamola qui, vi prego. Il mercato in entrata dipenderà quindi in buona parte da quanto sopra, vediamo comunque di identificare qualche nome utile alla causa.

Ultimamente i nostri sono talmente scarsi da essere utilizzati indistintamente a destra e a sinistra, crossando con gli stessi risultati dall’una e dall’altra fascia; ciononostante, nel mondo reale, i terzini sono divisi in due sottoinsiemi: i terzini destri, che di solito usano il piede destro meglio del sinistro (es. Maicon), e i terzini sinistri, che di solito prediligono crossare con il piede opposto (es. Roberto Carlos).

Partiamo dai primi: Bruno Peres conosce il nostro campionato e meno di un anno fa era tra i pezzi pregiati del mercato estivo, eppure le sue caratteristiche non sembrano convincere fino in fondo a causa della scarsa propensione alla fase difensiva. Su Conti sembra il vantaggio il Milan, e allora puntiamo Karsdorp, un classe ’95 dal fisico possente e già nel giro della nazionale maggiore che ha giocato anche come mediano, per tornare alla difesa a 3,5. Nonostante la giovane età ha già disputato due campionati da titolare, vincendo l’ultimo con la maglia del Feyenoord. Un cavallo di ritorno potrebbe essere Vrsaljko, che però è fermo da marzo, e per il quale l’Atletico Madrid ha versato 18 milioni meno di un anno fa. Più difficile sembra identificare l’erede di Pistone e Gresko: Spalletti ha valorizzato Emerson Palmieri, bollato inizialmente come bidone e finito poi nel giro della nazionale di Ventura, il suo nome non infiamma il cuore dei tifosi. In Italia l’emergente è sicuramente Barreca del Torino, autore di un ottimo campionato all’esordio in A, che sarà tra i protagonisti dell’Europeo under 21. Clichy (classe ’85) si è svincolato dal City e rappresenterebbe il classico usato sicuro in una settore del campo storicamente critico, mentre su Dalbert sembra esserci il veto del Nizza.

“Non possiamo sbagliare gli acquisti”. La chiosa di Spalletti vale soprattutto per la zona del campo più delicata, dove sembrano obbligatori almeno due acquisti di livello.

Personalmente ingaggerei domani mattina Gonzalo Rodriguez , leader disciplinato e di sicura affidabilità. Chiaramente non potrebbe essere un titolare, ma un ruolo alla Materazzi ultimo biennio, con carta bianca sulle scarpate in spogliatoio, calzerebbe a pennello per l’argentino. Molto meglio di Pepe, per intenderci. Rudiger è il nome più caldo, poco glamour perché considerato ruvido, non è il centrale cui affidare l’impostazione del gioco, ma è un classe ’93 che reduce da un grave infortunio si è ripreso il posto in squadra, adattandosi all’evoluzione del modulo proposto da Spalletti, che non a caso lo vuole fortemente; molto più di Manolas , più caro e caratterialmente meno adatto ad uno spogliatoio che va rivoltato come un calzino. Il greco è spesso vittima di clamorosi cali di concentrazione ed ha un livello di sopportazione del dolore così basso da essere schernito spesso dai compagni per le sue “scenate”. Ecco, no.

Dopo aver controllato se non vendono Hummels o Sergio Ramos ed aver chiesto all’entourage di Rugani se l’assistito abbia intenzione di giocare solo la coppa Italia anche l’anno prossimo virerei dritto su de Vrij  fragile ma formidabile e già rodato nel nostro campionato. Acerbi è affidabile e sa cosa voglia dire lottare nella vita. Il Sassuolo lo libererà ed il costo del cartellino dovrebbe essere affrontabile. Troppo facile?

Chiudiamo con due nomi forse meno noti, ma Davinson Sànchez (’96) e Matthijs de Ligt (’99!), entrambi protagonisti nell’Ajax finalista di EL, faranno parlare di loro prima di quanto si pensi.

Il centrocampo che vorrei

di Alessandro Piemontese @comunicale e Michele Tossani @micheletossani

Quando penso al centrocampo che vorrei, mi torna in mente quello lì. C’è poco da fare. Stankovic, Cambiasso, Zanetti. E mi fermo qui con i ricordi, perché la lacrima è già scesa, e cadendo qui sulla tastiera, ha colpito il tasto con la lettera K. Un tasto dolente. Io ci ho provato tante volte a dargli l’ultima occasione ma Kondo mi ha sempre spinto a concedergli la penultima. Ci ho provato a difenderlo ma oggi, nel centrocampo che vorrei, non c’è più spazio per chi non ha i fondamentali. Ecco, direi che come prima, facile, competenza da esibire nel curriculum, in formato europeo si spera, c’è lo stop della palla, alzare la testa, passare il pallone al compagno di squadra con uno due tocchi. Non chiedo e non chiediamo tanto.

C’è questa frase che gira “l’Inter non ha bisogno di essere rifondata ma c’è bisogno di capire su quali uomini puntare”. C’è da rifondare il centrocampo. Punto. Gagliardini resta perché questa competenza ce l’ha ma tutto il resto va cambiato. Ne servono altri 3 di livello. Due in campo e uno in panca. Nel centrocampo che vorrei c’è spazio per la classe e l’intelligenza, in una parola: Modric. Luka è la luce che manca perché ci siamo fin troppo abituati al fatto che di luci a San Siro non ne accenderanno più. Luka ci serve come il pane. In un’intervista prima della finale di Cardiff ha dichiarato che avrebbe lasciato il Real in caso di vittoria. E Luka l’ha vinta quasi da solo quella finale, dimostrando che l’intelligenza, la classe e la tecnica se ne sbattono di un centrocampo compatto e fisico. Altri profili che danno del tu alla palla e che accendono la luce? Biglia (preso), Verratti (ad ogni intervista dice che tifa Juve e ha già rotto), Borja Valero (ne parla Michele), e poi il buio. Nel centrocampo che vorrei, una volta accesa la luce, mi piacerebbe il Ninja Nainggolan perché ha una storia da raccontare, l’infanzia travagliata alla Ibra, il salto triplo da Anversa a Piacenza passando per Cagliari e arrivando alla staffilata che ci ha trafitto e tramortito in quello sciagurato Inter Roma 1 a 3. Sappiamo tutti che il Ninja è difficile ma mi accontenterei di Daniele Baselli, un grandissimo calciatore, testa alta, tiro, carattere. Gagliardini – Modric – Baselli. Ora sì.

E poi c’è quello Jo-Jo che torna sempre indietro, il mio chiodo fisso, classe cristallina con il fascino dell’incompreso. Chissà se quel “qualcosa dalla sfera esca fuori” non si riferisse proprio a Jo-Jo, magari arretrato, coccolato e responsabilizzato. Perché lo yo-yo torna sempre indietro e non perde mai il filo.

Io dico Borja Valero 

di Michele Tossani @micheletossani

Vecchio obiettivo di Sabatini e Spalletti fin dai tempi di Roma, vista la difficoltà delle trattative relative a Nainggolan e Strootman, ecco che lo spagnolo diventa un elemento sul quale la dirigenza nerazzurra sta facendo più di una valutazione come rinforzo per il centrocampo. Borja Valero ha un contratto con la Viola in scadenza nel 2019 ed un ingaggio da 2,5 milioni di euro a stagione. Per il suo cartellino la Fiorentina chiede una cifra intorno agli 8 milioni.

Tanti? Troppi per un 32enne?

L’ultima stagione di Borja Valero, come quella di tutta la Fiorentina, è stata costellata più da ombre che da luci. Lo spagnolo è infatti andato a corrente alternata. Nonostante ciò è riuscito comunque a produrre prestazioni interessanti registrando alla fine ben 10 assist e la solita altissima percentuale di passaggi riusciti (89.5%).

Passatore sopraffino, lo spagnolo è anche un leader ed in questo ruolo sarebbe ideale in uno spogliatoio come quello interista, da troppo tempo privo di figure carismatiche di riferimento. La sua esperienza potrebbe rivelarsi fondamentale nella crescita e nella maturazione di Gagliardini. Da un punto di vista tattico lo spagnolo ha vissuto un’esperienza di equivoci sotto la gestione di Paulo Sousa. Infatti, nonostante critiche serrata da parte di stampa e tifosi, il tecnico portoghese ha quasi sempre utilizzato Borja Valero come trequarti all’interno del sistema 3-4-2-1 disegnato da Sousa per i Viola in queste due ultime stagioni.

Tuttavia molti volevano lo spagnolo più arretrato, proprio per sfruttare al meglio le sue qualità nel palleggio e perché le sue scarse capacità realizzative (appena 2 gol in tutta la scorsa stagione) hanno fatto dubitare del suo impiego dietro una punta centrale.

Ora, detto che Borja Valero è in grado di giocare come interno in un centrocampo a tre e anche come esterno di fascia (ruolo ricoperto con i Viola quando questi, in fase di non possesso, si schieravano 4-4-1-1), lo spagnolo ha palesato delle difficoltà quando impiegato come centrocampista centrale in una mediana due. Cosa che potrebbe riproporsi qualora Spalletti insistesse col 4-2-3-1 utilizzato anche da Pioli. In questa posizione infatti l’ex Villareal ha mostrato delle incertezze nella fase difensiva.

Accoppiarlo quindi a Gagliardini in un centrocampo con due soli centrali potrebbe riproporre in qualche modo l’equivoco tattico già evidenziato dai Nerazzurri con il duo formato dall’ex atalantino e da Kondogbia, vale a dire due centrocampisti carenti nella fase di interdizione.

In un centrocampo a tre o come numero 10, Borja Valero potrebbe invece rendere di più. Le critiche mosse a Paulo Sousa per il suo utilizzo in campo contrario non avevano infatti ragion d’essere in quanto non soltanto il centrocampista spagnolo ha prodotto una gran quantità di assist (10, come detto) ma anche dimostrato grande efficacia tattica nel creare superiorità posizionale alle spalle della linea di centrocampo avversaria. Tant’è che proprio il controllo di Borja Valero è quasi sempre stata chiave determinante per gli avversari della Viola nel cercare di disinnescare il dispositivo tattico preparato da Sousa. Le capacità tecniche del madrileno rendono anche difficile togliergli palla: insomma, il pallone va in banca quando fra i piedi di Borja Valero.

Tutto questo per dire come, dal punto di vista caratteriale e tattico, l’acquisto del viola (pur avanti con l’età) potrebbe rappresentare un upgrade per la mediana nerazzurra.

L’attacco che vorrei

di Marco Napoletano @manapoletano

Perisic, Icardi e Candreva.

Letto così sembrerebbe un attacco di tutto rispetto e a confermarlo ci sarebbero anche le 41 reti messe a segno l’anno scorso (la Juventus ne ha fatte 42 tra Higuain, Dybala e Mandzukic). Ma c’è qualcosa che non va perché l’anno scorso sono state più le partite che da dimenticare che le partite memorabili. Serve cambiare qualcosa o almeno trovare delle alternative migliori.

Spalletti ama giocare con il 4-2-3-1 e se proprio non è possibile vendere Icardi (io lo venderei per prendere Belotti per una maggiore cattiveria agonistica e capacità di partecipare alla manovra dell’italiano), che può fare alla perfezione ciò che ha fatto Dzeko nella passata stagione le alternative per questa stagione vanno ricercate negli esterni e nel trequartista dietro la punta.

Per fare acquisti e necessario vendere e il sacrificato sembra essere Perisic. Pare che oltremanica siano disposti a spendere anche 50 milioni di euro per il croato che, avrà anche fatto 11 goal e numerosi assist l’anno scorso, ma nella mia mente sono più le partite dove il mio sistema nervoso è stato messo a dura prova dalle sue prestazioni che le partite buone da ricordare.

Ma chi prendere sulla sinistra?

La linea giovane italiana suggerirebbe due nomi di alto profilo e prospettiva come Federico Bernardeschi e Domenico Berardi, entrambi mancini naturali ma anche in grado di giocare sulla fascia opposta per poi rientrare e calciare con il sinistro. Prenderli entrambi sembrerebbe impossibile ma Berna, Berardi e Icardi sono un tridente niente male.

La linea esterofila invece suggerisce nomi come Lucas Moura e Angel Di Maria, siamo sinceri il secondo difficilmente potremo vederlo a Milano, per il suo ingaggio, per il costo del suo cartellino e anche per una questione di ambizioni. Il brasiliano invece è più probabile, destro naturale ma in grado di giocare anche sulla sinistra, nella passata stagione ha comunque realizzato in Francia 12 reti e 5 assist (più di Di Maria).

Certo che se la dirigenza dovesse riuscire a prendere due tra questi nomi, si potrà finalmente anche dare un po’ di respiro a Candreva. Perché puoi anche essere l’ala che crossa di più nell’universo ma se le metti meglio al centro, magari si riesce anche a fare più goal.

L’elemento fondamentale nello scacchiere di Spalletti resta però il trequartista. Naingollan è il prototipo del trequartista moderno in grado di coniugare le due fasi di attacco e copertura e nello stesso tempo realizzare reti importanti (11 la passata stagione).  Se il belga è irraggiungibile (ma lo è davvero?) chi potrebbe fare il trequartista nell’attuale rosa? Joao Mario sembra poco efficace in zona goal, Eder lo è di più (non dimentichiamo le 8 reti dell’anno scorso, anche se quasi sempre inutili) ma copre meno. Serve un nome e James Rodriguez potrebbe essere il sogno proibito.

 

Standard
La Tattica

Spalletti e il gioco liquido

di Michele Tossani (tattico) e Cristiano Carriero (story)

Spalletti con la giacca di Oscar Giannino è già un buon incipit per questa storia. Spalletti che ripete “Uomini forti destini forti, uomini deboli destini deboli” è già meme. Indipendentemente dalle voci che circolavano e che volevano la dirigenza nerazzurra dietro Antonio Conte e Diego Simeone, quello con l’ex tecnico della Roma è sembrato fin dall’inizio come l’accordo più probabile da raggiungere, con Luciano libero da impegni contrattuali e più che disposto a lasciare Roma e le sue radio per approdare a Milano sponda nerazzurra, in compagnia del vecchio amico Walter Sabatini.

Che cosa devono attendersi tatticamente dal nuovo allenatore i tifosi dell’Inter?

Sicuramente uno Spalletti più maturo che, a 58 anni compiuti, è al vertice della sua maturazione tattica. Basta vedere quello che ha prodotto la Roma 2015/16 sotto la sua guida. Lo Spalletti bis, infatti, cioè quello arrivato a Roma per sostituire Rudi Garcia, è stato caratterizzato da una identità tattica nuova rispetto a quella vista durante la precedente esperienza alla guida dei Giallorossi, per non parlare dell’evoluzione di Luciano dai tempi di Empoli, Sampdoria e Udinese. Mentre il primo Spalletti della capitale aveva di fatto creato il falso nueve proponendo un 4-6-0 con Totti vertice avanzato e con Mancini, Perrotta e Vucinic  a supporto, il secondo Spalletti ha presentato un sistema più fluido, ispirato a modelli similari visti nelle ultime stagioni in Europa e introdotti in Italia dal portoghese Paulo Sousa con la Fiorentina.

Ecco quindi che la Roma che Spalletti ha presentato in questa stagione 2016/17 con variazioni fra difesa a 3 e difesa a 4 attraverso l’alzarsi, in fase di possesso, di uno degli esterni bassi, solitamente Rudiger a destra. Davanti alla difesa venivano schierati solitamente De Rossi e Strootman, vale a dire un regista basso incaricato di aiutare i centrali difensivi in fase di costruzione (il romano) ed un interno più propenso ad operare nell’altra metà campo inserendosi in zona offensiva (l’olandese). Sulla trequarti offensiva operano Salah a destra e Perotti o El Shaarawy a sinistra. L’egiziano, più attaccante che centrocampista, taglia centralmente per affiancarsi a Dzeko e non ha particolari compiti in fase difensiva.

Sulla sinistra invece sia l’italo-egiziano che l’argentino collaborano con l’esterno sinistro difensivo (Emerson Palmieri) e con Nainggolan, un trequarti che a spostarsi sul centro-sinistra. In fase difensiva questa sorta di 4-2-3-1/3-4-1-2 diventa tendenzialmente un 4-4-2 attraverso il ripiegamento proprio del centrocampista belga mentre Salah tende a rimanere più avanti insieme a Dzeko per contrastare la fase di costruzione avversaria. Alcune volte si è visto Spalletti partire proprio da una difesa a 3 in un 3-4-1-2 che, in fase difensiva, con l’arretramento di Nainggolan in aiuto ai centrocampisti centrali, diventava un 3-5-2/5-3-2. In generale, dal punto di vista offensivo la Roma cerca di giocare palla da dietro allo scopo di innescare tutta una serie di combinazioni fra i propri riferimenti offensivi, soprattutto sul centro e sulla sinistra. La presenza di Dzeko ha però permesso a Spalletti di far uscire la squadra dalla pressione avversaria tramite lanci lunghi diretti al bosniaco che aveva il compito di fare da sponda o di difendere palla in attesa della salita dei compagni di squadra.

In questo senso la Roma ha prodotto una media di 64 lunghi a partita (nona squadra in Serie A) con una percentuale di riuscita del 60.5% (terza nel campionato). Ma, a parte Dezko, il lancio lungo è ideale per lanciare in velocità i vari Salah, Nanniggolan e El Shaarawy oltre la linea difensiva avversaria.  Questi due tipi di soluzione sono ideali nelle ripartenze, dove la Roma spallettiana è stata pericolosa. In caso di azione manovrata invece la Roma predilige il fraseggio corto con i giocatori che prediligono ricevere palla sui piedi. La sensazione quindi è che, arrivato in casa nerazzurra, Spalletti voglia riproporre quel tipo di gioco liquido sperimentato nella stagione appena conclusa.

Ecco allora che, probabilmente, potremo aspettarsi dall’ex giallorosso un qualcosa a metà strada fra il primo Pioli e de Boer (per il gioco, non per i risultati che ci auguriamo migliori), vale a dire una squadra corta e organizzata tatticamente ma con propensione ad un gioco offensivo. Per far questo, garantendo nel contempo equilibrio alla squadra, Spalletti dovrà lavorare molto, soprattutto sulle marcature preventive. Le transizioni negative sono state infatti spesso il tallone d’Achille della sua ultima Roma, con i Giallorossi che avevano pochi giocatori con attitudine ai ripiegamenti difensivi.

E proprio il contropiede è stata una delle pecchie dell’Inter deboeriana e della stagione nerazzurra in generale, per una squadrta che ha concesso ben 49 reti. Per il successo di Spalletti a Milano sarà quindi necessario, oltre ad un ambiente più collaborativo (società e stampa) anche, ovviamente, il tipo di squadra che verrà costruita per il tecnico di Certaldo. La difesa, come noto, andrà rinforzata e non poco. Sembra destinato a partire Handanovic, che secondo il tecnico toscano non ha grandi capacità di guidare la difesa. Lo stesso dicasi per il centrocampo. dove sarà essenziale trovare un sistema che valorizzi Gagliardini. Ottimo durante la prima fase della sua avventura a Milano, l’ex atalantino è andato via via calando, come tutta la squadra, dimostrando delle pecche in fase difensiva. Spalletti dovrà quindi integrare la sua presenza con un centrocampista più difensivo, in grado di sopperire alle mancanze di Gagliardini in fase di non possesso palla.

L’attacco invece, almeno a livello di titolari, potrebbe essere già a posto così, fermo restando la permanenza, non così scontata, di Perisic, giocatore sul quale Spalletti sembra aver fatto capire di voler puntare. Per quanto riguarda il resto della rosa, Suning ha la necessità di incassare 30-33 milioni per la questione del fair play finanziario. Ecco quindi che i vari Banega, Brozovic, Ranocchia, Jovetic e forse (come detto) Perisic si ritrovano sul mercato. Questi infatti sono i nerazzurri che hanno mercato e che sono considerabili come sacrificabili dal nuovo corso interista.

Chi la loro posto? Di nomi ne circolano parecchi, come normale che sia in questa primissima fase di mercato.

In particolare sembra che Spalletti abbia chiesto rinforzi provenienti da Roma, soprattuto Rudiger e Nainggolan. Sarà difficile arrivare al centrocampista belga mentre meno impossibile appare l’esito positivo della corte al difensore tedesco che avrebbe nell’Inter spallettiana lo stesso ruolo ricoperto nella formazione giallorossa, vale a dire quello di difensore esterno in una difesa fluida 3/4. Senza contare come Rudiger potrebbe giocare anche da centrale, risolvendo una delle annose questioni dell’Inter di queste ultime stagioni.

Per il ruolo di terzino destro si attendono gli esiti della missione olandese per Rick Karsdorp del Feyenoord mentre altri nomi circolati di recente (Mouctar Diakhaby del Lione e Riccardo Marchizza, anche lui sempre della Roma) sembrano più giocatori di prospettiva che elementi in grado di aiutare fin da subito. Dovesse poi davvero partire Perisic ecco che l’Inter avrebbe la necessità di garantire a Spalletti un giocatore in grado di fornire gol e assist partendo dall’esterno. Rientrerebbero in questa categoria sia Berardi che Bernardeschi, sul quale la concorrenza pare agguerrita. Per il ruolo di vice Icardi invece Spalletti sembra orientato a guardare in casa, valorizzando Eder e Pinamonti ieri campione d’Italia con la Primavera di Vecchi. Anche se non è escluso che, da qui alla chiusura del mercato, arrivi un altro giocatore tipo Petagna.

 

Standard
Editoriale

Abbracciarsi. Le considerazioni che non avevo scritto sulla finale di Champions

Le parole hanno una loro responsabilità, vanno pesate, ponderate, scelte. Nel calcio non capita spesso. È molto più facile parlare per categorie, generalizzare, creare fazioni, fomentare odio. Di questo pezzo, di una bozza scritta di fretta per parlare di una partita che non era la nostra, non è rimasto nulla. Cancellato. Non ci sono “ma”, e non ci sono sottintesi, di rivalità sportiva si parlerà un’altra volta. C’è tempo per prendersi in giro, come piace a noi, per ritrovarsi seduti in un bar a bere una birra e chiacchierare ancora di Higuain e Icardi. Dei nostri sogni, delle nostre ambizioni, delle nostre ossessioni, perché ognuno ne ha una. Dell’Inter e dei suoi melodrammi sportivi abbiamo parlato tutto l’anno. Abbiamo scelto la chiave dell’ironia perché cosa vuoi fare, se non sorridere davanti ad una stagione così? Della Juventus conosciamo la grandezza di chi è capace di vincere (e, a mio modestissimo parere, meritare) sei scudetti di fila, e l’umana debolezza di chi proprio non riesce proprio a vincere quella finale. Francamente la trovo una storia tanto atroce – siamo sempre nel campo dello sport e della contesa in campo – quanto affascinante. Il lato debole del tifoso, il tassello che quando arriverà li farà urlare davvero di gioia, e dimenticare quella pletora di vittorie italiche che, per intenderci con grande onestà, in questo momento noi ci sogniamo.

Quello che non è affascinante, invece, è quello che è successo in Piazza San Carlo. Non è affascinante che ancora una volta una finale di Coppa dei Campioni della Juventus coincida con una tragedia, sebbene non si possa paragonare questo evento a quello mastodontico del Heysel. Ma da qui, nel nostro piccolo, a nome mio e di tutti quelli che su questo blog si sono divertiti a scrivere finora, voglio abbracciare tutte le persone che ieri, per qualche minuto, hanno visto la morte con gli occhi. I feriti, quelli gravi, quelli meno gravi, quelli che si sono presi solo un grande spavento. Non è giusto, non deve accadere, perché una finale è una festa, comunque vada. È un momento per poter gioire con gli amici, come scrive Claudio Pellecchia in un bellissimo pezzo uscito su Juventibus, dove racconta del momento in cui, dopo il gol di Mandzukic, ha abbracciato un tipo di Cuneo che nemmeno conosceva.

Ma racconta anche di questi momenti:

Ci siamo ritrovati circa mezz’ora dopo: ammaccati, spaventati, VIVI. Il tempo di una telefonata a casa per rassicurare tutti, un’altra a Simona (che si trova a Londra e che quindi ha aggiunto spavento a spavento) per dirle che sto bene e che la amo, di rendermi conto che ho maglia e scarpe sporche di sangue non mio e posso tornarmene in albergo.

Non è giusto vedere maglie macchiate di sangue, pensare a chi ha avuto paura di non rialzarsi, perché la folla lo stava per travolgere. A questo penso, alla possibilità di restare umani e fratelli, perché questo siamo, anche se non tifiamo per la stessa squadra. Anche se da par nostro, non ce ne voglia nessuno, ieri abbiamo pensato a difendere, in un gioco delle parti che si chiama “tifo”, quel nostro baluardo che proprio non ci va di condividere con altri. E come scrive Michele, è in questo momento che ho bisogno di “prendere per il culo i miei amici“.

I social hanno acuito la frustrazione e la rabbia, a volte si scrive senza pensare, si coglie ogni occasione per generalizzare. Il “tifi o gufi?” come ragion di stato. La scelta, la divisione ferrea e priva di sfumature, la pericolosa dimenticanza delle persone che ieri, in Piazza San Carlo, stavano per lasciarci la pelle. Ieri il Real Madrid ha dato a tutti un paio di lezioni: forse la più grande viene dal Santiago Bernabeu dove il Real, Società, ha scelto di riunire i propri tifosi per vedere la partita. Non una decisione presa dal Comune, ma dallo stesso Real Madrid. Noi italiani siamo legati alla piazza, è la nostra storia fatta di notti magiche e notti molto meno nobili, ma la storia evolve. Forse è meno romantico, ma quello che si è visto al Santiago Bernabeu ieri sera è contemporaneo. Il calcio nei luoghi dedicati al calcio.

Non so se questo nostro pensiero arriverà alle persone che ieri erano lì a gioire, soffrire, e poi morire. Di paura. Ma pur sempre a morire. Mi piacerebbe arrivasse, perché è da ieri che penso a quella folla che corre, a quella gente che grida. E davvero non hanno né maglia né bandiera. Se penso che qualche cretino ha colto quel momento per fare battute idiote arrossisco. Torneremo a parlare di calcio, di gioie e delusioni, di sogni e ossessioni, a sfotterci per una rivalità che mi auguro possa diventare più sana, in tutti i sensi, in primis sana di mente. Torneremo a dirci “Forza Bayern“, come “Forza Real” e “Forza Liverpool” perché di questo viviamo, anche di chiacchiere e ciarle. Perché non è da queste cose che si vede la sportività.

Sportività è sapere quando è il momento di prendersi in giro e quando è il momento di tacere. Ma io non credo sia il momento di tacere. Sarebbe profondamente sbagliato. Quindi preferisco pesare le parole. E il peso specifico è quello di un abbraccio.

Standard
News

Giorgio Muggiani perdonaci: invettiva contro i designer delle maglie dell’Inter

Parliamoci in maniera sincera: in cambio di una stagione con uno come Ronaldo in attacco, sono disposto anche ad indossare una maglia da rugby che non ha nulla a che vedere con la storia, i colori e la tradizione dell’Inter. Nascerà qui, – cito a memoria – al ristorante l’orologio, ritrovo di artisti e sarà per sempre una squadra di grande talento. Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro sullo sfondo d’oro delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo“. Quindi i colori sono quelli: il nero e l’azzurro, e se vogliamo essere pignoli le strisce sono verticali, alternate e di dimensioni identiche. Non è difficile, basta un minimo di buon senso. Almeno in un momento così complicato lasciateci la certezza della maglia nerazzurra. Veniamo da una stagione che è meglio non raccontare, con l’orrore cromatico di un derby (quello di andata) in cui Milan e Inter si confondevano, e per riconoscerle dovevi guardare i pantaloncini, salvo scoprire dopo una ventina di minuti che i nostri erano quelli bianchi mentre quelli “tutti neri” erano i giocatori del Milan. Loro almeno, dopo un decennio di ardite sperimentazioni, ce l’ha fatta a tornare al rossonero e alle righe di dimensioni identiche. Noi no, noi abbiamo ancora bisogno di allargare e restringere le righe, come un …mettere nome di una squadra provinciale a scelta… qualunque.

La terza maglia del 1998 usata per la Coppa Uefa

Qualcosa mi dice che Giorgio Muggiani non sarebbe particolarmente felice di questo codice a barre. Se non altro il colore si avvicina di più all’azzurro Inter e abbiamo eliminato quei tremendi calzettoni gialli. Il giallo (che nel nostro caso va e viene come il blu sulle divise del Bayern Monaco) non è presente nemmeno sulla maglia. L’anno passato erano gialli lo sponsor, i nomi e i numeri. Il ritorno al bianco è un sospiro di sollievo. Le spalle total black non fanno impazzire, così come le strisce discontinue. In un momento in cui l’unica cosa che si chiede è la continuità, si poteva proporre qualcosa di diverso.

La maglia dell’Inter stagione 2017/2018

Durante i decenni, i cambiamenti più sostanziali hanno riguardato il numero e le dimensioni delle righe. Agli albori erano strette anche se ogni maglietta non aveva le strisce di identiche dimensioni. Ogni giocatore infatti aveva la sua e se la faceva fare lui stesso, dal fornitore che voleva. Spesso si trattava della mamma o della nonna. Dalla stagione 1909/10 la maglietta venne decorata con lo stemma di Milano, una croce rossa su fondo bianco. Durante questi primi anni, le variazioni consistettero nel numero delle righe e in alcuni particolari sul colletto. Mentre nel periodo fascista Mussolini decise che il nome Internazionale era decisamente anti-autarchico, impose la fusione dell’Inter con l’Unione Sportiva Milanese e il nome di Ambrosiana, e si optò per una maglia totalmente differente: bianca, con una grande croce rossa. Maglia che verrà riproposta, come seconda, nell’anno del centenario, il 2008.

La maglia del centenario è un omaggio a quella dell’Ambrosiana. I colori sono quelli di Milano

Dalla stagione 1929/3o però il nerazzurro riprese il suo posto. Negli anni 50, le linee si allargano e fino al 1958 le uniche modifiche saranno rappresentate dall’apposizione degli scudetti vinti. In questo decennio appare per la prima volta la seconda maglia, che alterna un bianco a tinta unita a uno con una striscia nerazzurra sul petto. Rivoluzione nel 1958, appare il logo societario, disegnato appunto da Giorgio Muggiani, a parte piccoli cambiamenti sul numero delle righe da una stagione all’altra. Un anno di svolta fu il 1977, quando venne data visibilità agli sponsor tecnici. Fu la Puma la prima marca a comparire sulla divisa della FC Internazionale Milano e scelse di apporre 8 righe. Risale al 1979/80 lo il restyling dello stemma con la comparsa del “biscione”.

 

La maglia della stagione ’81-82 con calzoncini e calzettoni azzurri

Negli anni ’80 i crest delle squadre cambiano frequentemente ed hanno un tratto più illustrato che iconico. Stagione 1981/82: cambia lo sponsor tecnico, Mac Sport, e arriva il primo brand sponsor, Inno-Hit, seguito subito dopo dallo storico Misura, che rimarrà per dieci anni. Per un paio di stagioni l’Inter gioca con i calzonicini e i calzettoni azzurri. In questo decennio la moda prevede il restringimento delle strisce che passano ad essere 9 e poi 11. Gli sponsor tecnici cambiano a ritmo vertiginoso alla fine degli anni 80: prima Le Coq Sportif (con il blu delle righe leggermente più scuro), poi Uhlsport, brand molto vicino ai portieri e quindi a Walter Zenga. Siamo nell’anno dello scudetto dei record. Vuoi per la maglia, vuoi per i soggetti che la indossano, probabilmente uno dei completi, marchio a parte, più vicini alla mia idea di Inter.

 

L’Inter presenta 5 nuovi acquisti: Matthaus, Breheme, Berti, Bianchi e Diaz

Negli anni ’90 cambierà lo sponsor tecnico, si passerà alla Umbro, marchio molto in voga in quell’epoca, che però non si discosterà troppo dal prototipo della prima maglia, né per quanto riguarda le strisce, né per i colori. L’estro dei creativi verrà dedicato alle seconde e terze maglie (con qualche obbrobrio di troppo, come la maglia verde del 1995-1996). Storica quella con la striscia nerazzurra obliqua, e quella già citata del 1997/1998 con la quale vinceremo una Coppa Uefa. Il passaggio da Umbro a Nike arriva l’anno dopo. La maglia della stagione 2001/2002, quella del 5 maggio per intenderci, presenta decorazioni in giallo e strisce più larghe, ma la maglia più bella realizzata da Nike resta probabilmente quella indossata da Roberto Baggio nel 1999, legata indissolubilmente ad una sua doppietta contro il Real Madrid.

La maglia indossata da Baggio nel 1999

 

Una delle maglie più brutte della storia dell’Inter: la terza del 1996

Sono legatissimo ad alcune maglie non solo per questioni meramente nostalgiche, o per i campioni che le hanno indossate. Quando scegliamo dei colori sposiamo quelli, il loro abbinamento, la magia di una tradizione. Solo in Italia abbiamo tre grandi squadre “strisciate”, europeizzarle nel look e nel design non le renderà più competitive. Passi che alla Juve sono più moderni di noi, cambiano strisce e loghi come se nulla fosse, ma ognuno ha la sua storia, i suoi capricci, non siamo bauscia per caso. Come non si toccano le strisce dei colchoneros dell’Atletico, così non si cambiano quelle dell’Inter. A memoria sono innamorato della maglia del 89, di quella con lo sponsor Fitgar del ’92, del completo del 2007 con i pantaloncini bianchi e i calzettoni a righe orizzontali, della maglia di Facchetti indossata da Cambiasso dopo alcune vittorie della stirpe degli dei.

Cambiasso indossa la maglia di Facchetti per alzare la Champions 2010

I tifosi sono diventati sempre più esigenti nelle questioni di merchandising: è per questo che i designer devono concepire ogni anno un’idea che si discosti da quella dell’anno precedente, per far sì che all’interno degli store e nelle presentazioni ufficiali sia ben chiaro il confine tra una stagione e l’altra, soprattutto, lo capiamo, quando si tratta di una stagione particolarmente infelice. In un calcio “a ciclo produttivo continuo” si è diffusa da ormai qualche anno l’abitudine di indossare già nelle ultime partite della stagione in corso la maglia di quella successiva. That’s Marketing, folks. E siccome improvvisare con le strisce è più semplice che giocare a viva la moda con il bianco del Real, ecco che nascono visioni soggettive della tradizione interista. Non averci fatto vedere il nerazzurro per tutta la stagione 2014, anno in cui Icardi e compagni scendevano in campo con un gessato blu che non riproporrò, è stato un affronto alla tradizione e un dispetto ai tifosi. Un anno di purgatorio, come essere costretti ad uscire per un anno con un fidanzato o una fidanzata in pigiama. Non benissimo in questo senso nemmeno la maglia a strisce sfumate del post triplete, mentre fu evidentemente azzeccata quella indossata nella stagione del triplete. Fortuna che quando manderanno le immagini della finale di Madrid per i prossimi cento anno, visto che non è nostra abitudine salire così spesso su detti palcoscenici, sarà facile identificare il nero e l’azzurro dell’Inter. E non qualcosa che gli assomiglia vagamente.

Cara Nike e cari designer, vi vogliamo bene lo stesso. Siete bravi, creativi, fantasiosi e sappiamo riconoscervelo. Ma ve lo chiediamo per cortesia, restituiteci la nostra maglia.

Standard
La Tattica

Il mistero tattico buffo di Gabigol

di Michele Tossani

Il Mistero Buffo, vecchia pièce teatrale di Dario Fo, è titolo che si addice perfettamente alla situazione che Gabriel Barbosa Almeida, in arte Gabigol, sta vivendo in questa rottamata Inter di fine stagione.

Nella vittoriosa trasferta contro la Lazio (1-3 cui hanno generosamente contribuito l’arbitraggio di Di Bello ed una Lazio che sembra aver concluso la stagione con la sconfitta nella finale di coppa Italia) il buon Stefano Vecchi ha preferito utilizzare come terzo cambio, al 41’ del secondo tempo e con il match già incanalato verso la vittoria nerazzurra, Banega per Medel. La decisione di Vecchi ha innescato la piccata reazione di Gabigol che, ex abrupto, ha lasciato la panchina interista recandosi direttamente nello spogliatoio.

Interpellato sul gesto del brasiliano, Vecchi se ne è uscito con una sentenza dura e inconfutabile “Si aspettava di entrare? Può darsi come tutti quelli che sono in panchina. Probabilmente lui aveva aspettative alte, così come la società e i tifosi le avevano su di lui. Non è sempre colpa dell’allenatore, lui ha delle buone qualità che deve mettere al servizio della squadra.” Affermazioni che lasciano pensare come l’ex Santos, da quando è arrivato alla Pinetina, non abbia tenuto l’atteggiamento che ci si aspettava.

Ora, senza voler sindacare le qualità tecniche del brasiliano (che risultano a questo punto oscure dato che né De Boer, né Pioli, né Vecchi hanno ritenuto di doverle utilizzare) e senza voler mettere in discussione le scelte delle gestioni tecniche dell’Inter, resta la perplessità di capire come mai, in una stagione che è andata via via sempre più rabbuiandosi, non si siano trovati dieci/quindici minuti a partita (o ogni due) per provare quello che è pur stato un investimento piuttosto oneroso contando i circa 30 milioni di euro sganciati da Suning per assicurarsi una delle medaglie oro del Brasile olimpico del 2016.

Arrivato in pompa magna con l’etichetta di gran dribblatore e fine goleador, Gabigol ha fin qui collezionato la miseria di 113’ in serie A, con un solo gol, zero assist, una percentuale dell’85.9% nella precisione dei passaggi e 0.7 dribbling riusciti a partita.

Eppure a Bologna, luogo del suo finora unico gol in serie A, qualcosa aveva mostrato. Di certo, gli atteggiamenti di Gabigol non lo hanno aiutato ma è certamente difficile mettercela tutta in allenamento quando ti accorgi di essere l’ultima ruota del carro…e nel caso del nostro neanche quella visto che gli vengono preferiti anche Palacio ed il baby Pinamonti. Certamente resta in piedi l’equivoco tattico: il paulista è un esterno, una seconda punta o un trequarti? Ma non giocando mai sarà difficile saperlo…probabile, come ventilato da più parti, che una vera risposta sull’effettivo valore del giocatore e sul suo ruolo ce la darà un’altra squadra dove il brasiliano sembra diretto in prestito.

Se però dobbiamo dar credito alle parole di Pioli, che parlò di necessità per Gabigol di adattarsi al calcio europeo, sarebbe meglio non rimandarlo in brasiliano ma cercare una squadra europea, magari italiana, che lo metta nelle condizioni di acclimatarsi ad un calcio diverso.

A quel punto, forse, sapremo veramente se Gabigol è il nuovo Ronaldo o il nuovo Caio.

 

Standard