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Bonucci, why not? L’occasione mancata


Giovedì 13 luglio il nazionale azzurro Leonardo Bonucci chiede alla Juventus di essere ceduto. Ovviamente la richiesta è stata (molto probabilmente) inoltrata precedentemente dal nazionale azzurro e dal suo entourage.

Fatto è che è il 13 luglio che la notizia diventa ufficiale. Cominciano le voci intorno al futuro dell’ormai prossimo ex centrale bianconero e, quasi subito, il nome di Bonucci viene accostato al Milan che, sotto Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli si sta prepotentemente proponendo come la squadra regina di questo calciomercato 2017.

Ma…come in tutti gli intrighi di calciomercato che si rispettino, c’è un ma anche nell’affaire Bonucci. E questo ma è rappresentato dai rumors che vogliono Alessandro Lucci, agente del giocatore, aver proposto il 30enne difensore centrale anche all’Inter, solo per ricevere un rifiuto da parte di Walter Sabatini e Piero Ausilio.

Secondo La Gazzetta dello Sport Tuttosport, infatti, Suning avrebbe avuto contatti con Lucci senza però andare oltre un semplice sondaggio.

La motivazione sarebbe del tutto economica: troppo alto il costo del cartellino di Bonucci in relazione all’età e troppo alte le richieste di ingaggio da parte del giocatore, che alla fine avrebbe spuntato dai Rossoneri un contratto da 7,5 milioni all’anno più 2,5 di bonus, che ne farebbero il giocatore più pagato dell’intera serie A.

Quale che sia la verità (se cioè sia stata l’Inter a non insistere su giocatore ritenendolo troppo dispendioso o se Lucci e Bonucci abbiano preferito il Milan per l’offerta migliore presentata da Fassone) quel che resta è che i Nerazzurri, ancora una volta, hanno bypassato la possibilità di acquistare un top player.

Per di più con un grave danno di immagine visto che il giocatore è andato a rinforzare i cugini Rossoneri.

Eppure, c’erano tutta una serie di motivi che avrebbero dovuto consigliare ad Ausilio e Sabatini di puntare decisamente la rotta sul bianconero.

In primis, la difesa interista è un reparto da rifondare, basti pensare come i Nerazzurri la scorsa stagione abbiano subito ben 49 reti. Ora, anche se Bonucci non è irreprensibile dal punto di vista difensivo (ricordiamo le famose bonucciate) è ovvio come l’eventuale arrivo del nazionale azzurro avrebbe rappresentato un sensibile miglioramento rispetto ai vari Murillo, Miranda e Ranocchia.

Inoltre, dopo l’acquisto di Milan Skriniar dalla Sampdoria, Bonucci avrebbe rappresentato il giocatore di esperienza accanto al quale far crescere il centrale slovacco.

Tutto questo senza contare l’apporto di Bonucci alla fase offensiva. Tralasciando infatti le qualità del giocatore nel gioco aereo sui calci piazzati, la caratteristica forse più evidente di Bonucci è la sua capacità di dirigere il gioco da dietro come un play arretrato.

Il suo calcio lungo e preciso ha infatti imposto Bonucci prima come alternativa di Andrea Pirlo quando il regista bresciano veniva marcato e, poi, partito quest’ultimo, come il primo, vero playmaker della squadra bianconera cioè come l’uomo incaricato di far partire l’azione da dietro. E la tecnica di Bonucci è testimoniata dalla sua percentuale nella precisione dei passaggi che, se si esclude la prima stagione alla Juventus (2010/11) non è mai scesa sotto l’86.4%.

Il passaggio sul medio e lungo raggio sarebbe stato l’ideale per servire immediatamente Icardi, Candreva o Perisic in profondità o per aprire il gioco sugli esterni in una squadra come quella che sta disegnando Luciano Spalletti.

Il costo di 40 milioni era poi abbordabile, soprattutto se si pensa che David Luiz è stato pagato 50 dal Chelsea o che il Manchester City ha prelevato Walker dal Tottenham per una cifra vicina ai 60.

Qui si trattava di spendere 40 milioni per un difensore centrale di 30 anni, vale a dire un giocatore che, nel proprio ruolo, può avere ancora almeno quattro o cinque stagioni ad alto livello.

Da sottolineare poi come Bonucci sia cresciuto nella Primavera dell’Inter sotto la guida di Daniele Bernazzani (dove vinse una Coppa Italia e un campionato Primavera, debuttando anche in serie A prima di essere svenduto per circa 4 milioni) cosa che avrebbe consentito ai Nerazzurri di farlo figurare come giovane del vivaio nella rosa di prima squadra.

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Mercato

Il meglio deve ancora venire

60 Milioni per due ragazzini di 16 anni. Ma quando compriamo qualche giocatore vero?”

“Non esiste solo la primavera, c’è anche la prima squadra!”

Il Milan ha comprato 753 giocatori, noi solo il secondo portiere

“”Sti cinesi sono tutto fumo e niente arrosto

Devo ammettere che ultimamente il mio sport pomeridiano preferito è diventato la lettura dei commenti su Facebook e dei tweet che riguardano il mercato dell’Inter, fatti dagli stessi interisti o presunti tali. Gli sfottò dei tifosi delle altre squadre ci stanno, soprattutto dei cugini rossoneri, in preda a un misto tra euforia e incredulità dopo la mastodontica campagna acquisti di una società che negli ultimi anni era abituata ai parametri zero, oltre ai blitz del “Condor Galliani per strappare in extremis qualche prestito a fine mercato (ma Galliani non è che potesse fare chissà cosa, con un Berlusconi che ormai era sempre più disinteressato alla squadra).

Gli interisti che al 7 di luglio già tirano le somme come se fosse il 31 di Agosto o che fanno previsioni apocalittiche sull’ennesima annata buttata via però non li capisco. La nostra propensione al tafazzismo è ormai nota, alimentata anche da 6 anni di vacche magre, ma ora che alle spalle c’è una società forte con un progetto importante per riportare l’Inter tra i top club mondiali pure dobbiamo prenderci a mazzate nelle parti basse?

Progetto appunto, una parola a cui forse non eravamo più abituati. Una parte importante riguarda proprio i giovani, non solo quelli che crescono nel settore giovanile, ma anche i migliori talenti giovani che giocano in Italia e in Europa. Prendere Pellegri, Salcedo, Zaniolo, Odgaard (il bel ragazzo dal ciuffo biondo della foto), trattare Bastoni con l’Atalanta, Coulibaly col Pescara e Varnier col Cittadella va oltre il mero aspetto sportivo. Alcuni rimarranno ancora nelle squadre in cui giocano ora prima di trasferirsi a Milano, altri invece si aggregheranno già alla Primavera e forse alla prima squadra, ma non è solo questo che conta. A livello simbolico è chiaro il guanto di sfida lanciato alla Juve sul terreno in cui i bianconeri sono stati monopolisti negli ultimi anni, quello del mercato dei talenti in erba. Ed è solo l’inizio.

pellegri juve

Alla fine poi sappiamo come è andata a finire…

 

Il ritiro è iniziato ieri mattina e Spalletti, come ammesso anche oggi, ha avuto modo di valutare i calciatori della rosa praticamente solo dai filmati. Vedere un giocatore allenarsi di persona, confrontarsi faccia a faccia con lui è tutta un’altra cosa, e al tecnico toscano i giorni a Riscone serviranno per mettere meglio a fuoco la situazione.

L’uomo di Certaldo sa bene che le potenzialità della rosa sono buone, nonostante le montagne russe delle ultime due stagioni, e cercherà di capire quali sono gli elementi su cui poter contare o da rilanciare, quali quelli che non possono far parte dell’Inter che quest’anno punta alla Champions e i ruoli in cui c’è bisogno di rinforzarsi.

Solo allora le trattative imbastite da Sabatini e Ausilio (che oltre ad aver preso i giovani di cui si parlava qualche riga fa hanno lavorato in modo costante, portando avanti discorsi paralleli con diverse società) inizieranno a concretizzarsi. D’altronde è stato detto, non dobbiamo sbagliare gli acquisti, quest’anno non possiamo proprio permettercelo.

I botti di inizio estate li lasciamo agli altri, noi intanto iniziamo dai giovani e da giocatori come Skriniar e Borja Valero che hanno tutto per far bene all’Inter e diamo tempo alla società di lavorare in pace, senza ansia da calciomercato. Siamo solo al 7 Luglio, come canta il nostro fratello nerazzurro Ligabue il meglio deve ancora venire.

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Editoriale

Il primo giorno dell’era Spalletti

Di Michele Tossani

Ieri, ore 11, Suning training center: l’Inter si è radunata. Comincia l’era spallettiana. Un anno dopo la sgangherata fine dell’era Mancini, quella del giro negli States e del duello fra l’allenatore jesino e l’allora CEO nerazzurro Michael Bolingbroke, parte un nuovo ritiro per una nuova avventura. 

Le aspettative, come in ogni inizio, sono tante: la rosa della squadra è ancora in divenire ma la ventata d’aria nuova portata da Luciano Spalletti fa ben sperare. Chi ben comincia è a metà dell’opera? Non sempre, of course, ma stavolta le premesse sembrano esserci.

Chi non c’è

A Riscone di Brunico sale una rosa ancora incompleta. Per prima cosa, mancano i nazionali, che raggiungeranno il ritiro a partire da lunedì 10 luglio. I vari D’Ambrosio, Icardi, Peresic, Eder etc…non saranno quindi presenti al raduno. Lo stesso dicasi per il neo-acquisto Skriniar, ancora non ufficializzato e reduce dalla campagna europea U 21 con la Slovacchia. 

Mancano i botti di mercato. Walter Sabatini e Piero Ausilio stanno lavorando alacremente per cercare di portare a casa quei giocatori che, nelle intenzioni di tecnico e società, dovranno dare un contributo decisivo al salto di qualità.

Non c’è Borja Valero, dato comunque in arrivo dopo la rottura (consumatasi ufficialmente tramite WhatsApp) con la Fiorentina. 

Si lavora per un altro big del centrocampo, con Nainggolan, Vidal o il polacco del PSG Krykhowiak fra i nomi gettonati.

Mancano i terzini: Santon è in permesso (ma resterà?), mentre si lavora per Dalbert Henrique del Nizza.

Sarà assente Medel, forse definitivamente visto che Ausilio sta trattando la cessione del pittbull al Boca Juniors.

Stesso discorso potrebbe valere per Brozovic, in attesa anch’egli di possibile nuova destinazione.

Assente Gabigol. Ed è un’assenza che fa rumore. La stampa sostiene che il brasiliano abbia rifiutato tutte le possibili destinazione prospettate a lui ed al suo entourage per il prestito.

Non si sa se questo corrisponde al vero oppure se è soltanto una situazione momentanea determinata dal mancato approdo di De Zerbi al Las Palmas, dove sembra che l’allenatore bresciano avrebbe portato il nostro. Fatto è che anche Spalletti non considera Gabriel Barbosa facente parte del progetto tecnico nerazzurro.

Chi c’è

Detto degli assenti, ci sono comunque i presenti. Fra i quali troviamo i prospetti Pinamonti, Zaniolo, Odgaard e Baldini. Per loro la possibilità di impressionare Spalletti e misurarsi con i grandi dimostrando il proprio valore.

zaniolo brunico

C’è tutto lo staff tecnico, ancora assente dalla pagina ufficiale del club: il vice Domenichini, i collaboratori Baldini e Pane, i preparatori Marcello Iaia, Franco Ferrini e Alberto Andorlini e anche Martusciello, l’ex tecnico dell’Empoli alla ricerca di un pronto riscatto dopo il disastro Empoli, chiamato da Spalletti per curare la fase difensiva. Per loro una riunione di sei ore per pianificare il ritiro.

C’è Joao Mario…il portoghese ha saltato la Confederations Cup per un infortunio e che dovrà convincere l’allenatore di Certaldo a trovargli una collocazione tattica nell’ideale e progettato 4-2-3-1. Non sarà facile, soprattutto in previsione dell’utilizzo di Gagliardini fra i due centrali di centrocampo e col probabile arrivo di Borja Valero. La questione della posizione in campo dell’ex Sporting Lisbona ha già creato grattacapi prima a Franck De Boer e poi a Pioli. Ora la palla passa a Spalletti.

Ci saranno i tre portieri. Handanovic ok, ma anche Padelli e Berni. Su Padelli si è detto e scritto abbastanza in questi giorni (anche un bell’articolo oggi sulla Gazzetta) mentre meno si è detto di Berni. Per il 34enne fiorentino un bel premio. Mai schierato finora in nerazzurro, l’ex prodotto delle giovanili nerazzurre ha comunque dimostrato affidabilità in allenamento e presenza nello spogliatoio. Un valido aiuto per gli altri due compagni di reparto.

Infine, über alles, c’è lui, Lucianone. L’allenatore è la faccia della squadra. All’uomo di Certaldo il compito di ridare certezze e gioco ad una squadra che viene da sei mesi di smarrimento.

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Editoriale

Un duro. Che duri. Sperando che “qualcosa dalla sfera esca fuori”

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Ascoltare Luciano Spalletti da Certaldo in una qualsiasi conferenza stampa, come quella di presentazione, è come immergersi nella lettura dell’Ulisse di James Joyce (per chi lo ha amato venerdì 16 è il Bloomsday). Stesso flusso di coscienza ininterrotto, stessa assenza di punteggiatura, medesimi salti logici, cambi di soggetto, evoluzioni mentali e un avviluppato processo cognitivo dell’io narrante.

Ora, se Luciano Spalletti da Certaldo, patria di Boccaccio, non ha certo una dialettica da romanzo moderno – anche se nel suo modo sconclusionato di comunicare gli va anche riconosciuta una certa epica (“uomini forti destini forti, uomini deboli destini deboli”) – se non è un comunicatore e non lo sarà mai, se dovremmo abituarci alle sfumature, ai rimandi, alle allusioni (“spero che qualcosa dalla sfera esca fuori”), se, in definitiva, spesso ha la stessa prosa espositiva dei Baci Perugina (“mi identifico in ciò che amo e amo in ciò in cui mi identifico”), di certo è uno che il suo mestiere lo conosce in profondità.

Ed è, sbilanciandomi, l’uomo giusto per noi.

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1) “Mezzo Trap e mezzo Zeman”

La prima ragione è banale: Spalletti è capace.

Nel 1997 a Sovigliana, frazione di Vinci, patria di Leonardo, dove Spalletti è cresciuto, mentre l’Empoli correva in classifica, i suoi concittadini tappezzarono via Palmiro Togliatti con manifesti azzurri dove era scritto “Sacchi più Zeman uguale Spalletti”.

Eppure Luciano Spalletti da Certaldo non è né l’uno né l’altro (lui rispose: “Mi sento più mezzo Trap e mezzo Zeman”).

Da allenatore – disse Mimmo Ferretti – “non ha i paraocchi, sul piano tattico: anzi, prende un po’ qui e un po’ là da tutti. C’è chi lo definisce uno zemaniano pentito, ad esempio. Due sono, al riguardo, le cose certe: il boemo andò a studiarlo a Empoli; il boemo è stato il suo primo avversario nella massima serie. In realtà, Spalletti mischia, ricicla, adatta, inventa. E ogni anno propone qualcosa di nuovo. Inedito magari no; nuovo sì”.

È uno che fa giocare bene tutte le sue squadre con quello che ha.

È stato Spalletti che ha regalato a Totti una nuova giovinezza inventandolo prima punta, prima di esserne offuscato dall’imponenza dell’ombra del suo monumento. Ed è stato sempre Luciano a fornire un nuovo senso a Ninja de Roma, a Florenzi, a rivitalizzare Dzeko, a credere in Salah (tanto per rimanere alle ultime esperienze).

Nell’ambiente del calcio, poi, viene considerato un maniaco. Tra campo e computer spende almeno sedici ore. In questo momento di lui abbiamo bisogno come il pane.

Proprio per questa sue capacità non mi aspetto grandi arrivi. Ci saranno (in difesa, un mediano, forse un incursore), ma nessun grandissimo colpo (pronto ad essere smentito, naturalmente). In ogni caso “nessun acquisto deve essere sbagliato”, ha fatto sapere Luciano. Che poi, andando a scorrere il nostro recente passato, sarebbe una novità assoluta.

Il modulo che ha intravisto, per ora, è il 4-2-3-1, che noi abbiamo già abbozzato con risultati alterni, ma che è diventato un suo marchio di fabbrica a Roma. Sembra anche che abbia le idee chiare anche su alcuni giocatori. Su Joao Mario, ad esempio, una pedina che andrebbe spostata più avanti (ammesso che giochi), su Icardi capitano, uomo d’area come pochi, ma da trasformare in leader, su Perisic, che se sì meglio, ma se no ciccia.

Anche la formula che ha proposto in conferenza stampa non è sofisticata: gioco, spogliatoio, coesione, corsa. Che poi è stato sempre il suo modo di vedere le cose.

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2) «A volte sento dire: io nel calcio non mi diverto più. E penso: paragonato a cosa?».

Luciano Spalletti da Certaldo, ma cresciuto a Sovignana a due passi da Vinci paese di Leonardo, è l’allenatore giusto per noi perché come ricorda Luca Valdisseri «è l’ideale per un calciatore che si vuole mettere in discussione, il peggiore per un calciatore che si sente già arrivato. Tutto ruota intorno a una convinzione e a un concetto. Il primo: cercare la qualità. Il secondo: arrivarci con l’applicazione».

La sua vita è stata sempre così. Lavoro, applicazione, merito.

Figlio di un guardiacaccia poi magazziniere in una vetreria, appassionato di vini, padre di tre figli, Luciano Spalletti ha giocato nelle giovanili della Fiorentina, poi Cuoiopelli, Castelfiorentino dilettanti, Entella Chiavari, Spezia, Viareggio, Empoli in C1. «Ero un centrocampista, diciamo un numero otto. Un anno ho segnato 11 gol, nove però su rigore. Non di grande qualità, diciamolo, ma spirito di sacrificio quello sì».

Uno che dalla carriera ha ricevuto sempre meno di quello che gli spettava.
A Roma nel biennio 2007 e 2008 si è portato a casa una Coppa Italia e una Supercoppa italiana, arrivando due volte ai quarti di finale di Champions League, e praticando un calcio spettacolare. Con lo Zenit San Pietroburgo gli è andata meglio con due campionati, una Coppa di Russia e una Supercoppa di Russia in cinque anni.

Ma vincere in Russia è come fare un solitario a carte. Non c’è piacere, non c’è ricordo.

Per questo lui ha bisogno di noi e noi abbiamo bisogno di lui. Abbiamo bisogno della sua fame, del suo impegno, della sua caparbietà, della sua voglia di emergere, del suo spirito di rivalsa. E, perché no, dei suoi modi bruschi.

“Chi non dà tutto, non dà niente” ha ricordato citando Helenio Herrera.

Abbiamo bisogno di un duro. Che duri. Sarebbe l’allenatore coi fiocchi.

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La Tattica

Spalletti e il gioco liquido

di Michele Tossani (tattico) e Cristiano Carriero (story)

Spalletti con la giacca di Oscar Giannino è già un buon incipit per questa storia. Spalletti che ripete “Uomini forti destini forti, uomini deboli destini deboli” è già meme. Indipendentemente dalle voci che circolavano e che volevano la dirigenza nerazzurra dietro Antonio Conte e Diego Simeone, quello con l’ex tecnico della Roma è sembrato fin dall’inizio come l’accordo più probabile da raggiungere, con Luciano libero da impegni contrattuali e più che disposto a lasciare Roma e le sue radio per approdare a Milano sponda nerazzurra, in compagnia del vecchio amico Walter Sabatini.

Che cosa devono attendersi tatticamente dal nuovo allenatore i tifosi dell’Inter?

Sicuramente uno Spalletti più maturo che, a 58 anni compiuti, è al vertice della sua maturazione tattica. Basta vedere quello che ha prodotto la Roma 2015/16 sotto la sua guida. Lo Spalletti bis, infatti, cioè quello arrivato a Roma per sostituire Rudi Garcia, è stato caratterizzato da una identità tattica nuova rispetto a quella vista durante la precedente esperienza alla guida dei Giallorossi, per non parlare dell’evoluzione di Luciano dai tempi di Empoli, Sampdoria e Udinese. Mentre il primo Spalletti della capitale aveva di fatto creato il falso nueve proponendo un 4-6-0 con Totti vertice avanzato e con Mancini, Perrotta e Vucinic  a supporto, il secondo Spalletti ha presentato un sistema più fluido, ispirato a modelli similari visti nelle ultime stagioni in Europa e introdotti in Italia dal portoghese Paulo Sousa con la Fiorentina.

Ecco quindi che la Roma che Spalletti ha presentato in questa stagione 2016/17 con variazioni fra difesa a 3 e difesa a 4 attraverso l’alzarsi, in fase di possesso, di uno degli esterni bassi, solitamente Rudiger a destra. Davanti alla difesa venivano schierati solitamente De Rossi e Strootman, vale a dire un regista basso incaricato di aiutare i centrali difensivi in fase di costruzione (il romano) ed un interno più propenso ad operare nell’altra metà campo inserendosi in zona offensiva (l’olandese). Sulla trequarti offensiva operano Salah a destra e Perotti o El Shaarawy a sinistra. L’egiziano, più attaccante che centrocampista, taglia centralmente per affiancarsi a Dzeko e non ha particolari compiti in fase difensiva.

Sulla sinistra invece sia l’italo-egiziano che l’argentino collaborano con l’esterno sinistro difensivo (Emerson Palmieri) e con Nainggolan, un trequarti che a spostarsi sul centro-sinistra. In fase difensiva questa sorta di 4-2-3-1/3-4-1-2 diventa tendenzialmente un 4-4-2 attraverso il ripiegamento proprio del centrocampista belga mentre Salah tende a rimanere più avanti insieme a Dzeko per contrastare la fase di costruzione avversaria. Alcune volte si è visto Spalletti partire proprio da una difesa a 3 in un 3-4-1-2 che, in fase difensiva, con l’arretramento di Nainggolan in aiuto ai centrocampisti centrali, diventava un 3-5-2/5-3-2. In generale, dal punto di vista offensivo la Roma cerca di giocare palla da dietro allo scopo di innescare tutta una serie di combinazioni fra i propri riferimenti offensivi, soprattutto sul centro e sulla sinistra. La presenza di Dzeko ha però permesso a Spalletti di far uscire la squadra dalla pressione avversaria tramite lanci lunghi diretti al bosniaco che aveva il compito di fare da sponda o di difendere palla in attesa della salita dei compagni di squadra.

In questo senso la Roma ha prodotto una media di 64 lunghi a partita (nona squadra in Serie A) con una percentuale di riuscita del 60.5% (terza nel campionato). Ma, a parte Dezko, il lancio lungo è ideale per lanciare in velocità i vari Salah, Nanniggolan e El Shaarawy oltre la linea difensiva avversaria.  Questi due tipi di soluzione sono ideali nelle ripartenze, dove la Roma spallettiana è stata pericolosa. In caso di azione manovrata invece la Roma predilige il fraseggio corto con i giocatori che prediligono ricevere palla sui piedi. La sensazione quindi è che, arrivato in casa nerazzurra, Spalletti voglia riproporre quel tipo di gioco liquido sperimentato nella stagione appena conclusa.

Ecco allora che, probabilmente, potremo aspettarsi dall’ex giallorosso un qualcosa a metà strada fra il primo Pioli e de Boer (per il gioco, non per i risultati che ci auguriamo migliori), vale a dire una squadra corta e organizzata tatticamente ma con propensione ad un gioco offensivo. Per far questo, garantendo nel contempo equilibrio alla squadra, Spalletti dovrà lavorare molto, soprattutto sulle marcature preventive. Le transizioni negative sono state infatti spesso il tallone d’Achille della sua ultima Roma, con i Giallorossi che avevano pochi giocatori con attitudine ai ripiegamenti difensivi.

E proprio il contropiede è stata una delle pecchie dell’Inter deboeriana e della stagione nerazzurra in generale, per una squadrta che ha concesso ben 49 reti. Per il successo di Spalletti a Milano sarà quindi necessario, oltre ad un ambiente più collaborativo (società e stampa) anche, ovviamente, il tipo di squadra che verrà costruita per il tecnico di Certaldo. La difesa, come noto, andrà rinforzata e non poco. Sembra destinato a partire Handanovic, che secondo il tecnico toscano non ha grandi capacità di guidare la difesa. Lo stesso dicasi per il centrocampo. dove sarà essenziale trovare un sistema che valorizzi Gagliardini. Ottimo durante la prima fase della sua avventura a Milano, l’ex atalantino è andato via via calando, come tutta la squadra, dimostrando delle pecche in fase difensiva. Spalletti dovrà quindi integrare la sua presenza con un centrocampista più difensivo, in grado di sopperire alle mancanze di Gagliardini in fase di non possesso palla.

L’attacco invece, almeno a livello di titolari, potrebbe essere già a posto così, fermo restando la permanenza, non così scontata, di Perisic, giocatore sul quale Spalletti sembra aver fatto capire di voler puntare. Per quanto riguarda il resto della rosa, Suning ha la necessità di incassare 30-33 milioni per la questione del fair play finanziario. Ecco quindi che i vari Banega, Brozovic, Ranocchia, Jovetic e forse (come detto) Perisic si ritrovano sul mercato. Questi infatti sono i nerazzurri che hanno mercato e che sono considerabili come sacrificabili dal nuovo corso interista.

Chi la loro posto? Di nomi ne circolano parecchi, come normale che sia in questa primissima fase di mercato.

In particolare sembra che Spalletti abbia chiesto rinforzi provenienti da Roma, soprattuto Rudiger e Nainggolan. Sarà difficile arrivare al centrocampista belga mentre meno impossibile appare l’esito positivo della corte al difensore tedesco che avrebbe nell’Inter spallettiana lo stesso ruolo ricoperto nella formazione giallorossa, vale a dire quello di difensore esterno in una difesa fluida 3/4. Senza contare come Rudiger potrebbe giocare anche da centrale, risolvendo una delle annose questioni dell’Inter di queste ultime stagioni.

Per il ruolo di terzino destro si attendono gli esiti della missione olandese per Rick Karsdorp del Feyenoord mentre altri nomi circolati di recente (Mouctar Diakhaby del Lione e Riccardo Marchizza, anche lui sempre della Roma) sembrano più giocatori di prospettiva che elementi in grado di aiutare fin da subito. Dovesse poi davvero partire Perisic ecco che l’Inter avrebbe la necessità di garantire a Spalletti un giocatore in grado di fornire gol e assist partendo dall’esterno. Rientrerebbero in questa categoria sia Berardi che Bernardeschi, sul quale la concorrenza pare agguerrita. Per il ruolo di vice Icardi invece Spalletti sembra orientato a guardare in casa, valorizzando Eder e Pinamonti ieri campione d’Italia con la Primavera di Vecchi. Anche se non è escluso che, da qui alla chiusura del mercato, arrivi un altro giocatore tipo Petagna.

 

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