The imitation game

di Hendrik_van_der_ Decken

Cap. I – Data Processing

Con l’immagine negli occhi di Danilo D’Ambrosio che salta come un tarantolato insultando tutti i compagni di squadra in campo, e forse anche quelli in panchina, pochi attimi dopo aver salvato il pari praticamente già fatto di un Empoli disperatamente alla ricerca di un gol che l’avrebbe tenuto in serie A, un qualsiasi commento dovrebbe essere improntato alla stagione per certi versi incredibile appena conclusa, e non a quella che verrà.

Ma sulla stagione finita ieri con 90 minuti tra i più assurdi e fisicamente dolorosi che la mia memoria da interista ricordi, non c’è più molto da dire: i numeri, la logica, il gioco ed il valore della rosa, a gennaio 2019 dicevano senza ombra di dubbio che la qualificazione alla prossima edizione della Champions League era cosa fatta. Proprio contro l’Empoli, il 29 dicembre 2018, s’era ottenuta una di quelle vittorie “sporche”, da tutti concordemente ritenute essenziali in una stagione per arrivare al vertice. Ogni squadra in cima, infatti, ne mette insieme tre o quattro a stagione, ed è di solito segno di maturità e forza. L’Inter sembrava non fare eccezione col suo solido e apparentemente inattaccabile terzo posto.

Ma non avevamo fatto i conti con l’originalità e la fantasia nerazzurre, che riescono sempre in modi nuovi e diversi a sorprendere il tifoso. Infatti, dal pareggio casalingo contro il Sassuolo si erano intuite avvisaglie che qualcosa non andasse, soprattutto nelle teste oltreché nelle gambe. Col senno di poi, abbiamo visto cos’era: uno spogliatoio spaccato, un capitano presuntuoso e ingiustificabile nella sua reazione ad una fascia tolta per motivi al momento ancora non chiarissimi, un allenatore che comincia a sentire le voci sempre più insistenti di un rapporto che andrà a finire a giugno e che deve tenere insieme giocatori che si odiano, un nuovo Amministratore Delegato della parte sportiva che ci tiene a far vedere immediatamente che c’è un nuovo sceriffo in città, e che non esita a scuotere probabilmente anche in maniera tatticamente deleteria l’ambiente. Il tutto, e questo da ascrivere a tutti i protagonisti nessuno escluso, con la ineffabile convinzione che il traguardo della qualificazione in Champions League fosse una mera formalità da assolvere col passare del tempo e delle giornate calcistiche: cosa mai sarebbe potuto andare storto, in una situazione del genere?

La risposta sta in quei folli e malati ultimi 10 minuti più l’infinito e interminabile recupero di Inter-Empoli, pericolosissimi per la salute fisica e mentale di ogni nerazzurro, e a vedere il tracciato cardiologico del mio rilevatore, parlandone in giro con tantissimi fratelli e sorelle di tifo, stavolta non è un’iperbole né un modo di dire. Sarebbe potuto andare storto tutto quanto, perché quando ti giochi tutto in 90 minuti, anche una squadra molto più attrezzata della nostra corre un rischio che è insito nel calcio, ed è là dove risiede tutto il suo fascino: puoi fallire per un milione e mezzo di motivi, dalla pura sfortuna alla serata storta della squadra, dalla chiamata arbitrale avversa all’infortunio del tuo uomo chiave. Il trucco, soprattutto in un campionato lungo 38 partite, è fare in modo che le prime trentasette non ti portino a dover spegnere la TV a cinque dalla fine perché il tuo cardiometro segna 140 battiti al minuto, e sei seduto.

Il senso di liberazione e pura gioia (sì, per un quarto posto) post Lazio-Inter ha lasciato il posto a uno sfinito sospiro liberatorio, per chi ancora aveva forze sufficienti ad emettere aria in modo sufficientemente rumoroso, accasciarsi sulla sedia, ed ognuno di noi o quasi sussurrando “mai più” e col desiderio di non rivedere l’Inter per un po’ e disintossicarsi da una delle stagioni psicologicamente peggiori che io ricordi Ma l’Inter è l’Inter, ed io vorrei esorcizzare tutto il veleno accumulato nella stagione appena conclusa parlando della prossima, che promette di essere uno spartiacque nella storia dell’Inter e dei suoi tifosi.

Cap. II – Settings

Il tifo, anche quello più coordinato e collettivo come quello dello stadio o delle piazze, è sempre in ultima analisi un’esperienza emozionale individuale. Ed è per questo che letteralmente vado in bestia quando vedo tifosi che affibbiano patenti di tifo a destra e a manca: nessuno sa o può giudicare il livello di coinvolgimento emotivo di chiunque tifi. Tentare di oggettivizzare la passione misurandola con le presenze allo stadio, tanto per fare un esempio, è ridicolo: e lo è per il semplice fatto che chiunque può struggersi e stare fisicamente male nel vedere ogni parttita della propria squadra a migliaia di chilometri di distanza e fregarsene della partita se è seduto allo stadio perché ha adocchiato quella bella ragazza della fila sotto di lui. O viceversa, certo.

Traspongo volentieri il concetto parlando del probabile, prossimo allenatore dell’Internazionale Milano, che ha dei trascorsi non proprio edificanti in quanto ad interismo. Voglio essere chiaro, chiarissimo su questo punto: io non sopporto l’idea che Antonio Conte possa sedersi sulla panchina dell’Inter. Ma sono pronto allo scontro fisico contro chiunque insulti un interista che, invece, non solo sia contento ma che non veda l’ora di vedere uno come Conte sulla nostra panchina. Il tifo non si misura. La passione non si misura. Il coinvolgimento individuale non si misura. L’interismo, infine, non si misura per definizione e nessuno deve permettersi di farlo.

Il mio criterio personale per il quale non voglio vedere Conte sulla panchina dell’Inter è insindacabile, e infatti non mi metto neanche a discutere qua il perché ed il percome: è il mio criterio, quindi ho ragione io, nessuno deve permettersi di dirmi come devo tifare. Ed ogni tifoso dell’Inter ha il sacrosanto diritto di dire la stessa cosa: è il mio criterio, e se secondo questo criterio Conte in panchina è una gioia immensa, o è la ragione per cui non guarderà più l’Inter finché non se ne andrà, il tifoso nerazzurro ha insindacabilmente ragione, non mi serve altro. Chiarito questo necessario punto preliminare, possiamo adesso andare a discutere l’apparente strategia della proprietà: imitare il modello bianconero per tornare a vincere (pensate che ridere se poi Conte non viene, toccherà cancellare il post)

Cap. III – The Imitation Game

Nell’impetuosa crescita economica della Repubblica Popolare Cinese degli ultimi trent’anni ci sono stati molti fallimenti da parte delle aziende di quel Paese, tanti quanto i successi, se non di più o molto di più. Uno dei loro modelli di business, se non il modello principale, è stato quello mutuato e già sperimentato dai loro vicini nipponici: imita ciò che fa il leader, raggiungi quel livello, e poi miglioralo. Le aziende giapponesi, con un’industrializzazione di molta più antica data, hanno compiuto tutti e tre i passi: solo oggi, invece, cominciamo a vedere qualche caso isolato di eccellenza cinese. Cosa abbastanza logica, considerando il relativamente breve tempo da quando hanno iniziato ad operare e il gap che hanno dovuto e stanno ancora cercando di colmare. Per tornare all’Inter, ciò che sembra suggerire la nuova strategia del gruppo Suning è esattamente un’applicazione pedissequa di questo metodo: verificata la superiorità sportiva ed economica della Juventus in questo momento storico, la proprietà nerazzurra decide che è il modello giusto da imitare, andando ad ingaggiare l’ex-A.D. bianconero, il quale cerca di replicare il modello di successo che ha contribuito ad impiantare a Torino ottenendo successi in sequenza. La scelta di Antonio Conte, semmai sia confermata, sembra andare proprio in quella direzione: un ottimo allenatore che ha conseguito diversi successi, e che si integra perfettamente in quel modello, visto che viene da lì.

Ora, ed è evidente che io mi stia sbilanciando in pronostici e quindi suscettibili di non essere confermati dai fatti, ritengo che questo tipo di strategia non sia vincente nel calcio, e particolarmente nel calcio italiano di questo momento. Per quanto il calcio porti sempre con sé l’imponderabile, una competizione di 38 giornate, arbitri permettendo, dà sempre dei responsi abbastanza giusti. Il responso che porta con sé il calcio italiano delle ultime sette stagioni è che il gap tra l’Inter e la Juventus è abissale, e l’avvicinamento alla vetta, per quanto possibile passa da molti step tra i quali l’allenatore e il modello di organizzazione sono ovviamente inclusi, ma che rimane in ogni caso centrato sul valore tecnico dei giocatori a disposizione.

Se io imito un modello di business calcistico e di gestione calcistica, così come posso fare per una fabbrica di oggetti qualsiasi, non riuscirò ad ottenere lo stesso risultato. I motivi sono abbastanza evidenti: un processo produttivo può essere copiato fino all’estremo dettaglio, perché la materia prima a disposizione è la medesima per tutti. La differenziazione sta in altri fattori (sviluppo successivo della tecnologia, capacità di acquisto, costo del lavoro, ecc.). Ma copiare un modello di business nel calcio avendo meno soldi e giocatori peggiori, quanto di quella differenza tecnica potrà mai annullare? Se do lo stesso, identico, telaio a due scuderie di F1, e poi alla prima do più soldi e un motore più potente, quando mai potrà accadere che la seconda vinca? Solo se la prima rompe o fa un incidente in pista, ma è molto difficile che accada in tutti i gran premi della stagione.

Questa è la mia principale critica preventiva ad una strategia del genere, la quale va benissimo se l’obiettivo è consolidare un secondo posto, ma destinata a non diventare vincente – a meno di superare i bianconeri economicamente, cosa non impossibile ma improbabile – se l’obiettivo è quello di scalzare la Juve dal gradino più alto del podio, a meno di incredibili sovraprestazioni dell’inseguitore e sottoprestazioni dell’attuale leader. Ora, giustamente, molti obietteranno: qual è allora il modello che ci potrebbe portare al loro livello?

Cap. IV – Game changers

Se rimaniamo al nostro esempio sull’imitazione del modello di business, vediamo molti casi dove l’aver copiato il processo produttivo non ha in ogni caso portato l’azienda imitatrice al livello del leader: questo perché ovviamente, in un modello ambientale dinamico, nessuno sta fermo ad aspettare di essere raggiunto. Abbiamo però visto chi, dopo aver imitato il processo produttivo, ha staccato il leader per aver innovato proprio il modo di produrre e la filosofia dietro di esso: è il caso, stranoto, di Toyota, ad esempio, che è divetata leader del suo settore migliorando radicalmente il modo in cui produce le sue autovetture.

Sempre approssivamente e per amor di discussione, tenendo presente che il calcio non è una scienza esatta, trasponendo questo esempio nel nostro modello imitazionale che la proprietà cinese dell’Inter sembra voler attuare, ricercare il fattore che possa annullare il gap attuale tra Inter e Juve, o avvicinare di moltissimo le due società, diventerebbe quindi il punto focale di qualsiasi piano a medio-lungo termine. E questo fattore va ricercato nel campo, e immediatamente fuori da esso.

Durante gli otto campionati vinti dai bianconeri, togliendo il primo dove ancora la Juve era al livello dei suoi principali avversari, l’unico campionato incerto si è avuto l’anno scorso, quando il Napoli è arrivato davvero ad un passo dal vincere un titolo clamoroso. Pur non avendo alcuna possibilità di competere economicamente con i bianconeri, il Napoli ha cercato di colmare la distanza tecnica tra la sua squadra e quella dei campioni d’Italia con delle idee nuove, quelle portate da Maurizio Sarri. Non è questa un’esaltazione del tecnico del Chelsea, anche se non è un mistero per nessuno che a me piaccia parecchio, quanto la dimostrazione che nel calcio, per colmare un’evidente distacco che non può essere annullato con più risorse o con giocatori migliori dell’avversario, bisogna fare qualcosa di diverso, prendendosi tutti i rischi del caso.

Sparigliare il mazzo: così ho definito quest’operazione. La cosa più comica di tutte è che invece di farlo Suning, pare che lo stia facendo Andrea Agnelli: e sono perfettamente d’accordo con lui. Per la Juventus e il loro obiettivo di vincere la coppa dalle grandi orecchie, il ragionamento è il medesimo: devono sparigliare il mazzo e cercare di trovare qualcosa che faccia cambiare la tendenza e colmare la distanza che anche loro hanno con quei 4/5 club che hanno il doppio delle loro risorse. A vedere l’andamento e il gioco delle quattro semifinaliste di Champions League di quest’anno, sembra abbastanza chiaro quale sia. Certo, Guardiola è il massimo, ma se non si può prendere lui ha senso andare su un Sarri, un Pochettino, o perché no? Un ten Hag se il rischio vuole essere corso fino in fondo. Quindi quel che non capisco è il reale obiettivo dell’Inter: se mi si dice che bisogna avvicinarsi per gradi e si vuole consolidare il club come seconda forza indiscutibile del campionato, alzo le mani: la scelta strategica di imitare i bianconeri ha molto senso ed ottime probabilità di riuscita. Se invece l’obiettivo è vincere, lo è molto meno.

Cap. V – Shut down

In conclusione, l’impianto del mio discorso dovrebbe essere chiaro, e ribadisco quindi che un’accoppiata Marotta-Conte per la creazione di una “Jnter”, come ha efficacemente scritto Simone Nicoletti su Twitter, se finalizzata ad un puro consolidamento nazionale per conseguire stabilmente la partecipazione alla Champions League, non fa una grinza (sempre tenendo conto che è dell’Inter che parliamo, quindi senz’altro riusciremo ad inventarci, non so come, qualche incredibile nuovo modo per smentire la logica, nel bene e nel male, ma deve essere ancora il postumo dell’ultima parata di Handanovic a parlare). Se invece, come personalmente speravo e spero ancora, lo scopo è quello di tornare in cima quanto meno per competere quasi alla pari, allora questa strategia non riesco a vederla come vincente.

Temo che ci si trovi di fronte ad uno spartiacque, molto probabilmente anche generazionale, per il quale l’identità dell’Inter e il modo di tifare diventino molto, molto diversi da tifoso a tifoso. Ma come detto nella premessa, nessuno può impedire a chi gioisce e soffre per questi colori di gioire, di soffrire, o di dire arrivederci ad altri momenti più consoni alla propria sensibilità individuale. Ognuno lo farà da solo, ma ci sarà sempre qualcuno pronto a tifare insieme a lui, qualsiasi cosa accada, di questo ne sono sicuro. Possono cambiare i compagni di viaggio e si può scendere dal treno, ma il fischio della locomotiva interista non lascerà mai indifferente nessun nerazzurro.

3 thoughts on “The imitation game

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  1. Mi sembra un articolo molto sensato con una sola pecca. Qui l’imitation game non serve a superare la Juve, ma ad avvicinarsi. In questo momento abbiamo bisogno di diventare prima una società sensata, per poter poi cercare di inventarci qualcosa a livello tecnico o di scelta dei giocatori. Ma, siamo seri, qualcuno pensa che oggi come oggi basti prendere una guida tecnica innovativa e carismatica per recuperare? Ten Hag da noi non sarebbe arrivato alla quinta giornata e lo sappiamo tutti. Prima di fare quello che ha fatto ha pensato bene, ad esempio, di perdere 6 a 2 con il PSV, qui gli avrebbero dato fuoco. Basta pensare a quello che oggi è considerato il tecnico più cool d’Italia, Gasperini. Ha retto 5 giornate alla vecchia Inter. Ecco, se vogliamo avere uno di questi tecnici e attaccare la Juve attraverso un altro percorso dobbiamo prima diventare una società che è in grado di supportare e gestire queste figure. L’imitation game serve proprio a diventare quel tipo di società.

  2. Un solo appunto sulla questione posta dall’autore. Perché copiare il modello juve senza le risorse economiche della juve? Sottovalutate l’Inter e le maggiori potenzialità latenti rispetto a quelle juventine. Non fatevi fuorviare dal momento storico… L’Inter è un potenziale top club a livello europeo, la juve è un ottimo outsider. Se ben gestita l’Inter sarà più grande e ricca della juve. È un club già ora più amato a livello mondiale e ha alle spalle la città di Milano,mentre la juve si basa su un gruppo industriale – familiare che compensa il mancato indotto che una città come Torino causa rispetto a città globali come Madrid, Milano, Londra e altre. Se gli agnelli escono dal business dell’auto sarà inevitabile per la stessa juve un ridimensionamento come forza politica e industriale dato che diventerà un club in mano di una famiglia di ricchi investitori anziché di un colosso industriale nel settore tra l’altro politicamente più influente in seno a una nazione. Quindi si, il dubbio riguardo al primo anno è lecito e forse pure al secondo. L’Inter potrà avvicinarsi alla juve senza sperare di superarla. Ma a medio lungo termine l’aggancio e il sorpasso, almeno in termini economici, sarà inevitabile. Tra l’altro faccio anche notare che l’Inter è ora in mano a un gruppo industriale in continua espansione, facente parte attivamente alla nazione che sarà destinata a diventare egemone, almeno a livello economico, nel XXI secolo. Io penso che il futuro, almeno a lungo termine, per il club sarà stellare, per non dire galattico.

  3. Il nostro obiettivo è certamente avvicinarci alla Juve ma in seconda battuta sfruttarne un passo falso.
    Non si può battere una Juve che fa 100 punti in campionato nemmeno facendone 90.
    Ma facendone 90 si vince nel caso in cui la Juve abbia un’annata un po’ più complicata (da 80-85).

    L’obiettivo “prendere la Juve” prevede che la Juve abbia un passaggio a vuoto; quello che ebbe, ad esempio, nel primo anno di Allegri (o che il Madrid ha avuto quest’anno). Zhang vuole essere sicuro di farsi trovare pronto in assenza del padrone del campionato perché da anni, in caso di passo falso della Juve, non saremmo certo noi a vincere.

    Poi Conte non rimarrà per sempre ma una Inter da 90 punti con un’organizzazione solida potrà eventualmente cambiare per crescere ulteriormente in futuro.

    Nessuno può battere una Juve che vince 18 partite su 19 del girone d’andata.

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