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“È stato un anno importante, con questo terzo posto abbiamo gettato le basi per un grande futuro”, intervista a Frank de Boer sulla sua prima stagione nerazzurra

Frank de Boer è un uomo soddisfatto, i soliti modi posati e sobri non riescono a mascherare la felicità per quella che a tutti gli effetti è una piccola impresa. Partito con l’affanno di chi sale in corsa, osteggiato dalla critica e non sempre seguito da una parte della squadra (quella stessa che è costata il posto ad altri buoni allenatori prima di lui), l’olandese è riuscito a convincere società e tifosi che la strada del gioco e della programmazione è praticabile anche quando le aspettative sono alte e la tensione eccessiva. Il terzo posto non garantisce l’accesso alla Champions League ma la vittoria in Coppa Italia è un primo passo verso quella guarigione lungamente attesa e invocata fin dal 2011.

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Ha mai pensato di gettare la spugna, di non farcela? 
Confesso che è capitato. Più che altro non riuscivo a capacitarmi di tanta ferocia e di tutti quei pregiudizi. Sono un allenatore giovane ma ho una lunga esperienza internazionale come giocatore e confesso che una cosa del genere non l’avevo mai vista. Come se fosse un intero sistema a reagire, come se fosse qualcosa di personale. Confesso di esserci restato male.

A chi si è aggrappato in quei giorni? 
Alla mia famiglia e alla società. È stata una vera sorpresa scoprire persone così professionali ma allo stesso tempo capaci di essere leali, di un continuo slancio umano. Non so in quante altre squadre mi sarebbe stata confermata la fiducia dopo una sconfitta sconfortante come quella contro la Sampdoria. Eppure sono stati di parola, hanno convocato una conferenza stampa per ribadire il sostegno della società e così è stato.

Cos’è mancato nelle prime giornate? 
L’esperienza e la conoscenza del gruppo. Il calcio italiano è duro e speculativo, si giocano partite di scacchi e tutti gli allenatori sono preparati a imbrigliare l’avversario. Ho ereditato una squadra demotivata e confusa e in principio ho pensato che sbilanciarla offensivamente fosse una soluzione. Non ha pagato e allora grazie ai correttivi studiati con i ragazzi abbiamo trovato una formula. Non è un caso che la nostra partita migliore del girone di andata sia arrivata contro la Juventus. Giocare contro squadre propositive aiuta, anche solo a gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Quanto è stato importante il mercato di riparazione? 
Non amo parlare male dei giocatori che alleno o ho allenato. Diciamo che più che per gli acquisti nelle zone più fragili della nostra manovra, gennaio è stato cruciale per lo sfoltimento di una rosa costruita all’accumulo. Troppi giocatori con caratteristiche simili, una competizione interna malsana e l’abitudine sbagliata di considerare l’allenatore un ostacolo aggirabile. Non amo punire platealmente i miei giocatori, è una sconfitta per tutti, ma quest’anno è stato fondamentale.

Il terzo posto era il traguardo minimo per questa stagione. Si sente appagato? 
Il mio risultato non era un piazzamento. Il mio obiettivo era ed è giocare un calcio intelligente. Occupare gli spazi e costruire un predominio che nelle due fasi sfrutti la stessa arma: il possesso palla. Amo le squadre lunghe e la velocità nelle ripartenze. Mi sono molto divertito ascoltare quel giornalista, quello molto popolare per le sue telecronache, dire che pretendevo di insegnare calcio agli italiani. Il mio non è calcio olandese, studio e lavoro per prendere il meglio di tutto quel che ho visto, da giocatore e da tecnico. Il contropiede può essere disorganizzato o perfettamente organizzato, ordinato e lucido. Questo non lo voglio insegnare io.

Questa squadra può già competere in Europa o ha bisogno di grandi acquisti? 
Al di là degli acquisti, quello che ho voluto fosse chiaro da subito con i miei giocatori è che l’esperienza internazionale si accumula solo affrontando con serietà ogni partita di ogni competizione. Per questo sono felice del nostro cammino in Europa League. Siamo usciti in semifinale dopo un inizio di torneo da incubo. Oltre a rischiare di perdere dignità e faccia, oltre al blasone di una squadra come l’Inter messo in crisi da squadre davvero minori, ero preoccupato dalla mollezza e dalla superficialità con cui alcune sconfitte venivano catalogate e messe in cantina. Perdere si può perdere, ma deve essere parte di un percorso formativo. quest’anno abbiamo giocato partite, in Italia e in Europa, in cui il risultato ci ha penalizzato nonostante una mole impressionante di gioco e occasioni. Perdere come stavamo facendo in Europa League no, quello non va bene.

Rifarebbe questa scelta, salirebbe di nuovo su una macchina che sbanda pericolosamente per portarla fino al traguardo? 
A costo di ripetermi rispondo sì e aggiungo che la società, i tifosi e i giocatori mi hanno coperto d’amore e dimostrazioni di stima. Mi son sentito orgoglioso di allenare l’Inter. Ma non abbiamo ancora fatto nulla, siamo un cantiere aperto. Solo che abbiamo un gioco, sappiamo quali giocatori servono per il nostro sistema e abbiamo obiettivi chiari. Quindi sì, lo rifarei mille volte.

Le grandi distopie de Il Nero e l’Azzurro 

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Temo ci sia un equivoco (10 cose che Suning potrebbe non aver capito del calcio italiano)

Forse siamo noi a pensare male, potrebbe essere solo un equivoco. Magari enorme ma solo un equivoco, qualcosa che la nuova proprietà non ha ancora capito o che semplicemente non era nel manuale di istruzioni. Fosse così, ecco alcuni utili chiarimenti sul calcio italiano e le sue regole, scritte e non.

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  1. La serie A non è l’NFL, l’NBA e nemmeno l’NHL o la MLB. In serie A non si resta per diritto divino e nemmeno per contratto. Arrivare in fondo alla classifica costa la retrocessione, arrivare a metà classifica l’esclusione dalle competizioni europee e una serie di danni economici e d’immagine difficilmente quantificabili. Per avere la certezza di restare nella massima serie e generare l’attenzione di sponsor, media e tifosi è necessario competere anche quando le stagioni volgono al termine senza più obiettivi.
  2. In serie A non ci sono franchigie ma squadre. Difficile ipotizzare che l’Inter possa trasferirsi a Frosinone o a Gorizia. La squadra gioca a Milano da quando è stata fondata ed è sano che a Milano stiano testa e cuore della società. La proprietà straniera e munifica è un tema esotico e affascinante ma la fascinazione dura poco quando i risultati sono un disastro. L’autogestione è una pessima idea, non avere un amministratore delegato competente delle cose di calcio italiane è un’imprudenza, una leggerezza imperdonabile.
  3. In Italia, in Serie A non conviene arrivare ultimi. Oltre allo scherno, al danno sportivo (la retrocessione), e a quello economico, c’è un’altra fondamentale differenza rispetto a quegli sport professionistici che abbiamo preso come unica religione, come unico benchmark (così direbbero quelli della nuova dirigenza anglofona): in Italia non ci sono i draft, l’ultimo non accumula alcun vantaggio nell’ordine di scelta semplicemente perché non c’è scelta. Si compra o si pesca dal settore giovanile.
  4. In Italia non si fa tanking. Tradotto in milanese, non si gioca a ciapa no. una brutta stagione, spesa almeno in parte a perdere partite impossibili da perdere non porta alcun vantaggio in termini sportivi, non si accumulano vantaggi nelle scelte (perché, di nuovo. non ci sono le scelte, non c’è draft).
  5. Se la società ritiene di dover licenziare il direttore sportivo che ha assemblato un gruppo di giocatori mediocri, potrebbe essere una buona cosa non rinnovargli il contratto per altri 3 anni. Se la stessa società ritiene di dover assumere un supervisore dell’area tecnica in palese conflitto d’interessi con il direttore sportivo di cui sopra, potrebbe essere una buona cosa (di nuovo), non rinnovare il contratto a quest’ultimo per altri 3 anni.
  6. La comunicazione è un fattore fondamentale, di successo o insuccesso. Delegarla a un manager che non conosce il paese in cui lavora, non conosce la lingua e che, soprattutto, nessuno conosce potrebbe non essere una buona idea.
  7. I giocatori sono un patrimonio della società. Tanto è stupido lasciare che vengano brutalizzati e minacciati dalle frange più estreme del tifo, quanto è scellerato permettere loro di usare i social come strumenti di autodistruzione e zona franca in cui scrivere e dichiarare qualsiasi idiozia. Il professionismo è anche controllo dei piccoli gesti.
  8. I tifosi sono un patrimonio della società, proprio come i giocatori. Sono complici, amici, familiari. Poi, e solo poi, sono anche consumatori. Varare una campagna abbonamenti con il rialzo dei prezzi di alcuni settori in un momento in cui la squadra perde indecorosamente è un errore. Farlo quando esiste il luciferino sospetto che qualcuno chieda alla squadra di perdere è una terribile caduta di stile e un brutto messaggio.
  9. L’Europa League è una coppa dignitosa, bella e importante. È una competizione internazionale. Per una squadra che da sei anni si copre di ridicolo dovrebbe essere un obiettivo e non un ostacolo. La prima cosa da fare per ricominciare a vincere è imparare a vincere. Perdere è o dovrebbe essere un incidente formativo, non la regola per un gruppo senza sussulti e dignità.
  10. Esonerare 3 allenatori è un segno di debolezza enorme, esonerarli insultandone la dignità professionale non è un gesto di forza e autorità, piuttosto una manifestazione di arroganza e insensibilità, un tentativo di ricondurre tutta la gestione a un puro capriccio padronale. L’esatto opposto di quel che ci serve oggi.

 

PS Questo piccolo decalogo riguarda la società. Per i giocatori, sui giocatori c’è poco da dire. Come canta uno bravo, celebre e interista: ho perso le parole.

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Calci in culo & tabella scudetto

No eh?, astenersi decoubertiniani e suffragette e pacifisti e dame di San Vincenzo. Fa bene la societá a prendere provvedimenti contro la squadra e a sputtanarla con un comunicato scritto in collaborazione con Kim Jong-un. A parte che, santa madonna, questi imbecilli bisognerebbe prenderli tutti a calci in culo da Appiano Gentile a Nanchino, e bòn. Ma la questione è un’altra e molto più terra a terra. Mancano ben cinque partite alla fine del campionato e la tensione nella squadra va tenuta alta perchè gli obiettivi sono ancora tutti possibili. Vediamo come.

Qualificazione Europa League.

L’Inter, pur facendo profondamente ca-ca-re da un mese e rotti, è ancora in grado di acciuffare la qualificazione alla competizione che abbiamo profondamente onorato nella prima parte di questa stagione. Possiamo arrivare quinti se

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

e addirittura arrivare quarti se la Lazio non fa più di 6 punti.

Cioè, è praticamente fatta. Ma non finisce qui, uomini di poca fede.

Qualificazione preliminari Champion League

Non ingannino i 19 punti di distacco dalla Roma e i 15 dal Napoli. L’Inter può qualificarsi per i preliminari di Champions League se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto.

Ma attenzione.

Qualificazione diretta Champions League

L’Inter può ancora arrivare seconda se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto

– la Roma si ritira dal campionato oppure le perde tutte e viene penalizzata con effetto immediato di 2 punti per una qualsiasi cazzata che al momento, per scaramanzia, non precisiamo ma che sicuramente la Roma è in grado di fare.

Ma attenzione.

Scudetto

Non ingannino i 27 punti di distacco dalla Juve. La vittoria in campionato è ancora possibile se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto, e comunque per sicurezza viene penalizzato di un punto per dichiarazioni di De Laurentiis lesive dell’onorabilità di qualcuno o per la mancanza di acqua calda nello spogliatoio degli arbitri al San Paolo (promemoria per Zanetti: contattare un idraulico compiacente in zona Napoli)

– la Roma si ritira dal campionato in solidarietá con Totti che si ritira, e viene penalizzata di 2 punti per essersi ritirata dal campionato per futili motivi, presenta ricorso ma lo ritira

– la Juventus per prepararsi al meglio per la Champions non si presenta alle ultime 5 partite e viene penalizzata ogni volta di 3 punti

– Vettel vince, o arriva secondo ed Hamilton arriva terzo, o arriva terzo ed Hamilton arriva quarto, o arriva quarto ed Hamilton arriva quinto

– che al mercato mio padre comprò.

Quindi, ragazzi, adesso andatevene in ritiro alla Cayenna e poi sguainate i coglioni. Tutto è ancora possibile, nonostante voi. Forza Inter, viva Suning, ok alle pene corporali, abbasso tutte le altre a parte la Juve (nel senso che per questo caso particolare il blando “abbasso” va rimpiazzato dal suffisso “merda”).

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Fate largo ai sognatori, purché siano bei sogni (e sappiano spiegarmi cosa vedevano in de Boer)

di Alcide Ghiggia

Fate largo ai sognatori.

A chi vede oltre le apparenze, a chi sa immaginare, a chi entra nel futuro senza sapere che cosa ci sta a fare.

Fate largo a chi si innamora di un’idea, a chi scambia i desideri per realtà, a chi non si accorge che il re è nudo.

Sia chiaro, non voglio prendere in giro nessuno, credo in maniera convinta che la storia del calcio sarebbe una noia infinita se non ci fossero in giro cavalieri sbruffoni capaci di indicare una strada (magari non di percorrerla, ma a volte questo è un dettaglio) e di farci credere che alla fine del cammino troveremo coppe e scudetti, vittorie e trionfi, applausi e onori. Ci siamo cascati tutti, qualcuno con un profeta boemo, qualcuno con un professore siciliano, qualcuno con un santone argentino. C’è chi ha creduto in ex venditori di champagne e in ex professori di ginnastica. Io, per esempio, lo confesso, ero rimasto abbagliato da un giovanotto romano simpatico e un po’ fenomeno, elegante e distinto. Laureato in legge, addirittura. Io credevo in Andrea Stramaccioni, pensa te, quindi, lo ripeto, non voglio scherzare con nessuno. Soprattutto con chi si è infiammato per Frank de Boer.

Però è arrivato il momento di fare una domanda semplice semplice a tutti voi: perché?

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De Boer è certamente un’ottima persona, vincente in casa anche se ancora vergine all’estero ma non può essere una colpa perché da qualche parte bisogna pur iniziare, non un parolaio, anzi. Non ha mai promesso di cambiare la storia, non ha ipotizzato rivoluzioni, non è venuto qui a dirci che avrebbe bruciato il calcio italiano e che avrebbe fondato una nuova chiesa. Sembrava tutto buon senso e tentativi di bel gioco. Ma chi mai è arrivato in una squadra nuova e ha promesso di giocare male?

Eppure in tanti si sono illanguiditi. Forse perché basta essere olandesi e quindi è subito calcio totale, donne in ritiro, Johann Cruijff e Amsterdam e quei bei viaggi che a diciott’anni sono una figata e a quaranta un po’ patetici. Forse perché chiunque avrebbe ricevuto abbracci e baci da chi si sentiva naufrago dopo mesi di tempesta fra proprietari lontani, allenatori disamorati, centravanti che sembravano distratti e mercenari (sembravano, ma questo è un altro discorso e non ho voglio di aprirlo qui, scusali Maurito e andiamo avanti). Forse è stato istinto di protezione davanti a critiche spesso gratuitamente feroci, forse gratitudine per l’evidente sforzo che ci stava mettendo, sul campo come nelle interviste televisive.

Il dato di fatto è che per alcuni (tanti? pochi?) improvvisamente de Boer è diventato una religione. Mezza partita buona e il vicino di posto ci dava di gomito: hai visto come si gioca? Una striminzita vittoria e lo stesso vicino gonfiava il petto e ci guardava come infedeli che non capivano. Poi le colpe erano di terzini inadeguati, di centrocampisti distratti, sempre di qualcun altro e mai sue. Guru a sua insaputa, direi.

È finita come è finita, ci siamo svegliati tutti quanti, scettici e sognatori, è stato chiamato l’idraulico ad aggiustare le perdite e ovviamente nessuno si è innamorato a prescindere di uno che doveva stare lì solo a scaldare il posto per Simeone o Guardiola o Mourinho (in ordine di santità, ovvio). È arrivato Stefano Pioli e con lui la realtà: una squadra medio buona, che può giocarsi il terzo posto e sperare in qualcosa di più, che non avrebbe dovuto fare figuracce in Europa, che ieri ha battuto il Bologna in coppa Italia anche con Gabigol in campo (a proposito di fantasie…).

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Si sa che quando la testa è piena di sogni puoi vedere il cambiamento che desideri, ma che sul boulevard dei broken dreams ci si ritrova a camminare da soli (doppia cit.). Quindi ripeto: qualcuno ha voglia di rispiegarmi, a mesi di distanza, che cosa aveva visto in de Boer e come la pensa oggi?

Grazie. A chi ha voglia di rispondermi, a Stefano Pioli che ha aggiustato tutto e anche a Frank de Boer, che almeno ci ha provato.

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Strategia, strategia, per piccina che tu sia…

di Hendrik van der Decken

A fine dello scorso ottobre, in preda ad una arrabbiatura cosmica causata tanto per cambiare dalla nostra Beneamata, avevo cercato di analizzare in maniera più fredda possibile la causa prima dei disastri cui stavamo assistendo da troppi anni, culminati con il balletto agostano della panchina e la via crucis arancione di un Frank de Boer più vittima che colpevole dei risultati della squadra, per quanto come era ovvio date le circostanze, di errori ne abbia fatti parecchi anche lui. In quel pezzo avevo solo dato voce a ciò che tantissimi tifosi interisti pensavano già: senza una coerente strategia applicata dal vertice societario, avremmo continuamente rivissuto le stesse situazioni fomite di incazzature (erano anni che sognavo di scrivere “fomite”, non lo faccio più, lo giuro) ed al contempo proponevo dal basso della mia ignoranza ciò che la proprietà avrebbe dovuto fare.
Ora, a distanza di qualche mese, e sicuramente complice qualche vittoria consecutiva che ha dato di nuovo fiducia all’ambiente e speranza di non aver buttato via del tutto la stagione, l’atmosfera sembra migliore e molte piccole cose emergono alla superficie, indicando che forse siamo finalmente sulla strada giusta. E parlo più della società che del campo, nonostante i punti fatti nella gestione Pioli finora siano decisamente tanti.
Personalmente, almeno in modo razionale, non credo in alcun modo nella possibilità di agganciare il terzo posto. Poi come sempre il tifoso che è in me e per definizione (e giustamente, aggiungerei) razionale non è, spera di vincerle tutte da qui a giugno, compresa coppa Italia e partitelle del giovedì. Però ciò che vorrei dire oggi è abbastanza slegato dai risultati: scrivo infatti alla vigilia di Inter-Chievo, e per tutto quanto brevemente accennato la ritengo ininfluente ai fini del discorso. Vediamo.

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Abbiamo assistito a un cambio netto di direzione societaria, anche se nella pratica il cambio ai vertici non è stata una rivoluzione totale: l’amministratore delegato Bolingbroke è stato sostituito all’inizio di novembre, rimpiazzato da un uomo di fiducia di Jindong Zhang, Jun Lio, segno inequivocabile che il tempo della transizione morbida tra il vecchio presidente Thohir e il nuovo era finito. Approfitto qua per chiarire una delle cose che sin dal principio erano state imputate alla nuova proprietà cinese, vale a dire quella di aver lasciato al timone della gestione esecutiva Thohir ed i suoi uomini: con molto buon senso e dimostrando un’ammirevole mancanza di arroganza, Jindong Zhang era ed è molto consapevole della differenza di gestione di un club come l’Inter rispetto alle esperienze cinesi vissute dal suo gruppo fino ad allora, senza contare l’ovvia mancanza di conoscenza dell’ambiente nerazzurro e del calcio italiano. Lasciare momentaneamente chi era già alla guida del club da due anni era quindi la cosa più logica da fare in quel momento, anche se poi come abbiamo visto la cosa ha causato dei problemi, e non di poco conto.
Dopo il fallimento dell’avventura di de Boer sulla panchina interista, la proprietà non ha esitato a prendere in mano con più decisione l’Inter, piazzando in pianta stabile a Milano non solo il nuovo amministratore delegato ma anche il figlio del presidente, Steven Zhang. Sarà un caso oppure no (e io, come molti altri, credo di no), ma da quel momento in poi, insieme ad una gestione migliore della squadra dal punto di vista mentale e atletico, più che tecnico, operata da Stefano Pioli, le cose sono decisamente migliorate sul piano dei risultati.
Ma più di quelli, che risentono sempre in ogni caso di una certa dose di aleatorietà, ci sono altre azioni che sono chiarissimi indicatori di una strategia ben precisa, ad esempio l’acquisto di Gagliardini dall’Atalanta (en passant: un saluto agli espertoni dei giornali sportivi e non che davano per impossibile l’acquisto causa limiti imposti al Biscione dagli accordi stipulati sul Financial Fair Play).
Ora, cerchiamo di chiarire subito un punto: avere una strategia non vuol dire automaticamente avere successo grazie a quella strategia. Può andar bene o può andar male: banalmente, dipende dalla bontà della strategia adottata, dalle modalità di esecuzione e da chi la esegue. Però la differenza col recente passato in cui i mezzi e i modo per raggiungere l’obiettivo dichiarato erano palesemente insufficienti e inadatti, mi sembra evidente (risparmio a chi legge la pena di ricordare gli ultimi cinque anni, rievocando acquisti e obiettivi dichiarati senza il minimo senso del reale).
Se n’è parlato tra tifosi, in giro per la rete, mille volte nell’ultimo quinquennio con moltisime divergenze di opinione, che alla fine è il bello del parlare di calcio guardandolo dagli spalti o dalla poltrona: se non hai i mezzi economici per costruire una squadra competitiva nell’immediato, devi avere la pazienza e l’abilità di costruirla con meno soldi in un tempo più lungo. Per fare questo hai bisogno di un programma e di gente capace: strategia, appunto.
Il Real Madrid ha una strategia semplice: compro chi voglio e se metto insieme gli undici più forti, vinco. Semplice, lineare, costoso. Ma è comunque una strategia precisa. All’opposto, abbiamo visto come negli anni squadre con meno risorse abbiano costruito in altro modo la loro competitività (Borussia Dortmund e Atletico Madrid, ad esempio). In Italia, l’Inter di Massimo Moratti ha cercato attraverso una potenza di fuoco economica con pochi paragoni (e tutta di tasca propria…) di sopperire a certi handicap telefonici e arbitrali: in fondo, anche questa è stata una strategia precisa, ed è anche per questo che nessun tifoso dell’Inter degno di questo nome potrà mai esimersi dal dire grazie all’ex presidente nerazzurro.
Qual è la strategia della proprietà Suning? A parte lo scopo primario di marketing sottostante l’acquisto del club, ancora non mi è chiaro cosa esattamente abbiano in mente per tornare ai vertici in poco tempo, a parte avere delle risorse economiche apparentemente spaventose, ma bisogna considerare che sono un po’ duro di comprendonio. Si parla molto di acquisti che abbiano certe caratteristiche ben precise: giovani, italiani, che siano molto forti o molto promettenti, e Gagliardini sembra il primo di una discreta serie, almeno stando alle voci che girano. Perché questo tipo di giocatori? Non ne ho idea. Storicamente, e nella maggioranza dei casi, il tifoso interista ha bellamente mostrato grande indifferenza (eufemismo) per il passaporto dei propri giocatori.
Personalmente, sono uno di quelli: datemi undici fuoriclasse col passaporto delle Isole Fiji e sarò un tifoso ultra-felice. Mi sento decisamente vicino a ciò che Ivan Ramiro Cordoba disse in un’intervista di qualche anno fa, dove al solito aveva ricevuto una domanda riguardo all’assenza di giocatori italiani di rilievo tra le fila nerazzurre (domande che ora non fa più nessuno, chissà perché: adesso va benissimo che l’Udinese affronti l’Inter senza un italiano nell’undici titolare). Cordoba rispose che “a parte che qua il passaporto italiano ce l’abbiamo in tanti, io credo che quando vieni qui a giocare conti solo se tu sei da Inter o se non lo sei. Se lo sei, non è importante da dove vieni”.
Ma rispetto in maniera assoluta chi ha il piacere di vedere giocatori italiani nella squadra, e chi tifando la nazionale pensi (ad assoluta ragione, tra l’altro) che avere molti giocatori italiani nelle squadre di vertice permetta loro di acquisire un’abitudine al giocare partite ad alto livello che può, conseguentemente, permettere a questi giocatori di poter fare molto meglio anche quando indosseranno la maglia azzurra.
Si dice che in uno degli ultimi confronti con la dirigenza, de Boer abbia incoraggiato la costruzione di un nucleo di giocatori giovani e italiani in modo da stabilire una base solida e duratura che potesse sviluppare non solo un senso di appartenenza più forte ma anche in modo più rapido grazie alla comunanza di lingua e cultura. Non so se sia vero, per quanto conoscendo ciò che ha fatto all’Ajax l’allenatore olandese la cosa mi sembra plausibile. Può darsi che la società abbia comunque ritenuto un punto valido quello sollevato dall’ex allenatore nerazzurro ed abbia deciso di dare seguito alla cosa, cominciando a mettere in atto le mosse necessarie per poter arrivare ad avere quella base di giocatori italiani, e quindi alla fine la strategia dell’acquistare giocatori italiani forti o di grande prospettiva avrebbe senso.
Il punto, però, non è neanche quello di capire esattamente cosa c’è dietro, almeno per me: il punto è che finalmente abbiamo una strategia! Cioè abbiamo una serie di azioni e programmi coordinati per un fine ben preciso che vengono messe in atto ed eseguite coerentemente. Negli ultimi cinque anni non ho visto nulla del genere, e men che meno negli ultimi cinque mesi: allenatori che mollano dopo un mese di ritiro, allenatori scelti con superficialità (eufemismo) e cacciati dopo meno di tre mesi, mercato fatto con criteri misteriosi, e negli ultimi cinque anni senza criterio alcuno, se non quello del nome buono a poco prezzo e se poi non è funzionale al gioco, pazienza.
Sono talmente felice di sapere che c’è un disegno dietro le azioni della società che non me ne frega neanche nulla di sapere esattamente qual è: lo scopriremo solo vivendo, e speriamo di scoprirlo vincendo. Insomma, alla fine ecco quel che volevo dire: mi sembra che finalmente ci sia del criterio, ci sia un’idea che si muove dietro a ciò che vediamo in campo. E poiché, so di ripetermi, non penso che si potrà mai tornare ai massimi livelli senza una società che abbia le idee chiare su ciò che vuole e su come ottenerlo, tutto ciò mi rende contento quasi come se fossimo già arrivati tra i primi tre. Il bello, davvero stavolta, sembra che debba ancora venire, e io non vedo l’ora.

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Breve storia triste: Gabigol (fine)

Se digitate Gabigol su Google, come proposta di ricerca appariranno nell’ordine “Gabigol”, “Gabigol Fifa 17”, “Gabigol fantacalcio” e “Gabigol perché non gioca”, e la combinazione di queste tre frasi costituisce la cosa più calzante che mi sia capitata di leggere su Gabigol negli ultimi cinque mesi, da quando cioè è entrato in orbita Inter.

Gabigol, secondo quanto in effetti ci suggerisce Google al solo digitare il nome nell’apposita barra, oggi in effetti è un non-giocatore, che ha una sua dimensione su Fifa 17 (dove gioca per una scelta tecnica individuale esercitata in un mondo parallelo), una sul Fantacalcio (dove costa un cazzo, puzza di affarissimo ma è inservibile) e una nel nostro immaginario collettivo (“Perchè non gioca? Ha ciulato una cinese, un’indonesiana o un’olandese che non doveva?”). Poi appare “Gabigol Wikipedia” dove invece, cliccando sulla url della sua pagina, sfoci in un reale che sembra romanzato eppure dev’essere vero: leggi numeri che testimoniano che in effetti nella sua pur breve vita ha giocato e segnato, ha vestito 4 volte la maglia della nazionale brasiliana maggiore, ha vinto con quella della Olimpica l’oro a Rio, era un giovanissimo idolo del Santos, detiene il record del rapporto età/clausola rescissoria (l’unica cosa che conta nel calcio moderno), e ti accorgi en passant che è del 1996 e dunque ha soli venti fottutissimi anni.

Oggi, nei 4 minuti in cui lui è stato in campo e io addentavo Orociok sperando che i suddetti minuti scorressero in fretta, mi ha suscitato una forte compassione. Sì, come altri duecento blogghe ero pronto a pubblicare un bel pezzo su “I 50 presunti motivi per cui Gabigol non gioca”, ma dopo quei 4 minuti ho rinunciato alla sola idea di premere “invia”. Costretto ad aspettare due mesi e mezzo per calcare il campo in una partita ufficiale dopo un comico esordio a furor di popolo in Inter-Bologna, dopo essersi nel frattempo scaldato a bordo campo in una decina di occasioni e dopo aver letto ogni volta il lunedì “perchè Gabigol non gioca?” e dopo aver sentito 70 volte l’allenatore di turno dire in tv che “non è pronto”, il povero Gabriel ha provato in 4 minuti a lasciare una traccia di sè, come quel bambino dei Pulcini che non gioca mai e quando gioca entra in campo incredulo, esattamente come quelli che lo stanno guardando, gli increduli genitori degli altri bambini che si chiedono chi sia, da dove arrivi, chi lo abbia mai messo in squadra e perchè.

Gabigol, idolo del Santos, campione olimpico, 4 presenze e 2 gol nella squadra dove oggi gioca Neymar e dove un tempo giocavano Pelè e Zico, dopo 4 mesi di Inter è un personaggio patetico che entra a 4 minuti dalla fine, alla prima azione intralcia i compagni, alla seconda azione va in fuorigioco di 20 metri, poi calcia il pallone a gioco fermo e lo ammoniscono, poi niente, doccia.

Tutto questo non è colpa di Gabigol.

Allo stato attuale, solo Wikipedia (che è già qualcosa, si badi bene) ci dice che Gabigol è un giocatore di grandi prospettive. Noi possiamo augurarci che lo diventi indossando la nostra maglia, ma non abbiamo nessun elemento per poterlo dire o anche solo pronosticare tipo sproloquio al bar. E’ l’Inter, invece, che ha iniziato col piede sbagliato il suo rapporto con Gabigol e ce lo ha dato in pasto già ammantato di negativo, perchè per dimostrare di valere quanto è costato dovrebbe fare un gol a partita e non inseguire vanamente un pallone come al campetto, tipo oggi, a Reggio Emilia, che sembrava un bambino che sentiva il profumo dell’erba dopo un mese a letto con la varicella.

Non è colpa di Gabigol se l’Inter, dopo averlo comprato, lo ha pomposamente presentato come se avesse preso Cristiano Ronaldo, in una cerimonia talmente eccessiva da sembrare l’imitazione di un qualcosa di migliore, una rappresentazione in diretta web del “vorrei ma non posso”, del tipo “ho strapagato un ragazzo che non ho mai visto giocare ma adesso faccio una presentazione che gli altri si cagano adosso”. Se davvero dovessimo prendere Ronaldo, cara Suning & Co., come lo presentiamo? Affittiamo piazza Duomo e buttiamo giù il Duomo per allargare il palco?

Tutto questo, non è colpa di Gabigol.

Ora, a metà dicembre siamo tutti convinti di aver preso una sòla colossale, sensazione confermata dai vari allenatori che ci hanno detto che a Gabigol serve tempo. Figa, ma quanto tempo ci mette a prepararsi? Neanche Kim Kardashian ci impiegherebbe tanto. E prepararsi a cosa, poi? Non giocava a calcio anche in Brasile? Una volta non erano i brasiliani a insegnarci a toccare il pallone? Che problema può mai avere (a parte il freddo e la nebbia) un brasiliano di 20 anni con una bella pagina di Wikipedia non a insegnare fisica quantistica alla Normale, ma a giocare a pallone in una squadra di serie A?

Tutto questo, anche tutto questo, non è colpa di Gabigol.

A) Se Gabigol è buono, ci deve essere un problema e noi non sappiamo qual è. B) Se Gabigol è scarso, non dovevano prenderlo e pagarlo in quel modo e illuderci come delle sciampiste di esserci sistemati per i prossimi dieci ani. Gli sguardi imbarazzati di chiunque alla domanda “Perchè Gabigol non gioca?” lasciano sinistramente intuire che la risposta sia più la B che la A, per quanto incredibile possa sembrare. In ogni caso, questo Gabigol (l’extraterrestre che ogni tanto entra in campo e sembra non abbia mai giocato con i compagni pur essendo a Milano da quattro mesi) non serve a nessuno, nè all’Inter nè a Gabigol stesso. O lo si fa giocare qua, ogni tanto, non 4 minuti ogni tre mesi, oppure lo si fa giocare altrove. Anche per rispetto a me, per dire, che avevo pronto un bel pezzo su “I 50 presunti motivi per cui Gabigol non gioca” e l’ho buttato via perchè faceva molto meno ridere dell’originale, la scena dell’ammonizione a Reggio Emilia, la supercazzola del terzo millenio.

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Tu quoque, Pupi, fili mi

triade

Bolingbroke: «Siamo soddisfatissimi di De Boer. Ha accettato l’incarico all’ultimo momento ed è una situazione difficile. Siamo con lui al 100%. Durante la sosta natalizia, potrà lavorare per la prima volta con la squadra per dieci giorni consecutivi. Ha solo bisogno di tempo».

Ausilio: «Non abbiamo contattato nessun allenatore. Sfido chiunque ad affermare di essere stato contattato. Sono loro a proporsi ma la panchina dell’Inter è di De Boer. La sua idea di calcio sarà vincente».

Yang Yang: «Nel calcio ci sono alti e bassi, ci sono difficoltà sul campo ma la squadra c’è, i dirigenti anche, il tecnico pure. Lavoriamo tutti duramente per tornare al vertice».

Era il 28 ottobre. Non del 1975, ma del 2016. Cinque giorni fa giorni fa, insomma. Escono dal cda l’amministratore delegato, il direttore sportivo e un consigliere di amministrazione e ai giornalisti dichiarano questo. Sembra la risposta definitiva a un certo – il solito – clima mediatico attorno alle nostre vicende: ecco, i giornali, le tv, i siti web da giorni dicono  certe cose e questa invece è la nostra verità.

E così quattro giorni dopo, il martedì, ci resti male, ci resti di merda. Romanticamente, pensi che certe pantomime appartegano ad altre squadre di altre latitudini. E invece no. Erano le dichiarazioni dei tuoi dirigenti, che quattro giorni dopo averle pronunciate fanno l’esatto contrario. E fanno proprio la cosa che gli altri, quelli cattivi, i nostri nemici, scrivevano da settimane.

Quindi, svaporata la delusione, la domanda è: come sarebbero andate le cose lo sapevano tutti tranne noi, noi tifosotti che ci fidiamo delle versioni ufficiali, delle smentite palesi e di quelle sottintese? E allora, quelle che noi (al netto delle prese per il culo, su cui comunque  non reagiva mai nessuno) catalogavamo come prostituzioni intellettuali e macchinazioni della stampa prezzolata non erano, in realtà, il risultato di ordinarie dinamiche di giornalismo sportivo (io so una cosa, è vera o quantomento verosimile e quindi la scrivo)? E non c’era invece delle prostituzione intellettuale (Josè, non rivoltarti nella branda) proprio nel cuore della nostra società? Se per giorni e giorni nessuno dà credito alle tue blande smentite e parla di destino già segnato per De Boer, non è che per caso le notizie arrivano da fonti fin troppo bene informate? Che faccia di bronzo (o che grado di inconsapevolezza) ci vuole a dichiarare certe cose il 28 ottobre e fare l’opposto quatro giorni dopo? Da quanto tempo era deciso che De Boer sarebbe stato rimosso?

Salutiamo un allenatore, ci affidiamo ad interim a un altro e nel giro di qualche giorno nomineremo quello titolare. Di fatto, risolviamo il contratto con De Boer senza avere il nome del sostituto, una cosa un po’ ridicola per una società che vorrebbe darsi un certo tono (differenza di vedute, si dice, tra proprietà e dirigenti italiani: apperò). A quattro mesi dall’inizio della stagione comunque sia avremo il quarto allenatore, stabilendo un record alla Bob Beamon (nel senso che sarà battuto tra qualche decennio) che provocherà a Zamparini una specie di invidia del pene. Ma, esattamente, tutto questo, per colpa di chi?

Il quadro dei risultati, inutile sottolinearlo, è ampiamente compatibile con un esonero (o risoluzione del contratto che sia). Undicesimo posto in campionato, 5 sconfitte in 11 partite, differenza reti negativa, 10 punti in meno dell’anno scorso: un disastro. In Europa League è anche peggio: tre match orripilanti, finiti con due sconfitte e una vittoria di culo con un tiro in porta, destino appeso a un filo che giovedì potrebbe spezzarsi (andiamo, in questa situazione, a giocare in Inghilterra la partita più difficile).

Quindi non ci sarebbe nemmeno troppo da discutere se non fosse che attorno – attorno alla squadra e attorno soprattutto a De Boer – abbiamo assistito a un patetico teatrino, che potrebbe essere riassunto in un manualetto del tipo “Come non si gestisce una squadra di calcio” o “Lo sfacelo dell’Inter spiegato a mia figlia“. Perchè non c’è niente di peggio che sentirsi al centro delle attenzioni malate e fraudolente di certa stampa e poi scoprire, un martedì mattina, che non era poi tutto così falso. Anzi, era praticamente, con un sacco di particolari che coincidevano in maniera fin troppo sospetta.

I numeri purtroppo inchiodano De Boer, al di là nei nostri eroici e un po’ ciechi tentativi di difenderlo e forse anche al di là delle aperture sulla pazienza che qualsiasi interista di buona volontà gli aveva offerto in tempi ampiamente non sospetti (tipo dopo Chievo-Inter o Inter-Palermo). Ma il resto?

Forse vale la pena ripercorrere, a un livello complessivo, i quattro mesi di questa stagione. Un mese buttato subito nel cesso a traccheggiare con Mancini quando era chiaro che non si poteva andare avanti; la scelta – intrigante fin che vuoi, ma molto rischiosa – di un allenatore marziano, completamente a digiuno di Italia a due settimane dall’inizio del campionato; l’estenuante trattativa estiva con il capitano e la sua moglie-manager; l’imbarazzante presentazione hollywoodiana di un calciatore che poi gioca 21 minuti; la faccenda del libro di Icardi, grottesca dall’inizio alla fine; e infine, su tutto, il sistematico e progressivo abbandono a se stesso di De Boer, lasciato drammaticamente solo nell’ultimo mese manco avesse la scabbia.

E’ chiaro che, a un certo punto della stagione e di fronte a risultati palesemente fallimentari, l’unica cosa che puoi fare – è così dalla notte dei tempi del calcio – è cacciare l’allenatore. Ma se ci fosse una giustizia, in quanti oggi dovrebbero rassegnare le dimissioni all’Inter?

Cominciamo dalla proprietà. Nel percorso da Thohir fino a Suning, l’Inter – non dimentichiamolo -ha potuto salvarsi il culo nel bel mezzo di una drammatica crisi finanziaria ed ha avviato il rilancio con i cinesi, che hanno già aperto i cordoni della borsa e promettono un grande futuro. Questo è il lato bello della medaglia. C’erano i numeri da sistemare, un management da snellire e rinnovare, un piano industriale da inventare, e fin qui… Però, è ovvio, l’Inter non è solo un mero dato contabile. L’Inter è una squadra di calcio e la gestione sportiva non è un aspetto secondario. Sì, certo, avere il padrone in Cina e il presidente in Indonesia è una discreta rottura di coglioni. Ma ci sono un po’ di cosette che non toccano direttamente a loro. E non è che qui in Italia, tra Milano e Appiano, i quadri siano proprio sguarniti.

Le caselle sembrerebbero tutte coperte e i nomi sono tutt’altro che di secondo piano. Eppure, è proprio la gestione sportiva dell’Inter – nonostante la pletora di pompose qualifiche in inglese – a dimostrarsi un fallimento. L’agghiacciante filotto di Zanetti in diretta tv mezz’ora prima di una partita (in una sola mossa la delegittimazione del capitano e la contestuale elezione della curva a unico censore su una questione – il libro di Icardi – su cui la società stessa aveva brillato per totale assenza, per poi perdere una partita in casa) è il momento-simbolo di questi quattro mesi: navigare a vista e navigare male.

Ma  quello è un momento, il momento-Zanetti. C’è invece un perverso progetto a lungo termine a segnare fin qui la nostra stagione ed è il trattamento riservato a De Boer. Il trattamento quotidiano, intendo. Quel lasciar aumentare la distanza tra allenatore e squadra giorno dopo giorno. Fino ad arrivare a comportamenti plateali come quelli di Genova – mani non date, vaffanculo latenti – che non potevano non sfociare in questo malinconico epilogo, perché con il combinato De Boer solo/squadra che se ne approfitta non si poteva più percorrere nemmeno un metro in più.

E’ la triade Zanetti-Ausilio-Gardini che forse bisognerebbe esonerare. E non si mette qui in discussione la competenza e nemmeno il sentimento. Ma la capacità di gestire una situazione, di essere punto di riferimento, di completare un ingranaggio, di remare nell’unica vera direzione possibile (che è la nostra, quella degli interisti, casa pseudo-Triade)  questo sì, è più che in discussione.

E’ il nostro buco nero, il vero, clamoroso fallimento di questi quattro mesi, molto più di quello personale di De Boer che, al netto delle colpe personali, ne appare  piuttosto la diretta conseguenza. Non basta essere bandiere e dire quattro banalità in favore di telecamera, per poi fare la voce grossa nel momento più sbagliato e con le premesse più imbarazzanti. Zanetti dirigente è una grande delusione, perché nei momenti in cui dovrebbe essere valore aggiunto invece non incide, o sbaglia, o sparisce. E’ una bandiera autoreferenziale e così, in questa veste, serve a poco o nulla.

Da dove escono gli spifferi? Chi racconta tutto quello che accade nello spogliatoio? Chi lascia ai giocatori – uno ad ogni partita – lo spazio per rilasciare dichiarazioni in cui mettono in discussione tecnicamente il proprio allenatore? Chi dipinge De Boer come un mentecatto che non riesce a farsi capire e va avanti a furia di idee balzane? Chi ci può togliere il sospetto che la dirigenza italiana lavori, in una sorta di vacatio di poteri (chi decide? a chi telefoniamo?), lavori soprattutto per legittimare i propri poteri a costo di regolare qualche conto in corso d’opera e di tagliare veri o presunti rami secchi, tipo quello di un allenatore problematico e scelto da un presidente che se ne sta per andare via?

Non diciamo allora che siamo nella merda perché abbiamo un padrone cinese e un presidente indonesiano, che comandano per telefono e si alzano alle 4 del mattino per vedere la partita in tv. E’ un problema, va bene, ma se a Milano funzionasse tutto come un orologio ne potremmo parlare quasi in termini folkloristici. Diciamo piuttosto che è la dirigenza italiana, o comunque di stanza in Italia, il vero problema della società. Gente che il venerdì dice una cosa e il martedì fa l’esatto contrario. Gente di cui non sai più se poterti fidare. Gente – lo dice, oggettivamente, il rendimento – che forse non ci meritiamo, una zavorra nel percorso che dovrebbe (sospiro) riportarci nell’Olimpo.

E noi qui, sballottati nel vento, sempre a fare trenta e mai trentuno. Oggi in teoria avresti la squadra, ma non hai (più) l’allenatore e non hai una dirigenza affidabile. Cioè, diciamolo: non è vita.

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