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Bonucci, why not? L’occasione mancata


Giovedì 13 luglio il nazionale azzurro Leonardo Bonucci chiede alla Juventus di essere ceduto. Ovviamente la richiesta è stata (molto probabilmente) inoltrata precedentemente dal nazionale azzurro e dal suo entourage.

Fatto è che è il 13 luglio che la notizia diventa ufficiale. Cominciano le voci intorno al futuro dell’ormai prossimo ex centrale bianconero e, quasi subito, il nome di Bonucci viene accostato al Milan che, sotto Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli si sta prepotentemente proponendo come la squadra regina di questo calciomercato 2017.

Ma…come in tutti gli intrighi di calciomercato che si rispettino, c’è un ma anche nell’affaire Bonucci. E questo ma è rappresentato dai rumors che vogliono Alessandro Lucci, agente del giocatore, aver proposto il 30enne difensore centrale anche all’Inter, solo per ricevere un rifiuto da parte di Walter Sabatini e Piero Ausilio.

Secondo La Gazzetta dello Sport Tuttosport, infatti, Suning avrebbe avuto contatti con Lucci senza però andare oltre un semplice sondaggio.

La motivazione sarebbe del tutto economica: troppo alto il costo del cartellino di Bonucci in relazione all’età e troppo alte le richieste di ingaggio da parte del giocatore, che alla fine avrebbe spuntato dai Rossoneri un contratto da 7,5 milioni all’anno più 2,5 di bonus, che ne farebbero il giocatore più pagato dell’intera serie A.

Quale che sia la verità (se cioè sia stata l’Inter a non insistere su giocatore ritenendolo troppo dispendioso o se Lucci e Bonucci abbiano preferito il Milan per l’offerta migliore presentata da Fassone) quel che resta è che i Nerazzurri, ancora una volta, hanno bypassato la possibilità di acquistare un top player.

Per di più con un grave danno di immagine visto che il giocatore è andato a rinforzare i cugini Rossoneri.

Eppure, c’erano tutta una serie di motivi che avrebbero dovuto consigliare ad Ausilio e Sabatini di puntare decisamente la rotta sul bianconero.

In primis, la difesa interista è un reparto da rifondare, basti pensare come i Nerazzurri la scorsa stagione abbiano subito ben 49 reti. Ora, anche se Bonucci non è irreprensibile dal punto di vista difensivo (ricordiamo le famose bonucciate) è ovvio come l’eventuale arrivo del nazionale azzurro avrebbe rappresentato un sensibile miglioramento rispetto ai vari Murillo, Miranda e Ranocchia.

Inoltre, dopo l’acquisto di Milan Skriniar dalla Sampdoria, Bonucci avrebbe rappresentato il giocatore di esperienza accanto al quale far crescere il centrale slovacco.

Tutto questo senza contare l’apporto di Bonucci alla fase offensiva. Tralasciando infatti le qualità del giocatore nel gioco aereo sui calci piazzati, la caratteristica forse più evidente di Bonucci è la sua capacità di dirigere il gioco da dietro come un play arretrato.

Il suo calcio lungo e preciso ha infatti imposto Bonucci prima come alternativa di Andrea Pirlo quando il regista bresciano veniva marcato e, poi, partito quest’ultimo, come il primo, vero playmaker della squadra bianconera cioè come l’uomo incaricato di far partire l’azione da dietro. E la tecnica di Bonucci è testimoniata dalla sua percentuale nella precisione dei passaggi che, se si esclude la prima stagione alla Juventus (2010/11) non è mai scesa sotto l’86.4%.

Il passaggio sul medio e lungo raggio sarebbe stato l’ideale per servire immediatamente Icardi, Candreva o Perisic in profondità o per aprire il gioco sugli esterni in una squadra come quella che sta disegnando Luciano Spalletti.

Il costo di 40 milioni era poi abbordabile, soprattutto se si pensa che David Luiz è stato pagato 50 dal Chelsea o che il Manchester City ha prelevato Walker dal Tottenham per una cifra vicina ai 60.

Qui si trattava di spendere 40 milioni per un difensore centrale di 30 anni, vale a dire un giocatore che, nel proprio ruolo, può avere ancora almeno quattro o cinque stagioni ad alto livello.

Da sottolineare poi come Bonucci sia cresciuto nella Primavera dell’Inter sotto la guida di Daniele Bernazzani (dove vinse una Coppa Italia e un campionato Primavera, debuttando anche in serie A prima di essere svenduto per circa 4 milioni) cosa che avrebbe consentito ai Nerazzurri di farlo figurare come giovane del vivaio nella rosa di prima squadra.

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Giorgio Muggiani perdonaci: invettiva contro i designer delle maglie dell’Inter

Parliamoci in maniera sincera: in cambio di una stagione con uno come Ronaldo in attacco, sono disposto anche ad indossare una maglia da rugby che non ha nulla a che vedere con la storia, i colori e la tradizione dell’Inter. Nascerà qui, – cito a memoria – al ristorante l’orologio, ritrovo di artisti e sarà per sempre una squadra di grande talento. Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro sullo sfondo d’oro delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo“. Quindi i colori sono quelli: il nero e l’azzurro, e se vogliamo essere pignoli le strisce sono verticali, alternate e di dimensioni identiche. Non è difficile, basta un minimo di buon senso. Almeno in un momento così complicato lasciateci la certezza della maglia nerazzurra. Veniamo da una stagione che è meglio non raccontare, con l’orrore cromatico di un derby (quello di andata) in cui Milan e Inter si confondevano, e per riconoscerle dovevi guardare i pantaloncini, salvo scoprire dopo una ventina di minuti che i nostri erano quelli bianchi mentre quelli “tutti neri” erano i giocatori del Milan. Loro almeno, dopo un decennio di ardite sperimentazioni, ce l’ha fatta a tornare al rossonero e alle righe di dimensioni identiche. Noi no, noi abbiamo ancora bisogno di allargare e restringere le righe, come un …mettere nome di una squadra provinciale a scelta… qualunque.

La terza maglia del 1998 usata per la Coppa Uefa

Qualcosa mi dice che Giorgio Muggiani non sarebbe particolarmente felice di questo codice a barre. Se non altro il colore si avvicina di più all’azzurro Inter e abbiamo eliminato quei tremendi calzettoni gialli. Il giallo (che nel nostro caso va e viene come il blu sulle divise del Bayern Monaco) non è presente nemmeno sulla maglia. L’anno passato erano gialli lo sponsor, i nomi e i numeri. Il ritorno al bianco è un sospiro di sollievo. Le spalle total black non fanno impazzire, così come le strisce discontinue. In un momento in cui l’unica cosa che si chiede è la continuità, si poteva proporre qualcosa di diverso.

La maglia dell’Inter stagione 2017/2018

Durante i decenni, i cambiamenti più sostanziali hanno riguardato il numero e le dimensioni delle righe. Agli albori erano strette anche se ogni maglietta non aveva le strisce di identiche dimensioni. Ogni giocatore infatti aveva la sua e se la faceva fare lui stesso, dal fornitore che voleva. Spesso si trattava della mamma o della nonna. Dalla stagione 1909/10 la maglietta venne decorata con lo stemma di Milano, una croce rossa su fondo bianco. Durante questi primi anni, le variazioni consistettero nel numero delle righe e in alcuni particolari sul colletto. Mentre nel periodo fascista Mussolini decise che il nome Internazionale era decisamente anti-autarchico, impose la fusione dell’Inter con l’Unione Sportiva Milanese e il nome di Ambrosiana, e si optò per una maglia totalmente differente: bianca, con una grande croce rossa. Maglia che verrà riproposta, come seconda, nell’anno del centenario, il 2008.

La maglia del centenario è un omaggio a quella dell’Ambrosiana. I colori sono quelli di Milano

Dalla stagione 1929/3o però il nerazzurro riprese il suo posto. Negli anni 50, le linee si allargano e fino al 1958 le uniche modifiche saranno rappresentate dall’apposizione degli scudetti vinti. In questo decennio appare per la prima volta la seconda maglia, che alterna un bianco a tinta unita a uno con una striscia nerazzurra sul petto. Rivoluzione nel 1958, appare il logo societario, disegnato appunto da Giorgio Muggiani, a parte piccoli cambiamenti sul numero delle righe da una stagione all’altra. Un anno di svolta fu il 1977, quando venne data visibilità agli sponsor tecnici. Fu la Puma la prima marca a comparire sulla divisa della FC Internazionale Milano e scelse di apporre 8 righe. Risale al 1979/80 lo il restyling dello stemma con la comparsa del “biscione”.

 

La maglia della stagione ’81-82 con calzoncini e calzettoni azzurri

Negli anni ’80 i crest delle squadre cambiano frequentemente ed hanno un tratto più illustrato che iconico. Stagione 1981/82: cambia lo sponsor tecnico, Mac Sport, e arriva il primo brand sponsor, Inno-Hit, seguito subito dopo dallo storico Misura, che rimarrà per dieci anni. Per un paio di stagioni l’Inter gioca con i calzonicini e i calzettoni azzurri. In questo decennio la moda prevede il restringimento delle strisce che passano ad essere 9 e poi 11. Gli sponsor tecnici cambiano a ritmo vertiginoso alla fine degli anni 80: prima Le Coq Sportif (con il blu delle righe leggermente più scuro), poi Uhlsport, brand molto vicino ai portieri e quindi a Walter Zenga. Siamo nell’anno dello scudetto dei record. Vuoi per la maglia, vuoi per i soggetti che la indossano, probabilmente uno dei completi, marchio a parte, più vicini alla mia idea di Inter.

 

L’Inter presenta 5 nuovi acquisti: Matthaus, Breheme, Berti, Bianchi e Diaz

Negli anni ’90 cambierà lo sponsor tecnico, si passerà alla Umbro, marchio molto in voga in quell’epoca, che però non si discosterà troppo dal prototipo della prima maglia, né per quanto riguarda le strisce, né per i colori. L’estro dei creativi verrà dedicato alle seconde e terze maglie (con qualche obbrobrio di troppo, come la maglia verde del 1995-1996). Storica quella con la striscia nerazzurra obliqua, e quella già citata del 1997/1998 con la quale vinceremo una Coppa Uefa. Il passaggio da Umbro a Nike arriva l’anno dopo. La maglia della stagione 2001/2002, quella del 5 maggio per intenderci, presenta decorazioni in giallo e strisce più larghe, ma la maglia più bella realizzata da Nike resta probabilmente quella indossata da Roberto Baggio nel 1999, legata indissolubilmente ad una sua doppietta contro il Real Madrid.

La maglia indossata da Baggio nel 1999

 

Una delle maglie più brutte della storia dell’Inter: la terza del 1996

Sono legatissimo ad alcune maglie non solo per questioni meramente nostalgiche, o per i campioni che le hanno indossate. Quando scegliamo dei colori sposiamo quelli, il loro abbinamento, la magia di una tradizione. Solo in Italia abbiamo tre grandi squadre “strisciate”, europeizzarle nel look e nel design non le renderà più competitive. Passi che alla Juve sono più moderni di noi, cambiano strisce e loghi come se nulla fosse, ma ognuno ha la sua storia, i suoi capricci, non siamo bauscia per caso. Come non si toccano le strisce dei colchoneros dell’Atletico, così non si cambiano quelle dell’Inter. A memoria sono innamorato della maglia del 89, di quella con lo sponsor Fitgar del ’92, del completo del 2007 con i pantaloncini bianchi e i calzettoni a righe orizzontali, della maglia di Facchetti indossata da Cambiasso dopo alcune vittorie della stirpe degli dei.

Cambiasso indossa la maglia di Facchetti per alzare la Champions 2010

I tifosi sono diventati sempre più esigenti nelle questioni di merchandising: è per questo che i designer devono concepire ogni anno un’idea che si discosti da quella dell’anno precedente, per far sì che all’interno degli store e nelle presentazioni ufficiali sia ben chiaro il confine tra una stagione e l’altra, soprattutto, lo capiamo, quando si tratta di una stagione particolarmente infelice. In un calcio “a ciclo produttivo continuo” si è diffusa da ormai qualche anno l’abitudine di indossare già nelle ultime partite della stagione in corso la maglia di quella successiva. That’s Marketing, folks. E siccome improvvisare con le strisce è più semplice che giocare a viva la moda con il bianco del Real, ecco che nascono visioni soggettive della tradizione interista. Non averci fatto vedere il nerazzurro per tutta la stagione 2014, anno in cui Icardi e compagni scendevano in campo con un gessato blu che non riproporrò, è stato un affronto alla tradizione e un dispetto ai tifosi. Un anno di purgatorio, come essere costretti ad uscire per un anno con un fidanzato o una fidanzata in pigiama. Non benissimo in questo senso nemmeno la maglia a strisce sfumate del post triplete, mentre fu evidentemente azzeccata quella indossata nella stagione del triplete. Fortuna che quando manderanno le immagini della finale di Madrid per i prossimi cento anno, visto che non è nostra abitudine salire così spesso su detti palcoscenici, sarà facile identificare il nero e l’azzurro dell’Inter. E non qualcosa che gli assomiglia vagamente.

Cara Nike e cari designer, vi vogliamo bene lo stesso. Siete bravi, creativi, fantasiosi e sappiamo riconoscervelo. Ma ve lo chiediamo per cortesia, restituiteci la nostra maglia.

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Il Megapagellone: I Tifosi (Puntata 1)

di Matteo Caccia

Si chiude questo 2016 e insieme alla squadra, la società, e agli allenatori nei del Nero e l’Azzurro pensiamo sia giusto dare i voti anche a chi la squadra, la guarda, la sostiene, la insulta, ma non ne può fare a meno: noi tifosi.

Che poi “noi tifosi” non ha senso perché ci sono di categorie, quello da stadio, quello da divano, quello da bar, quello da social network e poi ci sono gli ultras

Partiamo dagli ultimi.

 

Ultras: voto 3.5

È vero ci sono sempre, è vero vanno fino in Israele a seguire il torneo che vale meno di quello del Valtur di Pizzo Calabro e tornano pure a casa con tre pere in tasca, ma le prese di posizioni politico-societarie e su tutte quella contro Mauri Icardi dopo l’insulsa autobiografia che ha fatto parlare di sé più di Gomorra, hanno mostrato il peggio della curva, dietro solo a Javier Zanetti e alla società che si nascondeva alle sue spalle.

Detto questo, il rigore buttato fuori  contro il Cagliari dal capitano esautorato dalla curva (finirà 2-1 per il Cagliari) è l’inizio della fine di Frank De Boer e da il LA a tutti i cori di giornalisti e commentatori che non vedono l’ora di infierire sul corpo ansimante della beneamata cantandone l’elogio funebre.

I comunicati stampa della curva, insomma, sono l’ultima cosa che ci piacerebbe leggere a poche ore da una partita fondamentale come quella col Cagliari (sfido chiunque a dire che non lo sia).

Ah, ragazzi, poi basta con gli striscioni “Benvenuta Milù”, “Benarrivato Denis”, che va bene figliare ma potete anche festeggiare bevendovi una birra tra di voi.

 

Tifoso da divano: voto 5

Apprezziamo lo sforzo di rimandare cene, aperitivi e di acquistare Sky multivision per evitare di divorziare dalla moglie nel tempo di una stagione, ma potete fare di più.

C’è poco impegno nel prendervela con Caressa ad esempio che sempre di più ha deciso di disegnarsi addosso il ruolo da Penguin della tv sportiva italiana, sagace, cattivello e puntuto, senza sapere che Bergomi più che Batman assomiglia a Mister Magoo.  Qualche urlo in più verso lo schermo potrebbe forse arrivare ai vertici Sky.

Dovete smetterla di prendervela con Kondogbia, è un ragazzone in difficoltà che visto in TV può anche sembrare un alieno, ma vi assicuro che dal vivo fa molta più impressione, quindi o lo lasciate in pace o alzate quel culo e per una volta venite a vederlo dal vivo e capite cosa proviamo noi ogni domenica.

 

Tifoso da bar: voto 6.5

È il nostro uomo sul territorio, l’avamposto con non molla mai un colpo. Ormai legge la Gazzetta non più di un paio di volte l’anno: dopo la vittoria contro i gobbi o un pareggio all’ultimo minuto nel derby col Milan. La compra eccezionalmente solo dopo l’uscita dalla Champions dei primi o la notizia di una cordata credibile come il mago Otelma che acquista i secondi. La sua è la vita più complicata tra tutti i tifosi, non può mai abbassare la guardia e questi ultimi anni lo hanno davvero ingastrito, ma difende la linea come nessun altro estate e inverno, nella buona e nella cattiva sorte. La sua avversione nei confronti di Ranocchia o Santon ormai hanno definitivamente radicato in lui l’opinione secondo cui nella formazione dell’Internazionale non ci devono essere italiani. Il tifoso da bar è un po’ giù di tono, (come non capirlo) ma quando l’Inter chiama risponde sempre presente.

 

 

Tifoso da social network: voto 4

Non ci siamo proprio.

Va bene non capire una sega di calcio, siamo tifosi, non professori, però anche se esternare con sicumera qualsiasi pensiero sia caratteristica dei social, i tifosi possono evitare di dare fiato alle tastiere, ad ogni piè sospinto. Vinciamo una partita e si legge “così non si può andare avanti così! a calci in culo tutti, per prima alla società”, perdiamo una partita e si legge “così non si può andare avanti così! a calci in culo tutti, per prima alla società”, pareggiamo una partita e “così non si può andare avanti così! a calci in culo tutti, per prima alla società”. Se continuate così viene da pensare che abbiate un pessimo rapporto più con la grammatica che con l’Inter.

Non credo che guardare su Youtube i comenti post partita di Donato Inglese “Comico Musicista Youtuber Interista” vi faccia bene.

Vige sempre la regola: “Tra noi diciamoci tutto, davanti agli altri teniamoci stretti”.

 

Tifoso da stadio: voto 8

Seduto davanti a me allo stadio c’è un abbonato di Carpi, (ma di chiare origini pugliesi) è un signore che appartiene all’Inter Club Modena, viene allo stadio con il pullman. In questi giorni di nebbia profonda mi ha raccontato di essere arrivato a casa alle tre del mattino, dopo un posticipo, lavora in una maglieria, la mattina dopo alle sei era in piedi.

Lui per me rappresenta il tifoso dell’Internazionale. Arriva col sorriso, trema per tutto il primo tempo, è felice come un bambino se vinciamo e pensa già alla prossima se perdiamo. L’espressione migliore del tifo nerazzurro.

Il voto a questa tifoseria è alto ma è giustificato da almeno due episodi che di recente hanno reso lo stadio di San Siro in un mix tra il libro Cuore e il tendone del Circo Orfei.
Il primo: Inter – Genoa, è una sera invernale gelida ma l’Inter sta giocando la sua partita che conduce per due a zero. A circa dieci dalla fine dalla panchina del Genoa si alza un uomo malamente stempiato, assomiglia a un pesce gatto, ma tutti lo riconoscono è Goran Pandev. Non importa che indossi un’altra maglia, non importa che siano passati sei anni e mezzo, importa solo che lui sia l’unico calciatore sul quel prato ad aver alzato i tre trofei insieme nell’anno zero della nostra squadra. Lo stadio inizia a cantare “Goran Goran Pandev! Pandev!” Lui entra e c’è un’ovazione, si gira e saluta la curva ringraziando. Alla fine si rialza il coro in suo nome e Pandev esce commosso.

Il secondo è uno dei momenti dal significato più sfuggente cui mi sia mai capitato di assistere in uno stadio.

Inter-Lazio, vinciamo tre a zero, anche se sappiamo che con l’Inter non c’è mai modo di stare tranquilli. Dalla panchina si leva la maglia della tuta Gabriel Barbosa. Il ventenne pagato come una nave da crociera che ha toccato 15 palloni in 3 spezzoni di partita da quando è arrivato presentato come se fosse il nuovo Ronaldo.

Lui entra e lo stadio esplode, sembra il saluto al messia che tanto aspettavamo ma al contempo è un applauso ai tifosi stessi misto a un buffetto per la pazienza di questi anni fatta di acquisti alla Vampeta, Domoraud e Quaresma.

Gabigol è un circense da varietà del sabato sera, un ragazzo che nessuno ha mai visto giocare ma su cui tutti hanno aspettative altissime, lui non si tira indietro, fa un passaggio giusto e il pubblico urla, salta, gioisce come per un gol, al primo calcio d’angolo sprona il pubblico ad applaudire e tutti lo seguono.

Perfino i commentatori alla TV sono spiazzati e non hanno le parole per commentare questa situazione splendida e surreale “Il pubblico lo ama… anche se sembra un po’ una presa in giro” (Caressa – Sky Sport).

Ed è vero, è una presa in giro ma la presa in giro questa volta è messa in atto da quel ragazzino peloso campione olimpico col Brasile, che insieme a tutti i tifosi nerazzurri per una volta hanno sparigliato le carte, perché ridere di sé e apprezzare le proprie storture con questa leggerezza è una qualità rara negli stadi italiani e noi siamo felici che si accaduto al Meazza.

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Buon 2017, Stefano

di Fabio Pittau

Proviamo a pensare per un attimo che durante la prossima estate non ci debba essere per forza l’ennesima rivoluzione. Che dopo aver intrapreso e abbandonato nella stessa stagione tre percorsi differenti, non debba essere necessario per forza trovarne uno nuovo. Che il roster, o meglio la rosa, possa confermare la sua ossatura, con l’innesto di due o tre interpreti funzionali e di spessore (un difensore centrale al posto del numero 24, un volante al centro del campo, un vice o un partner di Icardi) per competere alla pari con tutti in Italia e chissà anche oltre il confine.

Che il progetto sia affidato nuovamente a Stefano Pioli.

Leggiamo con curiosità in queste ore che l’inquilino della panchina nerazzurra sia volato in Cina insieme al ds Ausilio. In anticipo sicuramente per il Capodanno più pittoresco del pianeta. Ci raccontano che l’ordine del giorno nel summit con Suning sia stato Lucas Leiva. L’energico ed eclettico centrocampista brasiliano, accostato all’Inter nelle ultime 7/8 sessioni di mercato, è in dirittura d’arrivo. Il Liverpool ha detto sì, Klopp non se lo fila neppure nella partitella del giovedì e Mr. Zhang non vuole farselo sfuggire.

Bene, parte Melo, arriva Leiva. Fin qui tutto ok, anche se potrebbe andar meglio. Ma sarebbe bastato un messaggino su WhatsApp, una videochiamata Skype, una cartella condivisa di qualche mega su Dropbox con le giocate dell’ormai ex Red.

Non si interrompono le vacanze in famiglia per volare a 10h di distanza e parlare di un 29enne biondino alla ricerca di una nuova sistemazione. Ci piace pensare che ad occupare il tavolo del summit in Cina ci siano stati i numeri dell’Inter di Stefano Pioli dall’8 novembre ad oggi.  Numeri che raccontano una squadra che ha vinto le ultime tre partite senza subire gol, che in un mese e mezzo ha scalato quattro posizioni con una media di 2,16 a partita. Che ha ridato entusiasmo e coesione ad un gruppo che pareva lacerato e usurato. Macinando più km in campo rispetto a chiunque (110,34 di media contro i 108,71 del Napoli, seconda) e andando a segno con regolarità e con diversi interpreti. Offrendo a San Siro uno spettacolo degno di questo nome.

Forse ancora poco per rinnovargli la fiducia, direbbe qualcuno (in italiano o in cinese, fate voi). Forse, un girone di ritorno a questi livelli, potrebbe aiutare. Forse confermare questi numeri, potrebbe allontanare almeno per altri 12 mesi il spettro di Diego Pablo Simeone, l’allenatore designato del futuro nerazzurro. E allora mettiamoli da parte questi dubbi. Non interroghiamoci sul futuro, ma apprezziamo il presente. I se e i ma hanno perseguitato la nostra storia recente, non permettiamo che questo accada un’altra volta.

Buon 2017, Stefano.

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Editoriale, News

Le pagelle con lo stesso impegno

Per non far torto alla non-dedizione dei giocatori dell’Inter e mostrare loro che abbiamo capito bene che non hanno alcuna intenzione di impegnarsi, redigeremo le pagelle di Be’er Sheva – Inter con l’attenzione, la foga e il vigore che loro mettono in campo quest’anno.

Handanovic – Ah beh, sì beh, ah beh, sì beh

D’Ambrosio – Chi?

Miranda – Blablablablablabla

Murillo – Ahahahahahahahahahahah

Nagatomo- Gnegne gnegnegne gnegnegne

Melo – Prot Prot Prot Prot Prot

Brozovic – Cucuruccucucu-Cu…

Banega – … Paloma!

Eder – Oooooh issa, oooh issa, oooh issa!

Candreva – Antani

Icardi – Sbiriguda con scappellamento a destra

Sostituzioni: no dai, non ho voglia di scriverle, sono stanco, è sicuramente colpa di de Boer

 

 

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Tutti i perché di Frank de Boer (dal nostro inviato speciale Pino Robiola, procuratore pezzente)

In questi giorni mi sto vedendo spesso con Frank che ha scelto a me per imparargli bene l’itagliano. I risultati già si sentono. Eccome se si sentono…Sapete, Frank ha scelto a me perché ci conosciamo da una vita. Quando lui giocava all’Ajax, io vivevo ad Amsterdam. Allora lavoravo nel mondo del cinema, nel senso che c’avevo un noleggio di videocassette porno che ai giocatori piaceva assai. Passavano tutti da lì e la sera ci andavamo a fare una pizza tutti quanti da un ciccione italiano che poi ho perso di vista quando s’è messo a fare affari con squadre losche e giocatori mezzi sciroccati che scoppiano petardi per casa.
Ma torniamo a noi. Durante le lezzioni di itagliano, Frank mi fa un sacco di domande. Qui in Italia ci sembriamo tutti scemi, anche se non lo dirà mai, nemmeno se gli promettono di mandargli a qualcuno che ci insegna a crossare a Nagatomo. E un giorno ti devi vergognare dopo una partita persa, e un altro sei diventato il mago Silvan della panchina dopo una partita vinta.

de-boer-miangue
Lui, no, propio non lo capisce.
Così mi fa un sacco di domande, e io che cosa domanda ve lo racconto a voi…
– Perché Mancini pensava che Joao Mario era uguale a Brozovic solo che non si faceva i selfi con la faccia da pirla?
– Perché se la Juventus vince giocando male è il segnale di una grande squadra e se lo fa l’Inter è una botta di culo?
– Perché l’Inter ha scelto come consulente per la terza maglia lo stesso che ha pensato la campagna per il Fertiliy day del governo?
– Perché quel tipo con i capelli bianchi e la voce da Topo Gigio che vince solo quando allena il Genoa parla sempre male dell’Inter?
– Perché quell’altro pelato che tiene gli occhiali raiban da giocatore di goriziana ci trova sempre i difetti al gioco dell’Inter e mai a quelli della squadra di Berluscone?
– Perché a vedere il Sassuolo, che gioca bene, vince, sta simpatico a tutti e patapim e patapam, poi alla fine non ci va mai un cane di nessuno?
– Perché Paulo Sousa c’ha i capelli pettinati con il lievito Bertolini che pare a Liz Tailor al nono matrimonio con Richard Burton?
– Perché tutti dicono che degli albitri non ne parlano e appena non ci danno un rigore se li vorrebbero mangiare vivi?
– Perché i giornali sportivi vedono il calcio come i tifosi a seconda dei risultati, che a Ranieri se lo prendevano per incitrullito e poi quando ha vinto in Inghilterra c’hanno fatto un monumento?
– Perché Sarri parla tutto “una hoha hola on la annuccia horta” che non si capisce una minchia e si veste come un magazziniere depresso dell’Ikea?
– Perché Spalletti non ha capito che è inutile che si spella le mani quando segna Totti e ci fa tutti i complimenti per arruffianarsi, tanto prima o poi ci fanno fare la fine di Marino quando era sindaco?

Amala (e rispondigliela se puoi a Frank, che se lo merita…)

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