Fabio Fognini, forza Inter

di Davide Franzini

È il 27 maggio 2010. La stagione calcistica più bella di sempre si è appena conclusa e tra due settimane inizieranno i Mondiali. Intanto il mondo continua a ruotare, e a Parigi scende in campo nel Roland Garros l’italiano Fabio Fognini contro il campione di casa e numero 15 al mondo Gaël Monfils. Si inizia dal quinto set a cui Fabio si era trascinato la sera precedente, prima della sospensione per oscurità, col pubblico contro e una situazione psicologica spiazzante. Fognini vince 9-7, dopo 4 ore e 16 minuti spalmati su due giorni. Va a firmare la telecamera come usa nel tennis, sorridendo guascone scarabocchia “Fabio Fognini. Forza Inter”.

Ah, ecco.

Fabio Fognini nasce a Sanremo nel 1987, cresce ad Arma di Taggia, ed è il tennista italiano più forte della sua generazione. Da bambino gira i tornei della Liguria nell’auto di mamma e papà, dove l’autoradio canta sempre le stesse canzoni: “L’avvelenata” di Guccini e “Un’avventura” di Battisti, che Fabio si ripeterà sommesso per tutta la carriera a ridosso dei match, un po’ per abitudine, un po’ per scaramanzia. Nel 2003 vince gli Europei Under 16 e la famiglia decide che vale la pena provarci. Con giudizio, però: il piano è spingere fino ai 21 anni, e se a quel punto Fabio non sarà tra i primi cento al mondo si posa la racchetta e ci si laurea. Parafrasando Guccini, “un laureato conta più di un tennista”. Ma Fabio entra nei cento già a vent’anni, ne ha ventitré in quel pomeriggio di maggio al Roland Garros. Tennista, non c’è dubbio.

Fabio Fognini è come l’Inter: talentuoso e incostante. Sa annichilire il giocatore più forte al mondo con prestazioni spumeggianti, salvo perdere la partita cedendo di schianto nell’ultimo set. Ma quando è in vena regala attimi di bellezza commovente:

Fabio Fognini è anche pazzo, di una pazzia umorale che espone lucida in vetrina con un filo di orgoglio. Pochi giorni fa ha surclassato Rafa Nadal, dichiarando poi con un sorriso tra George Best e Tafazzi che “se avessi la testa, sarei in top ten da dieci anni”. Protesta, si incazza, fa sceneggiate che nel calcio sarebbero normali ma la morale vittoriana del tennis condanna come segni di debolezza e poco garbo. Qui a Wimbledon, nel tempio del gentleman’s sport:

Su Youtube fioriscono le compilation di “Fognini crazy moments”, in cui a volte Fabio degenera nella prepotenza, ma perlopiù diverte per il modo spontaneo in cui viola l’etichetta ovattata del tennis, rendendosi simpatico a colleghi e spettatori. Se i tennisti fossero accompagnati in campo da un inno, quello di Fabio farebbe “Pazzo Fogna, amalo!”.

La prima vera perla nella carriera di Fognini è la vittoria in tre set al Tennis Club Napoli contro Andy Murray, nei quarti di finale di Coppa Davis 2014. Nello stesso anno cade più volte in modo fragoroso: a Montecarlo riversa un torrente di insulti al suo box, ad Amburgo apostrofa Krajnovic come “zingaro”, a Shanghai perde contro il numero 553 del mondo. È il lato oscuro di Fabio, che il tritacarne mediatico mastica e serve al pubblico guarnito con la facile spiegazione del menefreghismo. Ma è una bugia: dietro quelle cadute c’è l’incapacità di gestire i momenti meno brillanti, quando le cose girano male e bisogna saper accettare quello che arriva. C’è la frustrazione di non essere all’altezza di sé stessi, che in uno sport individuale diventa insulti rabbiosi e nel delicato gioco relazionale di uno sport di squadra diventa la paralisi che non ti fa infilare tre passaggi consecutivi contro il Benevento.

Il 2015 è l’anno dei successi contro Rafa Nadal, sconfitto tre volte: la prima a Rio de Janeiro – salvo perdere il turno successivo da Ferrer; la seconda a Barcellona – salvo perdere il turno successivo da Andujar; la terza, epica, agli US Open – salvo perdere il turno successivo da Lopez. È una condanna, uno schema ricorrente: Fognini gioca partite meravigliose col cannibale, ma poi si scioglie di fronte all’avversario seguente. O addirittura di fronte al cannibale stesso, che spesso subisce e soffre Fabio ma alla fine sfanga il risultato grazie alla propria enorme bravura, e qualche volta grazie anche all’ascendente che esercita ai confini del regolamento. Come ad Amburgo, quando zio Toni Nadal sciorina impunemente indicazioni dalla tribuna (vietate) e Fabio sbotta col cannibale: Siempre lo mismo, haces siempre lo mismo. Contro i cannibali è sempre la stessa storia.

Il 2016 è il punto di svolta umano: Fabio sposa Flavia Pennetta, campionessa uscente degli US Open ritiratasi il giorno del trionfo. La stagione sportiva è in penombra, con un fascio luminoso alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Fognini gioca gli ottavi di finale con il fresco campione di Wimbledon Andy Murray, un’altalena di emozioni che di norma vediamo nei campi da calcio quando ci sono maglie nerazzurre e niente di normale: Fabio perde malissimo il primo set e va sotto nel secondo; poi si accende, ribalta e domina il campione scozzese; pareggia il conto dei set, al terzo e decisivo è sopra 3-0, ha la palla per scappare ma fallisce e Murray rientra in partita. Non ce n’è, non più: Fabio sprofonda in una delusione atroce, come perdere all’ultimo minuto per un colpo di testa di Higuain o un gol sbagliato da Kallon.

Ma il seme è gettato. La follia lenta cede il passo alla maturità e nel 2017 Fabio si prende il pubblico di Roma, che fino a quel momento lo aveva sempre beccato: un po’ la stizza dell’amante tradito, un po’ la vecchia storia che gli italiani perdonano tutto ma non il successo. I fantasmi si dissolvono in un martedì di maggio che vede Fognini affrontare in notturna il numero uno Murray, mentre l’aria tiepida di primavera accarezza sensuale le statue illuminate dello Stadio dei Marmi. Luci al Foro Italico. Fognini gioca un tennis di bellezza allucinante e domina Murray sotto tutti gli aspetti. Chiude la pratica in due set catartici e alza le braccia al cielo, sorriso luminoso e maglia nerazzurra, a prendersi finalmente l’abbraccio dei romani.

Come da copione, Fognini crolla al turno successivo contro Alex Zverev, nella calura del mezzogiorno. Ma è una sconfitta provvidenziale, che permette a Fabio di correre senza pensieri all’aeroporto ed imbarcarsi sul primo volo per Barcellona dove lo aspetta “il torneo più grande”: la nascita del figlio, che viene al mondo alle quattro di notte e si chiama Federico in memoria di Luzzi, tennista aretino morto di leucemia a 28 anni. Perché vincere sarà pure importante, ma ci sono cose che contano di più.

Il 2018 è l’anno della fioritura. Fognini conquista tre tornei in una stagione: San Paolo, Bastad e Los Cabos (sul cemento, per la prima volta). Vince la finale in Brasile il giorno in cui muore Davide Astori, che Fabio ricorda al momento della premiazione con delicatezza rara nel contesto ipermediatizzato dello sport di vertice: “Oggi è un giorno molto triste in Italia. Parlando di sport, ieri è morto un calciatore, uno sportivo. Non lo conoscevo, ma questo titolo va a Davide e alla sua famiglia, con tutto il mio rispetto. Un abbraccio”. Già, perché tra l’altro il calcio è la grande passione di Fognini, interista fino al midollo che ha anche stretto amicizia con qualche nerazzurro. Chi? Ovviamente Marcelo Brozovic, pazzo capace di ogni splendore e ogni miseria.

Fabio chiude l’anno col best ranking e una maturità nuova, che lascia ben sperare per il 2019. Ma la stagione sulla terra rossa inizia male, con tre sconfitte al primo turno. Fognini sbarca a Montecarlo accompagnato dalle streghe, un velo di tensione sugli occhi guizzanti e il sorriso tirato. Incontra il giovane Rublev ed è a un passo dal baratro, sotto di un set e con due palle dell’1-5 da difendere al secondo; Fabio si scuote, la palla arriva a Milito che al limite dell’area infila Bogush per il set dell’1-1; ormai Fabio ci crede, spinge convinto alla ricerca della vittoria che ottiene grazie al gol di Sneijder a tempo quasi scaduto: 2-1 e passaggio del turno. Agli ottavi di finale c’è Alex Zverev – quello che lo eliminò a Roma il giorno della nascita di Federico – ed è la prova di maturità: Fognini vince al tie break un primo set sofferto, poi domina la seconda manche con nuova disinvoltura e convinzione. Ai quarti di finale elimina Coric guadagnando la semifinale contro il cannibale Rafa Nadal, undici volte vincitore del torneo: l’esito pare scontato, ma Fabio rovescia i pronostici con due set di attacco feroce e difesa eroica; il cannibale scende dal trono e Fognini va in finale, che a questo punto si gioca sul piano inclinato della storia, inclinata inesorabilmente verso Fabio: partita bruttina ma quasi mai in discussione, vinta con un netto 2-0. (se il percorso vi ricorda qualcosa, non siete gli unici).

E così Fabio vince finalmente un trofeo Masters 1000, con la maglia nerazzurra e una felicità che si trova all’incrocio tra esaltazione e spossatezza. A precisa domanda risponde che sì, è la settimana più bella della sua vita, ma solo di quella sportiva, ché il primato assoluto va a quando è nato Federico; perché vincere è importante, ma più importante ancora è saper vincere.

Fabio sa vincere festeggiando col sorriso guascone, in qualche sottoscala del cervello i versi di una canzone cara, che ne riassumono l’intera carriera: Accetto il “crucifige” e così sia. Chiedo tempo, son della razza mia. Una razza di pazzi meravigliosi, che chiedono solo un po’ di tempo. Che alla fine spodesteranno i cannibali dal trono.

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