Editoriale

Il giorno che il Fenomeno atterrò a Milano

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23 luglio 1997. Ovunque io fossi ero in attesa di quella notizia, dell’ufficialità. Una trattativa lunga e complessa, l’ansia improvvisa e terribile, il titolo liberatorio. Il 23 luglio 1997 il giocatore più forte, funambolico e irripetibile dell’era moderna indossò la maglia della mia squadra. Quel che accadde anni dopo, le sciocchezze dette e fatte, l’addio un po’ vile (nottetempo, alla chetichella), il gol nel derby con la maglia del Milan e quell’esultanza da fesso erano ancora cose lontane e impensabili. Quel giorno scoppiò un amore enorme, totalizzante, folle. Il 23 luglio 1997 il Fenomeno sbarcò a Milano e cambiò per sempre il nostro metro di giudizio sui giocatori dell’Inter. Come lui nessuno mai.

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Editoriale

Beneamata, la maglietta

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Ecco qua, cara vecchia Inter, Beneamata dai milanesi, mentre nel celebre Prater di Vienna si celebra il tuo trionfo, noi stentiamo a cavare dall’ormai annoso mestiere il minimo indispensabile a esprimere la nostra gioia di sportivi. E’ questo il nostro destino, il tifo logora e sconvolge, dopo aver tanto esultato. (Gianni Brera)

Beneamata è la prima maglietta di #MakeGoalNotWar, che poi siamo sempre noi de Il Nero e l’Azzurro.

Per ora trovate QUI, con la possibilità di scegliere colori e materiali. Accorrete numerosi, o Beneamanti.

 

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Amarcord, Editoriale

Never Banega

Poteva andarsene in silenzio e invece no. Poteva mantenere il basso profilo che ha contraddistinto tutta la sua permanenza milanese, sia in campo che fuori, ma Ever Banega non ha retto alla tentazione di un intervista un po’ così, di quelle in cui dici e non dici. Non sono dispiaciuto di aver lasciato l’Inter, era il momento giusto. Banega fu accostato per la prima volta ai colori nerazzurri qualche anno fa. Centrocampista di manovra oppure no (guarda che faccia da malandrino, uno così può fare solo il trequartista o l’interditore). Il dramma è che la stessa incertezza lombrosiana ha afflitto il Banega interista fin dal primo giorno, da quello della firma.

Dove gioco? Ma soprattutto gioco? Chi sono, dove sono?

Attendevamo pieni di speranze il nuovo Cambiasso, il redentore delle nostre geometrie sciape, un altro parametro zero che entra nella storia del club, pronti ad amarlo per sempre: ForEver Banega.

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Niente di tutto ciò.

Banega ha vissuto e giocato a una lentezza esasperante. Pochi sprazzi di una classe eccezionale, dispensata però con l’avarizia del ragazzo stanco. Stanco di giocare, stanco di camminare, stanco. Il soprannome di Banega è El Tanguito, la promessa di momenti intensi, cambi di direzione, passione.

Mai visto il Tanguito. Never, Never Banega. Il ragazzo triste di Rosario ci ha abbracciati con il trasporto di un dopolavorista esausto, si è trascinato qua e là per il campo come convalescente da un’eterna mononucleosi, tanto da lasciarci di stucco quando nella partita casalinga contro la Lazio ha calciato forte, troppo forte per quelle gambette sfibrate e consumate dal dolor, ahi que dolor!

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Il Banega due volte campione dell’Europa League, oro alle Olimpiadi di Pechino e Campione del Mondo Under 20 con l’Argentina non è mai arrivato in Italia. Il funambolo degli ultimi 30 metri è rimasto a Siviglia e solo ora ha riabbracciato il suo doppelgänger, il sosia depresso che ha spedito a Milano. Si potrebbe obiettare che in una stagione nata male e proseguita peggio era davvero difficile giocare secondo le aspettative. Vero. Ma quelli come Banega, i centrocampisti di piede, visione e carisma dovrebbero invertire il flusso di stagioni sfortunate e cercare di mettere ordine, anche se non è il loro ruolo naturale. Oppure causare catastrofi a ripetizione, mostrando comunque personalità. Nulla. Banega se n’è andato senza mai essere davvero arrivato. Tre partite buone in un campionato, una buonissima (la trasferta a Roma), il resto un lungo sonno. Forse ha ragione lui, era il momento giusto per lasciare l’Inter, nessun rimpianto.

Nessun Banega.

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Amarcord, Editoriale

Marco Materazzi, per sempre lassù (9 luglio 2006 o anche breve storia dell’uomo del destino)

Stare in aria per un’eternità.

Uno dei luoghi comuni più abusati da chi scrive di sport riguarda lo stacco, il tempo brevissimo eppure dilatato dall’attesa per l’impatto, l’attimo in cui la traiettoria della palla incrocerà la fronte, la tempia o la nuca di chi si arrampicato lassù. Fino alla sera in cui Marco Materazzi volò mezzo metro sopra tutti gli altri per segnare il gol più importante della sua vita pensavo che quel luogo comune fosse uno dei tanti eccessi retorici di telecronisti stanchi, arma spuntata di un bagaglio di iperboli tutte uguali e quindi sciape.

Poi Marco lo fece, rimase in aria per un eternità e ogni tassello tornò al suo posto.

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Quando l’Inter annunciò ufficialmente l’acquisto di Materazzi fui tra i pochi a esultare sguaiatamente. Un difensore imponente con un piede ottimo e la giusta rudezza. Ma soprattutto un giocatore di calcio e non una figurina, uno che veniva dalla gavetta più dura e ce la stava facendo contro ogni pronostico, contro tutti i pregiudizi, anche quelli paterni. A Marco dissero che avrebbe fatto meglio a giocare a basket, che il calcio non era cosa per lui, che con quel fisico non c’era modo di arrivare al traguardo. Avesse un euro per tutti quelli che hanno dubitato di lui, Marco Materazzi sarebbe un ragazzo ancora più fortunato e ricco di quanto non sia ora, di quanto non si sia sudato con il talento in campo e le intuizioni fuori. Avesse un euro per ogni insulto ricevuto Marco sarebbe nella classifica di Forbes, tra i primi dieci o giù di lì. Quando accumuli rabbia, quando incameri dolore è difficile che una valvola alla lunga non ceda e lasci andare quel groviglio di emozioni.

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Quando sei l’unico a scommettere sul tuo numero impari a difenderti prima e aggredire poi. Gli anni di Materazzi all’Inter sono stati un’altalena, il pendolo tra due estremi, l’euforia e lo sconforto. La prima stagione del ragazzo nato a Lecce, figlio di un buon allenatore nel pieno della carriera, terminò con il 5 maggio 2002, data di una delle partite più assurde della storia nerazzurra e delle lacrime di Marco, incredulo di fronte allo sfacelo e incapace di controllare quella disperazione così e infantile e tanto vera da farmelo amare ancora di più. Gli anni successivi, i migliori della sua sua carriera agonistica, furono rovinati dall’anarchia di squadra e società, cambi vorticosi di allenatori e incapacità di trovare un equilibrio nervoso. Una confusione che Materazzi pagò più di altri, lasciandosi andare a eccessi inutili in campo e appena fuori (la rissa con Cirillo, le pedate terribili a Inzaghi e Shevchenko, quella a Ibrahimovic), falli violenti che fecero molto male a Marco, molto più di quanto lui stesso non avrebbe pensato. Certo quelli erano i tempi in cui Marco reagiva alzate di spalle o provocazioni (‘Al Milan devono stare muti’), ma non serviva un esperto di linguaggio del corpo per tradurre quella sofferenza, il dolore di chi non è amato e apprezzato per le sue qualità, di chi ha montato una maschera difensiva e rischia di annegarci dentro. Non è un giocatore né una personalità leggera Materazzi, sa di dividere e ne ha fatto benzina per la sua carriera straordinaria. Gli smoking bianchi e le interviste durissime, quel modo di rivendicare la sua appartenenza senza filtri, di prendere una posizione intransigente su una delle vicende più oscure della storia del calcio italiano. Una posizione ancora più forte se portata fin nello spogliatoio della nazionale, di una squadra costruita sull’ossatura della Juventus, il nemico di Marco.

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Quel che accadde dopo il Mondiale è storia, l’incontro con Mourinho qualcosa di più.
Nell’abbraccio tra il rude difensore a fine carriera e l’allenatore in fuga dopo la grande vittoria, in quelle lacrime ci sono mille racconti che ognuno dei due potrebbe regalarci, se solo volesse.
Quel che accadde al Mondiale non è storia, afferisce alla categoria della mistica calcistica, è molto di più.
Gli americani amano le parabole degli underdog, dei brutti sporchi e cattivi che contro la logica e il favore dei pronostici (di nuovo), riescono a vincere. Sarà anche per questo che Marco ama gli States, per quella smisurata libertà, per l’assenza di finali scontati o per la possibilità che siano scritti bene, molto bene.
Nel 2006 Materazzi partì per la Germania come terzo centrale, due passi dietro agli intoccabili e monumentali Nesta e Cannavaro, uno avanti a Barzagli (altro giocatore splendido). Il destino di Sandro Nesta decise di privarlo una volta ancora del Mondiale, di giocarne uno da protagonista. Nesta è stato con tutta probabilità il miglior difensore italiano della sua generazione, il migliore al mondo, ma l’Epica non si cura di questi dettagli.

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Il Materazzi che entra in campo e segna contro la Repubblica Ceca, quello che si fa espellere contro l’Australia, quello impeccabile della semifinale contro la Germania sono tutti la stessa persona, lo stesso atleta formidabile e il ragazzo tormentato da una cattiva stampa.
Il Materazzi della finale contro la Francia è l’uomo del destino, se mai ce ne fu uno.
Che il suo sistema di un uomo di trentadue anni abbia retto alle emozioni di quella sera è già notevole di suo.
Il fallo da rigore su Malouda.
Il gol segnato staccando mezzo metro più di Vieira.
La testata di Zidane.
Il rigore segnato come se fosse impossibile sbagliarlo.
Per molti di quelli che tifano senza mai privarsi di odi antichi è stato impossibile allora ed impossibile oggi riconoscere la grandezza magnifica del Mondiale di Marco Materazzi.
Obiettano che sottolineare i meriti di un solo giocatore, peraltro dell’unico interista in rosa, sia un terribile torto alla Storia e alla verità dei fatti.
Quelli di Materazzi però non sono meriti, quello che ha fatto nei giorni frenetici tra il 22 giugno e il 9 luglio del 2006, il tempo trascorso tra il suo primo ingresso in campo e il rigore decisivo di Fabio Grosso è qualcosa, molto di più.
Leggenda, si chiama così.

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Il calcio è un gioco di squadra, punisce chi cerca l’individualismo esasperato, premia chi costruisce.
Marco Materazzi ha compiuto il miracolo del gregario, ha vissuto l’estasi del portatore d’acqua.
Ha sudato, picchiato e corso per gli altri, incidentalmente ha trovato la gloria personale, quella che per un attimo ha costretto i suoi detrattori a saltare sul divano e gridare a squarciagola, ad abbracciarsi e rovesciare in terra la birra e non la solita quantità di fiele.
Oggi è il 9 luglio, ancora per qualche minuto.
Nel pomeriggio ho scritto dieci righe su quella Nazionale di corsa, cuore e lotta.
Ne ho scritte tre su Marco Materazzi e proprio quelle tre mi sono state rinfacciate, sempre il vecchio blues della vittoria più bianconera che non azzurra, sempre la storia dello scarpone miracolato, sempre l’adagio benaltrista del vuoi mettere con Pirlo, Buffon, il Tonno Insuperabile, Enzo Catania detto il Turbominchia?
No, non voglio mettere.
Amo troppo Marco Materazzi, calcisticamente scrivendone, per mettere insieme un pezzo lungo sulla sua carriera e su quello che ha rappresentato nella storia dell’Inter.
Mi insulterebbero anche gli interisti, sarei mieloso e agiografico e non è cosa.
Ma quel gol, la bellezza assoluta di quel gol al 19’ del primo tempo è parte di me, lo custodisco nel cassetto delle emozioni più forti della vita, che a quest’età cominciano a essere tante.
Camoranesi che lascia la palla, Pirlo che batte l’angolo, la traiettoria alta ma veloce e perfetta, la palla che scende, Materazzi che la colpisce a incrociare sul palo opposto, Barthez che è troppo avanti e Sagnol che non ha tempo, non ha spazio per reagire e respingerla.
Ho scritto che Marco dopo il gol ha detto una sola parola: Mamma.
Non è vero, ha detto: è tuo Mamma, forse anche questo è tuo Mamma.
Per scrivere un pezzo lungo su Marco Materazzi bisognerebbe conoscerlo bene e conoscere il suo dolore più grande, la solitudine del figlio, tutto ciò che lo ha trasformato in un padre meraviglioso.
Io conosco Marco, non lo conosco bene.

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Quindi parlo di quel gol, di quello che mi ha lasciato, di quello che ha lasciato a tutti noi.
Il calcio è fatto di gesti atletici sublimi, gioco corale e tattica.
Il calcio è fatto di lotta, nervi e sudore.
Ho seguito con passione ed enorme affetto l’altalena di Marco, i suoi anni all’Inter, ho litigato per lui in tutti i bar di Milano e d’Italia, ho scimmiottato le sue rudezze in campo.
Per questi motivi, per tutti questi e altri ancora quando undici anni fa Marco si è arrampicato lassù, quando qualcosa che nessuno sa e può spiegare lo ha portato fino al cielo sopra Berlino, io ho esultato e pianto con lui.
Con Marco Materazzi, Campione del Mondo, uomo vero.

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Editoriale

Tu, tu che sei diverso, almeno tu, nell’universo (dichiarazione d’amore a Borja Valero)

I capitani altrui non si toccano. Non che sia una regola ma quando la mia squadra corteggia bandiere che garriscono da tempo in altri stadi, provo un imbarazzo terribile e mi sento in colpa.

Borja Valero è innamorato di Firenze tanto quanto città e tifoseria lo sono di lui, una corrispondenza di sentimenti nata e cresciuta in anni di giocate intelligenti, partite tatticamente perfette e prove di carattere. Quando è arrivato dal Villareal BV covava il dolore di tutti i buoni giocatori di centrocampo che in Spagna vivacchiavano nel cono d’ombra dei Big Three (Xavi, Busquets e Xabi Alonso). Per uno nato e cresciuto nella cantera del Madrid, per uno che si pensava destinato alle cose più grandi, l’ombra è scomoda e stretta, per uno con le doti di BV l’anticamera è una stanza da non frequentare.

Mezzala destra, sinistra, interno o regista puro, Borja Valero sa fare tutto e lo sa fare meglio degli altri, quindi preparare la valigia e cercare fortuna prima in Spagna e poi in Europa è stato semplice e naturale. Zero presenze nel Real Madrid, poi Maiorca, West Bromwich, Maiorca di nuovo, Villareal e finalmente Firenze.

5 stagioni di pura bellezza, una capacità di leggere il gioco che in serie A hanno in pochi, forse nessuno. Borja Valero è quel giocatore che quando viene associato ad altre squadre ti provoca una fitta al cuore, un rammarico preventivo con tanto di piagnisteo: perché non lo prendiamo noi, è l’uomo perfetto per l’Inter.

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All’insana passione di chi scrive va aggiunta una considerazione di carattere tattico, ben più importante e valida: BV è il giocatore ideale per il calcio pensato e geometrico di Luciano Spalletti, l’uomo che miracolò el Pequenito Pizzarro e lo trasformò in Principe dopo l’anno da sgraziato ranocchio nerazzurro. Protezione e lavaggio dei palloni complessi, ricerca continua del compagno libero, talvolta da usare come sponda, tessitura di un gioco orizzontale che accelera all’improvviso, BV è ormai talmente bravo ed esperto da riuscire a giocare anche da mediano e recuperare palloni velenosi.

Quindi e nonostante l’imbarazzo di chi ama l’oggetto dell’amore altrui, nonostante l’età di Borja Valero (32 anni), faccia pensare a una scappatella più che a una lunga storia, caro Signor Zhang io penso che sia giunta l’ora di cominciare a fare sul serio, di non scazzarsi con la Fiorentina per pochi denari e di portare a casa lui, almeno lui nell’universo, il centrocampista più intelligente del calcio contemporaneo.

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Editoriale

“È stato un anno importante, con questo terzo posto abbiamo gettato le basi per un grande futuro”, intervista a Frank de Boer sulla sua prima stagione nerazzurra

Frank de Boer è un uomo soddisfatto, i soliti modi posati e sobri non riescono a mascherare la felicità per quella che a tutti gli effetti è una piccola impresa. Partito con l’affanno di chi sale in corsa, osteggiato dalla critica e non sempre seguito da una parte della squadra (quella stessa che è costata il posto ad altri buoni allenatori prima di lui), l’olandese è riuscito a convincere società e tifosi che la strada del gioco e della programmazione è praticabile anche quando le aspettative sono alte e la tensione eccessiva. Il terzo posto non garantisce l’accesso alla Champions League ma la vittoria in Coppa Italia è un primo passo verso quella guarigione lungamente attesa e invocata fin dal 2011.

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Ha mai pensato di gettare la spugna, di non farcela? 
Confesso che è capitato. Più che altro non riuscivo a capacitarmi di tanta ferocia e di tutti quei pregiudizi. Sono un allenatore giovane ma ho una lunga esperienza internazionale come giocatore e confesso che una cosa del genere non l’avevo mai vista. Come se fosse un intero sistema a reagire, come se fosse qualcosa di personale. Confesso di esserci restato male.

A chi si è aggrappato in quei giorni? 
Alla mia famiglia e alla società. È stata una vera sorpresa scoprire persone così professionali ma allo stesso tempo capaci di essere leali, di un continuo slancio umano. Non so in quante altre squadre mi sarebbe stata confermata la fiducia dopo una sconfitta sconfortante come quella contro la Sampdoria. Eppure sono stati di parola, hanno convocato una conferenza stampa per ribadire il sostegno della società e così è stato.

Cos’è mancato nelle prime giornate? 
L’esperienza e la conoscenza del gruppo. Il calcio italiano è duro e speculativo, si giocano partite di scacchi e tutti gli allenatori sono preparati a imbrigliare l’avversario. Ho ereditato una squadra demotivata e confusa e in principio ho pensato che sbilanciarla offensivamente fosse una soluzione. Non ha pagato e allora grazie ai correttivi studiati con i ragazzi abbiamo trovato una formula. Non è un caso che la nostra partita migliore del girone di andata sia arrivata contro la Juventus. Giocare contro squadre propositive aiuta, anche solo a gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Quanto è stato importante il mercato di riparazione? 
Non amo parlare male dei giocatori che alleno o ho allenato. Diciamo che più che per gli acquisti nelle zone più fragili della nostra manovra, gennaio è stato cruciale per lo sfoltimento di una rosa costruita all’accumulo. Troppi giocatori con caratteristiche simili, una competizione interna malsana e l’abitudine sbagliata di considerare l’allenatore un ostacolo aggirabile. Non amo punire platealmente i miei giocatori, è una sconfitta per tutti, ma quest’anno è stato fondamentale.

Il terzo posto era il traguardo minimo per questa stagione. Si sente appagato? 
Il mio risultato non era un piazzamento. Il mio obiettivo era ed è giocare un calcio intelligente. Occupare gli spazi e costruire un predominio che nelle due fasi sfrutti la stessa arma: il possesso palla. Amo le squadre lunghe e la velocità nelle ripartenze. Mi sono molto divertito ascoltare quel giornalista, quello molto popolare per le sue telecronache, dire che pretendevo di insegnare calcio agli italiani. Il mio non è calcio olandese, studio e lavoro per prendere il meglio di tutto quel che ho visto, da giocatore e da tecnico. Il contropiede può essere disorganizzato o perfettamente organizzato, ordinato e lucido. Questo non lo voglio insegnare io.

Questa squadra può già competere in Europa o ha bisogno di grandi acquisti? 
Al di là degli acquisti, quello che ho voluto fosse chiaro da subito con i miei giocatori è che l’esperienza internazionale si accumula solo affrontando con serietà ogni partita di ogni competizione. Per questo sono felice del nostro cammino in Europa League. Siamo usciti in semifinale dopo un inizio di torneo da incubo. Oltre a rischiare di perdere dignità e faccia, oltre al blasone di una squadra come l’Inter messo in crisi da squadre davvero minori, ero preoccupato dalla mollezza e dalla superficialità con cui alcune sconfitte venivano catalogate e messe in cantina. Perdere si può perdere, ma deve essere parte di un percorso formativo. quest’anno abbiamo giocato partite, in Italia e in Europa, in cui il risultato ci ha penalizzato nonostante una mole impressionante di gioco e occasioni. Perdere come stavamo facendo in Europa League no, quello non va bene.

Rifarebbe questa scelta, salirebbe di nuovo su una macchina che sbanda pericolosamente per portarla fino al traguardo? 
A costo di ripetermi rispondo sì e aggiungo che la società, i tifosi e i giocatori mi hanno coperto d’amore e dimostrazioni di stima. Mi son sentito orgoglioso di allenare l’Inter. Ma non abbiamo ancora fatto nulla, siamo un cantiere aperto. Solo che abbiamo un gioco, sappiamo quali giocatori servono per il nostro sistema e abbiamo obiettivi chiari. Quindi sì, lo rifarei mille volte.

Le grandi distopie de Il Nero e l’Azzurro 

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