Giacinto, nato il 18 luglio

di Paolo Maggioni (tratto da Il Rumore non fa gol, Becco Giallo)

Sono abbonato all’Inter da vent’anni. Da dieci, sempre lo stesso posto: secondo anello rosso, settore 227, fila 4, posto 3. Sono così tanto affezionato a quel seggiolino un po’ scasciato da aver confermato la tessera perfino negli anni in cui, allo stadio, ci sono andato a fare lo speaker. Mi faceva bene saperlo mio anche se ero a bordo-campo. Perché a quella seggioka voglio bene. E’ il mio posto, a domeniche alterne. E non vorrei essere da nessuna altra parte, più o meno. Ammetto: ne sono perfino un po’ geloso. Ho un sogno, anche. Conoscere il mio omologo rossonero. Il proprietario delle sante natiche che, quando gioca il Milan, coltiva lo stesso sentimento di affetto per il mio –anzi, nostro- seggiolino. Ho provato ad immaginarlo decine di volte. Un po’ anziano, milanista fino al midollo, critico di Seedorf perché correva poco anche da allenatore, e orfano di Pippo Inzaghi: “Anni grami, col Sinisa!” si lascerà scappare spesso l’omologo, ripensando forse a Gianni Rivera, mito dei suoi vent’anni “Pippo non sarà Sacchi ma almeno da giocatore la metteva sempre, diamine!”. Ce ne siamo accorti, noi interisti, in qualche derby, ma tant’è.

E se invece l’omologo fosse un ragazzo un po’ invecchiato, tipo me, con l’aria leggermente sfatta, da sabatoseraprolungato, la sciarpetta rossonera al collo, la birretta in mano –quella defatigante, da day after, fatti servire che ti sistema, altrimenti ti gonfi (mai fidarsi dell’omeopatia da pub)- e i vecchi amici intorno, avvolti in una nube di fumo? E se invece l’omologo fosse una ragazza? Nel dubbio, non ho mai avuto fidanzate milaniste.

 

Offro l’idea al Consorzio che gestisce San Siro: grande raduno dei tifosi che dividono lo stesso posto e non si sono mai conosciuti. Quante storie belle nascerebbero? Amicizie, rivalità, qualche amore, ma soprattutto la sicurezza di lasciarlo in buone mani, quel seggiolino sacro, nelle domeniche sempre un po’ stortine in cui allo Stadio non si va.

 

La partita è un rito. E i tifosi ne sono il centro: l’’unico capitale umano che nessuna diretta televisiva potrà mai sostituire. Allo stadio ci vanno quelli disponibili a prendere un freddo cane e a dare fiducia perfino ad Alvarez, quelli che la squadra si fischia “perché ho pagato il biglietto”, quelli che è meglio la balaustra che impedisce lo sguardo perché “se non vedo soffro meno”, quelli che “in settimana li vede il mister, te che cazzo fai in settimana?”, quelli che “in settimana” lavorano e se prendono mazzate anche a San Siro tornano a casa un po’ sofferentini, quelli che in fondo a Gresko gli hanno voluto bene, quelli che il Chino Recoba andava clonato, perché insultarne uno solo -alla lunga- non dava più gusto.

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Allo stadio ho incontrato amici veri. Tutta gente diversissima da me, di cui a malapena conosco i nomi –certe facce, invece, sono indimenticabili- ma che per quei novanta minuti è diventata quasi una famiglia. Perché alla fine, anche senza volerlo, si diventa tutti una specie di popolo. Avessi potuto intervistare Javier Zanetti, in occasione del suo quarantesimo compleanno, gli avrei fatto solo una domanda: se, rincorrendo i suoi sogni a forma di palla, si fosse mai accorto di tutti noi, rannicchiati sui nostri seggiolini, invecchiati con lui, domenica dopo domenica. Perché sugli spalti quella percezione c’è. Dal campo, chissà.

 

La scena finale del fumetto racconta, e non è un caso, l’unica espulsione della carriera di Giacinto Facchetti. Eppure quel cartellino rosso, ingiusto e così tanto umano in una carriera marziana, non è la vera notizia. Colpisce piuttosto la reazione del pubblico: unanime, compatto, in piedi ad applaudire il proprio capitano, disorientato in una situazione insolita, eppure così orgoglioso nella corsa verso il tunnel, fuori dal campo.

 

In quell’applauso c’è stata adesione, più che tifo: l’asse portante su cui si forma il concetto di popolo. Che, quasi naturalmente, non può fare a meno di scegliere un suo leader, cui affidare sogni e speranze. Una figura di cui essere orgogliosi, in cui riconoscersi: la qualità dei capitani, spesso, è lo specchio di quella di un popolo. Nel calcio, come nella vita, ne esistono di molti tipi diversi: le bandiere, fedeli alla maglia per una vita; i campioni, troppo forti per non essere rappresentativi; i silenziosi, cui basta l’esempio per farsi rispettare; i predestinati, perché onestà, carisma e competenza non passano inosservati. In Facchetti hanno convissuto tutte queste anime, tradotte in quella fascia che quasi gli spettava di diritto: mai sbandierata, sempre leale e costruttiva, disponibile, onesta al limite di una confusione –molto cara ai furbi- con l’ingenuità. E allora è lecito, per un popolo, commuoversi di fronte a quella corsa verso il tunnel. Alzarsi in piedi e applaudire: dietro al Capitano, ci siamo tutti noi.

 

Spesso i miti del calcio affascinano gli scrittori. Giacinto è stato amatissimo da alcune grandi penne italiane: da giocatore, la classe e l’aspetto scultoreo hanno risvegliato reminiscenze classiche. Per Gianni Brera è diventato Giacinto Magno. Luciano Bianciardi lo elesse ad emblema di un secondo rinascimento italiano, una specie di Garibaldi in maglia azzurra. Per Giovanni Arpino è stato quasi un figlio, uno dei pochissimi a salvarsi, con dignità, dalla figuraccia azzurra a Germania ’74. Di Facchetti resta anche questa profonda eredità culturale, impensabile per le figure, molto più terrene, di chi ha provato -dopo la morte- ad attribuirgli colpe e nefandezze identiche alle proprie.

 

Ho intervistato Giacinto Facchetti due volte.

 

La prima, verso i dodici anni. L’Inter era in ritiro nell’hotel di fronte alla spiaggia dove passavo le estati, in Liguria. Nei weekend di fine maggio si faceva già il bagno e se il calendario della Serie A ci regalava questa fortuna, potevamo intrufolarci nella hall e chiedere gli autografi ai giocatori, prima della loro partenza per lo stadio di Genova. Per conto mio ero già a posto. L’anno prima avevo strappato un autografo dal mio idolo, Walter Zenga. La foto no, perché si era inceppata la rotellina della macchinetta di carta che andava tanto di moda: da quel momento, per scelta, mai più macchinette di carta. All’ingresso siamo la solita banda di quattro o cinque ragazzini, magliettina e ciabatte da mare, per nulla intimoriti da quella specie di security che dovrebbe proteggere i giocatori e che invece, puntualmente, ci lascia passare. “Ragazzi, solo due minuti”, ci dicono. Come ogni volta, in dieci esatti abbiamo gli autografi di tutti: un vero gioco da ragazzi. Ricordo un buffetto e il sorriso di Nicola Berti, uno con il nerazzurro tatuato dentro, per nulla stupito di fronte a tanti bambini. Quel suo motto “meglio sconfitto che milanista” avrebbe riabilitato –ma l’avrei capito solo più tardi, crescendo- la mia infanzia calcisticamente grama: il miglior Milan di sempre sul tetto del mondo e un’Inter comunque bella, dietro, a rincorrere con le altre. Finita la caccia agli autografi, vidi entrare nella hall un signore elegante, altissimo. Ero stato l’unico bimbo a riconoscerlo: mio padre mi aveva parlato tanto di lui mentre crescevo a Pane&Gazzetta, anche grazie ad un formidabile giornalista della Rosea, Giorgio Giavazzi, che aveva l’ombrellone affianco al nostro. Allungai la biro per chiedere un autografo. Per i miei dodici anni, Giacinto Facchetti aveva l’aria un po’ severa. Ripensata oggi, un antidoto alla timidezza. Sull’Almanacco Panini, la nostra Bibbia, il suo nome svettava tra quelli dei Capitani azzurri. “Signor Facchetti, quante volte ha giocato in nazionale?” gli chiesi. “Novantaquattro”, rispose, anche se per una vita son stato convinto fossero novanta. “E quante volte da Capitano?” incalzai. “Settanta”, fece lui rapidissimo, con quello che mi sembrò anche un pizzico di orgoglio. Chissà cosa deve aver pensato, Facchetti. Una domanda del genere, quasi una interrogazione, da un nano dodicenne a caccia di autografi.  Intanto avevo portato a casa la mia prima intervista: rapidissima e, per una volta, di puro fact-checking.

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Vidi una seconda volta Facchetti nel 2005. Collaboravo da tre anni con Radio Popolare. Provavo a raccontare il lato umano, quando non narrativo, del nostro calcio. Spesso capitava che anche il GR mi chiedesse un contributo, come in quel caso. L’Inter aveva appena perso –maluccio- un derby di Coppa Campioni: il portiere Dida era stato colpito da un petardo lanciato dalla curva Nord e Facchetti, presidente da un anno, aveva convocato i giornalisti per scusarsi. “Perdere e arrabbiarsi ci sta, ma non doveva succedere niente di simile”, ci disse, annunciando che non ci sarebbe stato alcun ricorso contro la paventata squalifica del campo. Lessi un grande sconforto. “No, Moratti non è stanco e non cede l’Inter ai russi” rispose alla mia domanda, suggerita dai rumours di quelle settimane. Potessi tornare indietro, chiederei dell’altro. Ma anche quel giorno capii la differenza tra cronaca e narrazione.

 

L’estate del 2006 è stata la più intensa del calcio italiano: Calciopoli, i mondiali tedeschi, le sentenze che hanno stravolto politica e geografia pallonara, la morte di Facchetti. Uno strano scherzo del destino, andarsene proprio alla vigilia di quel grande cambiamento tanto auspicato. Oggi, dieci anni dopo, resta un calcio riformato ma in crisi d’identità. Ancora diviso. Più povero, con una dirigenza non sempre all’altezza. Rileggere gli appunti di Facchetti, oggi, potrebbe offrire diversi spunti; in quella calligrafia minuta e precisa, un mondo semplice e onesto, come i pensieri di quel ragazzo cresciuto in provincia e diventato uomo viaggiando, guardando lontano.

 

Il filo rosso del fumetto è in fondo il disegno che Pietro, bambino, regala a suo padre Mario. Sopra c’è Facchetti che segna il gol decisivo al Liverpool: quel foglio, ingiallito dal tempo, tiene insieme padre e figlio, l’Inter antica e quella moderna, due Milano completamente diverse, due epoche del pallone –e della sua narrazione- distanti sideralmente tra loro. E’ il passaporto di un sentimento. Ha ragione l’archistar Peter Eisenmann, gran patito di pallone, a dire che bisogna aprirsi al nuovo, anche costruendo stadi a misura di tv, perché “ogni generazione ha diritto a costruirsi una propria idea di nostalgia”. Nella nostra, nonostante la differenza d’età, Facchetti non può davvero mancare. E’ una figurina preziosa. Da tenere al riparo da tutti gli attacchi. E’ il manifesto di un certo modo di intendere il calcio, e in fondo anche la vita.

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Giacinto voleva essere un esempio, non un simbolo. I simboli dividono. Gli esempi, no: si possono seguire, accettare, comprende o rifiutare, ma non possono dividere. Dagli esempi possono nascere solo modelli positivi. Sui simboli, invece, si possono costruire steccati, muri, si vincono e si perdono le guerre. Da calciatore prima, da dirigente poi, Facchetti ha inseguito un solo obiettivo: fare del calcio un posto migliore di quello che aveva trovato. Il suo metodo, lo stesso di una vita: lavoro, applicazione, gioco di squadra, rifiuto delle scorciatoie. Anche a costo di sembrare ingenuo. E di consentire che una buona educazione e una certa rettitudine, le doti di un vero hombre vertical, venissero scambiate per mollezza. Facchetti è stato l’esempio perfetto di quello Slow Foot –un calcio buono, pulito e giusto- che in tanti sogniamo di poter tornare a raccontare. Un calcio che non sfugga dall’umanità. Un calcio che, forse non cambierà il mondo, ma che almeno saprà tornare a regalare emozioni e, in qualche caso, anche speranza.

 

C’è una foto di Marco Ravezzani che racconta Facchetti meglio di tutti. Uno scatto perfino futurista, con Giacinto che corre sulla fascia, il busto perfettamente a fuoco, le gambe invece sfocate, sfumate nella corsa, nel gesto, imprendibili.

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In quella foto, Giacinto vola. Sfuggente, lontano da una certa miseria. Eterno: da sempre, per sempre, sulla strada giusta.

 

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