Cronache

Tutto, tutti, tutto (le pagelle di Roma – Inter)

Marcia avanti, marcia indietro. Un inizio di stagione che mette alla prova anche i più scafati mignottoni dell’interismo, categoria cui apparteniamo senza se e senza ma. A Roma l’Inter ha giocato una partita folle, un po’ il finale dell’incontro Rocky Balboa – Apollo Creed, un po’ quella cosa che somiglia a una rissa da ortomercato, ceffoni a mano aperta per vedere chi casca per primo. Così, contropiede dopo contropiede, palla persa dopo palla persa siamo arrivati alla fine con una sconfitta un po’ ingiusta ma che rispetta in qualche modo il numero delle conclusioni (19 a 17 per la Roma), ed è assolutamente ingiusta in considerazione del possesso palla (64,5 per l’Inter). Un possesso palla aggressivo, giocato nella trequarti avversaria che però ha prodotto poco in termini di pura qualità, soffrendo la partita storta di Candreva e Perisic più del dovuto. Della fase difensiva quasi inutile parlare, almeno finché non saremo in grado di schierare 4/4 di una difesa credibile in serie A. Sotto con le pagelle (ma prima un opportuno santino di Joao Mario, protettore del bel gioco). Ah, se non sono uguali a quelle del podcast è perché la notte porta consiglio.

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Handanovic – La sua parata sul colpo di testa di Dzeko è un kolossal. Reattività, potenza, concentrazione e la capacità sovraumana di mettere forza nell’avambraccio e non farselo piegare. Per il resto c’è la forza di volontà con cui subisce le guerre lampo degli attaccanti della Roma e la pazienza che non perde quando Salah lo tratta come un orsetto del circo per due minuti senza che qualcuno dei difensori lo disturbi. Quando gioca così Handanovic è un enorme + (quando prende gol come quello casalingo con il Bologna un piccolo -). Voto 8

Ansaldi – Da un terzino argentino ti aspetti più garra che qualità e invece nei primi 20 minuti Ansaldi è sembrato tenero come un grissino nella propria metà campo. Bravo e ordinato davanti, nel corso dei minuti ha preso sicurezza ma resta il dubbio che nei contrasti tenda a risparmiare la gamba e la cosa non funziona bene all’Inter. Partita da convalescente Voto 5,5

Murillo – Se non si fa a sportellate, se non c’è da giocare sporco Murillo serve a poco e non è un difensore da grande squadra. Semplice, lapidario, netto. Un errore di piazzamento a partita che quasi sempre costa un gol. Mostra un’enorme insipienza tattica che difficilmente si può colmare con l’esperienza, ieri sera è stato molto carente anche nel gioco aereo, che in genere invece lo avvicina alla sufficienza. Male, maluccio, malino come di consueto, tranne le rarissime eccezioni, quelle in cui non difendiamo, in cui le sue giocate per i fotografi valgono il biglietto voto 5 (ma anche 4,5)

Miranda – Fa tutto da solo, apre e chiude bottega, marca chiunque e se va in affanno è proprio perché sarebbe disumano giocare con quell’intensità per tutta la partita a 22 anni, figuriamoci a 32. Su Dzeko soffre anche lui quando la palla piove dall’alto, per il resto cerca di mettere delle toppe ai buchi degli esterni e di rallentare le folli discese dei centrali romanisti voto 6

Santon – Succede tutto dalla sua parte e non ci voleva certo uno bravo come Spalletti per capire che il buon Davide non corre ma caracolla. Salah lo fa a fette, Peres lo fa a fette, a volte e per noia si fa a fette da solo. Ci costa subito lo 0 a 1 in tandem con Murillo, suio compagno di merende. Male, anche lui come al solito. voto 4,5

Medel – L’ultimo a mollare, cuce il gioco di una squadra lunghissima, delirante nella sua copertura del campo. Porta acqua e medicinali al fronte e poi torna in cucina a pelare patate. Salvate il soldato Medel, perché così rischia di stancarsi presto e poi son problemi grossi voto 6,5

Joao Mario – Perdonami JM, perdonaci per l’insolenza ma per la prima e forse unica volta ci tocca buttare lì un’insufficienza. Lo facciamo fischiettando e guardando dall’altra parte, lo facciamo consapevoli dello sforzo enorme di aver accelerato il rientro e aver giocato nonostante l’affaticamento muscolare, ma troppe palle perse in fase di costruzione e con la squadra già sbilanciata in avanti potevano costare carissimo. Che sia fondamentale è evidente, che ieri forse dovesse riposare anche voto 5,5

Banega – Hai presente un mago? Palla c’è, palla non c’è. Prende in giro i marcatori e lo fa ogni volta con un trucco diverso. Elastici, tacchi,  dribbling strettissimi e un controllo di palla che alla Pirelli dovrebbero studiare bene quando sviluppano l’aderenza dei pneumatici. Fenomenale a ridosso dell’area avversaria, tocca mille palloni e questa volta 999 son buoni. Un palo che grida vendetta e molte conclusioni, gioca da leader quando ce n’è bisogno, quando si accorge che la squadra va presa per mano voto 7,5

Candreva – La prima partita sbagliata. sente molto, forse troppo i fischi dell’Olimpico, non ne imbrocca una che sia una e soprattutto non salta mai, mai l’avversario diretto. Lui e Perisic non sembrano aver le idee chiare voto 5

Perisic – Un po’ meglio di Candreva, molto peggio del solito. Brucia il campo nei primi 45′ ma non riesce mai a far la cosa giusta. Crossa quando c’è da tirare, tira quando c’è da appoggiare, frena quando potrebbe lasciarsi dietro tutta la Roma e accelera quando la difesa è schierata. Peccato, l’Olimpico è largo e lungo, speravamo in una partita di corsa e devastazione voto 5,5

Icardi – Soffre Manolas, che lo marca bene e gli lascia poco spazio, ma non sembra particolarmente ispirato. Si accende per l’uno-due con Banega che vale un gol, per il resta una partita a scartamento ridotto, anche grazie alla scarsa vena dei due compagni di reparto

primizie dalla panchina

Gnoukouri – Un’altra partita di buona corsa, ordine e idee intelligenti. Peccato quel tiro goffo e grottesco sul velo di Icardi, che poteva cambiare definitivamente l’inerzia voto 6

Nagatomo – Perde una palla sanguinosa per pura sciatteria, corricchia e rischia di mettere l’assist giusto. Rischia, perché lui e Nagatomo e certe cose si pagano care (l’essere Nagatomo su tutte) voto 5,5

Jovetic – Pessimo. Indolente, inutile, gioca solo quando la palla gli piove lenta sul destro, azzarda un assist di testa che comunque sarebbe stato impossibile da controllare per Icardi (e lo ha fato per tutto l’anno scorso: un po’ troppo lunga, un po’ troppo corta, sai mai che Mauro segna…). Il fallo su Peres è stupido, concettualmente stupido, e ci costa almeno un punto, quello che avevamo faticosamente recuperato. voto 4

l’allenatore

Frank de Boer – Non si gioca con la difesa a 3 e non si va a Roma a giocare lunghi e sulle ripartenze in campo aperto contro Salah e Perotti. Restiamo convinti sia un grande allenatore e che ci voglia del tempo. Purtroppo servono esperienze come quella di ieri sera

 

 

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L’inadeguatezza sai, è come il vento (5 orrori di Sparta Praga – Inter di cui parlare una volta per tutte)

In serate come questa le pagelle servono a poco, è infinitesimale la distanza tra chi ha giocato malissimo e chi male. Dovessimo salvarne uno, solo Mauro Icardi ha tenuto il campo per 20 minuti da calciatore del suo livello, toccando due palloni di prima che avrebbero potuto (in condizioni normali e se i suoi compagni di squadra non fossero stati ormai in piena crisi psicotica), riaprire la partita. Niente pagelle quindi, solo qualche riflessione su un 90 minuti troppo brutti per essere veri ma anche troppo veri e simili alla sconfitta casalinga con l’Hapoel per essere un caso.

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  1. L’Inter ha una rosa corta, cortissima. Sciocco cadere nell’equivoco del numero e degli ingaggi, questa squadra ha 11 titolari e 3 sostituti decenti, il resto è una preoccupante accozzaglia di limiti tecnici e carte d’identità ingiallite. Prenderne atto è un dovere morale, poi si capirà chi ha farcito la squadra di questi spaventati e spaventosi ex giocatori ma prima bisogna intervenire reparto per reparto. Meglio le ingenuità di Senna che la serie infinita di porcherie ed errori di piazzamento di D’Ambrosio e Ranocchia o il funebre arrancare di Melo.
  2. Ranocchia ha un problema, Ranocchia è un problema. Grave aver fatto passare la balbettante prova contro il Bologna per una buona partita. I primi 10 minuti contro Destro, Verdi e Krejici sono stati un incubo, l’ex capitano se l’è cavata sui palloni alti e con qualche chiusura coreografica, ma nel complesso nemmeno domenica ha saputo dare sicurezza ai compagni. Stasera è stato grottesco e tenero al tempo stesso. Grottesco perché non ne ha mai strusciata una, si è fatto prevaricare da dei bulli 18enni che son passati ovunque, tenero perché ormai lui stesso ha la percezione esatta della catastrofe e gioca come un condannato a morte. Pare abbia un buon motivatore, sappia il buon motivatore che ha tutta la nostra solidarietà. Era in campo contro il Chievo, con l’Hapoel, con il Bologna e stasera: 1 punto in 4 partite giocate dall’inizio. Non può essere un caso.
  3. Senza Miranda siamo smarriti. Il che significa che Murillo è un giocatore enormemente sopravvalutato e che forse sarebbe il caso di arretrare Gary Medel sulla linea dei difensori, provando a ignorare statura e gap fisico e puntando piuttosto su leadership e attitudine al ruolo. Murillo e Ranocchia sono comunque improponibili insieme, un concentrato di vigore fisico speso a caso ed errori tecnici e tattici spaventosi. Il problema è che Miranda ha 32 anni e non si è mai risparmiato, quindi Medel o non Medel si torna al punto 1: la rosa è corta.
  4. Banega è lentissimo, ma soprattutto senza JM è smarrito, perde posizione ed efficacia e diventa confusionario e problematico. Troppi palloni persi e messi in galera, ripartenze concesse allo Sparta e tempi di gioco smarriti per puro individualismo o indolenza. Stasera ha messo in enorme difficoltà Gnoukouri ed ha ulteriormente amplificato la colossale inadeguatezza di Felipe Melo, che in serate come questa è un paracarro sgradevole, falloso e ingombrante. Un centrocampo del genere è un regalo per avversari dinamici, che lo hanno tagliato a fette dall’inizio alle fine.
  5. L’involuzione di Eder, la sua trasformazione in arcigno terzino d’attacco è quasi completa. Non vede la porta e quando la vede (gliela spalanca Icardi), s’incarta e sbaglia cose impensabili. Corre, sbuffa, contrasta e recupera, cuce decine di metri di campo ma con la palla tra i piedi e in fase di costruzione sta diventando imbarazzante. Arrivato con le credenziali di seconda punta capace di occupare anche il centro dell’area, si candida ormai a un posto nella rotazione dei tanti e mediocri terzini nerazzurri.

ps Il secondo gol è una delle più incredibili e gravi catene di errori e supponenza mai viste nella mia storia di interista. si può sbagliare ma non si può sbagliare a quel modo, come ci si fa fregare all’oratorio. Il professionismo comporta un livello di attenzione e concentrazione sulle fasi di gioco che non solo è mancato, ma anche in modo eclatante, grave e inammissibile per gente che gioca una competizione europea. Il primo gol è invece umiliante per l’errore tecnico di Ranocchia prima e di Melo poi, più imbarazzante e triste il secondo, figlio di una memoria del proprio fisico che evidentemente è del tutto inattuale. Possono sembrare giudizi severi e lo sono, sono comunque riferiti alla prestazione in campo e al momento della squadra e non certo alla qualità umana delle persone, che supponiamo ottima (al limite sbagliando per eccesso di fiducia nel prossimo). Di Frank de Boer c’è poco da dire ma qualcosa s’è notato: ci sono giocatori che rifiutano il contagio positivo della sua etica del lavoro. Una volta si studia il fenomeno, la seconda lo si verifica ma sarebbe opportuno non arrivare al terzo episodio di questo scempio. Siamo l’Inter, non la cosa patetica vista in campo per 60 minuti stasera. Poi è vero che nonostante tutto il 4-2-4 stava per funzionare di nuovo, ma se hai Ranocchia nel motore del domani non v’è certezza ma dell’oggi sì: si perde.

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La visione di Miangue da vicino (corri Senna, corri!)

di Federico Corona

Trezzano sul Naviglio, un giovedì qualunque di tutti i plumbei giovedì di gennaio. In programma, un’amichevole con l’Inter Primavera che forse, a pensarci bene, non rendeva quello un giovedì come tutti gli altri. Noi, discreta squadra di Eccellenza Lombarda, loro, giovanissimi architetti con grandi progetti, che cercano di costruire le fondamenta di una carriera nel grande palcoscenico del calcio che conta. La classica sgambata infrasettimanale per non arrugginire le gambe durante la sosta invernale, ma anche l’occasione, per me, di studiare da vicinissimo, di scontrarmi, di accarezzare, di duellare con quelli che un domani potrebbero essere portabandiera dei miei colori, che potrebbero regalarmi gioie ed emozioni. Suggestiva visione futurista.

Allineati come bravi professionisti aspettiamo il segnale dell’arbitro per entrare in campo. Di fianco a noi, silenziosi e composti in una fila perfetta, i piccoli scolaretti nerazzurri (piccoli, si fa per dire). Li guardo, cercando di coglierne pensieri e caratteristiche, e il mio occhio curioso si sofferma su questo ragazzone mulatto con gambe chilometriche e fisico da giocatore consumato.

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Puerile ma adulto. “Che bel cavallo” dico a un mio compagno con espressione meravigliata da Paolo Brosio dopo un’apparizione mariana. Scendiamo in campo, e come suggeriva il numero 5 sulle spalle, quell’affabile fanciullone si posiziona dietro, da difensore centrale. Realizzo che marcherà me, unica punta degli avversari. Al calcio d’inizio guardo bene il pallone, col timore che nei successivi 90 minuti non mi ricapiterà quest’occasione. Si gioca, e per la verità, regna l’equilibrio. La cronaca della gara interessa poco, quel che interessa è vedere come se la cava quello che solo a lanciargli un’occhiata riesci a intravedere un predestinato. E ad impressionarmi, udite udite, non sono le vette che riesce a raggiungere di testa dall’alto di quei 192 cm, né tantomeno lo strapotere fisico con cui fa sentire gli altri degli umili brunetta, ciò che mi lascia a bocca aperta è un sinistro con cui sventaglia a destra e sinistra con una naturalezza che dovrebbe fare poco il paio con quei piedoni e quelle zampone; è l’accelerazione con cui brucia l’erba tutte le volte che si invola. “Questa è roba grossa, ragazzi”, dirò a compagni e amici nerazzurri finita la partita. Sedotto dal ragazzo, approfondisco. Si chiama Senna Miangue, ha 19 anni ed è già un colosso della nazionale Under 19 belga. E dell’Inter Primavera, ovviamente. La sua vita social racconta di un ragazzo che coltiva un sogno con umiltà, modaiolo ma schivo, attratto dal bello ma anche dalla vita semplice. Abbandono il suo mondo con una promessa: “ci rivedremo presto caro Senna, ne sono sicuro”. Non potevo immaginare che mi sentisse, e invece…

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E invece, appena 8 mesi dopo, rieccolo.

Questa volta io sono seduto sofferente sul divano, avvolto nel fumo di una, due, tre sigarette, e lui mette piede per la prima volta a San Siro in una gara ufficiale, Inter-Palermo. Momento autocelebrativo: “Lo sapevo, lo sapevo!” ripeto tra me e me. Prende il posto di Santon basso a sinistra, e storco il naso. È vero, corre veloce come Ayrton, e questo lo previde già il padre congolese quando lo chiamò come il pilota brasiliano, ma non è un po’ troppo lungo per quel ruolo? Non rischia di fare la fine di Smalling nello United? Basta guardarsi intorno, nei grandi club europei, per accorgersi di come sia difficile trovare terzini di quelle dimensioni. Jordi Alba, Bernat, Azpilicueta, Carvajal, Maxwell, Valencia, Dani Alves, Bellerin (e qui bisognerebbe aprire un lungo capitolo su questo prodigio di cui si parla ancora poco, ma ora non è il caso). Baricentro basso, rapidi e reattivi. Forza nelle gambe, sul breve e sul lungo. È il calcio moderno che lo impone. Per chiudere diagonali repentine e dialogare nello stretto per uscire dal pressing, per proporsi in avanti con qualità, per non soccombere negli uno contro uno con l’esterno alto avversario.

Eppure, il mio amico Miangue, alla sua prima non stona.
Poi un buono scampolo di gara con la Juve, permettendosi il lusso di aggirare Dybala e assaporare per la prima volta il gusto fragoroso degli applausi del Meazza, e domenica Frankie lo getta nella mischia dall’inizio. Mica male per uno che fino a 10 anni, quando il patrigno Bright lo costrinse a provare il calcio intravedendone le qualità, non aveva mai preso a calci un pallone.

Ancora a sinistra, col Bologna Miangue ha giocato una partita interessante. Parte con qualche controllo difettoso e sbagliando il passaggio a Perisic sul classico corto-lungo del nostro cyborg croato. Cosa vuoi, quello stadio fa tremare le gambe a tutti. Poi si scioglie ed è tempo di reminiscenze. Rivedo quel sinistro secco, quel galoppo selvaggio e quella confidenza che mi avevano folgorato mesi prima. Ma in una partita ufficiale di serie A, mica in una partitella nel grigiore dell’hinterland.

È promettente Senna, ma anche fortunato. Per due ragioni: il suo momento è coinciso con la grande carestia di terzini che ci logora dall’addio di Maicon. Dunque il perfetto timing. E la presenza di un progressista come De Boer in panchina, ispirato nel formare e lanciare giovani anche in un calcio metodico e conservatore come il nostro. Un incarico, quello che il mister ha affidato a Miangue, di mourinhana memoria, quando il genio portoghese in vena di miracoli illuse il popolo nerazzurro mostrandogli un giovanissimo e promettente Santon che, malauguratamente, frenò la sua evoluzione anzitempo. Ora, augurandoci che lo stesso destino non tocchi a lui, Miangue si sta adattando, e bene, nel ruolo di terzino – d’altronde le capacità di apprendimento di un 19enne che parla già cinque lingue sono evidenti-, speriamo di avere trovato in casa nostra quello che da qualche anno cerchiamo altrove. Corri Senna, corri, Ansaldi e mercato invernale permettendo.

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Un alieno a San Siro (Frank de Boer e la rivoluzione etica, istruzioni per l’uso)

Di Hendrik van der Decken

Nella domenica di Inter-Bologna, Frank de Boer ha marcato la grande distanza che passa tra lui e la cultura, calcistica e non, del nostro Paese: alcune sue decisioni e dichiarazioni hanno mostrato un altro modo di guidare una squadra, un modo a noi non tanto familiare. Naturalmente i commenti a questi avvenimenti inusuali non si sono lasciati attendere, e registriamo come al solito alcune banalità nella stampa mainstream (“paturnie psicoparacalcistiche” secondo la definizione di un giornalista di Repubblica, che evidentemente guarda ma non fa il minimo sforzo per capire ciò che vede). Fortunatamente non dobbiamo fornire la pappa precotta a nessun lettore, quindi si può ragionare tranquillamente su ciò che abbiamo visto accadere domenica pomeriggio cercando di capire un po’ di più il modo di agire di un allenatore certamente diverso da quelli ai quali siamo abituati.

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In maniera totalmente irrituale per le nostre latitudini, l’allenatore nerazzurro ha deciso di operare una sostituzione per scelta tecnica dopo neanche mezz’ora di gioco, in una squadra già orfana di due titolari infortunatisi nel riscaldamento mattutino. Al 28’ del primo tempo Geoffrey Kondogbia ha lasciato il posto ad Assane Gnoukouri, ventun’anni, del quale l’anno scorso si erano perse le tracce non avendo praticamente mai messo piede in campo. Qui ci sono due azioni non completamente nuove per il calcio italiano, ma sicuramente rarissime: la prima è stata cambiare un calciatore perché insoddisfacente nel suo rendimento in campo nel primo tempo, cosa che da noi ha sempre lasciato strascichi, polemiche, conflitti sotterranei nello spogliatoio. Solo allenatori esperti e, diciamo così, momentaneamente intoccabili si sono permessi di fare un cambio del genere in passato. Qua invece siamo di fronte ad un allenatore che è in Italia da 50 giorni e che 8 giorni fa, a leggere certi giornali e siti web, era a un passo dall’esonero: forse non la mossa migliore per stare tranquillo e passare indenne la tempesta, ma questo la dice lunga sul carattere di chi è arrivato alla guida dell’Inter. La seconda azione inusuale, soprattutto per i grandi club, è affidarsi al giovane che proviene dalle giovanili dandogli fiducia piena, sapendo ed accettando che possa sbagliare ma estremamente consapevole che senza quegli sbagli commessi in situazioni reali e in partite vere, il ventenne promettente non potrà, ammesso che il suo talento potenzialmente glie lo permetta, raggiungere livelli da giocatore da grande squadra molto presto.
Dall’osservatorio privilegiato in cui casualmente mi ritrovo, un italiano che vive nei Paesi Bassi da molto tempo ormai, certe azioni mi risultano molto chiare perché incastonate in un ambito culturale a me noto, ma mi rendo conto della distanza che passa tra Amsterdam e Milano, e quindi forse sono necessarie delle “istruzioni per l’uso”. Prendetele per quello che sono: nessuna pretesa di incontrovertibile verità, solo il mio pensiero basato su ciò che so e ciò che vedo.

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Post-partita, uno
“Quando un giocatore gioca all’Inter deve essere professionale, questo è normale. Per me se un giocatore fa un errore, non è un problema. Però abbiamo parlato molte volte di questo, e se non ascolta deve sentire” (F. de Boer)
Ogni volta che c’è un cosiddetto “caso”, all’Inter come da altre parti, la tendenza che noto – anche mia, sia ben chiaro – è sempre quella di empatizzare col giocatore. Escluso, panchinato, tribunato, sostituito (anche non al 28’ del primo tempo), c’è sempre la tendenza a consolare l’individuo e a mettere pregiudizialmente in discussione la decisione dell’allenatore, il quale deve dimostrare (lui) che in realtà la decisione non è contro l’individuo ma semplice scelta tecnica per il bene della squadra. Il tutto, spesso, viene anche ribadito con forza nelle interviste, dove chi fa le domande fa finta di non sapere di avere appena ascoltato un’ovvietà che non dovrebbe neanche essere ribadita, tanto è scontata. Un allenatore che prende una decisione per il male della squadra si deve ancora vedere, e tra l’altro di solito il sedere preso a calci in caso di sconfitta è sempre il suo, non quello dei professionisti pagati per essere esclusi, panchinati, tribunati, sostituiti.
Frank de Boer domenica pomeriggio ha declinato sul campo una cosa che aveva detto a proposito di alcuni comportamenti censurabili tenuti da Brozovic e per questo escluso dalle convocazioni nelle ultime gare: “nessuno è più importante dell’Inter”. Neanche uno pagato 35 milioni di euro e con il terzo ingaggio della rosa. Probabilmente neanche Icardi, nella visione dell’allenatore olandese, lo è. Se deve sostituire un giocatore dopo 20 minuti per il bene dell’Inter, lo fa. Il giocatore (Kondogbia, in questo caso ma il chi è relativo, credo) è un professionista, è pagato anche per ascoltare ciò che gli istruisce il suo tecnico. Se non ascolta, deve stare a sentire, sedendosi in panchina. Ma questo modus operandi è completamente coerente con quanto detto per spiegare l’esclusione dell’epic-centrocampista: nessuno è più importante dell’Inter.

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Più in generale, intravedo in questo la differenza culturale tra un popolo di geniali individualisti, gli italiani, e un popolo di collettivisti sopravvissuti, gli olandesi. Ci sono spiegazioni storiche sul perché noi privilegiamo l’individuo e abbiamo un senso del collettivo vicino allo zero, ma inutile dilungarsi qui: ogni manuale di storia delle superiori potrà farvi capire che se per 1500 anni la propria vita dipende dal capriccio di un signorotto locale o di un’autorità lontana, straniera e spesso indifferente, la mentalità risultante non può essere che quella di proteggersi individualmente e rispetto al proprio nucleo familiare. È normale, oserei quindi dire, che noi italiani si vada istintivamente verso la protezione dell’individuo, che in questo caso è poi il nostro beniamino che va in campo, piuttosto che pensare al bene comune che è quello della squadra.
Gli olandesi invece sono stati obbligati, pena la sopravvivenza, a basare le loro azioni sulla collettività e sullo sforzo coordinato comune. Non ci si può difendere dalle acque vivendo su un territorio che è per il 60% sotto il livello del mare senza azioni che non possono essere altro che collettive: perché un sistema di dighe non si può costruire individualmente e deve essere armonizzato con tutto il resto. Ognuno è figlio della propria storia, e si hanno sulle spalle 1000 anni di lotte strenue contro la natura, questo non può non incidere sulla mentalità di chi nasce e vive lì. Si cerca il compromesso tra molte teste, ma una volta presa la decisione l’individuo deve attenersi alla direttiva collettiva, pena l’esclusione, anche sociale. Questo accade continuamente: al lavoro, al circolo sportivo, all’assemblea di condominio, a scuola. Capisco le perplessità: quando sono arrivato nei Paesi Bassi e ho cominciato a capire un po’ di più il tipo di società in cui mi trovavo, mi sembrava una mentalità molto restrittiva: in realtà è solo un discorso di priorità che alla fine porta più vantaggi che svantaggi, ma questo è il mio parere personale.

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Altro punto per me di una chiarezza abbagliante, molto olandese (e in generale molto nordico e anglosassone): ruoli e responsabilità sono chiare. L’allenatore X (ma anche il quadro dell’azienda, il responsabile scolastico, il volontario alla società sportiva) è pagato per svolgere alcuni compiti, e tra questi c’è quello di dire al giocatore Y come fare la tal cosa. Se Y la fa e la sbaglia, non c’è problema: ci si lavora insieme finché non la fa bene. Se decide di non farla, allora ci sono conseguenze. In inglese si chiama “accountability” e di solito noi la traduciamo con “responsabilità”, ma non è esattamente questo: essere “accountable” vuol dire rispondere del proprio operato verso qualcun altro. Vi hanno dato un compito, contando sul fatto che siate “accountable” e quindi svolgerete quel compito al meglio delle vostre possibilità per renderne poi conto alla collettività (di squadra, aziendale, del circolo dell’uncinetto, non fa differenza).
In quella sostituzione c’è un po’ di tutto quanto appena esposto – consapevolmente o meno non saprei dirlo, bisognerebbe chiederlo a Frank de Boer – che indica una mentalità molto diversa dalla nostra e alla quale secondo me bisognerebbe fare riferimento se si vuol capire ciò che è accaduto domenica.
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Post-partita, due
“A 23 anni non sei un giovane calciatore, sei un professionista. A 19-20 anni sei giovane” (F. De Boer)
Qui probabilmente più che un post servirebbe un trattato di sociologia. Senza arrivare alle stucchevoli polemiche sui “bamboccioni” e lasciando da parte le lodevoli eccezioni, mi sembra assodato che la società italiana nel suo complesso faccia di tutto per scoraggiare qualsiasi accelerazione della crescita psicofisica dei propri membri. A 30 anni sei un ragazzo o una ragazza, a 40 sei un giovane o una giovane (soprattutto in politica e nei ruoli decisionali), e così via. Se sei un calciatore, a 23 anni sei decisamente giovane, ma se sei un calciatore professionista che guadagna svariati milioni a stagione probabilmente hai perso qualche tutela sotto il profilo dell’età agli occhi dell’allenatore che proviene da un’altro tipo di società meno gerontocratica.

Il calcio italiano di tanto in tanto, e più frequentemente quando i risultati della nazionale non sono positivi, parte sempre con la stucchevole polemica degli stranieri che rubano il posto agli italiani, anche nel calcio. Lasciando da parte quella che a mio parere è un’idiozia, visto che i talenti sufficientemente bravi troveranno sempre posto nelle squadre in cui giocano indipendentemente dal passaporto, fermiamoci un attimo ad analizzare quello che nella cultura calcistica italiana è un “giovane calciatore”.
Abbiamo avuto esempi mediatici sull’altra sponda del Naviglio di giovani di quasi trent’anni, come Luca Antonini. Ma questo è un estremo: quel che invece è abbastanza norrmale, soprattutto nei club di seconda e terza fascia, è vedere giocatori di 22/23 anni che stentano ad essere messi in campo dai propri allenatori, i quali hanno una paura fottuta degli errori che i “giovani” possono commettere. Quindi, alla fine, il giocatore trentenne di lungo corso avrà la preferenza finale confinando in panchina il “giovane”, il quale, poveraccio, non ha potuto sperimentare il miglioramento tramite errori quando aveva vent’anni, e i suoi errori li fa più tardi. Perché? Perché allora era “troppo giovane” e doveva andare in prestito a giocare nella Salcazzese.
Avete capito dove voglio andare a parare: se i giocatori potenzialmente validi non imparano presto a giocare partite tipo, non dico Inter-Juve, ma almeno un Inter-Bologna o un Inter-Empoli, quando avranno la forza mentale e l’esperienza per imporsi ad alto livello?

Mi viene in mente Candreva, buonissimo giocatore che va a farsi un Europeo da titolare ma che divide la sua carriera tutta tra la provincia e la Lazio, in questo momento non un top club, passando per la sponda bianconera di Torino a 22 anni e non lascia traccia, arrivando finalmente per giocare da protagonista in una squadra di alto livello alla soglia dei 30 anni. Poteva diventare un giocatore di club di prima fascia molto prima? Probabilmente sì. Ma l’abitudine a giocare per obiettivi alti devi acquisirla prima che puoi, altrimenti paghi dazio alla pressione. È normale, è umano, è logico, e anche operare sotto stress è una qualità che si può allenare.
Ed ecco quindi che, date le contingenze, Frank de Boer non si fa il minimo problema a mettere titolare della fascia difensiva sinistra Senna Miangue, diciannovenne belga già mandato in campo contro la Juve nel momento in cui Santon ha ceduto fisicamente. Sorprendente? Per le nostre abitudini e latitudini senz’altro sì.
Questo tipo di atteggiamento pro-giovani da parte di Frank de Boer non può non essere figlio della sua storia calcistica all’Ajax e dell’aver vissuto da allenatore il calcio olandese degli ultimi dieci anni, dove i giocatori migliori prima sono titolari nelle loro squadre già a 18/19 anni e poi a 22/23 migrano per lidi dove gli ingaggi sono molto più alti. Ma è figlio anche della cultura generale del suo paese, dove a 18 anni si deve cercare di cavarsela da soli, che sia all’università o al lavoro, andando a vivere per conto proprio, anche se la crisi si fa sentire anche nei Paesi Bassi e il numero di giovani che rimangono in famiglia più a lungo sta aumentando velocemente. E quindi a 18 anni sei giovane, ma a 23 sei nella maggior parte dei casi un adulto formato e responsabile, per quanto decisamente ancora giovane.
Avere l’alieno Frank in panchina potrebbe portare la società nerazzurra ad avere molti più Miangue e Gnoukouri da far crescere tra i più grandi, e magari da poter inserire stabilmente tra i membri della rosa.

Di certo è che giocando di più si valorizzano di più, e chissà che anche altri allenatori possano seguire l’esempio dell’olandese. Sarebbe divertente che un allenatore straniero della squadra tacciata da sempre di non fare il bene del calcio italiano per avere troppi stranieri, aprisse la via per un cambiamento epocale nella cultura calcistica italiana.

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La Tattica

Inter – Bologna spiegata ai tuoi amici del bar (la consueta, sagace analisi tattica del Professor Tossani)

Si ferma davanti al Bologna la corsa dell’Inter che, dopo aver inanellato tre vittorie consecutive è costretta al pari casalingo dai Felsinei.
L’1-1 finale lascia forse l’amaro in bocca ma è, tutto sommato, il risultato più giusto al termine di una partita che ha messo in luce pregi e difetti di questa Inter della prima parte della stagione.
Dal punto di vista tattico, Frank De Boer è costretto a rinunciare a Joao Mario e Murillo per problemi fisici registrati a poche ore dall’inizio del match. Costretto a fare a meno di due dei giocatori attualmente più in forma, De Boer decide di sostituirli con Ranocchia e Kondogbia in un 4-2-3-1 che prevede Santon e Miangue come esterni difensivi e con il centrocampista francese al fianco di Medel e dietro ad un trio composto da Candreva, Banega e Perisic, tutti a supporto di Icardi.
La partita comincia con un Bologna aggressivo: la squadra di Donadoni pressa abbastanza in alto, mettendo in difficoltà il giro palla e la fase di costruzione dei Nerazzurri.

In questa prima fase della partita si nota subito la posizione fluida di Banega. Il trequartista argentino gioca infatti prevalentemente nella zona mancina del centrocampo, occupando l’half-space sinistro e abbassandosi quando necessario a ricevere palla dai difensori e dai centrocampisti centrali per aiutare l’inizio dell’azione offensiva interista.
L’aggressività del Bologna paga immediatamente dopo soli 14’ quando, rubata palla a metà campo (una costante negativa dell’Inter di queste prime partite di campionato) i Rossoblù imbastiscono un veloce contropiede che si conclude con un assist di Verdi per un Destro che si trova completamente libero nella zona in cui sarebbe dovuto rientrare velocemente Santon.
Ancora una volta quindi l’Inter dimostra di soffrire il contropiede. Una volta superata la prima fase di pressione o, come in questo caso, quando la squadra perde palla in fase di costruzione si aprono praterie per le squadre avversarie soprattutto sugli esterni con i terzini che vengono chiamati a spingere in avanti, lasciando ampi spazi dietro che a volte vengono coperti dalle uscite laterali del centrali (buona la prova in questo senso di Ranocchia) mentre in altre occasioni creano degli scompensi cui la squadra di De Boer non riesce a porre rimedio.
Anche la fase di costruzione, inizialmente, si trova a sbattere contro la fase difensiva bolognese. Le cose migliorano quando il tecnico olandese sostituisce Kondogbia inserendo al suo posto Gnoukouri. Indipendentemente dalle colpe del francese (lento e spesso non disposto correttamente con il corpo) quello che è da far notare è come l’Inter migliori la propria fase di costruzione presentando soltanto un giocatore come interditore puro.
A tal proposito, conviene interrompere un attimo l’analisi di Inter – Bologna per illustrare meglio questo punto. Quando Pep Guaridola arrivò al Bayern per imporre una mentalità più offensiva ai Bavaresi al posto di quella più guardinga di Jupp Heynckes, per prima cosa decide di passare da un sistema base 4-2-3-1 ad un 4-1-4-1 cioè ad una formazione con un solo mediano di contenimento. Lo stesso Johann Cruyff ha spesso sottolineato come, a suo dire, una squadra sia meno creativa schierando in campo due centrocampisti difensivi.
In questo senso, l’Inter ha mostrato il meglio di sé quando ha schierato Joao Mario al fianco di Medel, cioè un giocatore di costruzione in più pur in un 4-2-3-1 di partenza. Con Kondogbia la manovra è risultata più lenta mentre è migliorata quando è stato schierato Gnoukouri. Il giovane ivoriano non è certo un giocatore offensivo come il portoghese ma è un box-to-box midfielder, come dicono gli Inglesi, cioè un giocatore di maggior raccordo fra centrocampo e attacco rispetto a quanto non sia Kondogbia.

Con Gnoukouri in campo quindi la palla scorreva meglio e la manovra dell’Inter ne ha tratto vantaggio.
Vantaggio però limitato agli ultimi trenta metri di campo dove i Nerazzurri hanno mostrato quelle pecche in fase di finalizzazione che hanno condizionato queste prime partite di campionato. Infatti, a fronte di un 61% di possesso palla gli uomini di De Boer hanno prodotto appena 6 tiri nello specchio della porta di Da Costa, cioè un numero basso in proporzione al controllo della partita avuto, specialmente nei secondi 45 minuti di gioco.
L’attacco a difesa chiusa dei Nerazzurri deve migliorare, mentre ora la soluzione più utilizzata in fase di rifinitura è quella del cross dagli esterni soprattutto dalla parte di Candreva con l’ex laziale che ha tentato 18 volte di mettere la palla nel mezzo. Se è vero che questa è un’arma tattica importante vista la difficoltà delle difese di gestire questo tipo di passaggi e vista la capacità di Icardi e degli altri avanti nerazzurri di sfruttare questo tipo di palle è anche vero che, con Banega in campo, l’Inter dovrebbe provare a trovare anche altre vie per sfondare le difese basse e chiuse.
Per il resto sono da segnalare anche un preoccupante calo atletico nella seconda parte del secondo tempo, con la squadra che si è allungata pericolosamente concedendo troppo campo alle ripartenze del Bologna che a un certo punto avrebbe anche potuto portare a casa i tre punti.
Infine, buona la prestazione di Miangue.Il terzino belga ha giocato bene per gli interi 90 minuti vincendo 11 duelli uno contro uno sui 17 avuti e producendo anche 4 intercetti e 7 tackles vincenti. Una prova convincente in un ruolo carente per i Nerazzurri.

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News

Tutti i perché di Frank de Boer (dal nostro inviato speciale Pino Robiola, procuratore pezzente)

In questi giorni mi sto vedendo spesso con Frank che ha scelto a me per imparargli bene l’itagliano. I risultati già si sentono. Eccome se si sentono…Sapete, Frank ha scelto a me perché ci conosciamo da una vita. Quando lui giocava all’Ajax, io vivevo ad Amsterdam. Allora lavoravo nel mondo del cinema, nel senso che c’avevo un noleggio di videocassette porno che ai giocatori piaceva assai. Passavano tutti da lì e la sera ci andavamo a fare una pizza tutti quanti da un ciccione italiano che poi ho perso di vista quando s’è messo a fare affari con squadre losche e giocatori mezzi sciroccati che scoppiano petardi per casa.
Ma torniamo a noi. Durante le lezzioni di itagliano, Frank mi fa un sacco di domande. Qui in Italia ci sembriamo tutti scemi, anche se non lo dirà mai, nemmeno se gli promettono di mandargli a qualcuno che ci insegna a crossare a Nagatomo. E un giorno ti devi vergognare dopo una partita persa, e un altro sei diventato il mago Silvan della panchina dopo una partita vinta.

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Lui, no, propio non lo capisce.
Così mi fa un sacco di domande, e io che cosa domanda ve lo racconto a voi…
– Perché Mancini pensava che Joao Mario era uguale a Brozovic solo che non si faceva i selfi con la faccia da pirla?
– Perché se la Juventus vince giocando male è il segnale di una grande squadra e se lo fa l’Inter è una botta di culo?
– Perché l’Inter ha scelto come consulente per la terza maglia lo stesso che ha pensato la campagna per il Fertiliy day del governo?
– Perché quel tipo con i capelli bianchi e la voce da Topo Gigio che vince solo quando allena il Genoa parla sempre male dell’Inter?
– Perché quell’altro pelato che tiene gli occhiali raiban da giocatore di goriziana ci trova sempre i difetti al gioco dell’Inter e mai a quelli della squadra di Berluscone?
– Perché a vedere il Sassuolo, che gioca bene, vince, sta simpatico a tutti e patapim e patapam, poi alla fine non ci va mai un cane di nessuno?
– Perché Paulo Sousa c’ha i capelli pettinati con il lievito Bertolini che pare a Liz Tailor al nono matrimonio con Richard Burton?
– Perché tutti dicono che degli albitri non ne parlano e appena non ci danno un rigore se li vorrebbero mangiare vivi?
– Perché i giornali sportivi vedono il calcio come i tifosi a seconda dei risultati, che a Ranieri se lo prendevano per incitrullito e poi quando ha vinto in Inghilterra c’hanno fatto un monumento?
– Perché Sarri parla tutto “una hoha hola on la annuccia horta” che non si capisce una minchia e si veste come un magazziniere depresso dell’Ikea?
– Perché Spalletti non ha capito che è inutile che si spella le mani quando segna Totti e ci fa tutti i complimenti per arruffianarsi, tanto prima o poi ci fanno fare la fine di Marino quando era sindaco?

Amala (e rispondigliela se puoi a Frank, che se lo merita…)

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Cronache

Memorabilia #6 – The return of Little Frog

ranocchia

Siccome la vita non è un film, il colpo di testa di Ranocchia al 95mo minuto non è entrato (cazzo). Peccato, perchè la sceneggiatura degli ultimi 10 secondi era ben fatta. Certo, un filino esagerata, al limite del fantasy, ma di grande effetto: Santon (Santon!) che spezza il possibile contropiede avversario e ruba palla con un anticipo alla Passarella, poi il cross – l’ultimo attacco della partita, l’ultimo pallone verso la porta del Bologna – su cui entra Ranocchia (Ranocchia!) in un perfetto movimento da centravanti e la prende piena di testa.

Se la vita fosse un film, la palla sarebbe entrata. E sarebbe venuto giù lo stadio.

Ranocchia, il nerazzurro più vituperato degli ultimi anni (due, tre, quattro? boh, non saprei nemmeno più dire), segna un gol decisivo al 95mo minuto di una partita altrettanto stupefacente, in quanto (rumore di tuoni) giocata bene. Pazzesco, no? E sarebbe stato un finale inimmaginabile, perchè nella distrazione generale dovuta ad altri importanti e concomitanti eventi – la giubilazione coram populo di Kondo, la fatica di stare senza Joao Mario, l’esordio tutta fuffa di Gabigol, il partitone degli esterni d’attacco, la freschezza mentale e fisica dei due ragazzini – a decidere il match sarebbe stato proprio lui, il difensore di cui anche il più giuggiolone degli interisti ha chiesto almeno una volta la deportazione in Nord Corea.

Ma la vita non è un film, appunto, e la palla è uscita.

Relativamente alla partita, è stata una discreta sfiga. L’Inter meritava di vincere, ha attaccato tanto, ha creato un sacco di occasioni: la tipica partita che alla fine di incazzi per il risultato ma ci metti quei 4-5 minuti a razionalizzare che vabbe’, è andata così, peccato, a abbiamo perso due titolari la domenica mattina (probabilmente un record), siamo andati sotto come quasi sempre, abbiamo rimediato, poi ci abbiamo provato e riprovato e niente, bòn, 1-1, giocando così  hai la coscienza sufficientemente a posto.

E forse va bene anche per Ranocchia. Che la vita non sia un film, dico.

Il colpo di testa che non ha deciso la partita (“L’ho presa troppo bene”) lo poteva elevare all’onore degli altari. In un unica mossa, dall’inferno (girone degli scarsoni irrimediabili) alla beatificazione eterna. Ecco, forse sarebbe stato eccessivo anche tutto questo, un carico emozionale ingestibile come quello – tutto al negativo – sopportato in queste stagioni grigie, giocate col gambino (l’equivalente del braccino del tennis) e contabilizzando i fischi e i mugugni a ogni tocco di palla un po’ così.

Ranocchia oggi è tornato a essere un giocatore dell’Inter. Nel corso di una partita senza disastri, in un crescendo di confidenza e di convinzione, ha anche riassaporato (nel secondo tempo, sotto la tribuna rossa) il gusto di un applauso a scena aperta per un numero che non gli si vedeva fare da tempo – taglio, anticipo, lancio di 40 metri preciso – e che no, non vale un gol al 95mo, però quasi.

Lo intervistano a fine partita, mentre la gente sfolla smoccolando ma anche applaudendo la buona volontà. Dice che gli dispiace da morire, che quel pallone l’ha preso troppo bene invece di spizzarlo e stop, e alla domanda “E’ iniziata una nuova vita per Ranocchia?” lui risponde “Sono d’accordo con te”. E noi tutti vorremmo essere d’accordo con quei due lì, lo spilungone sudato e l’intervistatore lungimirante. Non abbiamo vinto la partita, ma ci sono anche segnali da cogliere. E la partita di Ranocchia, perchè no?, potrebbe esserlo, e pure grande così.

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