Amarcord, Editoriale

Never Banega

Poteva andarsene in silenzio e invece no. Poteva mantenere il basso profilo che ha contraddistinto tutta la sua permanenza milanese, sia in campo che fuori, ma Ever Banega non ha retto alla tentazione di un intervista un po’ così, di quelle in cui dici e non dici. Non sono dispiaciuto di aver lasciato l’Inter, era il momento giusto. Banega fu accostato per la prima volta ai colori nerazzurri qualche anno fa. Centrocampista di manovra oppure no (guarda che faccia da malandrino, uno così può fare solo il trequartista o l’interditore). Il dramma è che la stessa incertezza lombrosiana ha afflitto il Banega interista fin dal primo giorno, da quello della firma.

Dove gioco? Ma soprattutto gioco? Chi sono, dove sono?

Attendevamo pieni di speranze il nuovo Cambiasso, il redentore delle nostre geometrie sciape, un altro parametro zero che entra nella storia del club, pronti ad amarlo per sempre: ForEver Banega.

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Niente di tutto ciò.

Banega ha vissuto e giocato a una lentezza esasperante. Pochi sprazzi di una classe eccezionale, dispensata però con l’avarizia del ragazzo stanco. Stanco di giocare, stanco di camminare, stanco. Il soprannome di Banega è El Tanguito, la promessa di momenti intensi, cambi di direzione, passione.

Mai visto il Tanguito. Never, Never Banega. Il ragazzo triste di Rosario ci ha abbracciati con il trasporto di un dopolavorista esausto, si è trascinato qua e là per il campo come convalescente da un’eterna mononucleosi, tanto da lasciarci di stucco quando nella partita casalinga contro la Lazio ha calciato forte, troppo forte per quelle gambette sfibrate e consumate dal dolor, ahi que dolor!

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Il Banega due volte campione dell’Europa League, oro alle Olimpiadi di Pechino e Campione del Mondo Under 20 con l’Argentina non è mai arrivato in Italia. Il funambolo degli ultimi 30 metri è rimasto a Siviglia e solo ora ha riabbracciato il suo doppelgänger, il sosia depresso che ha spedito a Milano. Si potrebbe obiettare che in una stagione nata male e proseguita peggio era davvero difficile giocare secondo le aspettative. Vero. Ma quelli come Banega, i centrocampisti di piede, visione e carisma dovrebbero invertire il flusso di stagioni sfortunate e cercare di mettere ordine, anche se non è il loro ruolo naturale. Oppure causare catastrofi a ripetizione, mostrando comunque personalità. Nulla. Banega se n’è andato senza mai essere davvero arrivato. Tre partite buone in un campionato, una buonissima (la trasferta a Roma), il resto un lungo sonno. Forse ha ragione lui, era il momento giusto per lasciare l’Inter, nessun rimpianto.

Nessun Banega.

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Cosa resterà, di quest’anno lungo come ottanta? (Il tenero Pioli, le rulete e la notte che non finisce mai)

Hanno festeggiato come fosse una finale di Champions League, vinta e non pareggiata. Fatta pace con il fastidio iniziale, penso abbiano ragione loro. Mica perché mi piaccia in qualche modo la teoria dello sfottò con tutte le minchiate che l’accompagnano (sono uno di quelli che non ha mai usato il telefono dopo vittorie nostre o sconfitte altrui, mi sembra una gran perdita di tempo, mi sembra di sottrarre minuti alla gioia), ma perché penso che l’impresa l’abbiano fatta eccome e che vada ben oltre il 2 a 2 conquistato alla fine del recupero più lungo di tutti i tempi. Il Milan è una squadra incollata con lo sputo, lo dico con bonomia e ammirazione, messa insieme da gente che sa di calcio ma che non aveva più denaro da spendere, un Frankenstein di pezzi difficili da assemblare e motivare, tra prestiti e parametri zero, stranieri bolsi a fine corsa e ragazzini della Primavera che ti chiedi se si siano mai fatti la barba o è ancora troppo presto.

Ebbene quella squadra che in potenza e sulla carta sarebbe orribile ha giocato e continua a giocare un campionato eccellente, un po’ come il calabrone che vola nonostante le leggi della fisica. Il merito è dell’allenatore, che non è simpatico e sta interpretando al meglio il suo ruolo di nemico (i commenti dopo i due derby, andata e ritorno, sono pessimi e ci vuole tutta la lucidità del mondo per continuare a parlare bene di Montella fingendo che non abbia rilasciato quelle interviste), ma che sa come motivare guidare un gruppo di improvvisati.

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Intendiamoci, al di là dell’astiosa interpretazione delle partite di Montella e della gestione divina del tempo dell’innovatore Orsato, il Milan sabato non avrebbe dovuto pareggiare, meritava la sconfitta e forse l’onore delle armi per il quasi assedio finale (senza mai tirare in porta, un 2 su 2 perfetto). Ma le partite son fatte anche di rabbia e voglia e lì, amici miei nerazzurri, cascano tutti i nostri numerosissimi asini. Prendiamo ad esempio l’ingresso in campo di Lapadula ed Eder. Il milanista è uno di quelli che ai tempi di Ciccio Graziani avremmo definito generoso ma sega. Corre e picchia come fosse un difensore ed è entrato con la faccia di chi potrebbe uccidere a mani nude e si è dannato l’anima per i pochi minuti della sua partita. Eder no, sembrava un dopolavorista al calcetto del giovedì, ha sbagliato i primi tre tocchi, inspiegabilmente molli, e si è spento subito. L’Inter di quest’anno, al netto degli allenatori, è un gruppo di giocatori che faticano a diventare una squadra, in cui le pulsioni del solista spesso distruggono il lavoro del coro. Ho contato almeno due rulete (Miranda e Candreva), in momenti in cui c’era da pedalare e sudare, ho visto centrocampisti che nel momento più difficile della partita facevano un metro in meno piuttosto che farne uno in più e in generale una condizione fisica disastrosa (da Torino l’Inter non corre più). Ho visto nazionali brasiliani e cileni spazzare a campanile a 10 minuti dalla fine, invitando il Milan a piantare le tende troppo vicino all’area di Handanovic perché finisse bene.

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Non sono un tecnico, non ho studiato a Coverciano ma il buon senso mi impone una domanda a Pioli: perché giocare la partita perfetta per 60 minuti, perché pressare alto e imporre un ritmo elevatissimo se poi si è consapevoli di non aver benzina per arrivare alla fine? Perché a quel punto rinunciare al gioco e accettare l’assedio disperato (Montella gioca gli ultimi 10 minuti con un mostruoso e scellerato 4 – 1 – 5)? Perché in campo nessuno sembrava aver idea di come gestire quel pericolosissimo arretramento e arroccamento sulla linea della trequarti difensiva? Perché questa condizione fisica penosa? Son tutte domande alle quali sono certo che Pioli abbia buone risposte, il fatto è che non è più tempo di risposte. A ottobre l’Inter ha battuto la Juventus in una delle uniche partite di vera sofferenza per la squadra che presumibilmente porterà a casa almeno due dei tre trofei che insegue. Frank de Boer ha mostrato che esistono tanti modi di attaccare nonostante una rosa inadeguata (per le scelte di ruolo e non certo per i milioni bruciati come ogni anno, compreso i due della transizione di Thohir), e non solo un diluvio di cross per l’unica punta. De Boer è stato esonerato perché stava svalutando la rosa (sic), aveva messo fuori squadra Brozovic (quello delle ultime partite disgustose, quello del selfie nella tinozza poche ore dopo la fine del derby), e non capiva Kondogbia (che magari non è il disastro che pensava lui ma di certo nemmeno il fuoriclasse che pensavamo noi). Per imparare a giocare bisogna avere il tempo di farlo, all’olandese non è stato dato e pazienza, inutile continuare a piangerlo, a suo demerito partite sbagliate come quelle casalinghe con Palermo, Cagliari e Bologna.  Pioli è stato presentato come un normalizzatore, quello che avrebbe riportato i volumi al loro naturale livello, quello che avrebbe ricostituito una situazione tranquilla da cui ripartire.

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Ma se in un gruppo di giocatori come il nostro di normale non c’è niente, il compito di Pioli e la sua permanenza all’Inter rischiano di diventare una gran perdita di tempo per tutti. Se per cavare sangue dalle rape servono miracoli, forse è il caso di affidarsi a qualcuno che abbia idea di come farli. 10 allenatori in 8 anni son troppi? Può darsi, ma la confusione di questi ultimi due mesi mostra che all’Inter il basso profilo e l’understatement non funzionano e che ci vuole qualcuno che da subito sappia integrare più funzioni e occuparsi anche del mercato, senza accettarlo passivamente, perché se è vero che Ausilio sa fare piccoli miracoli in entrata (pagandoli comunque a caro prezzo), in uscita è un mezzo disastro e il suo ruolo in società è diventato un po’ troppo ampio in un tempo non sufficiente a farlo crescere professionalmente.

L’Inter è una squadra pensata male e non può essere una colpa degli allenatori, non degli ultimi due.

Ma non uccidiamoci di autoanalisi e autocritica. Con tutta probabilità non giocheremo  l’Europa League, che è un peccato nonostante l’atteggiamento imbarazzante della squadra nella stagione passata. Pazienza, di nuovo. Che sia un altro (cosa forse auspicabile a questo punto), o il mite Pioli la sostanza non cambia, serve un corposo mercato in uscita e un po’ di acume in entrata, ma soprattutto serve costanzaAbbiamo una società strutturata, seria. Dirigenti che devono solo imparare a stare vicino ai giocatori, mostrare loro un modello aziendale solido che ne ispiri uno comportamentale. Ma rispetto alle ombre di 4 anni fa siamo in una situazione ideale. Il futuro è un posto bellissimo a patto di intervenire radicalmente sul materiale umano a disposizione e scegliere uno staff sportivo all’altezza di quello manageriale.

La rabbia resta. Abbiamo concesso a una società in terribile crisi, tenuta in piedi da una stagione all’arma bianca di tecnico e giocatori, di festeggiare un pareggio come fosse una vittoria. L’acquisto più caro della campagna estiva del Milan lo scorso anno? Proprio Lapadula, 9 milioni di euro. Le decine di milioni spese dall’Inter comportavano almeno la responsabilità di una stagione gagliarda, diversa da quella che si sta afflosciando nel finale e non come un incubo, nemmeno quello. Al limite una brutta pennica disturbata dalla digestione, svegliarsi più stanchi di come ci si è addormentati.

Perché più del 2 a 2 al 97′ a far male è l’indolenza, la remissività e l’aver pensato che si giocasse a figurine, che bastassero i nomi messi in fila con eleganza a vincere un derby, la partita di lotta per eccellenza.

Bravi loro, fessi noi (ripetere a piacimento).

 

 

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“O fero o piuma?”. Inter-Pescara (pensando alla Juve)

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Ribelli come il ciuffo di Trump, tenaci come un mitilo bivalve. Ne abbiamo inanellate sette di fila, roba da far invidia al migliore John Holmes. E siamo lì, in quella parte di classifica dove non costa nulla sognare ma è ancora presto per progettare.
Siamo alla ricerca di sapere che cosa potremmo diventare, un po’ come Bersani è alla ricerca di un giovane Prodi. Anche se, pensandoci bene, noi siamo messi molto, molto meglio.
Domenica sapremo la portata delle nostre ambizioni. Sarà la madre di tutte le partite. Per dirla alla Mario Brega, sapremo se saremo “fero o piuma”.

Intanto salutiamo Ranocchia. Lui va (all’Hull), il suo contratto resta. È giusto. Noi non siamo per gli addii improvvisi e laceranti.

Nel frattempo sabato abbiamo giocato con il Pescara.

Handa
Potrei raccontarvi di quante volte l’ho maledetto per aver fornito l’assist a Verre. Ma non lo farò. Quello che faccio è lanciare un appello perché la Nike cambi il colore faggio giovane della sua maglia. È triste come una lunga sequenza di Kiarostami.

Nagatomo
Fresco come una sogliola del Pacifico, reattivo come un peto di mezzanotte, lo si apprezza soprattutto per la sua voglia di maritarsi con una giovane attrice giapponese. Alle nozze, si spera, seguirà anche una lunga luna di miele. Tre o quattro anni potrebbero bastare.

Miranda
Ha una faccia da maggiordomo. Se il campanello suona c’è sempre. L’attacco del Pescara è poca cosa per uno della sua esperienza. Potrà sbizzarrirsi con Higuain e Dybala.

Medel
È veloce, ha i tempi giusti, è solido come una volta a crociera, ha un grande anticipo. Se a centrocampo avevo qualche imbarazzo nel vederlo razzolare, in difesa è tutta altra roba. Pioli ha avuto il merito di rimettergli addosso un ruolo che gli calza a pennello.

D’Ambrosio
Sarà il freddo stagionale, ma ha un atteggiamento sempre più sbarazzino. È come se si fosse scrollato di dosso molte delle sue paure. Cavalca la fascia come una giumenta, sa che non sarà mai un Mustang o un Frisone ed è per questo che mi sta ogni giorno più simpatico (il che non vuol dire che qualche volta lo strozzerei). Alex Sandro trema!

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Jm
Chi lo critica non capisce nulla di pallone. Punto. Lui è il calcio.

Gagliardini
S’i fosse fuoco, arderei ‘l mondo; s’i fosse vento, lo tempestarei; s’i fosse acqua, i’ l’annegherei; s’i fosse Dio, mi rincarnerei: in Gagliardini. Tutto quello che da calciatore non sono mai stato e avrei sempre voluto essere.

Brozo
È come l’amico che arriva sempre tardi agli appuntamenti. Se lo sai non ti incazzi e gli vuoi bene lo stesso.

Candreva
Nella teoria musicale, la sincope è un effetto che interrompe o disturba il flusso regolare ritmico o armonico di un passaggio di una composizione. Può generare confusione ma può anche creare un grandioso ritmo jazz. Ecco, Candreva è così.

Perisic
Rincorre le palle come un Saluki il coniglio meccanico nelle gare fra cani. Forse è anche più veloce, sicuramente più tecnico.

Icardi
Se lo è tenuto per la Juve, non spaccate i maroni.

Eder
Se il suo destino è entrare e segnare chi sono io per dirgli di smettere?

Gabigol
Immenso. Come sempre. Con il Pescara il suo talento si è visto poco. Lui, solitamente, lo riserva per le grandi partite.

 

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Fate largo ai sognatori, purché siano bei sogni (e sappiano spiegarmi cosa vedevano in de Boer)

di Alcide Ghiggia

Fate largo ai sognatori.

A chi vede oltre le apparenze, a chi sa immaginare, a chi entra nel futuro senza sapere che cosa ci sta a fare.

Fate largo a chi si innamora di un’idea, a chi scambia i desideri per realtà, a chi non si accorge che il re è nudo.

Sia chiaro, non voglio prendere in giro nessuno, credo in maniera convinta che la storia del calcio sarebbe una noia infinita se non ci fossero in giro cavalieri sbruffoni capaci di indicare una strada (magari non di percorrerla, ma a volte questo è un dettaglio) e di farci credere che alla fine del cammino troveremo coppe e scudetti, vittorie e trionfi, applausi e onori. Ci siamo cascati tutti, qualcuno con un profeta boemo, qualcuno con un professore siciliano, qualcuno con un santone argentino. C’è chi ha creduto in ex venditori di champagne e in ex professori di ginnastica. Io, per esempio, lo confesso, ero rimasto abbagliato da un giovanotto romano simpatico e un po’ fenomeno, elegante e distinto. Laureato in legge, addirittura. Io credevo in Andrea Stramaccioni, pensa te, quindi, lo ripeto, non voglio scherzare con nessuno. Soprattutto con chi si è infiammato per Frank de Boer.

Però è arrivato il momento di fare una domanda semplice semplice a tutti voi: perché?

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De Boer è certamente un’ottima persona, vincente in casa anche se ancora vergine all’estero ma non può essere una colpa perché da qualche parte bisogna pur iniziare, non un parolaio, anzi. Non ha mai promesso di cambiare la storia, non ha ipotizzato rivoluzioni, non è venuto qui a dirci che avrebbe bruciato il calcio italiano e che avrebbe fondato una nuova chiesa. Sembrava tutto buon senso e tentativi di bel gioco. Ma chi mai è arrivato in una squadra nuova e ha promesso di giocare male?

Eppure in tanti si sono illanguiditi. Forse perché basta essere olandesi e quindi è subito calcio totale, donne in ritiro, Johann Cruijff e Amsterdam e quei bei viaggi che a diciott’anni sono una figata e a quaranta un po’ patetici. Forse perché chiunque avrebbe ricevuto abbracci e baci da chi si sentiva naufrago dopo mesi di tempesta fra proprietari lontani, allenatori disamorati, centravanti che sembravano distratti e mercenari (sembravano, ma questo è un altro discorso e non ho voglio di aprirlo qui, scusali Maurito e andiamo avanti). Forse è stato istinto di protezione davanti a critiche spesso gratuitamente feroci, forse gratitudine per l’evidente sforzo che ci stava mettendo, sul campo come nelle interviste televisive.

Il dato di fatto è che per alcuni (tanti? pochi?) improvvisamente de Boer è diventato una religione. Mezza partita buona e il vicino di posto ci dava di gomito: hai visto come si gioca? Una striminzita vittoria e lo stesso vicino gonfiava il petto e ci guardava come infedeli che non capivano. Poi le colpe erano di terzini inadeguati, di centrocampisti distratti, sempre di qualcun altro e mai sue. Guru a sua insaputa, direi.

È finita come è finita, ci siamo svegliati tutti quanti, scettici e sognatori, è stato chiamato l’idraulico ad aggiustare le perdite e ovviamente nessuno si è innamorato a prescindere di uno che doveva stare lì solo a scaldare il posto per Simeone o Guardiola o Mourinho (in ordine di santità, ovvio). È arrivato Stefano Pioli e con lui la realtà: una squadra medio buona, che può giocarsi il terzo posto e sperare in qualcosa di più, che non avrebbe dovuto fare figuracce in Europa, che ieri ha battuto il Bologna in coppa Italia anche con Gabigol in campo (a proposito di fantasie…).

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Si sa che quando la testa è piena di sogni puoi vedere il cambiamento che desideri, ma che sul boulevard dei broken dreams ci si ritrova a camminare da soli (doppia cit.). Quindi ripeto: qualcuno ha voglia di rispiegarmi, a mesi di distanza, che cosa aveva visto in de Boer e come la pensa oggi?

Grazie. A chi ha voglia di rispondermi, a Stefano Pioli che ha aggiustato tutto e anche a Frank de Boer, che almeno ci ha provato.

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Strategia, strategia, per piccina che tu sia…

di Hendrik van der Decken

A fine dello scorso ottobre, in preda ad una arrabbiatura cosmica causata tanto per cambiare dalla nostra Beneamata, avevo cercato di analizzare in maniera più fredda possibile la causa prima dei disastri cui stavamo assistendo da troppi anni, culminati con il balletto agostano della panchina e la via crucis arancione di un Frank de Boer più vittima che colpevole dei risultati della squadra, per quanto come era ovvio date le circostanze, di errori ne abbia fatti parecchi anche lui. In quel pezzo avevo solo dato voce a ciò che tantissimi tifosi interisti pensavano già: senza una coerente strategia applicata dal vertice societario, avremmo continuamente rivissuto le stesse situazioni fomite di incazzature (erano anni che sognavo di scrivere “fomite”, non lo faccio più, lo giuro) ed al contempo proponevo dal basso della mia ignoranza ciò che la proprietà avrebbe dovuto fare.
Ora, a distanza di qualche mese, e sicuramente complice qualche vittoria consecutiva che ha dato di nuovo fiducia all’ambiente e speranza di non aver buttato via del tutto la stagione, l’atmosfera sembra migliore e molte piccole cose emergono alla superficie, indicando che forse siamo finalmente sulla strada giusta. E parlo più della società che del campo, nonostante i punti fatti nella gestione Pioli finora siano decisamente tanti.
Personalmente, almeno in modo razionale, non credo in alcun modo nella possibilità di agganciare il terzo posto. Poi come sempre il tifoso che è in me e per definizione (e giustamente, aggiungerei) razionale non è, spera di vincerle tutte da qui a giugno, compresa coppa Italia e partitelle del giovedì. Però ciò che vorrei dire oggi è abbastanza slegato dai risultati: scrivo infatti alla vigilia di Inter-Chievo, e per tutto quanto brevemente accennato la ritengo ininfluente ai fini del discorso. Vediamo.

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Abbiamo assistito a un cambio netto di direzione societaria, anche se nella pratica il cambio ai vertici non è stata una rivoluzione totale: l’amministratore delegato Bolingbroke è stato sostituito all’inizio di novembre, rimpiazzato da un uomo di fiducia di Jindong Zhang, Jun Lio, segno inequivocabile che il tempo della transizione morbida tra il vecchio presidente Thohir e il nuovo era finito. Approfitto qua per chiarire una delle cose che sin dal principio erano state imputate alla nuova proprietà cinese, vale a dire quella di aver lasciato al timone della gestione esecutiva Thohir ed i suoi uomini: con molto buon senso e dimostrando un’ammirevole mancanza di arroganza, Jindong Zhang era ed è molto consapevole della differenza di gestione di un club come l’Inter rispetto alle esperienze cinesi vissute dal suo gruppo fino ad allora, senza contare l’ovvia mancanza di conoscenza dell’ambiente nerazzurro e del calcio italiano. Lasciare momentaneamente chi era già alla guida del club da due anni era quindi la cosa più logica da fare in quel momento, anche se poi come abbiamo visto la cosa ha causato dei problemi, e non di poco conto.
Dopo il fallimento dell’avventura di de Boer sulla panchina interista, la proprietà non ha esitato a prendere in mano con più decisione l’Inter, piazzando in pianta stabile a Milano non solo il nuovo amministratore delegato ma anche il figlio del presidente, Steven Zhang. Sarà un caso oppure no (e io, come molti altri, credo di no), ma da quel momento in poi, insieme ad una gestione migliore della squadra dal punto di vista mentale e atletico, più che tecnico, operata da Stefano Pioli, le cose sono decisamente migliorate sul piano dei risultati.
Ma più di quelli, che risentono sempre in ogni caso di una certa dose di aleatorietà, ci sono altre azioni che sono chiarissimi indicatori di una strategia ben precisa, ad esempio l’acquisto di Gagliardini dall’Atalanta (en passant: un saluto agli espertoni dei giornali sportivi e non che davano per impossibile l’acquisto causa limiti imposti al Biscione dagli accordi stipulati sul Financial Fair Play).
Ora, cerchiamo di chiarire subito un punto: avere una strategia non vuol dire automaticamente avere successo grazie a quella strategia. Può andar bene o può andar male: banalmente, dipende dalla bontà della strategia adottata, dalle modalità di esecuzione e da chi la esegue. Però la differenza col recente passato in cui i mezzi e i modo per raggiungere l’obiettivo dichiarato erano palesemente insufficienti e inadatti, mi sembra evidente (risparmio a chi legge la pena di ricordare gli ultimi cinque anni, rievocando acquisti e obiettivi dichiarati senza il minimo senso del reale).
Se n’è parlato tra tifosi, in giro per la rete, mille volte nell’ultimo quinquennio con moltisime divergenze di opinione, che alla fine è il bello del parlare di calcio guardandolo dagli spalti o dalla poltrona: se non hai i mezzi economici per costruire una squadra competitiva nell’immediato, devi avere la pazienza e l’abilità di costruirla con meno soldi in un tempo più lungo. Per fare questo hai bisogno di un programma e di gente capace: strategia, appunto.
Il Real Madrid ha una strategia semplice: compro chi voglio e se metto insieme gli undici più forti, vinco. Semplice, lineare, costoso. Ma è comunque una strategia precisa. All’opposto, abbiamo visto come negli anni squadre con meno risorse abbiano costruito in altro modo la loro competitività (Borussia Dortmund e Atletico Madrid, ad esempio). In Italia, l’Inter di Massimo Moratti ha cercato attraverso una potenza di fuoco economica con pochi paragoni (e tutta di tasca propria…) di sopperire a certi handicap telefonici e arbitrali: in fondo, anche questa è stata una strategia precisa, ed è anche per questo che nessun tifoso dell’Inter degno di questo nome potrà mai esimersi dal dire grazie all’ex presidente nerazzurro.
Qual è la strategia della proprietà Suning? A parte lo scopo primario di marketing sottostante l’acquisto del club, ancora non mi è chiaro cosa esattamente abbiano in mente per tornare ai vertici in poco tempo, a parte avere delle risorse economiche apparentemente spaventose, ma bisogna considerare che sono un po’ duro di comprendonio. Si parla molto di acquisti che abbiano certe caratteristiche ben precise: giovani, italiani, che siano molto forti o molto promettenti, e Gagliardini sembra il primo di una discreta serie, almeno stando alle voci che girano. Perché questo tipo di giocatori? Non ne ho idea. Storicamente, e nella maggioranza dei casi, il tifoso interista ha bellamente mostrato grande indifferenza (eufemismo) per il passaporto dei propri giocatori.
Personalmente, sono uno di quelli: datemi undici fuoriclasse col passaporto delle Isole Fiji e sarò un tifoso ultra-felice. Mi sento decisamente vicino a ciò che Ivan Ramiro Cordoba disse in un’intervista di qualche anno fa, dove al solito aveva ricevuto una domanda riguardo all’assenza di giocatori italiani di rilievo tra le fila nerazzurre (domande che ora non fa più nessuno, chissà perché: adesso va benissimo che l’Udinese affronti l’Inter senza un italiano nell’undici titolare). Cordoba rispose che “a parte che qua il passaporto italiano ce l’abbiamo in tanti, io credo che quando vieni qui a giocare conti solo se tu sei da Inter o se non lo sei. Se lo sei, non è importante da dove vieni”.
Ma rispetto in maniera assoluta chi ha il piacere di vedere giocatori italiani nella squadra, e chi tifando la nazionale pensi (ad assoluta ragione, tra l’altro) che avere molti giocatori italiani nelle squadre di vertice permetta loro di acquisire un’abitudine al giocare partite ad alto livello che può, conseguentemente, permettere a questi giocatori di poter fare molto meglio anche quando indosseranno la maglia azzurra.
Si dice che in uno degli ultimi confronti con la dirigenza, de Boer abbia incoraggiato la costruzione di un nucleo di giocatori giovani e italiani in modo da stabilire una base solida e duratura che potesse sviluppare non solo un senso di appartenenza più forte ma anche in modo più rapido grazie alla comunanza di lingua e cultura. Non so se sia vero, per quanto conoscendo ciò che ha fatto all’Ajax l’allenatore olandese la cosa mi sembra plausibile. Può darsi che la società abbia comunque ritenuto un punto valido quello sollevato dall’ex allenatore nerazzurro ed abbia deciso di dare seguito alla cosa, cominciando a mettere in atto le mosse necessarie per poter arrivare ad avere quella base di giocatori italiani, e quindi alla fine la strategia dell’acquistare giocatori italiani forti o di grande prospettiva avrebbe senso.
Il punto, però, non è neanche quello di capire esattamente cosa c’è dietro, almeno per me: il punto è che finalmente abbiamo una strategia! Cioè abbiamo una serie di azioni e programmi coordinati per un fine ben preciso che vengono messe in atto ed eseguite coerentemente. Negli ultimi cinque anni non ho visto nulla del genere, e men che meno negli ultimi cinque mesi: allenatori che mollano dopo un mese di ritiro, allenatori scelti con superficialità (eufemismo) e cacciati dopo meno di tre mesi, mercato fatto con criteri misteriosi, e negli ultimi cinque anni senza criterio alcuno, se non quello del nome buono a poco prezzo e se poi non è funzionale al gioco, pazienza.
Sono talmente felice di sapere che c’è un disegno dietro le azioni della società che non me ne frega neanche nulla di sapere esattamente qual è: lo scopriremo solo vivendo, e speriamo di scoprirlo vincendo. Insomma, alla fine ecco quel che volevo dire: mi sembra che finalmente ci sia del criterio, ci sia un’idea che si muove dietro a ciò che vediamo in campo. E poiché, so di ripetermi, non penso che si potrà mai tornare ai massimi livelli senza una società che abbia le idee chiare su ciò che vuole e su come ottenerlo, tutto ciò mi rende contento quasi come se fossimo già arrivati tra i primi tre. Il bello, davvero stavolta, sembra che debba ancora venire, e io non vedo l’ora.

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JoJo, lascia che ti risponda da tifoso

Jovetic non si rassegna ad andare via in punta di piedi e così dopo aver mandato avanti l’agente ora pensa sia il momento di rincarare la dose. La modalità è chiara, l’ha già usata al City: lui è la vittima, l’Inter in quanto Inter (società, compagni e allenatori), il carnefice. Ci tiene Jovetic a far sapere ai media che lui ha fatto il suo dovere, ha dato tutto e non riesce proprio a capacitarsi del perché le cose non siano andate bene e lui non abbia avuto alcuna chance di dimostrare il suo valore.

Premetto che spero che la trattativa con il Siviglia si concluda nel migliore dei modi e gli auguro di essere felice altrove, penso di poter rendere un buon servizio a Jovetic raccontandogli quanto abbiamo visto noi dagli spalti e quanto hanno percepito in genere i tifosi della squadra in cui sverna da un anno e mezzo.

Jovetic è stato accolto a braccia aperte nonostante le forti perplessità sul suo rendimento a Manchester e quelle ancora più grandi sull’integrità fisica. Nelle prime 5 partite della scorsa stagione ha giocato come tutti sognavamo e mai ci saremmo aspettati. Ma è durato un attimo, uno squarcio tra le nuvole di prestazioni sempre identiche. Poca voglia, nessun altruismo, poca corsa, la sensazione sgradevole di uno scientifico boicottaggio del lavoro di squadra e di un astio mal celato per alcuni compagni (Icardi).

Non serve essere un pozzo di scienza calcistica per capire che Jovetic ha fatto del suo meglio per non fare brillare troppo la stella di altri che non fossero lui. Sì, qualche assist ma solo quando era del tutto lampante il merito di chi passava la palla rispetto al compito elementare di chi la metteva dentro. Altrimenti dai piedi di Jovetic sono solo partiti tiri telefonati da posizioni impossibili e palle un po’ troppo lunghe o un po’ troppo corte ad hoc per i compagni. Più un numero indefinito di palle perse e contropiede avversari avviati con noncuranza.

1851513-39027491-2560-1440.jpgQuesto quello che abbiamo visto e percepito noi, questo il motivo per cui è stato giusto non concedere più possibilità a un giocatore per nulla coinvolto nello sforzo di squadra e a un elemento problematico della rosa. Sarebbe più dignitoso andarsene senza troppo clamore ma ognuno fa come crede e Jovetic sta optando per una soluzione semplice: camuffarsi da vittima.

Peccato. Oggi Frank de Boer ha parlato dopo un mese di silenzio. Lo ha fatto senza scaricare colpe e dipingersi come l’ostaggio di un gruppo di psicotici, anche se ne avrebbe avuto diritto e possibilità. Lo stile non è cosa di tutti e per tutti.

Grazie Frankie, uomo d’altri tempi. Addio Jovetic, non è stato bello, non è stato breve e purtroppo nemmeno intenso.

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Il Megapagellone: portieri e difesa (puntata 3)

I Portieri

In questo caso il cappello introduttivo è inutile essendo il giudizio sul reparto indissolubilmente legato ad un uomo solo. Lui.

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Samir Handanovic – Dipende da come lo vuoi considerare. Se lo consideri un kolossal, allora anche il Samir di quest’anno è un gran brutto film, pieno di sbavature e di comparse con l’orologio come solo alcune sfortunate pellicole in costume. Se invece lo guardi come un film indipendente, un film di culto allora Samir è un portiere eccezionale. Dipende dalle aspettative, ormai è chiaro. Arrivato all’Inter ormai troppi anni fa per avere ancora qualche asso nella manica, Samir Handanovic è un giocatore dai mezzi atletici fenomenali, dalla tecnica di base non fenomenale e dagli umori ondivaghi. Nella prima parte della stagione ha alternato parate formidabili a momenti di inspiegabile abulia. La partita casalinga con la Fiorentina deve rappresentare per lui un oscuro tabù, perché per due anni di fila ha cercato di mettersi in porta anche palloni innocui e di lasciare sempre aperta la partita. Né croce né delizia, la verità resta che Samir è un buon portiere ma non all’altezza di chi è venuto prima e si spera di chi verrà dopo. Voto 6

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Juan Pablo Carrizo – Gioca pochissimo, quando entra si toglie lo sfizio di qualche mezzo miracolo e di un rigore parato. Pare sia un fortissimo asadero e si sa che all’Inter son cose che contano molto Voto sv

Tommaso Berni – Chi? Tommaso Berni. Chi? Tommaso Berni. Chi? Il terzo portiere dell’Inter. Ah ok. Tommaso Berni. Chi? Voto sì, ma a chi?

Ionut Andrei Radu – Pazzesco come uno possa fare bene due lavori. Terzino nella Lazio e portiere nell’Inter, deve aver davvero bisogno di denaro questo ragazzo. Ah, non è lui? Voto sì, ma a chi?

 

I difensori

Ci sono tre fasi diverse del lungo autunno della difesa nerazzurra. La prima è quella manciniana in cui con buona, ottima probabilità nessuno ha fatto una mazza, troppo occupati a seguire il lungo addio dell’allenatore che non voleva più allenare. Così è capitato che chi sapeva giocare ha continuato a saperlo fare, solo un po’ più lento e appesantito e chi invece aveva limiti tattici e tecnici se li è tenuti, peggiorati da una condizione fisica drammatica. Poi c’è stato il periodo deboeriano, quello in cui un allenatore che voleva giocare con la squadra lunga e mantenendo il possesso palla, alternato per fascia, si è visto rimproverare l’idea di giocare con la squadra lunga e di mantenere il possesso palla troppo alto. C’è chi ha aiutato FdB fino alla fine, chi l’ha abbandonato per troppa fatica (Miranda, il miglior difensore dell’Inter post Samuel), e chi non ha capito nemmeno da dove iniziare (Murillo, l’uomo con i piedi montati al contrario). Infine è arrivata l’era di Pioli, che ha il merito di non pretendere che ghirlande di fiori nascano dal concime e che più realista del Re sta cercando di tirare fuori il meglio da una difesa che andrebbe più reinventata che non registrata. In attesa di un mercato intelligente (soprattutto in uscita e sulle fasce), ecco le pagelle.

 

Joao Miranda – Quelli forti li riconosci dal passo e dal piglio, nel bene e nel male. Miranda è arrivato all’Inter sperando in una terza età calcistica molto più serena e potenzialmente vincente e si è ritrovato a correre più di prima, a piazzare diagonali di 40 metri per coprire Nagatomo e a lottare da ultimo uomo contro attaccanti più smaliziati e fisici di quelli della Liga. Resta un manuale di tattica e anche se ogni tanto si è fatto mettere in difficoltà da giocatori semi sconosciuti in Europa League, la sua stagione fino a oggi è da 6,5 almeno. Un piacere vederlo giocare, una grande frustrazione vedere che nemmeno uno come lui riesce a trasmettere qualcosa di buono a Ranocchia e Murillo

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Jeison Murillo – E qui ci sono due scuole di pensiero. Chi scrive appartiene ai mezzovuotisti. Murillo è arrivato con le stigmate del campione e a oggi è il giocatore che ha collezionato più brutte figure nell’Inter degli ultimi due anni. Solo che le sue sono meno plateali di quelle di Ranocchia, che ha anche la sfortuna di una fisicità diversa. Tiene in gioco chiunque, sbaglia un passaggio su due in fase di ripartenza, perde l’uomo nell’area piccola, costringe il giocatore che scala sul suo uomo a un lavoro sfibrante e in più, dramma vero, è convinto di essere molto forte. Non lo è, potrebbe diventare un ottimo difensore se giocasse con determinazione e attenzione, consapevole dei propri limiti e non convinto del talento. Il margine per migliorare c’è, di tanto in tanto gioca partite confortanti, sarebbe auspicabile una costanza maggiore e meno spocchia. Ma con Walter Samuel dietro le quinte tutto è possibile voto 5

Andrea Ranocchia – Caro Mental Coach, a questo punto il voto tocca a te. Perché i limiti di Anderone nostro li conoscevamo bene anche prima che tu arrivassi e ormai c’eravamo rassegnati. Sei tu che lo hai convinto che le cose sarebbero migliorate e lui ha tentato di convincere noi. Quindi il voto te lo prendi tu, lui non c’entra niente. Mental Coach di Ranocchia voto 4

Marco Andreolli – Bel ragazzo, elegante, alto, educato. Porta la maglia dello Zio, cita spesso Giacinto. Sarebbe un ottimo ufficio stampa o un buon dirigente. Voto sv

Danilo D’Ambrosio – Il Perfezionista (così si è definito lui in una bellissima intervista dell’anno scorso), è uno a cui non puoi non voler bene. Si sbatte tantissimo, lotta come un leone e ci mette la voglia che spesso gli altri dieci non hanno. I limiti tecnici sono quelli di molti giocatori di corsa e sostanza, ma partita dopo partita la sua abnegazione ci ha conquistati tutti. Che sia un buon panchinaro e non un titolare di una squadra che lotta per il primato è una questione di lana caprina, perché per l’Inter di questi anni lui va più che bene. voto 6,5

Cristian Ansaldi – Non è il difensore duttile e formidabile che ci aspettavamo. Non è una delusione. Un giocatore normale, concetto raro all’Inter. Col passare delle giornate l’infortunio si allontana e la gamba comincia a girare meglio, potrebbe finire in crescendo. Un crescendo normale. voto 6

Yuto Nagatomo – La cosa migliore che ha fatto in quasi sei anni a San Siro è stata la proposta di matrimonio a stadio chiuso. La cosa peggiore che ha fatto a San Siro sono i quasi sei anni a San Siro. Nulla di nuovo in questi mesi. Sempre gli stessi errori, sempre gli stessi buchi, sempre la solita disperata impotenza di noi che ci chiediamo perché lui si e il nostro amico che giocava bene all’oratorio no. Tra i principali carnefici di FdB, che pur lo aveva relegato alla panchina preferendogli un centrale alto sei metri e ventidue. Tutti tranne Yuto, ma alla fine resta sempre lui. Voto Aiuto!

Davide Santon – Ad agosto ha sostenuto più visite mediche lui di quelli che cercavano di saltare la naja e giravano cento ospedali prima di finire, irrimediabilmente, a Baggio all’ospedale psichiatrico. Il suo ospedale psichiatrico purtroppo è l’Inter. Gioca partite decenti e all’improvviso le rovina con tocchi e amnesie scellerate. Alterna periodi in cui gli allenatori lo amano alla follia ad altri in cui lo vorrebbero eliminare fisicamente. Nel mezzo non c’è nulla, la mediocrità non fa per Santon. O niente o niente. voto 5

Senna Miangue – Il vento della rivoluzione orange ce l’aveva proposto come ala marciante del nuovo corso. alto, forte e intelligente (si dice parli almeno sei lingue, alcune anche al contrario). È un centrale difensivo prestato alla fascia ma quando è sceso in campo contro avversari ben più titolati ha saputo fare il suo. Lui e Gnoukouri sembravano esperimenti riusciti. Ora langue in panchina, nonostante qualche minuto nel triangolare di Marbella pare che per lui non ci sia molto spazio. Per quello che abbiamo visto, voto 6

Guy Eloge Yao – Ceduto. Anzi no. Prestato. Anzi no. Ceduto. Forse ma no. Prestato. No dai, non lo prestiamo. I tormenti del giovane Yao Voto sv

 

 

 

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