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Il marketing ai tempi del colera

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E’ più facile, secondo una consunta metafora, vendere un frigorifero agli esquimesi del Polo Nord, o un abbonamento alla nuova stagione dell’Inter a gente – cioè tutti noi – devastata dalle ultime sette orripilanti esibizioni, al culmine di una stagione che (fatto un meticoloso rapporto squadra/qualità/ambizioni/classifica reale) si è trasformata nel corso della primavera da “mezzo miracolo” a “peggior momento in assoluto dopo il Triplete?”

Il marketing ha le sue scadenze, indipendenti dagli sprofondi della squadra e dai suoi ammutinamenti morali, ma l’effetto di far partire la campagna abbonamenti subito dopo Genoa-Inter è stato decisamente comico. Schermata dopo schermata, un crescendo: “Rinnova e risparmia!” (sì, ma devo risparmiare proprio tanto tanto!), “I vantaggi di essere abbonato” (tipo: doverle vedere tutte?), “Abbonarsi è solo il calcio d’inizio” (magari…), “Acquista come vuoi, quando vuoi” (anche no?), fino al capolavoro d’umorismo dell’help desk: “Hai bisogno di aiuto? C’è una squadra qui per te”.

Dio mio, è terribile.

Battute a parte, il sincronismo non è stato dei migliori. E del resto è tutta una questione di tempi da rispettare. Che tu abbia battuto la Juve o perso con il Crotone, la campagna abbonamenti 2017/2018 deve pur partire. E così è stato. Con il freddo automatismo di un clic, con la noncuranza burocratica di una data fissata da chissà quanto, dopo un mese e mezzo di apocalisse l’Inter non si scusa ma rilancia: chiede ai suoi tifosi l’ennesima apertura di credito, l’ennesimo atto di sperticata fiducia.

Da un lato, verrebbe da pensare che dopo la fantastica serie Torino-Samp-Crotone-Milan-Fiorentina-Napoli-Genoa qualcuno l’abbonamento se lo sia masticato e ingoiato o l’abbia bruciato in un falò davanti a un gruppo di familiari e amici increduli. E verrebbe anche da pensare che forse, all’epoca, sarebbe stato più facile vendere vino dopo lo scandalo del metanolo, o carne dopo lo scoppio di Mucca pazza. Una sorta di marketing temerario, questa campagna abbonamenti.

Poi però succede qualcosa, e succede subito, nel giro di qualche ora. No, non prendiamo Messi. Ci limitiamo a esonerare l’allenatore – per il quinto cambio stagionale in panchina – e a ingaggiare un super ds di gruppo. E a diffondere, sollevando Pioli dall’incarico, un comunicato che termina così:

(…) La società inizierà fin da ora a lavorare in vista della prossima stagione sportiva.

Che è una frase potente, quasi rivoluzionaria, il vero claim della campagna abbonamenti. “Io mi sto preparando, è questa la novità”, cantava Dalla. Oh, anche l’Inter. Che – un’enorme novità – ci certifica che ben prima della metà di maggio sta lavorando per il futuro ormai alle porte. Al pensiero di cosa è successo lo scorso anno tra maggio e novembre, la sola prospettiva di partire con un’idea – una qualunque, purchè con contorni definiti – ci fa mettere in coda per il rinnovo, pensando che con la Samp vabbe’ può capitare, a Crotone è stato un approccio sbagliato, che la Fiorentina non è poi così male, che il Genoa era più motivato, che con il Napoli due ritocchi e siamo lì.

Perchè, anche se a volte è dura ammetterlo, lei ci fa girar come fossimo bambole. E noi sempre lì, come un mantra, a dire che l’amiamo. E ci abboniamo, cascasse il mondo o le perdessimo tutte (sì, tipo adesso).

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A settembre davvero non posso, ho judo e poi non ho l’abito adatto per i selfie con l’Europa League (non andate a lavorare, non andateci più!)

Lo fate per non andare in Europa League? Male.

Lo fate perché sapete che anche questo allenatore siete riusciti a levarvelo di torno ma è meglio esserne certi? Male.

Lo fate perché tanto sapete che non resterete, che non ci sarete l’anno prossimo e quindi non ne vale la pena, non serve impegnarsi? Male.

Lo fate perché siete sulle ginocchia e non ne avete più? Male.

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Lo fate perché in questo momento la società non ha una guida solida e riconoscibile e nel vuoto di potere ci sguazzate? Male.

Lo fate perché siete obiettivamente scarsi, più scarsi di quelli del Genoa che non vincevano dal 1822? Male.

Lo fate perché di contestazioni ne avete vissute tante e pensate che una di più non faccia poi troppi danni? Male.

Lo fate perché non conoscete la vergogna né il pudore e tutto questo rientra nel vostro concetto di normalità e professionismo? Male.

Lo fate per lanciare un messaggio, un altro oltre ai quintali che trasmettete via social (Nagatomo che si lamenta per le critiche, Brozovic in piscina, i tatuaggi di Icardi)? Male.

Quale che sia il motivo per cui state umiliando la vostra professione, la società che vi paga profumatamente e noi poveri fessi, l’errore di fondo è continuare a vendercelo come un momento di crisi. Non è una crisi, questa è una colossale pagliacciata in malafede. Non amo le contestazioni, trovo spaventose e dementi quelle violente (anche solo verbalmente). Non condivido il senso di cori e striscioni per suggerirvi di andare a lavorare perché purtroppo quello è il vostro lavoro, quella la cura con cui lo fate, l’amore che ci mettete. Vorrei chiedervi di non andare a lavorare piuttosto, di non andarci più. Di andare altrove perché alcuni di voi sono in giro da troppi anni e questa penosissima recita l’hanno mandata a memoria. Ponetevi tutte le domande di cui sopra, scegliete una risposta e liberateci di voi e di chi vi ha scelto.

Grazie.

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E il pañolar non m’è dolce in questo mare (fermiamoci prima che sia troppo tardi. Post impopolare su Inter e arbitri)

Vi rubo qualche minuto e so che per alcuni sarà una lettura sgradevole. Nella millesima giornata del complotto arbitrale sento forte la necessità di condividere una riflessione sull’isteria con cui da tempo ormai immemorabile accogliamo le scelte arbitrali e più in genere gli arbitraggi. Non voglio scrivere cose ecumeniche né di buon senso scontato, sono un tifoso anche io e ieri sera a San Siro ho passato buona parte dei Novanta minuti a contestare Tagliavento e il suo insopportabile approccio alla direzione di gara. Ci sono arbitri che sanno comunicare e altri che per un mero meccanismo difensivo prediligono quell’atteggiamento autoritario e un po’ sprezzante che certo non si concilia con un pubblico come il nostro, vocato da sempre al ruolo della vittima sacrificale. Come gli disse bene Antonio Cassano nell’intervallo della memorabile vittoria allo Stadium: Tagliavento, io ti parlo con educazione, perché fai il fenomeno? 

Ma proviamo a ragionare ciascuno secondo la propria esperienza e considerando i numeri. Ci son quelli che dicono che Tagliavento arbitra sempre contro l’Inter. Errore. Prima di ieri sera l’arbitro di Terni aveva diretto l’Inter 32 volte. Con quali risultati? 20 vittorie, 5 pareggi e 7 sconfitte. Non il bilancio di un persecutore, insomma. Quest’anno ha arbitrato, molto bene, la partita di andata contro la Juventus, quella che abbiamo vinto per 2 a 1 in casa imponendo il gioco del povero FdB.

Tagliavento è simpatico? No, nemmeno per sogno ma questo non dovrebbe influire sul giudizio che diamo di un arbitro esperto. Tagliavento ha arbitrato bene ieri sera? No, almeno in due episodi chiave ha sbagliato o i suoi assistenti lo hanno aiutato a sbagliare. Possiamo dire che il suo arbitraggio ha influenzato il risultato finale? Forse sì, di certo numericamente, ma nella sostanza no e per fortuna abbiamo giocatori come Gagliardini che nonostante l’età e la poca esperienza sanno parlare chiaro con i giornalisti ed evitare il piagnisteo: «Ci manca ancora qualcosa per stare lì davanti. L’arbitraggio? Non ha inciso sull’andamento della gara».

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So che da un blog tifoso ci si aspetta una posizione drasticamente tifosa e che sarebbe più facile mettere in scena la tragedia dei derubati, ma farlo oggi sarebbe una vera fesseria. La Roma ieri sera ha giocato meglio, molto meglio e ha mostrato che due anni di lavoro e il completamento progressivo di una rosa possono produrre grandi risultati. Siamo sula buona strada ma c’è ancora una categoria di differenza. Avremmo potuto pareggiare, che poi è sempre tutto da dimostrare perché i rigori si sbagliano o comunque vanno segnati, ma sarebbe cambiato qualcosa nel giudizio complessivo sulla partita? No.

Credo che per crescere si debba fare un passo indietro, noi tutti. Siamo diventando un’armata di isterici e i primi minuti della partita di ieri sono stati un calvario. Pur non conoscendo il regolamento e non sapendo quindi come giudicare l’errore di Perisic, c’è mancato poco che partisse una nuova pañolada. Lo stesso è accaduto sul sacrosanto rigore a favore della Roma (quello altrettanto sacrosanto su Eder, negato all’Inter, è un errore enorme di Tagliavento). Siamo nervosi, condizionati dal passato e abbiamo completamente perso la misura delle nostre reazioni (attenzione e valga come disclaimer per i non interisti che qui cercheranno tracce di pentimento per le polemiche post Juventus – Inter: nemmeno per sogno, sto ancora aspettando che qualcuno mi spieghi la bestialità di Rizzoli sulla punizione sbagliata da Chiellini. Non ci provate, quella partita è un caso a parte e comunque io parlo solo di arbitraggio mediocre e non di complotti). Solo che così facendo, sia noi che la società, creiamo una serie di precedenti e pregiudizi dell’AIA nei confronti dell’Inter da cui diventa sempre più difficile risalire. Più che pensare, pañoliamo e passa la paura.

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Proviamo a scrivere chiaro: dopo Calciopoli alcuni arbitri si sono sentiti danneggiati dall’inchiesta e dall’esito, umiliati e offesi. Affari loro penserete e in parte è così, perché almeno su calciopoli il tema della parte lesa è molto chiaro al di là delle manipolazioni e delle scelte (anche della proprietà dell’Inter), di quei mesi. Solo che arbitri con cui il dialogo era difficile sono diventati platealmente ostili, quindi anche affari nostri. Non ostili nelle decisioni ma negli atteggiamenti, nelle scelte minime, nel linguaggio del corpo che mostra insofferenza. Arbitrare l’Inter non è cosa che i direttori di gara fanno con piacere o serenità e purtroppo è sempre più evidente. Perché se sbagliare è umano, farlo contro l’Inter porta sempre il fumo della persecuzione, l’idea che ogni fischio sia diretto a danneggiare la squadra e rendere impossibili gli obiettivi. Gli arbitri arrivano a San Siro nervosi, pronti a contestazioni plateali e nevrotiche e come risultato più ovvio non lavorano sereni e sbagliano il doppio. Lo stesso accade fuori casa, nelle partite di cartello. Come se giocassimo (noi tifosi, chi scende in campo per fortuna no), pronti a quel momento, a quello in cui qualcuno ci priverà di vittorie, punti, rigori e gol legittimi. Potessi suggerire alla nuova proprietà un passaggio obbligato, mi permetterei di indicare l’indirizzo dell’AIA e di Nicchi per una bella chiacchiera costruttiva e per sancire una pace che oggi pare lontana. Far pace non significa chiedere un trattamento speciale, far pace significa comunicare ai vertici della classe arbitrale che si può collaborare per cercare di rasserenare un clima impossibile. Lo hanno fatto benissimo Pioli ieri dopo la partita (e non prima, quando aveva ripetutamente parlato di favori alla Roma), e Gagliardini. Lo ha fatto la società non lamentandosi pubblicamente e accettando il risultato del campo, che è stato molto netto e che ci insegna qualcosa, almeno in termini di qualità e costanza. Poi è più facile attribuire la colpa della sconfitta e delle nostre mancanze a Tagliavento ed è comodo vivere in questa modalità afflitta.

Dall’altra parte, dal lato degli arbitri tutto bene? No, per nulla. Il tango si balla in due e che al momento la coppia AIA-Inter sia mal assortita è del tutto evidente. anche agli arbitri, che non riescono a dialogare civilmente con i nostri giocatori, che sentono insulti e percepiscono aggressioni con una sensibilità che altrove non sempre mostrano. Ma insisto, siamo nel pieno di una nevrosi che va interrotta, per il bene dello spettacolo certo ma soprattutto per il bene dell’Inter, che poi è l’unica cosa che davvero conta. Calma e sangue freddo, freddissimo. C’è bisogno di parlare e aprire porte, non di chiudersi nel recinto e piangere. L’autarchia dei giocatori è impossibile e finché saranno necessari gli arbitri sarà utile e decente avere con loro un rapporto dialettico e non questa pazzia fatta di cose umilianti come lo sventolio di fazzoletti a Inter-Empoli o il pianto isterico collettivo per un cambio rimessa. Lo dico per noi, non per i tifosi di squadre minori che leggeranno queste righe trovandoci qualche spunto per continuare a darci dei piangina, salvo poi mancare completamente di autocritica quando la lente si sposta sulle loro reazioni.

Dobbiamo solo scegliere se il tifo è suolo questione irrazionale e di sentimenti forti o se di calcio si può tentare di ragionare ed evolvere, per salvare il bello del Gioco. Tutto qua, nella speranza di dover scrivere sempre meno di arbitri e sempre più di Inter.

 

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La vergogna è quella cosa che

sparta

In cinque mesi ne son successe di cose (tipo cambiare quattro allenatori, per dire, o fare i casting in albergo, o presentare hollywoodianamente un marziano, o battere la Juve e farsi arrotare due volte da una squadra mai sentita) e ciononostante troviamo sempre qualche spunto nuovo. Possiamo lamentarci di un sacco di cose, noi interisti, ma non della varietà delle situazioni. Magari ci giranole palle, ma non ci annoiamo.

Prendiamo Inter-Sparta Praga. Si comincia con una bella contestazione in piena regola. Nella più inutile delle partite del nostro peggior girone di coppa ever, la curva è rimasta vuota. Tutti al Baretto. Sugli spalti solo un chilometrico striscione: “4 sconfitte in 5 partite… Questo è quello che vi meritate per il vostro impegno indecoroso… Vergognatevi!!!” Bello preciso, circostanziato, inappuntabile.

Curioso, però. Tre mesi fa – bei tempi, c’erano ancora 30 gradi e speranze ancora intatte – sull’uso del verbo “vergognarsi” il mondo interista si era clamorosamente ribellato. Fu la Gazza a titolare “Inter, non ti vergogni?” dopo Inter-Beer Sheva 0-2 (in effetti, insomma, per dire, io mi ero chiuso in casa e avevo staccato il telefono) e noi a mettere giù il muso. E fu la Gazza, 15 dopo, non paga, a fare dopo Sparta Praga-Inter 3-1 un giochino peloso su Twitter con il concetto di vergogna (del tipo: “Avete visto che avevamo ragione, cari followers? Dai, fate un bel titolo sull’Inter che ci divertiamo”) e noi a incazzarci di brutto.

Tre mesi appena, e la vergogna è diventata un affare interno. Non c’è bisogno che la Gazza ci scarichi addosso la solita razioncina di letame (altri al primo pezzo ostile tolgono gli accrediti – vergognoso pure quello eh? – e noi incassiamo tutto, sempre). Stasera la Curva ha ribadito il concetto con la forza dei numeri e dell’evidenza, uno striscione “specifico” (la vergogna è da riferirsi, come da statistica, all’Europa League) anche se in campionato le cose non è che vadano alla stragrande. Ma ok, una vergogna per volta.

A proposito di vergogna. Su Wikipedia – sotto la voce Psicologia – la definizione è illuminante:

La vergogna è un’emozione che accompagna l’auto-valutazione di un fallimento globale nel rispetto delle regole, scopi o modelli di condotta condivisi con gli altri. Dunque, va spezzata una lancia in favore della cara vecchia Gazza. In effetti non aveva titolato “Inter vergognosa”, che era un giudizio tranchant. Ci poneva invece correttamente un problema di auto-valutazione: “Inter, non ti vergogni?”. Tre mesi dopo eccola, l’autovalutazione. Era giusto pensarci su, è stato giusto contestare ‘sti quattro scioperati.

Da una parte è un’emozione negativa che coinvolge l’intero individuo rispetto alla propria inadeguatezza, dall’altra è il rendersi conto di aver fatto qualcosa per cui possiamo essere considerati dagli altri in maniera totalmente opposta rispetto a quello che avremmo desiderato. Sul fatto che i nostri beniamini di sentano inadeguati, mmmh, avrei qualche dubbio. Che si rendano conto di essere considerati in maniera opposta a quello che vorrebbero, ecco, lì ci siamo. Un titolo efficace della Gazza a tale proposito potrebbe essere: “Inter, non ti ci ha mai mandato nessuno a fare in culo?”

A differenza dell’imbarazzo, che si sperimenta esclusivamente in presenza degli altri, ci si può vergognare da soli e per lungo tempo. Questo noi non lo sappiamo. Li giudichiamo male, ma magari si vergognano nell’intimo. Ovvio, mica te lo vengono a dire. Però lo fanno. Riflettiamo. Forse sono migliori di quello che crediamo.

Inoltre, mentre l’imbarazzo sorge per l’infrazione di regole sociali che possono anche non essere condivise, la vergogna è il segnale della rottura di regole di condotta alle quali personalmente si aderisce. In effetti, amici, voi dovreste giocare bene, segnare, vincere, sudare, muovervi a tempo, entrare decisi su qualche caviglia, meritarvi lo stipendio, trascinarci allo stadio, onorare la maglia. E non vi dovete offendere se il segnale di rottura arriva dai nostri coglioni, perchè è così dalla notte dei tempi, è anche questa una regola del gioco.

A proposito: Inter-Sparta Praga 2-1, doppietta di Eder, sai, tipo la maxi-luna, cose che accadono ogni tot. Da giovedì prossimo possiamo guardare più tranquilli Rischiatutto.

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Benvenuto Pioli, buon lavoro Pioli (che Dio ce la mandi buona Pioli)

Habemus. Finito il conclave dei cardinali nerazzurri, la montagna ha partorito un topolino. Non che Pioli lo sia, per carità, a occhio e croce parliamo di un signor allenatore, stimatissimo dai colleghi (sempre un buon segno), capace di un mezzo miracolo con la Lazio portata al confine ultimo dell’Europa che conta, pragmatico e gran costruttore di squadre solide. Solo che Pioli era disponibile anche ad agosto, quando coraggiosamente e avventatamente si era cercato il Papa straniero.

Cercato, bruciato, lasciato solo, abbandonato al bullismo dei media, confermato pubblicamente ed esonerato appena tre giorni dopo.

Pioli come ovvio non c’entra nulla, lui è sempre stato lì e le sue credenziali son sempre state quelle del buon allenatore, che in effetti arriva all’Inter ancora in tempo per non diventare un buon vecchio allenatore, uno di quelli la sfiorano sempre ma non la imbroccano mai.

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Cosa trova Pioli? Un disastro. Una squadra confusa e convinta a lungo di poter gestirsi da sola e decidere i destini dei propri allenatori, un gruppo di giocatori sfiduciati e incapaci di uscire dal tunnel dei propri errori, una società debole ma ricchissima con una proprietà che fino a poche ore prima del suo ingaggio spingeva disperatamente per prendere un allenatore spagnolo senza esperienza di alto livello, una replica in scala (molto), minore di de Boer.

Cosa trova Pioli? Una grandissima chance di dimostrare quanto un uomo serio, capace ed esperto delle sabbie mobili del calcio italiano possa salvare la stagione e riportare l’Inter vicino alla zona che conta, l’unica che possa ripagare le amarezze e le follie di questo inizio.

Una cosa molto divertente è il peana di quegli stessi che insultavano de Boer. Pioli si trova tutto d’un tratto salutato come un padre della Patria, uno dei migliori allenatori di sempre, un prodigio, un talento cristallino. Fino a ieri era semplicemente un buon allenatore in attesa di parcheggio, ancora stipendiato dalla Lazio e di cui nessuno sentiva la mancanza. Misteri della propaganda e della creazione del consenso.

Cosa porta Pioli? La sua esperienza, l’ordine e la voglia di stupire. se la rosa dell’Inter vale davvero quanto è stata pagata, potrebbe essere Pioli l’uomo della Provvidenza, di certo il suo non è un cambio valutabile secondo gli schemi di tutti gli altri, l’ottobre dell’Inter è stato un film dell’orrore e i risultati di un allenatore che si ritrova a gestire il gruppo dopo una serie di traumi e farse come quelli che la società si è inflitta da sola vanno pesati con grande calma, anche se in apparenza di tempo non ce n’è.

Cosa porta Pioli?

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Quest’uomo.

E allora anche alla fine di una settimana di nausea, fastidio, vergogna per i casting e le modalità, ecco finalmente un sorriso. Non quello di Walter Samuel, perché si sa che lui non sorride mai (forse non possiede proprio la muscolatura funzionale), ma il nostro. Sapere che è tornato, che allenerà la difesa, che in quello spogliatoio ci sarà di nuovo uno come lui è una buonissima notizia.

Benvenuto Stefano Pioli, perdonerà questa specie di freddezza che in realtà altro non è che stanchezza e perplessità, ma sappia che siamo pronti a farci trascinare e a trascinarla. La prima partita è una di quelle che fanno tremare i polsi, ma come iniziare meglio?

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L’Internazionale Football Club Milano spiegata a Zhang Jindong (prima che sia troppo tardi, faccia qualcosa di interista)

Caro Signor Zhang,

mi permetto di scriverle questa nell’eventualità sempre meno remota che di quel che accade in questi giorni a lei sfugga la dimensione grottesca e la grande sofferenza che sta procurando a tutti noi tifosi dell’Inter, la società ma soprattutto la squadra di cui lei è azionista di maggioranza e per la quale ha speso, sta spendendo e presumo che spenderà ancora una quantità di denaro enorme e imbarazzante.

Ci siamo lasciati qualche mese fa con quel suo Fozza Inda! buffo e benaugurante, perché l’incitamento è comunque un messaggio diretto e naturale, pazienza per la pronuncia. Poi sono successe cose, tante cose, troppe cose.

Prima mi permetta di raccontarle chi siamo noi. Userò una metafora semplice, la più semplice. L’Inter è la macchina che lei ha scelto di usare nel giorno del suo matrimonio. Una bella macchina, prestigiosa, magari un po’ agée, sicuramente non velocissima. Una macchina che ha visto giorni migliori e che pur tuttavia può farle fare un figurone. Noi siamo i barattoli. Ha capito benissimo, noi tifosi siamo i barattoli e gli addobbi, i festoni attaccati alla macchina, quelli che fanno una terribile e festosa caciara e che la rendono unica. La macchina ci trascina, noi trasformiamo la macchina in qualcosa di bello. Senza di noi è solo una macchina, forse anche un po’ triste. Lei ha comprato la macchina ma temo non le abbiano spiegato che in qualche modo che a lei sfugge, la macchina è anche nostra.

Non mi fraintenda, da queste parti la proprietà privata è ben tutelata e non da ieri, lei ha pagato profumatamente una serie di diritti garantiti e certi e nessuno mette in dubbio che il suo munifico sforzo abbia tecnicamente salvato l’Inter da destini ben più foschi, ma quello che forse non sa è che anche in quel caso, anche se fosse andato tutto a catafascio quei barattoli e quei festoni, noi tifosi saremmo rimasti attaccati alla macchina, ben saldi e rumorosi fino alla fine e anche oltre. Perché se nella sua antica cultura l’attesa e la pazienza sono valori assoluti, mi preme farle sapere che di pazienza noi ne abbiamo e ne abbiamo avuta in quantità industriali, rimarchevoli anche se misurate secondo i suoi millenari parametri.

La nostra pazienza e la nostra dignità sono state messe a durissima prova da altri prima di lei, siamo stati costretti a indossare gli abiti stazzonati e tristi dei perdenti prima, dei milionari fatui e un po’ fessi dopo, abbiamo assistito a sconfitte umilianti che son servite a rendere ancora più belli i trionfi successivi, quelli indimenticabili.

Ora Signor Zhang, se osserva con attenzione la macchina che ha comprato noterà che siamo ancora lì ma siamo un po’ meno festosi e parecchio più perplessi.

Le rubo altri cinque minuti per raccontarle cos’è l’Inter. Questo è il paese dei campanili, siamo capaci di detestarci a morte per il solo fatto di essere nati a pochi chilometri di distanza, figuriamoci quando nel mezzo c’è il calcio, il tifo e ci sono squadre amate da milioni di barattoli proprio come noi. Programmare e attendere sono una buona cosa, ma non bisogna mai dimenticarsi che competere e farlo nel quotidiano è la benzina che alimenta la sua macchina: la nostra passione. Poco razionale mi dirà, ma da queste parti va così. Al di là dell’importante questione del brand e delle sue infinite possibilità di espansione a oriente, quello che ci preme, quel che ha a cuore chi ama e segue una squadra è la possibilità di competere e di farlo con dignità, senza mettersi in ridicolo.

L’Inter è una squadra strana e bellissima Signor Zhang. Chi non la tifa la detesta, ma di loro non curiamoci, ci interessano poco (giusto lo scrupolo di non farli divertire e godere come in questi giorni, ma ci arriviamo), fatta di nevrosi collettive, pulsioni al bello per il bello, senso epico della sconfitta ed euforia pura nella vittoria. Non ci fa diversi tanto il Pazza Inter, che le squadre pazze sono inaffidabili e noiose, ma quella strana e inspiegabile spocchia che abbiamo e che avevamo anche quando non si vinceva da tanto, troppo tempo. Comprare l’Inter significa comprare anche questo magma di emozioni furibonde e rispettarlo come si rispetta un patrimonio vero e unico. Perché se lei ci mette il denaro, noi siamo quell’incalcolabile valore aggiunto senza il quale la squadra, il brand i progetti di internazionalizzazione non contano più nulla e valgono zero.

Quelli più informati sostengono che dietro la sua acquisizione e più genericamente a tutti gli investimenti cinesi nel calcio europeo ci sia un diktat molto chiaro e secco di Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese in cerca di un’inedita conferma al potere, di un prolungamento della sua sfera d’influenza da conquistare anche con strumenti non tradizionali (per la Cina). Uno di questi è la propaganda, arma fenomenale che si nutre di messaggi chiari, uno dei quali è sempre stato e sempre sarà la supremazia sportiva. Sempre quelli più informati sostengono che Xi Jinping abbia chiesto agli industriali più potenti e in vista di investire nel calcio europeo per costruire conoscenza e riportarla in patria, per costruire consenso in cambio di qualche solida facilitazione fiscale e della sua gratitudine. Di tutto ciò, anche se fosse vero, vorrei lei sapesse che ci interessa poco, pochissimo. L’altra squadra di Milano è stata usata nello stesso modo per un ventennio e i suoi tifosi son pasciuti e ancora soddisfatti. A una condizione, però.

Ci son tanti modi di investire il proprio denaro, l’equivoco sta solo nel risultato atteso e nelle modalità. Potrebbe anche essere che a lei di tutto ciò interessi pochissimo e che l’Inter sia una formalità assolta, in cui versare ogni tanto parte minima dei suoi enormi ricavi e da condurre come un piccolo fastidio lontano. Anzi, di cui delegare la guida a gente che conosce poco ma che in qualche modo le è stata raccomandata e segnalata da chi le ha ceduto la società.

Signor Zhang vorrei che questo non fosse un brusco risveglio ma le garantisco che siamo in  pessime mani.

Quello che sta succedendo in queste settimane, quello che succede da luglio è un piccolo incubo. Piccolo perché sportivo e irrilevante rispetto alle tragedie vere, ma pur sempre un incubo senza fine. Dirigenti inadeguati, spaventati, senza guida. Comunicazione allo sbando, il bullismo dei mezzi d’informazione accettato come fosse naturale e ora quest’ultima terrificante pirlata dei casting. Si dice così dalle nostre parti, pirlata e spero che esista una parola analoga nel suo vocabolario, si dice così quando si vuole definire qualcosa di stupido, puerile e inadeguato. Una scemenza ma un po’ peggio.

Ora Signor Zhang, né io né larghissima parte dei barattoli che stanno attaccati alla sua macchina, a quella che lei ha comprato per qualche centinaio di milioni di euro abbiamo le possibilità economiche per sollevarla dall’imbarazzo e nemmeno abbiamo la confidenza o il potere per interrompere questo scempio, ma lei sì. Avrà di certo considerato che un’azienda gestita così male rappresenta un danno economico enorme, bene ci metta pure quello morale e faccia la somma. Intervenga, usi il pugno di ferro che le ha permesso di trasformare Suning nel colosso che è, usi scaltrezza e applichi la sua imprenditorialità. Faccia qualcosa, faccia qualcosa di interista (per citare un film che di certo non avrà visto ma che in qualche modo rappresenta bene il nostro disagio).

Perché possiamo essere antipatici, ganassa, sbruffoni, nervosi, inquieti, possiamo sopportare le sconfitte ma lo squallore no.

Signor Zhang, questi sono forse i giorni peggiori e più angoscianti della nostra vita da interisti e se nessuno finora gliel’ha detto, eccoci. Faccia qualcosa o cerchi qualcuno, perché non necessariamente un matrimonio deve durare per sempre e le macchine si rivendono. Permettere alla stampa e ai giocatori di esonerare un allenatore (de Boer), non avere alcuna alternativa e far trapelare la notizia dei casting, permettere che un proprio stipendiato venga brutalizzato e minacciato (Icardi), permettere che quello stesso dipendente pubblichi un’autobiografia delirante, non accorgersi che chi dovrebbe guidare la società e occuparsi di tutto ciò latita sono segnali gravi. Non è importante come molti sostengono che lei o chi per lei sia qui, ma è fondamentale che le persone a cui lei delega la gestione e che vengono profumatamente pagate per farlo siano capaci e affidabili.

Siamo in pessime mani Signor Zhang, pessime mani.

I miei più cordiali saluti,

Un Barattolo Perplesso

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Il Signor Bonaventura (storia del grande assente Bolingbroke e del suo ricchissimo ingaggio)

1.964.986,66, ai quali vanno aggiunti bonus e accessori. Proviamo a scriverlo in lettere: un milione novecentosesantaquattromila e novecentottantasei euro più qualche decimale. A tanto ammonta la retribuzione lorda annuale dell’amministratore delegato dell’Inter. Fissa e annuale.

Come si compone? Euro 1.413.524,68 per il periodo dal 1 luglio 2016 al 30 giugno 2017
euro 55.461,98 per il periodo dal 1 luglio fino alla data di approvazione del bilancio chiuso al 30 giugno 2017.

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Oltre a questi, nel contratto sono brevisti anche alcuni bonus:

l’1% dell’aumento dell’EBITDA della società rispetto all’esercizio precedente (se tale aumento viene riscontrato, ovviamente);
euro 506.520,00 in caso di qualificazione dell’Inter alla prossima Champions League;
euro 189.945,00 in caso di qualificazione dell’Inter alla prossima Europa League (fonte FCInter1908).

Michael Bolingbroke è uno che sorride spesso, quasi sempre. Ci mancherebbe pure non sorridesse, viene da pensare a leggere la mostruosità di stipendio che percepisce, a livello di quello dei migliori nel suo ruolo. Bolingbroke se la gioca con Marotta, giusto per fare un esempio. Solo che Marotta è appunto uno dei migliori nel suo ruolo, competente, preparatissimo e duro. Bolingbroke?

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Lui ride. Avete presente la vicenda Icardi? Le continue aggressioni mediatiche a Frank de Boer? La gestione dissennata della comunicazione dell’Inter? L’andamento isterico dei mercati nerazzurri? L’immagine delirante di una società piena di coda ma senza capo?

Ecco, Michael Bolingbroke dovrebbe essere da almeno due anni quel capo, la persona che nei momenti di difficoltà si assume le responsabilità di quel ruolo e che uno stipendio folle come il suo dovrebbero comportare. Non solo nei confronti dei soci, perché il calcio non è questo, ma anche e soprattutto il termini di accountability pubblica, di credibilità nei confronti dei tifosi e di quell’enorme patrimonio emotivo e sportivo che una squadra, che una società come l’Inter rappresenta. Tracce di Bolingbroke? Poche, lui ride.

 

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E così solo oggi, solo dopo un mese di veleni su de Boer che pareva ormai irrimediabilmente abbandonato al suo destino, solo oggi Bolingbroke interviene e dice che la società è salda e crede nel suo allenatore. Bene, grazie, applausi. Ma chi è Michael Bolingbroke? Londinese, un Master in Business Administration alla London Business School e poi una carriera spesa tra i pupazzi dei Muppet e il Cirque du Soleil. Un passaggio al Manchester United come direttore organizzativo, disastroso a sentire gli insider e comunque molto poco proficuo, poi la chiamata all’Inter.

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Cosa fa Michael Bolingbroke? Ride nelle foto. Almeno sappiamo che nonostante la situazione grottesca, lui è di buon umore. Con un conto in banca del genere, forse ha ragione lui.

 

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