Mercato

Il meglio deve ancora venire

60 Milioni per due ragazzini di 16 anni. Ma quando compriamo qualche giocatore vero?”

“Non esiste solo la primavera, c’è anche la prima squadra!”

Il Milan ha comprato 753 giocatori, noi solo il secondo portiere

“”Sti cinesi sono tutto fumo e niente arrosto

Devo ammettere che ultimamente il mio sport pomeridiano preferito è diventato la lettura dei commenti su Facebook e dei tweet che riguardano il mercato dell’Inter, fatti dagli stessi interisti o presunti tali. Gli sfottò dei tifosi delle altre squadre ci stanno, soprattutto dei cugini rossoneri, in preda a un misto tra euforia e incredulità dopo la mastodontica campagna acquisti di una società che negli ultimi anni era abituata ai parametri zero, oltre ai blitz del “Condor Galliani per strappare in extremis qualche prestito a fine mercato (ma Galliani non è che potesse fare chissà cosa, con un Berlusconi che ormai era sempre più disinteressato alla squadra).

Gli interisti che al 7 di luglio già tirano le somme come se fosse il 31 di Agosto o che fanno previsioni apocalittiche sull’ennesima annata buttata via però non li capisco. La nostra propensione al tafazzismo è ormai nota, alimentata anche da 6 anni di vacche magre, ma ora che alle spalle c’è una società forte con un progetto importante per riportare l’Inter tra i top club mondiali pure dobbiamo prenderci a mazzate nelle parti basse?

Progetto appunto, una parola a cui forse non eravamo più abituati. Una parte importante riguarda proprio i giovani, non solo quelli che crescono nel settore giovanile, ma anche i migliori talenti giovani che giocano in Italia e in Europa. Prendere Pellegri, Salcedo, Zaniolo, Odgaard (il bel ragazzo dal ciuffo biondo della foto), trattare Bastoni con l’Atalanta, Coulibaly col Pescara e Varnier col Cittadella va oltre il mero aspetto sportivo. Alcuni rimarranno ancora nelle squadre in cui giocano ora prima di trasferirsi a Milano, altri invece si aggregheranno già alla Primavera e forse alla prima squadra, ma non è solo questo che conta. A livello simbolico è chiaro il guanto di sfida lanciato alla Juve sul terreno in cui i bianconeri sono stati monopolisti negli ultimi anni, quello del mercato dei talenti in erba. Ed è solo l’inizio.

pellegri juve

Alla fine poi sappiamo come è andata a finire…

 

Il ritiro è iniziato ieri mattina e Spalletti, come ammesso anche oggi, ha avuto modo di valutare i calciatori della rosa praticamente solo dai filmati. Vedere un giocatore allenarsi di persona, confrontarsi faccia a faccia con lui è tutta un’altra cosa, e al tecnico toscano i giorni a Riscone serviranno per mettere meglio a fuoco la situazione.

L’uomo di Certaldo sa bene che le potenzialità della rosa sono buone, nonostante le montagne russe delle ultime due stagioni, e cercherà di capire quali sono gli elementi su cui poter contare o da rilanciare, quali quelli che non possono far parte dell’Inter che quest’anno punta alla Champions e i ruoli in cui c’è bisogno di rinforzarsi.

Solo allora le trattative imbastite da Sabatini e Ausilio (che oltre ad aver preso i giovani di cui si parlava qualche riga fa hanno lavorato in modo costante, portando avanti discorsi paralleli con diverse società) inizieranno a concretizzarsi. D’altronde è stato detto, non dobbiamo sbagliare gli acquisti, quest’anno non possiamo proprio permettercelo.

I botti di inizio estate li lasciamo agli altri, noi intanto iniziamo dai giovani e da giocatori come Skriniar e Borja Valero che hanno tutto per far bene all’Inter e diamo tempo alla società di lavorare in pace, senza ansia da calciomercato. Siamo solo al 7 Luglio, come canta il nostro fratello nerazzurro Ligabue il meglio deve ancora venire.

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L’inadeguatezza sai, è come il vento (5 orrori di Sparta Praga – Inter di cui parlare una volta per tutte)

In serate come questa le pagelle servono a poco, è infinitesimale la distanza tra chi ha giocato malissimo e chi male. Dovessimo salvarne uno, solo Mauro Icardi ha tenuto il campo per 20 minuti da calciatore del suo livello, toccando due palloni di prima che avrebbero potuto (in condizioni normali e se i suoi compagni di squadra non fossero stati ormai in piena crisi psicotica), riaprire la partita. Niente pagelle quindi, solo qualche riflessione su un 90 minuti troppo brutti per essere veri ma anche troppo veri e simili alla sconfitta casalinga con l’Hapoel per essere un caso.

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  1. L’Inter ha una rosa corta, cortissima. Sciocco cadere nell’equivoco del numero e degli ingaggi, questa squadra ha 11 titolari e 3 sostituti decenti, il resto è una preoccupante accozzaglia di limiti tecnici e carte d’identità ingiallite. Prenderne atto è un dovere morale, poi si capirà chi ha farcito la squadra di questi spaventati e spaventosi ex giocatori ma prima bisogna intervenire reparto per reparto. Meglio le ingenuità di Senna che la serie infinita di porcherie ed errori di piazzamento di D’Ambrosio e Ranocchia o il funebre arrancare di Melo.
  2. Ranocchia ha un problema, Ranocchia è un problema. Grave aver fatto passare la balbettante prova contro il Bologna per una buona partita. I primi 10 minuti contro Destro, Verdi e Krejici sono stati un incubo, l’ex capitano se l’è cavata sui palloni alti e con qualche chiusura coreografica, ma nel complesso nemmeno domenica ha saputo dare sicurezza ai compagni. Stasera è stato grottesco e tenero al tempo stesso. Grottesco perché non ne ha mai strusciata una, si è fatto prevaricare da dei bulli 18enni che son passati ovunque, tenero perché ormai lui stesso ha la percezione esatta della catastrofe e gioca come un condannato a morte. Pare abbia un buon motivatore, sappia il buon motivatore che ha tutta la nostra solidarietà. Era in campo contro il Chievo, con l’Hapoel, con il Bologna e stasera: 1 punto in 4 partite giocate dall’inizio. Non può essere un caso.
  3. Senza Miranda siamo smarriti. Il che significa che Murillo è un giocatore enormemente sopravvalutato e che forse sarebbe il caso di arretrare Gary Medel sulla linea dei difensori, provando a ignorare statura e gap fisico e puntando piuttosto su leadership e attitudine al ruolo. Murillo e Ranocchia sono comunque improponibili insieme, un concentrato di vigore fisico speso a caso ed errori tecnici e tattici spaventosi. Il problema è che Miranda ha 32 anni e non si è mai risparmiato, quindi Medel o non Medel si torna al punto 1: la rosa è corta.
  4. Banega è lentissimo, ma soprattutto senza JM è smarrito, perde posizione ed efficacia e diventa confusionario e problematico. Troppi palloni persi e messi in galera, ripartenze concesse allo Sparta e tempi di gioco smarriti per puro individualismo o indolenza. Stasera ha messo in enorme difficoltà Gnoukouri ed ha ulteriormente amplificato la colossale inadeguatezza di Felipe Melo, che in serate come questa è un paracarro sgradevole, falloso e ingombrante. Un centrocampo del genere è un regalo per avversari dinamici, che lo hanno tagliato a fette dall’inizio alle fine.
  5. L’involuzione di Eder, la sua trasformazione in arcigno terzino d’attacco è quasi completa. Non vede la porta e quando la vede (gliela spalanca Icardi), s’incarta e sbaglia cose impensabili. Corre, sbuffa, contrasta e recupera, cuce decine di metri di campo ma con la palla tra i piedi e in fase di costruzione sta diventando imbarazzante. Arrivato con le credenziali di seconda punta capace di occupare anche il centro dell’area, si candida ormai a un posto nella rotazione dei tanti e mediocri terzini nerazzurri.

ps Il secondo gol è una delle più incredibili e gravi catene di errori e supponenza mai viste nella mia storia di interista. si può sbagliare ma non si può sbagliare a quel modo, come ci si fa fregare all’oratorio. Il professionismo comporta un livello di attenzione e concentrazione sulle fasi di gioco che non solo è mancato, ma anche in modo eclatante, grave e inammissibile per gente che gioca una competizione europea. Il primo gol è invece umiliante per l’errore tecnico di Ranocchia prima e di Melo poi, più imbarazzante e triste il secondo, figlio di una memoria del proprio fisico che evidentemente è del tutto inattuale. Possono sembrare giudizi severi e lo sono, sono comunque riferiti alla prestazione in campo e al momento della squadra e non certo alla qualità umana delle persone, che supponiamo ottima (al limite sbagliando per eccesso di fiducia nel prossimo). Di Frank de Boer c’è poco da dire ma qualcosa s’è notato: ci sono giocatori che rifiutano il contagio positivo della sua etica del lavoro. Una volta si studia il fenomeno, la seconda lo si verifica ma sarebbe opportuno non arrivare al terzo episodio di questo scempio. Siamo l’Inter, non la cosa patetica vista in campo per 60 minuti stasera. Poi è vero che nonostante tutto il 4-2-4 stava per funzionare di nuovo, ma se hai Ranocchia nel motore del domani non v’è certezza ma dell’oggi sì: si perde.

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Suerte amigo Ansaldi, suerte

Di Tommaso De Mojana

Non faccio il giornalista, per questo, credo, le prime righe sono sempre le più critiche.
Più probabilmente sono semplicemente scarso a mettere in prosa i millequattrocentotrentasei pensieri che dedico ogni giorno ai nostri colori. Che poi quando ci penso mi sembra tutto filare perfettamente eh.
Comunque, superato con un geniale escamotage il temutissimo incipit tutto dovrebbe essere più facile: veniamo al dunque, quindi.
Uno dei miei romanzi preferiti inizia così: “C’era una volta… Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. “
Ecco quindi: “C’era una volta… Icardi, diranno subito i miei pochi lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta Cristian Ansaldi.”
Un Argentino di Rosario trasferitosi ad appena 22 anni a Kazan, sponda Rubin. In gennaio.
Non so se ci siano altre sponde a Kazan in realtà, e nemmeno come si dica né se si dica, in russo, “Kazan è bella ma non ci vivrei”, ma sta di fatto che El Colo (tipo pel di carota, in Argentina) in Russia ci ha passato 7 anni, meritandosi di tanto in tanto persino qualche chiamata in Albiceleste.
Non ce ne ricordiamo, ma lo abbiamo anche incrociato più di una volta: la prima nell’unica partita della cavalcata 2009/10 che non si è mai inculato nessuno (si giocò di pomeriggio, finì 1-1, e a noi, che avevamo Maicon ad arare la fascia, di guardare quel terzino imbacuccato con la fascetta da Alberto Tomba non ce poteva fregar di meno), un’altra in un’Europa League, ultima ed inutile giornata di un girone già superato, in cui Strama mandò a giocare un gruppetto di ragazzini guidati da Ranocchia e Gargano.
Finì male, non solo la partita.

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El Colo invece finì in Spagna, all’Atletico; peccato che a Madrid vide più l’infermeria che il Vicente Calderòn. È qui che il destino di Ansaldi inizia ad intrecciarsi col nostro: carriera promettente, un anno da rotto all’Atletico, poi Genoa per il riscatto. Prima di lui un certo Thiago Motta, quello che gli stessi che avevano già esonerato 14 volte FdB dicevano fosse troppo lento, aveva fatto lo stesso percorso. Per poi colorarsi di nero e blu, certo.

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Diciamo che il precedente fa ben sperare.
Diciamo che adesso che nell’ultima settimana siamo diventati il Barcellona dal Feralpi Salò che eravamo, adesso che FdB è un genio e non più un pirla (vergognatevi), che Maurito è il Capitano e non un bimbominkia da portare in spalle a Napoli, Joao Mario il nuovo Xavi e non “45 milioni sono una follia” eccetera, ecco, adesso noi abbiamo sempre e comunque quel problemino lì.
Mi sto facendo prendere dall’ansia, quindi passo alla prima persona:
Cristian da Kazan, vedi, in vita abbiamo visto le nostre corsie esterne passare in un amen da Brehme a Tramezzani, da Roberto Carlos a Pistone, da Maicon a Jonathan.
Non abbiamo mai mollato, perché siamo fatti così.
Ci abbiamo provato con Brechet e Telles, con Domoraud e Santon. Qualcuno, fra noi, è andato pure a prendere Pereira all’aeroporto, giusto perché era costato una cifra. Dovresti aver incrociato Erkin, che per come è stato trattato pensavamo avesse trombato le figlie a Frank, ma dopo averlo visto in faccia abbiamo capito che era semplicemente una pippa. Ci sarebbe pure Gresko, e altri tredici che mi sto dimenticando, o che non voglio ricordare.
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Ma soprattutto ci sono loro due, i nostri incubi ricorrenti: io mi sono promesso di non nominarli nemmeno, vediamo se ci riesco, tanto sai chi sono.
Sai, Cristian, ci hanno raccontato che giochi su entrambe le fasce e quindi per noi come per magia puoi farli sparire entrambi contemporaneamente. Davvero sai farlo?
Ci hanno detto che in emergenza puoi giocare anche al centro, se mancassero Miranda e Murillo. Sapresti far sparire anche l’altro, in caso? Sì?
L’anno scorso ti avevo contro al Fantacalcio quando in una sola partita hai fatto tre assist. Ne faresti tre anche solo in tutta la stagione?
Ecco forse è questo che noi desideriamo profondamente da te: un po’ di sana normalità, qualche passaggio giusto alternato a qualche errore che sicuramente capiterà anche a te di fare, una sovrapposizione, un paio di cross giusti a partita per il Capitano, un paio di diagonali quando serve. Non vorremmo vederti in ogni replay dei gol che sicuramente ancora subiremo mentre chiudi in ritardo. Magari a volte sì, ma non in tutti. Alcuni, pochi, ok?
Cristian, per scrivere questo pezzo mi sono fatto un po’ i cazzi tuoi: ho visto che hai una bellissima famiglia, che sembri amare molto, che suoni la chitarra piuttosto male e canti piuttosto bene, che sei molto devoto.
Anche noi, Cristian, abbiamo un sacco di pensieri verso il cielo quando vediamo giocare i nostri terzini. Anche noi vogliamo diventare devoti. A te.
Noi ti vogliamo bene Cristian, anche se ancora non ci conosciamo bene, o forse per nulla.
Volevamo solo dirtelo.
Suerte, amigo.

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Esclusivo: Pino Robiola, la fine del mercato e Gino Paoli

E cosi, come si dice dalle parti mie, stutarono ì luci pure a ‘sto mercato. Stavolta ho piazzato due Primavera in Puglia e un giovane algerino all’Acireale che m’e piaciuto come correva con il secchio da lavavetri davanti ai vigili sulla tangenziale. Buon terzino, una specie di D’Ambrosio ma più tecnico. L’ultima serata l’ho passata al Bar Jolly di Cusano Milanino a sorseggiare un drinc col mio amico Jerry Lipari. Jerry, oltre ad essere un grande pianista di piano bar, è tifosissimo nerazzurro. Si definisce pessimista cosmico, nel senso – dice – che se continuiamo cosi alla fine in panchina ci pigliamo a Serse Cosmi.
Quando vede la partita, il suo unico commento è “ma dove vogliamo andare…”, pronunciato con quella voce impastata di Muratti che tanto piace alle mignotte che ci procura a me e a tutti gli amici miei del giro. Anni fa, Jerry, soprannominato Papillion per come paga le tasse, decise di entrare da un commercialista. Glielo aveva consigliato un cantante amico suo, Gino Paoli. Lì, nell’anticamera del commercialista, che doveva aspettare la fine della perquisizione della finanza prima di riceverli, scrissero una canzone che poi Jerry dice che Gino Paoli gli ha fottuto. Si chiama Senza fine, e a Jerry è tornata in mente ieri sera alla fine del mercato dell’Inter.

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Dice che la musica resta la stessa, cambia il testo e ora si chiama Senza Leader. Io ho provato a cantarla e mi sa che ci ha proprio ragione. Provate pure voi e poi mi dite.
Amala (e cantala che a Jerry ci fa piacere)
Il vostro Pino Robiola, procuratore

Senza leader
si trascinano a San Siro
senza uno che sa crossare
ragionare
e almeno riscoprire
cio che serve a segnare

Senza leader
sei una squadra ormai, senza leader
non hai Samuel né Cambiasso
tutto è a casso
squadra stanca e senza leader

Troppo presto per Banega
troppo scarso Nagatomo
io ne ho viste delle belle
con Vampeta tra le palle
turchi, slavi, finlandesi
prima di trovar la quadra

Senza leader
pure Maicon vuol ritornare
piu per correre per comandare
tanto gli altri son scolaretti
si spaventano del pallone
spero già tanto in Simeone…
lalala la lalala

Non m’importa di Joao Mario
non mi importa di Candreva
tu per me sei senza guida
tu non hai un capitano
uno vero che comanda
mica quello della Wanda
senza leader
lala la la la

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Mercato

Fine dello strazio (il calciomercato, se lo conosci lo eviti)

di Camillo De Carli

Grazie a Dio è finito. Lui, il calciomercato, quel maledetto sottoprodotto che poco alla volta, anno dopo anno, giorno dopo giorno, ora dopo ora, ha ucciso il padre, il calcio, per diventare il centro dell’attenzione e degli interessi dell’industria pallonara (O mammamia, ho scritto proprio industria. D’altronde che altra parola usare?). Fino a qualche anno fa un nome letto sui giornali poteva cambiare l’umore come un gol al novantesimo nel derby. Magari poi non arrivavano tutti, si chiamavano obiettivi di mercato, lo sapevamo, ma almeno c’era un pochino di senso logico. Serviva un terzino e si cercava un terzino, eravamo deboli in attacco e si inseguiva un centravanti. Oggi invece in un mese di mercato a una società di medio livello vengono associati almeno cento calciatori, ottanta dei quali mai sentiti nominare da un normale appassionato che non passi le notti guardando il campionato greco, poi le amichevoli estive del Penarol e magari anche qualche allenamento di un paio di squadre africane. Figurati all’Inter, tutto moltiplicato per tre.

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E attenzione, nonostante quello che si possa credere, non penso che nelle redazioni dei giornali ci sia qualcuno che si inventa nomi e trattative, ma solo poveri cronisti, un po’ vittime e un po’ complici, che raccontano quello che si muove intorno a loro: perché aggiungere due gocce d’acqua al diluvio universale? A inventare ci pensano già gli agenti dei calciatori, è il loro lavoro, no?
È evidente che oggi il calciomercato è tutto. È lì che girano i soldi e quindi è lì che dimora il senso del calcio per chi si è comprato una società per guadagnare. Va bene così, lo sappiamo e lo accettiamo, non ci si oppone all’ineluttabile senza fare la figura dei fessi, ma l’importante è che il campo, il famoso campo, alla fine abbia il suo spazio, almeno un po’. Che l’allenatore possa lavorare per cercare di dare un senso a tutto quello che è successo finora, inventarsi un modo per fare giocare nello stessa zona gli otto strapagati acquisti fotocopia che si aggiungono ai tredici esterni che già erano in rosa. E quindi lasciatecelo dire, mercanti iraniani, procuratori italo olandesi, padroni cinesi: meno male che è finito. Durerà poco, da ottobre ci ritireremo in buon ordine: bisognerà preparare il mercato di gennaio, lo capiamo, e leggeremo di brasiliani e thailandesi, di calmucchi ed esquimesi, tutti campioni, tutti fenomeni. Il prossimo mese però è nostro, di chi si ricorda ancora di quando il calcio-giocato era più importante del calcio-mercato. Almeno settembre lasciatelo a noi.

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Editoriale

Il bicchiere mezzo pieno (analisi tattica di Inter – Palermo)

di Michele Tossani – @MicheleTossani

L’Inter pareggia 1-1 col Palermo nella prima casalinga del nuovo allenatore De Boer, al termine di una partita nella quale i Nerazzurri possono recriminare per le occasioni sprecate ma anche interrogarsi per i difetti ancora evidenti nel gioco e per le poche palle gol create rispetto al dominio territoriale ed al possesso di palla registrato (68%).
Dopo una settimana di critiche e con sette giorni in più a disposizione, il tecnico olandese abbandona il provvisorio 3-5-2 visto a Chievo e schiera i Nerazzurri con un 4-3-3 più vicino, sulla carta, alla sua idea di calcio. La difesa è composta, da destra a sinistra, da D’Ambrosio, Miranda, Murillo e Santon. A centrocampo, Banega è il play basso, con Medel e Kondogbia ai suoi lati. In avanti, Perisic e Eder, pronti a scambiarsi posizione, svariano sulle fasce a supporto di Icardi.

Il 4-3-3 dell'Inter
Il 4-3-3 iniziale dell’Inter

La partita si è messa subito su un binario tattico ben definito: l’Inter a fare il gioco, con il Palermo chiuso dietro una difesa a cinque ma pronto a ripartire in contropiede.
Dopo una prima mezz’ora favorevole al Palermo, con la squadra rosanero che si difende alta e chiude tutti i varchi ai tentativi nerazzurri di costruire qualcosa, la partita dell’Inter sale di tono: gli uomini di De Boer cominciano a macinare azioni, soprattutto sugli esterni, costringendo i siciliani di Ballardini a indietreggiare.
Il secondo tempo comincia nello steso modo del primo, con i rosanero chiusi nel loro 5-3-1-1. Stavolta però il Palermo riesce quasi subito a rubare palla, organizzare una ripartenza vincente e a portarsi in vantaggio.
A questo punto l’Inter, pur affannosamente, si getta in avanti, crescendo nella seconda parte della ripresa soprattutto grazie all’ingresso di Candreva. Allo stesso tempo il Palermo, perso Quaison per infortunio, non riesce più a orchestrare le ripartenze che tengono sul chi vive la retroguardia nerazzurra. Così l’Inter riesce ad aumentare la pressione offensiva e anche senza creare molto ottiene il pareggio grazie ad un gol di Icardi, dimenticato in area dalla difesa siciliana.

con palla in zona cross gli interni attaccano l'area
Con palla in zona cross gli interni attaccano l’area

COSA NON VA
Che partita è stata quella dei Nerazzurri? Un match di luci e ombre, anche se con un sostanziale progresso rispetto a quanto fatto vedere a Verona alla prima giornata. Come detto, l’Inter ha fatto per larghi tratti la partita ma la sua manovra è risultata spesso lenta. In particolare la squadra nerazzurra è riuscita a muovere bene il pallone fino alla tre quarti offensiva, mancando però poi in fase di rifinitura. È vero, come dice De Boer, che la partita poteva finire 4-1, ma l’Inter è stata pericolosa quasi soltanto su calcio piazzato.
Il problema principale è la lentezza con cui si sviluppa la manovra e la difficoltà nella transizione dover da un calcio fisico e diretto come quello di Mancini ad uno più ragionato, imperniato sul controllo della palla e degli spazi come quello proposto dal FdB
In questo senso si sono viste cose buone e altre meno buone. Di buono c’è stata la volontà da parte dei giocatori di disporsi correttamente in campo per creare i triangoli e i quadrati intorno al portatore di palla che sono tratto caratteristico del gioco olandese. Di contro, diversi protagonisti si sono trovati in grande difficoltà: i due interni di centrocampo, Medel e Kondogbia, hanno mostrato a tratti una grave sofferenza. Con i difensori centrali o Banega in possesso di palla sia il cileno che il francese tendevano spesso a venire incontro, schiacciandosi verso il loro regista basso, non garantendo quindi la superiorità posizionale e le conseguenti utili opzioni di passaggio al portatore.

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Quando gli interni si allungano bene oltre la linea di pressione del Palermo, sono spesso disposti con una cattiva postura, dando le spalle alla porta avversaria

Quando anche i due centrocampisti riuscivano a guadagnare campo e ad allungare la squadra, garantendo finalmente delle opzioni a Banega, lo facevano facendosi trovare in una scorretta postura corporale, cioè di spalle alla porta avversaria. Se questi difetti saranno correggibili, resta tutto da dimostrare visto che sia Kondogbia che Medel sono centrocampisti da sempre abituati a ricevere palla sui piedi e non hanno nel loro DNA la capacità di garantire quell’attacco alla profondità e quelle spaziature che invece si richiedono a due interni nel 4-3-3. A queste difficoltà si è aggiunta poi quella della posizione di Banega, le cui qualità sono innegabili ma la cui adattabilità al ruolo di vertice basso di un centrocampo a tre è, ancora una volta, tutta da dimostrare. Il centrocampista argentino ha mostrato buona qualità nella fase difensiva, recuperando 11 palloni, e attitudine al comando delle operazioni, dirigendo con autorevolezza i compagni. Tuttavia, è stato spesso in difficoltà sulla pressione avversaria, tanto è vero che il gol rosanero è venuto da un pallone sanguinosamente perso dall’ex Siviglia in azione di uscita.
Sempre in fase offensiva, il calcio che De Boer predica si fonda sulla ricerca delle fasce laterali e per questo il tecnico chiede ai suoi terzini di giocare molto alti. Contro il Palermo questo non sempre è avvenuto. In particolare è mancato Santon che specie nel secondo tempo (anche a causa di una condizione fisica precaria), ha avuto problemi nell’assecondare le richieste del suo allenatore. Dal canto loro, gli esterni offensivi hanno palesato difficoltà nell’uno contro uno, non guadagnando quasi mai la superiorità numerica. Preoccupa in questo senso la prestazione di Eder che dovrebbe invece avere nel duello diretto e nella capacità di creare superiorità numerica con il dribbling una delle sue caratteristiche migliori.

LE NOTE POSITIVE
La nota positiva della fase offensiva dell’Inter è venuta dal fatto che, in situazione di palla esterna, i centrocampisti dell’Inter sono stati diligenti nell’accompagnare l’azione d’attacco con Medel, Kondogbia e l’esterno offensivo di fascia opposta abili a buttarsi in area di rigore, non lasciando così Icardi isolato negli ultimi 16 metri.
In fase di non possesso è stato importante il lavoro dei due centrali difensivi, sia nelle marcature preventive sia negli scivolamenti laterali per andare a coprire lo spazio lasciato libero dall’avanzata dei terzini. Al termine della partita, sia Miranda che Murillo avevano recuperato ben 7 palloni a testa, con il colombiano autore di 3 tackle vincenti e il brasiliano di 2. Con una coppia centrale formata da questi due giocatori, De Boer potrà anche rischiare, almeno in alcune partite, di giocare a schema puro, cioè di attaccare accettando l’uno contro uno in fase difensiva sull’eventuale contropiede avversario.
La manovra generale della squadra è poi migliorata con l’ingresso di Candreva. L’ex laziale ha infatti subito mostrato le sue capacità nel saltare il diretto avversario e nel mettere palloni precisi al centro dell’area.

LE PROSPETTIVE FUTURE
L’Inter osservata contro il Palermo ha compiuto un netto passo in avanti rispetto a quanto messo in mostra contro il Chievo all’esordio in campionato. Fin dall’inizio i Nerazzurri hanno dato l’idea di voler mettere in pratica quanto chiede De Boer, cioè un tipo di calcio offensivo nel quale il possesso palla sia funzionale alla ricerca del gol. Miranda, Murillo e Banega hanno tutti mostrato le proprie qualità nel palleggio, con una percentuale di passaggi riusciti rispettivamente del 92, 90 e 89%, facendo così intendere quale possa essere il loro contributo nella costruzione dal basso, altra caratteristica richiesta da quel tipo di calcio propositivo che piace a De Boer.
Le statistiche di @11tegen ci mostrano proprio come il passing game dell’Inter sia migliorato rispetto alla partita precedente.

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Certamente si sono notate delle lacune, sia strutturali che tattiche. Che ci sia da lavorare è indubbio, come è innegabile che si debba lasciare a De Boer il tempo di plasmare la squadra secondo i proprio concetti di gioco. Il lavoro maggiore, come detto, dovrà essere fatto sul centrocampo, dove si potrà continuare l’esperimento di un Banega alla Pirlo oppure provare a schierare l’argentino qualche metro più avanti, da interno. Medel e Kondogbia dovranno migliorare per riuscire a giocare ai lati di Banega ma non sarebbe da scartare l’ipotesi di sostituire uno dei due con il più adatto Brozovic (mercato permettendo). Rimane il problema delle fasce laterali. Gli esterni difensivi a disposizione di De Boer non sembrano al momento in grado di garantire quella qualità in fase offensiva che il tecnico olandese richiede. In avanti, soprattutto contro squadre chiuse come il Palermo, sembra inoltre imprescindibile la qualità di Candreva.

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Papà, papà, all’aeroporto c’è uno vestito da pirla (Gabigol, la bocca del caval donato e l’elogio dell’impeccabile stile di Joao Mario)

di Tommaso de Mojana

Prima che la notizia dell’infortunio di Nagatomo funestasse la vigilia dell’esordio casalingo contro il Palermo è inutile nascondere che i pensieri fossero ancora rivolti all’incredibile giornata di venerdì.
Uno a Malpensa e l’altro una manciata di minuti dopo a Linate, coordinati che manco quando Kondogbia la apre in fascia per D’Ambrosio, sono sbarcati i due soggetti (non troppo misteriosi a giudicare dalla calorosa accoglienza a loro riservata), destinati a rinforzare la squadra.
Due da oltre 70 milioni complessivi, a zittire chi aveva osato rovinarci il risveglio scrivendo che si rischiava di non poter iscrivere Candreva alla lista UEFA.

Mica noccioline, anzi peanuts come ormai fa figo dire .

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Però è tipo come quando hai l’iPhone 35 e per il compleanno ti regalano il nuovo Galaxy.
Wow, bello, grazie mille. Davvero fighissimo, non dovevi.
Cioè, con tutto quello che l’hai pagato, dimmi che non ti stai accorgendo che non me ne fotte nulla del tuo Galaxy, perché non dovevi significa davvero non dovevi.
C’ho l’iPhone.
Non ti sei accorto che ai matrimoni uso le scarpe comprate per il 18esimo di mia cugina? Non hai colto nulla quando ti ho detto che la tv in casa forse è troppo piccola, o che mi piacerebbe rimettermi a suonare ma non ho più una chitarra? Non ti sembro stanco ultimamente, che magari un bel weekend al mare…?
No?
Grazie eh. Non dovevi.
Ecco, signori Zhang e Thohir, Ausilio e Zanetti, Wandanara e Wandamarchi, insomma chiunque faccia il nostro mercato, io vi sono grato, e lo dico sul serio.
Però mi lasciate proprio quel senso lì, quello del Galaxy.

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Che poi magari è davvero un po’ meglio del mio, però il mio problema erano le scarpe, o la tv.
Quindi, o non abbiamo capito niente e il suffisso –gol significa in realtà che Gabriel Barbosa Almeida (io ti chiamo così per ora, al limite Gabriel) è bravo ad evitarli, oppure dallo schemino con la formazione che guardiamo tutta l’estate sui giornali neanche domani spariranno Medel e Nagatomo (che a dire il vero si è fatto fuori da solo).
Sempre posto che il (ri)entro di Ansaldi sia rapido e indolore e che Murillo sia quello dei primi tre e non degli ultimi sei mesi della scorsa stagione, che altrimenti ci sono pure gli altri due…
Torniamo al Galaxy e al pomeriggio di ieri: voto alto, anzi altissimo per Joao Mario.
Atterrato all’aeroporto giusto, si è presentato emozionato e timido, ma comunque a testa alta e petto in fuori, indossando una comune polo bianca sulla quale reggeva un normale zainetto nero da sportivo nel quale giureremmo fossero contenute unicamente le scarpette da allenamento.
In Portogallo giurano sia un numero 10 alla Rui Costa, ma che sappia fare anche l’esterno alto (c’è però sempre il discorso dell’iPhone), o l’interno in un centrocampo a 3 (ecco meglio, anche se a Brozovic noi si vuole bene).
Vedremo.Arrivo_Joao_Mario_896-kZdH--896x504@Gazzetta-Web

 

In attesa che domani mattina anche il Papa dica la sua su che modulo debba adottare, FdB è qui soprattutto per trovare il posto a quelli bravi e Joâo, uno con le iniziali al posto giusto per un portoghese che si veste di nerazzurro, bravo lo è eccome.
Bassino, per non dire bassissimo, invece il voto per Gabriel.
Vent’anni da festeggiare fra pochi giorni, il giovane brasiliano è sbarcato esibendo un look a metà fra Puff Daddy e Clemente Russo, mostrando fiero un numero di tatuaggi certo superiore a quello dei gol segnati in carriera.
Come tutto il resto, anche il cappellino è nero, con stampato sopra un inquietante “Fashion Soccer” (ecco, no), mentre lo zainetto di pelle beige, con incastonati i diamanti che ha voluto come anticipo per prendere il volo, immaginiamo contenga le enormi cuffie dalle quali ogni rapper che si rispetti difficilmente si separa.

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Quando, dove e se giocherà non è ancora dato saperlo, ma tant’è: trenta cucuzze e un puttanaio di gente assiepata a Malpensa ad attenderlo parlano per lui in attesa del verdetto del campo, con buona pace di chi ieri è andato a Orio al Serio attendendo invano lo sbarco di un qualsiasi difensore, vestito come voleva e con qualsiasi tipo di zainetto sulle spalle.

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