Perché il Tardini è il Tardini

Che la giornata non sarebbe stata normale l’avevo capito fin dal pomeriggio, quando in treno ero a pochi sedili da Pardo: lui avrebbe commentato, io lo avrei ascoltato, e che questa partita sarebbe stata un treno da non perdere si rendeva palese chilometro dopo chilometro. Poi arriva la finale del Festival di Sanremo, ma anche Parma-Inter, quindi si accende Rai Uno e ci si gioca l’ennesima carta di credito con DAZN. E si comincia.

Ho visto la traversa di Gervinho. E ho visto Renato Pozzetto cantare laddove una vecchia ballava. Mi è sembrato di vedere Loredana Bertè baciare Big Jim e Nainggolan giocare una partita generosa. Ho visto le poltroncine del Festival muoversi da sole e Perisic correre sulla fascia come non succedeva da tempo. Ho visto sul palco gente che ha già vinto tutto e in campo uno che ha segnato con la nostra maglia la sera dell’Intercontinentale. Poi ad un certo punto ho visto uno a braccia aperte: sembrava Modugno, e invece era Lautaro.

Succedono serate così, nelle quali lo streaming ti confonde e, laddove pensi che vedrai il peggio del tuo sabato sera, ti capita invece di vedere tutto sommato il meglio. Sanremo è Sanremo, ma il Tardini è il Tardini. E stasera era un esame di quelli che contano.

Alla fine l’abbiamo vinta, questa è la cosa che conta, ma si sa che la miglior carriera non l’ha fatta mai chi a Sanremo ha vinto. Stasera, quindi, vincere contava, ma al tempo stesso guardavamo oltre. Quello che contava stasera è quell’insieme di tanti piccoli dettagli improvvisamente arrivati a materializzarsi tutti assieme: un bel possesso palla, qualche azione veloce in verticale, molti contrasti vinti (su questo dettaglio-non-dettaglio sono maturate le peggiori difficoltà di queste ultime giornata). Stasera Nainggolan non era quello di Bologna, Perisic non era quello degli ultimi mesi e bastano queste due piccole sfumature a far cambiare marcia a tutto il collettivo. Se poi in tutto ciò c’è molta improvvisazione esaltata dall’acuto di Martinez, allora ecco che la luce si accende improvvisa e tutto si fa più chiaro: si sfiora il due, si chiude ogni buco e portiamo a casa tre punti di quelli che contano. Musica per le nostre orecchie dopo tante, troppe, stonature.

Chi ha l’abbonamento a DAZN potrà far ripartire il file e scorrere fino al minuto 78, perché è il più significativo di tutti: Perisic vince un contrasto, Nainggolan cavalca il campo, Icardi apre uno spazio perfetto con un taglio geniale, Lautaro la infila. Ovazione e premio della giuria. Finalmente.

Ne esce così una partita dove, dopo il solito brivido iniziale, il pallino del gioco è tenuto in sicurezza pur arrivando in area con la vista annebbiata. Da parte di Icardi tanta voglia e tanta imprecisione, da parte di Vecino tanta quantità e tanti errorini, da parte di tutti un fraseggio più veloce ma l’assenza di quell’ultimo passaggio fondamentale.

La VAR ci dice di no, ma in serate così diventa un dettaglio: nella partita in cui si poteva maliziosamente pensare che qualcuno potesse giocare contro l’allenatore, se ne esce con un bel abbraccio corale di una squadra che si è ritrovata nel momento più difficile. La canzone non era il massimo, ma di una cosa stiamo certi: ha diretto l’orchestra Luciano da Certaldo e tutti lo hanno seguito.

Tutto risolto? No, giammai. La vista è rimasta offuscata a lungo, la determinazione ha solo consentito di spostare la polvere sotto il tappeto, ma alla richiesta di ritmo di Spalletti hanno risposto sia Ghemon, sia Nek, sia Brozovic. E poi tutti e tre si andrà a far festa, ognuno nel locale che preferisce.

Si chiuda il televoto, perché per ora non dobbiamo ancora scegliere tra Conte, Mourinho o mille traghettatori. Ora c’è invece da remare, perché davanti inciampano anche e dietro corrono forte. Ma questa Inter è come sempre domatrice unica del proprio destino ed a breve ci sarà anche un nuovo palcoscenico a suonare l’Eurovisione per noi.

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