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Contro il Contropiede (in bocca a lupo Frank!)

di Michele Tossani

E così Frank de Boer torna in pista: sarà l’ottavo manager in sette stagioni a Selhurst Park, dove sostituisce Sam Allardyce, dimessosi al termine di questa stagione dopo aver guidato le Eagles alla salvezza. Dopo aver toccata il suo apice recente sul finire della stagione 2015/16 (quando la squadra si era trovata in vantaggio sul Manchester United nella finale di FA Cup), il Palace ha ottenuto appena quattro punti sui possibili 30 all’inizio della stagione 2016/17 Season, con il conseguente licenziamento di Pardew poco prima di natale. Allardyce compì il miracolo sportive di centrare una salvezza a quel punto insperata, ottenuta alla penultima giornata. Dopodiché, come detto, Big Sam ha rassegnato le dimissioni. La scelta di De Boer è interessante per almeno due motivi. Il primo perché, con l’ex Ajax, il Palace fa una scelta in controtendenza rispetto alla sua storia che ha visto il club come una casa per allenatori britannici, tanto è vero che (se si eccettua il breve interregno di Curtis Fleming nel 2012) l’unico allenatore non proveniente da quelle latitudini è stato Attilio Lombardo, allenatore per 7 partite nel 1998.

Il secondo motivo è dato invece dal fatto che il 47enne vincitore di quattro Eredivisie sulla panchina dell’Ajax ha intenzione di provare a portare il calcio totale olandese a Selhurst Park. Proprio questa idea di calcio è quella che ha convinto il presidente del club, Steve Parish, e gli azionisti di maggioranza, gli americani David Blitzer e Josh Harris, a preferire FdB ad altri candidati, come ad esempio al manager del Burnely, Sean Dyche. Il lavoro di De Boer dovrà concentrarsi anche sull’Academy del Palace nella quale l’ex aiacide cercherà di replicare i successi ottenuti ad Amsterdam, dove ha contribuito a forgiare parte dell’ultima nidiata di talenti de Lancieri, a partire dai vari Christian Eriksen, Daley Blind e Toby Alderweireld.

Influenzato dal pensiero tattico di Louis van Gaal e di Johan Cruyff, chiamato proprio dal grande numero 14 a riportare in vita all’Amsterdam Arena quei principi di gioco che si erano un po’ smarriti nelle stagioni precedenti, De Boer è rimasto fedele a quegli storici dettami tattici durante tutta la sua giovane parabola da allenatore. Così, partendo da un 4-3-3 che poggiava molto sulle ali, FdB ha cercato di organizzate le squadre in modo da essere ordinate tatticamente abili a portare un pressing ultra-offensivo che favorisse veloci transizioni. Sono questi gli stessi ingredienti che De Boer ha utilizzato in Olanda e che ha cercato di riproporre con l’Inter. Con scarso successo in verità, dato che la sua esperienza in Serie A si è chiusa senza troppi rimpianti dopo appena 84 giorni. Chiamato infatti in fretta e furia a sostituire Roberto Mancini, De Boer ha cercato fin dall’inizio di trasmettere una nuova mentalità e un nuovo stile di gioco. Tuttavia, i giocatori interisti, hanno fin da subito mostrato di non gradire il tipo di calcio proposto dall’olandese e di trovarsi a disagio di fronte alle richieste offensive, con tanto di linea difensiva alta, proposte da De Boer. Tutto questo, unito ad un certo stile naif nella cura della fase di non possesso palla, ha portato l’Inter deboeriana ad avere una certa identità tattica in fase offensiva ma a risultare lunga e incapace di difendere quando la palla entrava in possesso degli avversari.

Una rivoluzione fallita, come spesso accade nella storia e che ha visto FdB combattere anche contro gran parte delle stampa (con Caressa sugli scudi), per un malcelato senso di superiorità nei confronti dell’ex Ajax, ha finito per criticarlo al limite della denigrazione personale (ricordiamo le battute sullo stentato italiano di De Boer, quando i nostri allenatori all’estero parlano solitamente un inglese a dir poco risibile), senza mostrare la pazienza necessaria prima di valutare gli eventuali frutti di questa rivoluzione culturale prima che tattica. Per di più, con il risultato di incensare oltre ogni limite il suo successore e senza nessuna autocritica verso la damnatio memoriae orchestrata verso De Boer quando, finiti gli effetti benefici solitamente determinati dal cambio di allenatore, la squadra nerazzurra è ricaduta in quei limiti tecnici e tattici che, evidentemente, non erano colpa di FdB ma strutturali alla rosa interista.

Ora, messe da parte le difficoltà milanesi, ancora una volta, De Boer si lancia in una sfida nella quale è chiamato a invertire il modus operandi di una squadra che, fin dai tempi di Neil Warnock e Tony Pulis, è abituata a giocare di rimessa. In questa ricercar di una transizione favorevole, l’ex Inter potrà contare sul talento degli esterni Wilfried Zaha e Andros Townsend, e sulla fisicità del numero 9 Christian Benteke. Questi tre giocatori (soprattutto il 24enne Zaha) rappresentano sulla corta il prototipo del giocatore che serve a De Boer per trasformare gli Eagles in una squadra prettamente offensiva, cioè un giocatore veloce, abile tecnicamente e in grado di destabilizzare il sistema difensivo avversario con le proprie incursioni. Se De Boer riuscirà a tirare fuori il meglio da questo trio e a sistemare le falle difensive degli Eagles (magari risolvendo anche la questione portiere, con Wayne Hennessey reduce da stagioni di incertezze) quella al Palace potrebbe rivelarsi come la stagione del rilancio del tecnico olandese dopo il flop interista.

In bocca a lupo, Frank. Qui ti abbiamo sempre voluto bene.

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Spalletti e il gioco liquido

di Michele Tossani (tattico) e Cristiano Carriero (story)

Spalletti con la giacca di Oscar Giannino è già un buon incipit per questa storia. Spalletti che ripete “Uomini forti destini forti, uomini deboli destini deboli” è già meme. Indipendentemente dalle voci che circolavano e che volevano la dirigenza nerazzurra dietro Antonio Conte e Diego Simeone, quello con l’ex tecnico della Roma è sembrato fin dall’inizio come l’accordo più probabile da raggiungere, con Luciano libero da impegni contrattuali e più che disposto a lasciare Roma e le sue radio per approdare a Milano sponda nerazzurra, in compagnia del vecchio amico Walter Sabatini.

Che cosa devono attendersi tatticamente dal nuovo allenatore i tifosi dell’Inter?

Sicuramente uno Spalletti più maturo che, a 58 anni compiuti, è al vertice della sua maturazione tattica. Basta vedere quello che ha prodotto la Roma 2015/16 sotto la sua guida. Lo Spalletti bis, infatti, cioè quello arrivato a Roma per sostituire Rudi Garcia, è stato caratterizzato da una identità tattica nuova rispetto a quella vista durante la precedente esperienza alla guida dei Giallorossi, per non parlare dell’evoluzione di Luciano dai tempi di Empoli, Sampdoria e Udinese. Mentre il primo Spalletti della capitale aveva di fatto creato il falso nueve proponendo un 4-6-0 con Totti vertice avanzato e con Mancini, Perrotta e Vucinic  a supporto, il secondo Spalletti ha presentato un sistema più fluido, ispirato a modelli similari visti nelle ultime stagioni in Europa e introdotti in Italia dal portoghese Paulo Sousa con la Fiorentina.

Ecco quindi che la Roma che Spalletti ha presentato in questa stagione 2016/17 con variazioni fra difesa a 3 e difesa a 4 attraverso l’alzarsi, in fase di possesso, di uno degli esterni bassi, solitamente Rudiger a destra. Davanti alla difesa venivano schierati solitamente De Rossi e Strootman, vale a dire un regista basso incaricato di aiutare i centrali difensivi in fase di costruzione (il romano) ed un interno più propenso ad operare nell’altra metà campo inserendosi in zona offensiva (l’olandese). Sulla trequarti offensiva operano Salah a destra e Perotti o El Shaarawy a sinistra. L’egiziano, più attaccante che centrocampista, taglia centralmente per affiancarsi a Dzeko e non ha particolari compiti in fase difensiva.

Sulla sinistra invece sia l’italo-egiziano che l’argentino collaborano con l’esterno sinistro difensivo (Emerson Palmieri) e con Nainggolan, un trequarti che a spostarsi sul centro-sinistra. In fase difensiva questa sorta di 4-2-3-1/3-4-1-2 diventa tendenzialmente un 4-4-2 attraverso il ripiegamento proprio del centrocampista belga mentre Salah tende a rimanere più avanti insieme a Dzeko per contrastare la fase di costruzione avversaria. Alcune volte si è visto Spalletti partire proprio da una difesa a 3 in un 3-4-1-2 che, in fase difensiva, con l’arretramento di Nainggolan in aiuto ai centrocampisti centrali, diventava un 3-5-2/5-3-2. In generale, dal punto di vista offensivo la Roma cerca di giocare palla da dietro allo scopo di innescare tutta una serie di combinazioni fra i propri riferimenti offensivi, soprattutto sul centro e sulla sinistra. La presenza di Dzeko ha però permesso a Spalletti di far uscire la squadra dalla pressione avversaria tramite lanci lunghi diretti al bosniaco che aveva il compito di fare da sponda o di difendere palla in attesa della salita dei compagni di squadra.

In questo senso la Roma ha prodotto una media di 64 lunghi a partita (nona squadra in Serie A) con una percentuale di riuscita del 60.5% (terza nel campionato). Ma, a parte Dezko, il lancio lungo è ideale per lanciare in velocità i vari Salah, Nanniggolan e El Shaarawy oltre la linea difensiva avversaria.  Questi due tipi di soluzione sono ideali nelle ripartenze, dove la Roma spallettiana è stata pericolosa. In caso di azione manovrata invece la Roma predilige il fraseggio corto con i giocatori che prediligono ricevere palla sui piedi. La sensazione quindi è che, arrivato in casa nerazzurra, Spalletti voglia riproporre quel tipo di gioco liquido sperimentato nella stagione appena conclusa.

Ecco allora che, probabilmente, potremo aspettarsi dall’ex giallorosso un qualcosa a metà strada fra il primo Pioli e de Boer (per il gioco, non per i risultati che ci auguriamo migliori), vale a dire una squadra corta e organizzata tatticamente ma con propensione ad un gioco offensivo. Per far questo, garantendo nel contempo equilibrio alla squadra, Spalletti dovrà lavorare molto, soprattutto sulle marcature preventive. Le transizioni negative sono state infatti spesso il tallone d’Achille della sua ultima Roma, con i Giallorossi che avevano pochi giocatori con attitudine ai ripiegamenti difensivi.

E proprio il contropiede è stata una delle pecchie dell’Inter deboeriana e della stagione nerazzurra in generale, per una squadrta che ha concesso ben 49 reti. Per il successo di Spalletti a Milano sarà quindi necessario, oltre ad un ambiente più collaborativo (società e stampa) anche, ovviamente, il tipo di squadra che verrà costruita per il tecnico di Certaldo. La difesa, come noto, andrà rinforzata e non poco. Sembra destinato a partire Handanovic, che secondo il tecnico toscano non ha grandi capacità di guidare la difesa. Lo stesso dicasi per il centrocampo. dove sarà essenziale trovare un sistema che valorizzi Gagliardini. Ottimo durante la prima fase della sua avventura a Milano, l’ex atalantino è andato via via calando, come tutta la squadra, dimostrando delle pecche in fase difensiva. Spalletti dovrà quindi integrare la sua presenza con un centrocampista più difensivo, in grado di sopperire alle mancanze di Gagliardini in fase di non possesso palla.

L’attacco invece, almeno a livello di titolari, potrebbe essere già a posto così, fermo restando la permanenza, non così scontata, di Perisic, giocatore sul quale Spalletti sembra aver fatto capire di voler puntare. Per quanto riguarda il resto della rosa, Suning ha la necessità di incassare 30-33 milioni per la questione del fair play finanziario. Ecco quindi che i vari Banega, Brozovic, Ranocchia, Jovetic e forse (come detto) Perisic si ritrovano sul mercato. Questi infatti sono i nerazzurri che hanno mercato e che sono considerabili come sacrificabili dal nuovo corso interista.

Chi la loro posto? Di nomi ne circolano parecchi, come normale che sia in questa primissima fase di mercato.

In particolare sembra che Spalletti abbia chiesto rinforzi provenienti da Roma, soprattuto Rudiger e Nainggolan. Sarà difficile arrivare al centrocampista belga mentre meno impossibile appare l’esito positivo della corte al difensore tedesco che avrebbe nell’Inter spallettiana lo stesso ruolo ricoperto nella formazione giallorossa, vale a dire quello di difensore esterno in una difesa fluida 3/4. Senza contare come Rudiger potrebbe giocare anche da centrale, risolvendo una delle annose questioni dell’Inter di queste ultime stagioni.

Per il ruolo di terzino destro si attendono gli esiti della missione olandese per Rick Karsdorp del Feyenoord mentre altri nomi circolati di recente (Mouctar Diakhaby del Lione e Riccardo Marchizza, anche lui sempre della Roma) sembrano più giocatori di prospettiva che elementi in grado di aiutare fin da subito. Dovesse poi davvero partire Perisic ecco che l’Inter avrebbe la necessità di garantire a Spalletti un giocatore in grado di fornire gol e assist partendo dall’esterno. Rientrerebbero in questa categoria sia Berardi che Bernardeschi, sul quale la concorrenza pare agguerrita. Per il ruolo di vice Icardi invece Spalletti sembra orientato a guardare in casa, valorizzando Eder e Pinamonti ieri campione d’Italia con la Primavera di Vecchi. Anche se non è escluso che, da qui alla chiusura del mercato, arrivi un altro giocatore tipo Petagna.

 

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Il mistero tattico buffo di Gabigol

di Michele Tossani

Il Mistero Buffo, vecchia pièce teatrale di Dario Fo, è titolo che si addice perfettamente alla situazione che Gabriel Barbosa Almeida, in arte Gabigol, sta vivendo in questa rottamata Inter di fine stagione.

Nella vittoriosa trasferta contro la Lazio (1-3 cui hanno generosamente contribuito l’arbitraggio di Di Bello ed una Lazio che sembra aver concluso la stagione con la sconfitta nella finale di coppa Italia) il buon Stefano Vecchi ha preferito utilizzare come terzo cambio, al 41’ del secondo tempo e con il match già incanalato verso la vittoria nerazzurra, Banega per Medel. La decisione di Vecchi ha innescato la piccata reazione di Gabigol che, ex abrupto, ha lasciato la panchina interista recandosi direttamente nello spogliatoio.

Interpellato sul gesto del brasiliano, Vecchi se ne è uscito con una sentenza dura e inconfutabile “Si aspettava di entrare? Può darsi come tutti quelli che sono in panchina. Probabilmente lui aveva aspettative alte, così come la società e i tifosi le avevano su di lui. Non è sempre colpa dell’allenatore, lui ha delle buone qualità che deve mettere al servizio della squadra.” Affermazioni che lasciano pensare come l’ex Santos, da quando è arrivato alla Pinetina, non abbia tenuto l’atteggiamento che ci si aspettava.

Ora, senza voler sindacare le qualità tecniche del brasiliano (che risultano a questo punto oscure dato che né De Boer, né Pioli, né Vecchi hanno ritenuto di doverle utilizzare) e senza voler mettere in discussione le scelte delle gestioni tecniche dell’Inter, resta la perplessità di capire come mai, in una stagione che è andata via via sempre più rabbuiandosi, non si siano trovati dieci/quindici minuti a partita (o ogni due) per provare quello che è pur stato un investimento piuttosto oneroso contando i circa 30 milioni di euro sganciati da Suning per assicurarsi una delle medaglie oro del Brasile olimpico del 2016.

Arrivato in pompa magna con l’etichetta di gran dribblatore e fine goleador, Gabigol ha fin qui collezionato la miseria di 113’ in serie A, con un solo gol, zero assist, una percentuale dell’85.9% nella precisione dei passaggi e 0.7 dribbling riusciti a partita.

Eppure a Bologna, luogo del suo finora unico gol in serie A, qualcosa aveva mostrato. Di certo, gli atteggiamenti di Gabigol non lo hanno aiutato ma è certamente difficile mettercela tutta in allenamento quando ti accorgi di essere l’ultima ruota del carro…e nel caso del nostro neanche quella visto che gli vengono preferiti anche Palacio ed il baby Pinamonti. Certamente resta in piedi l’equivoco tattico: il paulista è un esterno, una seconda punta o un trequarti? Ma non giocando mai sarà difficile saperlo…probabile, come ventilato da più parti, che una vera risposta sull’effettivo valore del giocatore e sul suo ruolo ce la darà un’altra squadra dove il brasiliano sembra diretto in prestito.

Se però dobbiamo dar credito alle parole di Pioli, che parlò di necessità per Gabigol di adattarsi al calcio europeo, sarebbe meglio non rimandarlo in brasiliano ma cercare una squadra europea, magari italiana, che lo metta nelle condizioni di acclimatarsi ad un calcio diverso.

A quel punto, forse, sapremo veramente se Gabigol è il nuovo Ronaldo o il nuovo Caio.

 

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Rinunciare a Perisic

di Michele Tossani

In queste ultime ore, con le voci di repulisti in casa Inter che sono arrivate a livelli assordanti, tutte le testate stanno cominciando a scrivere delle liste di giocatori cedibili dalla cui cessione dovrebbe partire la rifondazione nerazzurra targata Suning. Fra i tanti finiti in lista (i vari Santon, Nagatomo, Brozovic, Banega, Miranda, Ansaldi e speriamo di vederne altri) compare, per qualcuno, anche il nome di Perisic.

Eppure, fino a poco tempo fa e, precisamente, fino alla prima fase dell’era Pioli, cioè al miglior vissuto dall’Inter in questa tormentata stagione, il nome del croato risultata fra gli incedibili.

Cosa è cambiato? È cambiata (o forse sarebbe meglio dire non è cambiata) l’Inter. Con la stagione andata a farsi benedire e con l’esonero di Pioli, sono venuti al pettine molti nodi che riguardano lo spogliatoio nerazzurro e l’atteggiamento di alcuni giocatori. Non è infatti passato molto da quando, al termine di Inter – Sassuolo, Stefano Vecchi ha dichiarato a Premium che “questa squadra fa prestazioni figlie di un modo di allenarsi non al 100%.”

Anche se non possiamo attribuire con certezza a nessun giocatore la “colpa” di aver portato a questo sfogo l’allenatore ad interim dei Nerazzurri, è innegabile come molti protagonisti dell’annata 2016/17 siano apparsi per lo meno indolenti in diverse partite. E fra gli indolenti non si può non annoverare Perisic.

Nonostante i dieci gol segnati, l’esterno croato ha una bassa percentuale di precisione nei passaggi (71.3%) che scende addirittura (68%) se si considerano i passaggi effettuati con successo nella metà campo avversaria. Per non parlare delle occasioni mancate: ben 9, che lasciano immaginare cosa avrebbe potuto offrire di più Perisic alla fase offensiva nerazzurra. In fase difensiva poi il croato non è sempre irreprensibile. Basterebbe confrontare il 4-2-3-1 della Juventus con quello dell’Inter. Il primo vede tutti i giocatori partecipare alla fase difensiva, compreso Mario Mandzukic cioè un (ormai ex) centravanti che occupa proprio la posizione da esterno sinistro d’attacco dove gioca Perisic. Nell’Inter, invece, i reparti sono sempre lunghi e i giocatori che corrono nella fase di non possesso sempre pochi.

Detto questo, una squadra è un sistema olistico, cioè un insieme non riconducibile alla mera somma di undici giocatori. Proprio in virtù di questo è necessario valutare bene l’apporto che ogni calciatore, pur talentuoso che sia, è in grado di dare ad un team in un determinato sistema di gioco che lo mette in relazione con le altre parti.  In parole povere: siamo sicuri che un Perisic come quello visto per la maggior parte della sua esperienza interista sia utile alla causa? Forse, pur essendo un giocatore dotato, il croato potrebbe essere più utile come pedina di scambio, soprattutto se fossero vere le voci circolate di recente di un interessamento di Chelsea e Manchester United.

 

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Simeone, Spalletti o Conte? L’angolo tattico

di Michele Tossani e Cristiano Carriero

Tra le poche certezze che abbiamo, nella vita, da due giorni a questa parte c’è quella che Pioli non sarà l’allenatore dell’Inter l’anno prossimo. Tra i nomi che circolano, un po’ per suggestione, molto per speranza, abbiamo scelto quelli di Simeone, Spalletti e Conte. Con il nostro tattico Michele Tossani abbiamo visto, al di là delle motivazioni e dell’attaccamento alla causa, quali potrebbero essere le varianti tattiche dei tre diversi mister.

Diego Simeone

Copertura degli spazi e pressione sulla palla sono i cardini tattici del cholismo, la filosofia calcistica che l’ex interista ha installato all’Atletico Madrid. Proprio due frasi, una pronunciata da Carlo Ancelotti in tempi non sospetti e l’altra dello stesso Cholo, spiegano meglio di tante parole la visione di calcio che Simeone ha proposto (con risultati apprezzabili) al Calderon. La prima frase, del tecnico ex milanista, ci dice che “l’Atletico Madrid gioca come giocava Simeone: duro, concentrato e perfetto tatticamente.” La seconda, dello stesso Simeone, ci spiega che “il possesso non è tutto”.

In epoca di tiki-taka e guardiolismo (concetti da tenere distinti, ché a detta dello stesso Pep non rappresentano la stessa cosa…), di possesso palla e controllo del gioco, Simeone si trova meglio dall’altra parte della barricata, cioè quando il pallone ce l’hanno gli altri…alla maniera del Mourinho interista versione secondo incontro di eliminatoria col Barcellona nella Champions 2010. Dal punto di vista del sistema di gioco, Simeone ha costruito le fortune dei colchoneros intorno a due formazioni a base 4: 4-4-2 e 4-5-1. Partendo da queste basi, Simeone chiede ai suoi uomini di pressare alto per disturbare la fase di costruzione avversaria. Qualora le squadre rivali riescano a superare la prima linea di pressione dell’Atletico, i colchoneros si ritraggono per difendere su linee di pressione più basse.

Simeone non ha problemi a difendere con un blocco difensivo basso.

Sempre dal punto di vista difensivo il pressing della squadra di Simeone è orientato più alla posizione degli avversari che a quella del pallone. L’Atletico cerca di occupare il campo coprendo il centro per poi aggredire una volta che la palla viene spostata sugli esterni. A quel punto Simeone chiede ai suoi di restare corti e streetti e di marcare tutti gli appoggi vicini al portatore di palla sul quale viene esercitata una forte pressione. Scopo ultimo di questo atteggiamento e del baricentro generalmente basso dell’Atletico è quello di impedire la giocata in profondità, alle spalle della linea difensiva. Alla fase difensiva partecipano anche gli attaccanti, compreso Griezmann, che devono sacrificarsi per coprire le linee di passaggio in verticale da difesa a centrocampo o attacco, in modo da aiutare gli interni di centrocampo e permettere loro un posizionamento più basso a protezione della linea difensiva.

La vicinanza degli attaccanti alle altre due linee di difesa e centrocampo permette inoltre a Simeone di avere già due uomini ben posizionati al momento della riconquista per favorire l’azione in contropiede. In questa ricerca della compattezza difensiva e capacità di rendere il campo più piccolo, corto e stretto per gli avversari si rivede qualcosa del Sacchi del Milan.

fase offensiva

La fase di possesso palla di Simeone non è particolarmente articolata ed è una diretta conseguenza della fase difensiva. Il possesso quindi non è una prerogativa del Cholo (48.7% di media a partita nella scorsa stagione, 49.3 in questa). Simeone non sembra amare la costruzione ragionata da dietro, preferendo invece un gioco rapido e aggressivo, fatto di continue verticalizzazioni che porti velocemente la palla nella metà campo avversaria, anche ricorrendo al lancio lungo. È chiaro che un gioco così organizzato, molto veloce, ha anche delle controindicazioni: infatti gli uomini di Simeone hanno una percentuale piuttosto bassa di precisione nei passaggi a partita (77.9% nel 2015/16, 78.9% nel 2016/17).

Quando l’Atletico è stato chiamato ad attaccare squadre chiuse, Simeone ha comunque dato preferenza ad un gioco rapido fatto di scambi sul breve fra i riferimenti offensivi, generalmente i due attaccanti e i due esterni. Questi ultimi vengono solitamente impiegati non come ali pure ma nei rispettivi centre-half, disegnando in pratica una specie di 4-2-2-2 in fase offensiva. In questa stagione, nonostante il fatto che (a detta di molti) la versione dell’Atletico Madrid proposta da Simeone sia stata la peggiore da quando il Cholo è arrivato al Calderon (2011), la squadra è comunque riuscita, rispetto all’anno scorso, ad aumentare la propria media tiri (13.6 a 12.5) e tiri in porta (5.3 a 4.4).

Chi della rosa attuale dell’Inter potrebbe essere adatto al calcio di Simeone?

Scoprire i giocatori adatti al calcio del Cholo nell’attuale rosa dell’Inter è impresa ardua. Indipendentemente da valori quali sacrifico e abnegazione (che fanno parte integrante del cholismo ma che esulano da aspetti meramente tattici come quelli descritti in questo contributo) sono proprio gli aspetti tecnici a destare più di qualche perplessità nel caso (ipotetico) in cui a Simeone si fosse trovato a gestire la rosa nerazzurra attuale.

In difesa mancano terzini abili difensivamente ma anche offensivamente per soddisfare le richieste tattiche di Simeone. A centrocampo Kondogbia e Gagliardini non rappresentano la coppia ideale per il calcio di Simeone che vuole almeno un centrocampista centrale abile nell’interdizione. Sugli esterni potrebbe essere utile Candreva che ha le caratteristiche adatte per giocare nel centre-half e per aiutare in fase di non possesso. Difficilmente invece potrebbe sperare di giocare titolare Perisic, cioè un giocatore piuttosto pigro in fase difensiva e che funziona meglio come esterno puro che tagliando centralmente dietro le punte.

In avanti, paradossalmente, Simeone potrebbe adattare meglio al suo calcio Eder rispetto a Icardi con l’italo-brasiliano più pronto al sacrificio difensivo e maggiormente portato a giocare con i compagni rispetto a quando mostrato fin qui dal capitano nerazzurro.

Luciano Spalletti

La scorsa seconda parte di stagione (dopo che il tecnico toscano è subentrato all’esonerato Rudi Garcia) e quest’annata (in verità tutt’altro che esaltante…) hanno mostrato uno Spalletti tatticamente diverso da quello visto all’opera nella precedente esperienza all’ombra del Colosseo, per non parlare del primissimo Spalletti di Empoli, Sampdoria e Udinese. Infatti, mentre il primo Spalletti romano aveva di fatto creato il falso nueve proponendo in una sorta di 4-6-0 che vedeva Totti supportato dai vari Mancini, Perrotta e Vucinic, il Luciano II ha mutuato (probabilmente da Paulo Sousa) quella fluidità del sistema di gioco nelle due fasi che, dall’Europa, ha poi preso campo anche nel nostro calcio di vertice (con il Napoli sola eccezione).

In questo senso deve leggersi l’ondeggiare della Roma spallettiana fra difesa a 3 e difesa a 4 con un cambio nel numero di uomini a comporre il reparto arretrato che avviene in fase di possesso tramite l’alzarsi di un esterno basso, solitamente Rudiger a destra.

Davanti alla difesa vengono schierati due giocatori come De Rossi e Strootman: il romano ha i compiti del pivote che orchestra la manovra nella fase di costruzione, collegando difesa a centrocampo mentre l’olandese ha maggiore licenza di spingersi in avanti lavorando come una sorta di box-to-box midfielder. Nella trequarti offensiva bisogna distinguere il lavoro svolto a destra da quello di sinistra. A destra infatti opera Salah che è più attaccante che centrocampista offensivo. L’egiziano taglia spesso verso il centro per supportare Dzeko o per cercare la conclusione personale agendo appunto come una seconda punta.

A sinistra invece stazionano Perotti o El Shaarawy che agiscono più esternamente (anche se l’italo-egiziano è più attaccante dell’ex genoano) in collaborazione con l’esterno sinistro difensivo quando questi è Emerson Palmieri (cioè un terzino più portato ad attaccare) e, soprattutto, con Nainggolan che è solito agire proprio sul centro-sinistra. In fase difensiva il 4-2-3-1 diventa un 4-4-2 solitamente attraverso il ripiegamento del centrocampista belga con Salah che, non avendo particolari attitudini difensive, tende a restare più avanzato a contrasto della fase di costruzione avversaria in coppia con Dzeko.

La maggior elasticità tattica mostrata dall’ultimo Spalletti non ha impedito al tecnico, come detto, di utilizzare anche la difesa a 3 partendo da un 3-4-1-2, come visto nel secondo tempo del derby perso 1-3 con la Lazio o contro l’Inter nella vittoriosa trasferta di San Siro.

In questo caso, in fase difensiva, l’arretramento del trequarti Nainggolan trasforma la squadra in un 3-5-2/5-3-2 con il belga che dà man forte a De Rossi e Strootman.

In generale la Roma attacca utilizzando giocate veloci fra i propri riferimenti offensivi ma non disdegnando il lancio lungo. La presenza di Dzeko permette ai Giallorossi di utilizzare la palla alta per uscire dalla pressione avversaria dirigendola direttamente verso il No.9 bosniaco, abile nel gioco di sponda (ben 7 nella sola partita contro i Nerazzurri).

I difetti

Dal punto di vista tattico le ultime interpretazioni della Roma non sono esenti da critiche. In particolare il suo allenatore sembra colpevole di una cattiva gestione della rosa. Tralasciando la questione Totti (che ha altri risvolti) e facendo comunque notare che la squadra romana non è all’altezza dell’organico della Juventus, è pur vero che ci sono dei giocatori che sono stati sotto utilizzati o utilizzati comunque in modo a dir poco curioso. Cosa dire ad esempio di Gerson, buttato in campo come titolare a sorpresa contro la Juventus e poi tornato nel dimenticatoio? Anche Grenier, al netto di un lungo infortunio, ha visto poco il campo per non parlare di Juan Jesus.

Sempre dal punto di vista tattico a Spalletti vengono anche imputati i risultati del Derby di ritorno e dei due di coppa Italia nei quali il tecnico giallorosso è stato incartato da un Simone Inzaghi che ha utilizzato sempre lo stesso sistema (3-5-2) e la stessa tattica alla quale Spalletti in tre partite non è stato in grado di trovare una contromisura adeguata.

Chi della rosa attuale dell’Inter potrebbe essere adatto al calcio di Spalletti?

Tutti e nessuno. Nel senso che Luciano è in grado di adattare il suo calcio, comunque propositivo, alla rosa a disposizione e quindi sarebbe in grado di organizzare anche l’attuale rosa nerazzurra. Probabilmente si sarebbe accorto prima del fatto che la squadra non è in grado di supportare due centrocampisti come Kondogbia e Gagliardini in fase difensiva o che la linea difensiva con Murillo, Miranda e Medel non può giocare troppo alta. Sarebbero invece utili al gioco di Spalletti Perisic e Candreva che sono due esterni con caratteristiche diverse che permetterebbero all’allenatore toscano quella fluidità di sistema trovata negli ultimi tempi a Roma.

Antonio Conte

Per dimostrare l’ossessione contiana per la tattica basti citare un episodio noto ai più. Al termine della stagione 2008/09, reduce dai successi di Bari, c’è un primo approccio fra Juventus e Conte. Costruitosi una reputazione vincente sul 4-2-4, l’allenatore leccese non vuole derogare da tale sistema. Quindi, appena il ds bianconero Alessio Secco annuncia a Conte che la Juve ha già perfezionato gli acquisti di Felipe Melo e Diego, due giocatori inadatti al gioco di Conte, l’allenatore del Bari decide di declinare l’offerta giunta da Torino. Alla Juve sì, ma a modo mio!

Così Conte, dopo le esperienze a Bergamo e Siena, si ripresenta alla Juventus a partire dalla stagione 2011/12 con un piano tattico preciso: riproporre il suo 4-2-4.

Qui però Conte mostra tutta la sua duttilità tattica. Dopo un periodo di prova col 4-3-3, Conte passa, anche per assecondare meglio la presenza di un giocatore come Andrea Pirlo a metà campo, al 3-5-2. Utilizzato in partenza come sistema a specchio per contrapporsi al Napoli di Mazzarri, il 3-5-2 diventa pian paino il sistema di riferimento della Juventus contiana (che lo alterna comunque al 4-3-3). A partire dalla stagione 2012/13 il 3-5-2 diventa il nuovo marchio di fabbrica di Conte. Del 4-2-4 restano alcune giocate come le combinazioni a due fra le punte (come quella che vede l’esterno di centrocampo servire l’attaccante più lontano per avviare uno scambio fra questi ed il suo compagno di reparto) o alcuni principi di base (come la ricerca ossessiva della verticalizzazione).

Fonte: AssoAnalisti

Di nuovo ci sono i movimenti degli interni di centrocampo a inserirsi in avanti o ad allargarsi in fascia per combinare con gli esterni alti. Esterni che arrivano a giocare in linea con le punte dando vita ad una sorta di 3-3-4 in fase offensiva che ricalca nella metà campo avversaria le giocate del 4-2-4.

Al Chelsea

Dopo aver riproposto con successo il suo 3-5-2 anche in nazionale (Europei 2016) Conte sbraca a Londra, sponda Chelsea. Lavorando inizialmente con il 4-3-3 ed il 4-2-31 Conte non ottiene i risultati sperati tanto che, ad un certo punto, si fanno insistenti le voci di un possibile esonero. Tutto cambia dalla partita contro l’Hull City. Da quel punto in poi infatti la stagione dei Blues svolta e Conte inanella una serie impressionante di risultati che lo portano ad un passo dal titolo alla sua prima stagione nella Premier.

Elemento cruciale di questa svolta è il cambiamento tattico voluto dall’allenatore italiano. Infatti proprio a partire da quella partita contro le Tigri dell’Hull, Conte vara un nuovo assetto tattico: il 3-4-3. In difesa il leccese schiera Azpilicueta, un ex terzino, fra i centrali accanto a David Luiz e Cahill. A centrocampo Alonso e Moses sono gli stantuffi esterni, abili anche a ripiegare per formare un pacchetto a 4 o a 5 in fase di non possesso palla. Davanti William e Hazard (uno più propenso al lavoro senza palla, l’altro più offensivo) lavorano al fianco di Diego Costa.

Con questo sistema Conte garantisce al Chelsea un maggior controllo della partita attraverso la creazione di quadrati che connettono l’esterno al centro del campo. Questo grazie al lavoro degli interni di centrocampo Matic e Kanté. A destra il francese si avvicina alla catena formata da Azpilicueta, Moses e William (o Pedro) garantendo una ulteriore opzione di passaggio al centrale difensivo. A sinistra Matic fa lo stesso con Cahill, Alonso e Hazard.

Nel caso in cui il passaggio ad un livello di campo successivo venga chiuso ecco che si apre l’opzione dello scarico dietro a Luiz ed il successivo passaggio all’altro centrale per un cambio di campo. Se invece c’è campo i due interni di centrocampo possono cambiare loro il campo sul lato debole dove, dopo aver sovraccaricato il lato forte con molti uomini, ci saranno presumibilmente pochi avversari e si troverà lo spazio per avanzare e giocare palla su una zona di campo più avanzata sfruttando il fatto che Hazard e William si trovano a ridosso di Costa e non troppo larghi (e distanti…) come accadeva nel 4-3-3 di inizio stagione.

È ovvio come un ruolo determinante nella fase di possesso dei Blues venga svolto dai due braccetti Azpilicueta e Cahill. Schierando tre difensori infatti il Chlesea è in grado di far uscire agevolmente la palla da dietro con i due giocatori che occupano gli half-spaces.

Conte utilizza tutta una serie di combinazioni per portare palla il più velocemente possibile nella metà campo avversaria a partire dalla ricerca del terzo uomo, come avviene nelle situazioni che vedono coinvolti centrale difensivo, esterno di parte e attaccante esterno. Proprio la posizione interna di quest’ultimo costringe il terzino avversario ad una scelta: rimanere largo lasciando pericolosamente libero il giocatore di Conte o stringere su di lui liberando il centrocampista esterno.

In fase difensiva il sistema diventa un 5-4-1 che garantisce copertura e permette di mascherare le lacune difensive di Hazard, almeno contro team che non riescono a cambiare lato velocemente perché se questo avviene dopo aver saltato alcuni giocatori sul lato destro il rischio è di non avere il belga a colmare il gap difensivo lasciato libero da Alonso se lo spagnolo è stato costretto a stringere centralmente.

La linea a 5 inoltre permette ai centrali del Chlesea di essere più aggressivi, più orientati sull’uomo, consentendo loro di sfruttare la stazza e l’aggressività che li caratterizzano.

Chi della rosa attuale dell’Inter potrebbe essere adatto al calcio di Conte?

La rosa attuale non sembra tagliata per il calcio di Conte. Mancano infatti gli esterni ed i centrocampisti centrali per replicare il sistema Chelsea. Conte, contrariamente a quanto creduto inizialmente, non è comunque un allenatore integralista e saprebbe adattarsi ad una rosa diversa. Il problema (e questo forse rientra nei limiti del tecnico salentino) è che la componente di stress fisico e psicologico che il calcio e gli allenamenti di Conte richiedono sarebbero inadatte ad una rosa indolente come quella dell’Inter attuale. Conte spreme i suoi giocatori ed è pronto ad accantonare quanti non dimostrino non soltanto la voglia necessaria ma anche la capacità di elaborare le sue richieste tattiche (ricordate Krasic alla Juve?).

Di certo più di Spalletti, Conte ha bisogno di giocatori che interpretino correttamente il suo credo calcistico. Ma questi aspetti, come sottolineato per Simeone, esulano dalla presente analisi.

 

 

 

 

 

 

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La Tattica

Visti da Vecino: il disperato angolo tattico

di Michele Tossani

28° giornata di campionato: Inter – Atalanta 7-1. Con quella vittoria i nerazzurri si trovano a due soli punti di distanza dalla Lazio, due di vantaggio sui Bergamaschi e quattro sui milanisti. Da quel momento è crollato il mondo. I nerazzurri infatti hanno racimolato appena due punti nelle successive cinque partite, con un crollo verticale clamoroso.

Che cosa è successo?

È probabilmente successo che i limiti di questa squadra, nascosti nella prima parte della gestione Pioli, sono riemersi. Limiti psicologici certamente, caratteriali, ma anche limiti tecnici di una rosa evidentemente sopravvalutata. La prima parte della cura Pioli, infatti, aveva illuso molti. Ma il tecnico emiliano, buon allenatore (potenziatore o normalizzatore, fate voi…) non è un mago e non poteva di colpo aver guarito la squadra dai mali endemici che questa aveva mostrato fin dalla fine dell’epopea manciniana. E infatti contro la Fiorentina si è rivista quella squadra debole psicologicamente e sfilacciata tatticamente che aveva negativamente impressionato all’inizio di questa stagione.

Una squadra, appunto, deboeriana, con tanti saluti ai molti che ritenevano il tecnico olandese un visionario incapace di dare un senso tattico compiuto ad una banda di presunti fenomeni. Evidentemente questa squadra ha dato anche più di quanto potesse dare dopo l’avvicendamento in panchina per poi tornare a presentare gli stessi errori strutturali che ne avevano minato la partenza in campionato. È una cosa che succede spesso alle squadre chiamate a fare grandi rincorse per rimontare posizioni in classifica: dopo una prima parte in cui si riesce (non sempre) ad invertire la rotta, arriva una seconda fase (più o meno lunga lo vedremo) nella quale i limiti tornano a galla. E, di limiti, questa Inter ne ha parecchi. A cominciare dal reparto difensivo.

Basti pensare che, nelle ultime quattro partite, i Nerazzurri hanno concesso qualcosa come 11 gol. Inammissibile per una squadra con le ambizioni dell’Inter. La partita con la Fiorentina ha rappresentato l’apogeo di questa debacle difensiva: in ogni gol subito ci sono stati errori individuali marchiani (da quello di D’Ambrosio che non chiude su Milic permettendo il cross da cui scaturisce il primo gol di Vecino all’errore di Medel che copre male la palla e fa entrare in area Babacar in occasione del quarto gol gigliato, passando per la situazione di due contro due a centrocampo letta male da Gagliardini che permette la doppietta personale di Vecino).

Medel è un centrocampista che, in corso di stagione, può essere impiegato alla bisogna come difensore centrale. Ma resta un centrocampista. In difesa fa fatica. Il suo spostamento nella linea arretrata è stato dovuto al fatto che, come alternativa, rimanevano Murillo e Medel, ad oggi coppia centrale di scarso affidamento. Sugli esterni rimane ancora insoluta la questione terzini. Appena sufficiente D’Ambrosio, inguardabili fin qui gli altri (Nagatomo, Ansaldi, il desaparecido Santon). Si era detto che i mali della retroguardia nerazzurra erano da addebitare alla scarsa copertura offerta dai centrocampisti e all’eccessivo sbilanciamento in avanti mostrato con FdB.

Ma anche con Pioli la retroguardia, apparentemente più coperta, non ha mostrato segni di miglioramento. Apparentemente perché, in realtà, a centrocampo continuano ad esserci dei buchi clamorosi. E qui si deve chiamare in causa Pioli. La soluzione 4-2-3-1 con due interni come Kondogbia e Gagliardini, infatti, ha funzionato soltanto inizialmente e in partite nelle quali l’Inter è stata in grado di attaccare con costanza. In fase di non possesso palla invece sia il francese che l’ex atalantino hanno mostrato pecche non da poco, in primis quella di non seguire mai il centrocampista avversario che arriva da dietro.

Chiedere al trequarti di scendere nel primo campo a dare una mano è, con Banega e Joao Mario, utopistico: il primo perde più palloni di quanti è in grado di conquistarne mentre il portoghese è anarchico e poco incline alla fase difensiva. L’alternativa potrebbe essere un 4-3-3 ma fatto con gli uomini giusti. L’unico centrocampista difensivo è, appunto, il Medel dirottato in difesa. Di certo non Brozovic, altro incursore e uomo in netto calo a livello di performance. In avanti poi c’è la questione Icardi. Nonostante i 24 gol fino ad ora realizzati, Maurito non è sempre stato servito a dovere dai compagni. In molte partite l’argentino ha toccato pochi palloni. L’utilizzo dei cross non basta anche perché l’Inter è sì la squadra che realizza più cross a partita di tutte (32) ma la percentuale di successo di questi è piuttosto bassa (6%).

Pesa anche l’involuzione di Candreva nelle ultime settimane.

La sconfitta del Milan contro l’Empoli tiene viva la speranza di salvare in qualche modo la stagione. Al termine, come noto, si farà un repulisti per ripartire con un nuovo progetto tecnico che speriamo coinvolga non soltanto l’allenatore ma anche alcuni giocatori. Ha ragione Daniele Dallera sul Corsera di oggi: bisogna ripartire da Handanovic, Icardi, Gagliardini, Candreva, Medel ma anche da Perisic (che andrebbe trattenuto anche di fronte a offerte faraoniche), Ansaldi (come alternativa ai titolari) e, forse, Joao Mario (qui sì che si potrebbe capitolare di fronte ad un’offerta allettante).

Ausilio e Zhang, speriamo almeno che la gita a Firenze sia servita a sciacquare i panni in Arno.

 

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La Tattica

Crotone – Inter: l’analisi tattica (Pitagorica)

di Michele Tossani

Una Inter imbarazzante (presuntuosa e arrogante secondo la definizione post-partita di Piero Ausilio, velatamente criticato anche da Marco Materazzi sui social) lascia sul campo del Crotone le residue speranze di ridare senso a questa stagione, contribuendo invece a riaccendere la fiammella della speranza salvezza nei giocatori calabresi.

Pioli schiera il 4-2-3-1 con Medel restituito al suo ruolo di centrocampista centrale al fianco di Kondogbia mentre in difesa viene riproposta la coppia formata da Miranda e Murillo. In avanti confermati Perisic e Candreva sugli esterni con Banega ancora una volta preferito a Joao Mario per il ruolo di numero 10 dietro Icardi. Il primo tempo è di netta marca rossoblù: i ragazzi di Davide Nicola concedono, come loro solito, il possesso palla agli avversari (68% a 32% in favore dei Nerazzurri nei primi 45 minuti di partita), ma risultano molto più pericolosi con 10 tiri totali (6 in porta) contro i soli 2 (uno in porta) prodotti dagli uomini di Pioli.

La coppia Miranda – Murillo non funziona con il Crotone che segna due volte e in altrettante occasioni sfiora la terza rete. A centrocampo Medel (alla prima partita nel ruolo dopo tanto tempo) e Kondogbia sono pesci fuor d’acqua. Il francese, lontano parente del giocatore rivitalizzato dalla cura Pioli, ha chiuso con il 79% di precisione nei passaggi e un assist ma con ben 7 palle perse, il numero maggiore di palloni perduti da un giocatore in partita se si eccettua Banega (8).

Proprio il trequarti argentino è autore di un’altra prestazione incolore: gioca molti palloni (93) con una percentuale di riuscita non alta per le sue qualità (79%) ma riesce comunque a sfornare 5 passaggi chiave e a registrare 4/7 cross riusciti. Tuttavia va troppo a sprazzi. Per cambiare la situazione Pioli prima inserisce Palacio ed Eder, riportando Medel nella posizione di centrale difensivo con Banega interno di centrocampo, poi mette Joao Mario a centrocampo passando ad una sorta di 3-4-2-1 che ha avuto almeno il merito di ravvivare la fase offensiva nerazzurra.

Non a caso l’Inter ha sfiorato un pareggio che sarebbe comunque stato troppo per una squadra che ha sì registrato il 72% di possesso palla ma che ha tirato complessivamente soltanto 4 volte verso la porta di Cordaz. In questo quadro risalta negativamente, ancora una volta, la prestazione di Icardi. Il numero 9 nerazzurro è stato poco servito toccando appena 18 palloni (record negativo fra i 22 titolari) con appena il 73% di precisione nei passaggi e, soprattutto, con 0 tiri verso la porta del Crotone.

Per l’Inter un punto nelle ultime tre partite, proprio nel momento in cui si chiedeva il definitivo cambio di marcia. Adesso le nubi si addensano sempre più sulla testa di Pioli.

 

 

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