La Tattica

Spalletti e il gioco liquido

di Michele Tossani (tattico) e Cristiano Carriero (story)

Spalletti con la giacca di Oscar Giannino è già un buon incipit per questa storia. Spalletti che ripete “Uomini forti destini forti, uomini deboli destini deboli” è già meme. Indipendentemente dalle voci che circolavano e che volevano la dirigenza nerazzurra dietro Antonio Conte e Diego Simeone, quello con l’ex tecnico della Roma è sembrato fin dall’inizio come l’accordo più probabile da raggiungere, con Luciano libero da impegni contrattuali e più che disposto a lasciare Roma e le sue radio per approdare a Milano sponda nerazzurra, in compagnia del vecchio amico Walter Sabatini.

Che cosa devono attendersi tatticamente dal nuovo allenatore i tifosi dell’Inter?

Sicuramente uno Spalletti più maturo che, a 58 anni compiuti, è al vertice della sua maturazione tattica. Basta vedere quello che ha prodotto la Roma 2015/16 sotto la sua guida. Lo Spalletti bis, infatti, cioè quello arrivato a Roma per sostituire Rudi Garcia, è stato caratterizzato da una identità tattica nuova rispetto a quella vista durante la precedente esperienza alla guida dei Giallorossi, per non parlare dell’evoluzione di Luciano dai tempi di Empoli, Sampdoria e Udinese. Mentre il primo Spalletti della capitale aveva di fatto creato il falso nueve proponendo un 4-6-0 con Totti vertice avanzato e con Mancini, Perrotta e Vucinic  a supporto, il secondo Spalletti ha presentato un sistema più fluido, ispirato a modelli similari visti nelle ultime stagioni in Europa e introdotti in Italia dal portoghese Paulo Sousa con la Fiorentina.

Ecco quindi che la Roma che Spalletti ha presentato in questa stagione 2016/17 con variazioni fra difesa a 3 e difesa a 4 attraverso l’alzarsi, in fase di possesso, di uno degli esterni bassi, solitamente Rudiger a destra. Davanti alla difesa venivano schierati solitamente De Rossi e Strootman, vale a dire un regista basso incaricato di aiutare i centrali difensivi in fase di costruzione (il romano) ed un interno più propenso ad operare nell’altra metà campo inserendosi in zona offensiva (l’olandese). Sulla trequarti offensiva operano Salah a destra e Perotti o El Shaarawy a sinistra. L’egiziano, più attaccante che centrocampista, taglia centralmente per affiancarsi a Dzeko e non ha particolari compiti in fase difensiva.

Sulla sinistra invece sia l’italo-egiziano che l’argentino collaborano con l’esterno sinistro difensivo (Emerson Palmieri) e con Nainggolan, un trequarti che a spostarsi sul centro-sinistra. In fase difensiva questa sorta di 4-2-3-1/3-4-1-2 diventa tendenzialmente un 4-4-2 attraverso il ripiegamento proprio del centrocampista belga mentre Salah tende a rimanere più avanti insieme a Dzeko per contrastare la fase di costruzione avversaria. Alcune volte si è visto Spalletti partire proprio da una difesa a 3 in un 3-4-1-2 che, in fase difensiva, con l’arretramento di Nainggolan in aiuto ai centrocampisti centrali, diventava un 3-5-2/5-3-2. In generale, dal punto di vista offensivo la Roma cerca di giocare palla da dietro allo scopo di innescare tutta una serie di combinazioni fra i propri riferimenti offensivi, soprattutto sul centro e sulla sinistra. La presenza di Dzeko ha però permesso a Spalletti di far uscire la squadra dalla pressione avversaria tramite lanci lunghi diretti al bosniaco che aveva il compito di fare da sponda o di difendere palla in attesa della salita dei compagni di squadra.

In questo senso la Roma ha prodotto una media di 64 lunghi a partita (nona squadra in Serie A) con una percentuale di riuscita del 60.5% (terza nel campionato). Ma, a parte Dezko, il lancio lungo è ideale per lanciare in velocità i vari Salah, Nanniggolan e El Shaarawy oltre la linea difensiva avversaria.  Questi due tipi di soluzione sono ideali nelle ripartenze, dove la Roma spallettiana è stata pericolosa. In caso di azione manovrata invece la Roma predilige il fraseggio corto con i giocatori che prediligono ricevere palla sui piedi. La sensazione quindi è che, arrivato in casa nerazzurra, Spalletti voglia riproporre quel tipo di gioco liquido sperimentato nella stagione appena conclusa.

Ecco allora che, probabilmente, potremo aspettarsi dall’ex giallorosso un qualcosa a metà strada fra il primo Pioli e de Boer (per il gioco, non per i risultati che ci auguriamo migliori), vale a dire una squadra corta e organizzata tatticamente ma con propensione ad un gioco offensivo. Per far questo, garantendo nel contempo equilibrio alla squadra, Spalletti dovrà lavorare molto, soprattutto sulle marcature preventive. Le transizioni negative sono state infatti spesso il tallone d’Achille della sua ultima Roma, con i Giallorossi che avevano pochi giocatori con attitudine ai ripiegamenti difensivi.

E proprio il contropiede è stata una delle pecchie dell’Inter deboeriana e della stagione nerazzurra in generale, per una squadrta che ha concesso ben 49 reti. Per il successo di Spalletti a Milano sarà quindi necessario, oltre ad un ambiente più collaborativo (società e stampa) anche, ovviamente, il tipo di squadra che verrà costruita per il tecnico di Certaldo. La difesa, come noto, andrà rinforzata e non poco. Sembra destinato a partire Handanovic, che secondo il tecnico toscano non ha grandi capacità di guidare la difesa. Lo stesso dicasi per il centrocampo. dove sarà essenziale trovare un sistema che valorizzi Gagliardini. Ottimo durante la prima fase della sua avventura a Milano, l’ex atalantino è andato via via calando, come tutta la squadra, dimostrando delle pecche in fase difensiva. Spalletti dovrà quindi integrare la sua presenza con un centrocampista più difensivo, in grado di sopperire alle mancanze di Gagliardini in fase di non possesso palla.

L’attacco invece, almeno a livello di titolari, potrebbe essere già a posto così, fermo restando la permanenza, non così scontata, di Perisic, giocatore sul quale Spalletti sembra aver fatto capire di voler puntare. Per quanto riguarda il resto della rosa, Suning ha la necessità di incassare 30-33 milioni per la questione del fair play finanziario. Ecco quindi che i vari Banega, Brozovic, Ranocchia, Jovetic e forse (come detto) Perisic si ritrovano sul mercato. Questi infatti sono i nerazzurri che hanno mercato e che sono considerabili come sacrificabili dal nuovo corso interista.

Chi la loro posto? Di nomi ne circolano parecchi, come normale che sia in questa primissima fase di mercato.

In particolare sembra che Spalletti abbia chiesto rinforzi provenienti da Roma, soprattuto Rudiger e Nainggolan. Sarà difficile arrivare al centrocampista belga mentre meno impossibile appare l’esito positivo della corte al difensore tedesco che avrebbe nell’Inter spallettiana lo stesso ruolo ricoperto nella formazione giallorossa, vale a dire quello di difensore esterno in una difesa fluida 3/4. Senza contare come Rudiger potrebbe giocare anche da centrale, risolvendo una delle annose questioni dell’Inter di queste ultime stagioni.

Per il ruolo di terzino destro si attendono gli esiti della missione olandese per Rick Karsdorp del Feyenoord mentre altri nomi circolati di recente (Mouctar Diakhaby del Lione e Riccardo Marchizza, anche lui sempre della Roma) sembrano più giocatori di prospettiva che elementi in grado di aiutare fin da subito. Dovesse poi davvero partire Perisic ecco che l’Inter avrebbe la necessità di garantire a Spalletti un giocatore in grado di fornire gol e assist partendo dall’esterno. Rientrerebbero in questa categoria sia Berardi che Bernardeschi, sul quale la concorrenza pare agguerrita. Per il ruolo di vice Icardi invece Spalletti sembra orientato a guardare in casa, valorizzando Eder e Pinamonti ieri campione d’Italia con la Primavera di Vecchi. Anche se non è escluso che, da qui alla chiusura del mercato, arrivi un altro giocatore tipo Petagna.

 

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La Tattica

Pioli vs Gasperini: la chiave tattica

di Michele Tossani

Un Inter spietata e (quasi) perfetta stravince lo scontro diretto per l’Europa contro la sorpresa Atalanta.

Se si eccettua il primo quarto d’ora di gioco, nel quale l’Atalanta ha fatto buona impressione giocando corta e muovendo palla sugli esterni, la partita è stata nelle mani dell’Inter.

Un Inter cinica, capace di sfruttare al meglio le occasioni da gol avute (11) ed i tiri in porta prodotti (8).

Dal punto di vista tattico, Pioli ha sistemato la squadra secondo un sistema 4-2-3-1 che prevedeva D’Ambrosio e Ansaldi come esterni difensivi con Candreva e Perisic davanti a loro e con il duo di centrocampo formato da Gagliardini e Kondogbia. In avanti è stato rispolverato Banega come numero 10 a supporto di Icardi.

Gasperini, dal canto suo, ha schierato un 3-4-3 con Kurtic attaccante di destra al fianco di Petagna e Gomez. Come sempre, l’allenatore bergamasco ha preparato la partita sui duelli individuali. Così Toloi si occupava di Banega mentre a centrocampo Kessie marcava Kondogbia e Freuler francobollava Gagliardini.

Proprio gli esiti delle battaglie individuali hanno fortemente condizionato l’esito della partita in favore dell’Inter. Infatti, da una parte abbiamo avuto Banega che, quando retrocedeva, sfuggiva alla marcatura di Toloi creando superiorità numerica a centrocampo contro gli interni atalantini.

Proprio per ovviare a questa difficoltà nel mezzo, nel secondo tempo Gasperini ha abbassato Kurtic centralmente in modo da aiutare Kessie e Freuler contro i centrocampisti dell’Inter più Banega. Ma i buoi erano ormai scappati dalla stalla.

Dall’altra invece sia Gagliaridni che, soprattutto, Kondogbia, hanno vinto i rispettivi duelli contro i centrali di centrocampo dei nerazzurri bergamaschi. Per quanto riguarda il centrocampista francese (rivitalizzato dalla cura Pioli), nonostante un livello di precisione nei passaggi piuttosto basso (73%), l’importanza avuta nella partita e la superiorità mostrata nei confronti di Kessie sono risultate evidenti dall’alto numero di palloni recuperati (13) e dagli uno contro uno vinti (11/15). Gagliardini invece è stato meno efficace nell’uno contro uno (4/10) ma più incisivo in fase di possesso palla con una precisione nei passaggi dell’80% ed un gol segnato. In pratica, il duo di centrocampo dell’Inter ha saputo compensarsi creando una preziosa cerniera a metà campo.

Dal punto di vista prettamente offensivo poi, rimarcata la straordinaria vena realizzativa mostrata da Icardi e Banega (entrambi gli argentini hanno realizzato 3 gol con 3 tiri in porta…) è da sottolineare come l’Inter si sia affidata meno ai cross come arma di rifinitura, eseguendone soltanto 22 nel corso dei 90 minuti.

La partita è invece stata più verticale ma anche più frenetica, come dimostrato dalla scarsa precisione nei passaggi di entrambe le squadre (79& per gli uomini di Gasperini a fronte dell’appena 77% di precisione per l’Inter). In questa situazione l’Inter ha mostrato grande aggressività, che si è tradotta in un alto numero di palle recuperate (37). Un ruolo importante è stato poi svolto dai terzini di casa, soprattutto da Ansaldi, che hanno sempre sostenuto la manovra offensiva facendosi trovare alti in fase di possesso palla.

Una partita che quindi ha mostrato un Inter all’altezza della situazione. Ora per i Nerazzurri diventa necessario dimostrare di essere in grado di replicare queste prestazioni nel lungo periodo, soprattutto nello scontro diretto contro il Napoli.

 

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Editoriale, La Tattica

Vedi Napoli e poi perdi (analisi tattica della scampagnata nerazzurra)

di Michele Tossani

L’Inter esce pesantemente sconfitta, nei modi e nel punteggio – 3-0 – da una trasferta al San Paolo che pone nuovi e inquietanti interrogativi sulla stagione nerazzurra.

Stefano Pioli, ad oggi, non è ancora riuscito a curare i mali che affliggevano l’Inter anche durante la gestione De Boer. Ovvio: tre partite sono troppo poche per poter giudicare il lavoro dell’ex laziale e non si può pretendere che, in così poco tempo, un allenatore sia in grado di migliorare una rosa ricca di buoni solisti ma male assortita collettivamente. Eppure…eppure, qualcosa si può dire. Con Pioli i nerazzurri hanno incassato 10 reti in 4 partite, alla media di 2.5 a gara, subendo 3 reti in una sola partita da Beer Sheva (!) e Napoli e 2 da Milan e Fiorentina.

Contro i Partenopei Pioli ha insistito con Banega No.10 alle spalle di Icardi, con Brozovic e Kondogbia come interni di centrocampo. Anche se la posizione di trequartista sembra adatta a sfruttare il talento argentino, in questo momento il 4-2-3-1 non sembra un sistema di gioco che l’Inter sia in grado di sostenere. Con Candreva e Perisic pigri nella fase difensiva, i soli Brozovic e Kondogiba non sembrano, anche per caratteristiche, in grado di fornire adeguata copertura difensiva. De Boer lo aveva capito ed aveva virato verso un più compatto 4-3-3. Pioli, evidentemente, ancora no.

Ieri, contro il Napoli, ne abbiamo avuta una ulteriore dimostrazione. Gli interni partenopei hanno tagliato come la lama con il burro le due linee difensive da 4 con cui l’Inter affrontava la fase di non possesso palla. Le due mezzali napoletano (Hamsik e Zielinski) hanno occupato quasi stabilmente gli half-spaces sinistro e destro. L’azione del gol di Zielinski come esempio dell’incapacità interista di opporre un’efficace difesa a gioco degli uomini di Sarri: una serie di scalate in avanti fatte male; nove passaggi fra i giocatori napoletani in 23 secondi; il cambio di campo per l’esterno sul lato debole (Callejon), tipo schema del Napoli e la successiva sponda per l’inserimento dello smarcato interno di centrocampo polacco.

 

La catena di sinistra, punto di forza nel gioco di Sarri, ha fatto a pezzi la fase di non possesso nerazzurra

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Chiaramente la partita è stata influenzata anche da una questione di cattivo approccio da parte dell’Inter. Così come i Nerazzurri erano stati bravi ad approcciare la partita contro la Fiorentina, segnando 3 gol in venti minuti di gioco, così sono stati altrettanto deficitari nell’approcciarsi alla sfida del San Paolo, prendendo 2 gol in appena cinque minuti di partita. L’ultima volta n cui l’Inter aveva subito due gol nei primi cinque minuti di gioco risale alla sfida del maggio 2007 contro la Lazio. Ma quello che preoccupa ancor di più è la statistica che indica come l’Inter abbia concesso al Napoli ben sette tiri nello specchio nel primo tempo. Un dato allarmante soprattutto se confrontato con quello di un Napoli che, fino a ieri, non aveva mai fatto così tanti tiri nello specchio nei primi tempi di questa stagione.

Manca l’equilibrio, come ha sottolineato lo stesso Pioli al termine del match. Lo si evince anche analizzando la sterile fase offensiva dei suoi uomini. L’Inter ha continuato a muovere palla lungo le catene esterne, come già faceva con De Boer, producendo un alto numero di cross con la consueta imprecisione (3/30). Il tutto, per una fase offensiva che ha prodotto appena 6 tiri in porta nell’arco degli interi 90 minuti., frutto anche dell’incapacità die Nerazzurri di servire adeguatamente Icardi.

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In conclusione, al netto del poco tempo avuto a disposizione, Pioli non è ancora riuscito a cambiare né le prestazioni della squadra, sempre altalenanti, né la sua impostazione “all’olandese”. Il tecnico emiliano aveva dichiarato tempo fa di non essere un “normalizzatore”. Forse questo non è nemmeno necessario. Sarebbe preferibile essere un “equilibratore”, cioè un allenatore in grado di far trovare alla squadra un equilibrio non soltanto mentale ma anche tattico.

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Editoriale

Sbagliare 36 cross per far esonerare un allenatore (la nostra analisi tattica di Sampdoria – Inter)

di Michele Tossani

È finita. Come ampiamente previsto (da alcuni media perfino auspicato) l’Inter esonera Frank De Boer a seguito della sconfitta subita dai Nerazzurri in trasferta domenica sera a Marassi contro la Sampdoria. Così, dopo 84 giorni da quel 9 agosto, giorno in cui l’olandese venne scelto per sostituire Mancini sulla panchina interista, l’avventura italiana di De Boer arriva alla fine. Se pensiamo che, dopo 87 giorni in carica, Arrigo Sacchi venne eliminato dall’Espanol in Coppa Uefa, ma confermato da Berlusconi, la differenza con quanto accaduto a FdB è stridente.

A FdB vengono imputate tutta una serie di colpe, fra le quali quelle di un atteggiamento tattico troppo spregiudicato; di una inflessibilità che sfocia nell’integralismo, per non essersi piegato ai “consigli” tecnici arrivati dalle alte sfere (leggasi Ausilio e Zanetti); per aver condotto allenamenti troppo poco intensi, a detta della società; per aver diviso lo spogliatoio creando un forte numero di scontenti.

In verità, alla fine De Boer paga l’inconsistenza della società, incapace di programmare e divisa fra Pechino, Milano e Giakarta come argutamente fatto notare da Tronchetti Provera.

Infatti, al netto delle questioni extra campo (ma in quale spogliatoio coloro che giocano meno sono contenti? Mandzukic è contento di essere diventato la riserva di Higuain? E chi se non la società, ove presente, dovrebbe prendersi cura di gestire queste situazioni? E chi è che definisce poco intense le sedute di allenamento dell’olandese quando l’Inter gioca sempre meglio i secondi 45 minuti rispetto ai primi?) quello che è mancato all’Inter è stato il sostengo ad un progetto di calcio nuovo. Chi ha scelto De Boer (Thohir) non ha forse avuto la lungimiranza o la voglia di capire prima e di sostenere poi la scelta di un certo tipo di calcio di fronte alle naturali difficoltà che questo avrebbe trovato per imporsi in un ambiente come quello italiano da sempre restio ad ogni novità. Restio ed anche un po’ supponente visto che ad oggi ancora molti ritengono che un qualsiasi allenatore italiano sia meglio di uno straniero ancorché plurivincitore di trofei.

Il fallimento di FdB rappresenta il fallimento di un’idea: in un momento in cui, dalla parte opposta della Penisola, si ingaggia un allenatore innovativo come De Zerbi e lo si mette poi in discussione per non essere riuscito in poche settimane ad imporre il suo calcio ad una squadra presa in corsa (come De Boer) o che si sostiene che per divertirsi si debba “andare al circo” (Allegri dixit), vuol dire che non si è capito come nel calcio di oggi la vittoria sia sempre la cosa più importante ma che il modo in cui viene ottenuta ha una rilevanza che non aveva paragoni a queste latitudini anche soltanto dieci o quindici anni fa.

 

FdB è un tecnico olandese, nel senso che si iscrive appieno in quella scuola tattica. Questo significa essere un po’ zemaniani. E zemaniano sono stati sia il suo approccio che la sua Inter. Il gioco dei Nerazzurri di De Boer era basato su una costante ricerca delle fasce laterali con i terzini trasformati in ali aggiunte. Tuttavia, a differenza del boemo, le ali di FdB giocavano da vere e proprie ali senza tagliare centralmente, al fine di produrre cross al centro dell’area per Icardi e per i centrocampisti a rimorchio. Solo contro la Samp, Candreva e gli altri Nerazzurri hanno prodotto 36 cross, record per una singola squadra in una partita di Serie A. Questo tipo di atteggiamento, che portava anche 7 o 8 uomini oltre la linea della palla ha finito per lasciare da soli Murillo e Miranda a difendere a schema puro, cioè uno contro uno, con gli attaccanti avversari.

A volte l’Inter ha trovato difficoltà a servire Icardi, come accaduto nella partita contro i Blucerchiati ma, in generale, le difficoltà di realizzazione della squadra non sono da imputare tutte a De Boer.

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Infatti se è vero che l’Inter ha realizzato soltanto 13 gol in campionato è anche vero che la squadra è quarta per tiri a partita (16.8). Quello che manca è la precisione dei giocatori con appena il 4.5 di media a partita di tiri nello specchio della porta. Sul fatto poi che FdB abbia avuto problemi a dare un’identità precisa alla squadra, questo non è vero. L’impronta dell’allenatore sul gioco era evidente e, indipendentemente dal fatto che questa sia più o meo discutibile quello che non è opinabile è la necessità che ad un allenatore venga dato del tempo sufficiente per far digerire alla squadra i suoi dettami tattici. Trovare la posizione giusta a Banega in un centrocampo che contempli anche Joao Mario non è infatti facile. Pensare che questo non richieda tempo è incredibile. Ritenere che lo si possa fare in tre mesi con un gruppo nuovo e in parte abituato a un calcio disorganizzato come quello della gestione precedente è invece utopistico.

Creare poi una rosa di 29 giocatori ai quali viene fatto credere di essere tutti titolari è poi un altro modo per mettere in difficoltà la guida tecnica. Non essere riusciti a epurare gli esuberi come Felipe Melo o a far capire ai buoni giocatori di non essere ancora dei campioni (Kondogbia) è colpa da attribuirsi alla società. Così come è da addebitare al club la decisione di puntare su un allenatore che predilige il gioco sulle fasce con sovrapposizioni costanti dei terzini ed avergli poi affidato esterni difensivi come D’Ambrosio, Santon o Nagatomo.

Certo, i numeri non sono entusiasmanti con 5 vittorie, 7 sconfitte e 2 pareggi in 14 partite ufficiali. Ma mandando via FdB si è commesso lo stesso errore fatto a suo tempo con Gasperini, cioè quello di mandare via un allenatore prima ancora di dargli il tempo di provare a imporre il suo calcio, forse perché alla fine non si è mai creduto in lui fino in fondo o non lo si conosceva del tutto. E allora perché ingaggiarlo?

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La Tattica

Frank in progress (non disturbate il conducente, la nostra analisi tattica)

di Michele Tossani

La prestazione dell’Inter a Roma ha lasciato sul campo, oltre ai punti, anche alcune perplessità di fondo sulla gestione tecnica della squadra nerazzurra. In particolare è stata La Gazzetta dello Sport a esprimersi in questi giorni, attraverso diversi articoli, per una bocciatura (ancorché parziale) della guida tecnica di Frank De Boer. Infatti pur riconoscendo al tecnico olandese il merito di aver prodotto la vittoria sulla Juve e di aver prestato attenzione ad alcuni giocatori dimenticati dal suo predecessore, come Gnoukouri e Miangue, la critica della rosea si è concentrata su alcuni aspetti tattici come la mancanza di vere alternative offensive ad Icardi, la bassa percentuale di realizzazioni rispetto ai tiri prodotti (9,09%: soltanto Crotone, Empoli e Pescara hanno attualmente una percentuale di realizzazione peggiore rispetto a quella dell’Inter) o uno stile di gioco giudicato troppo spregiudicato, con una eccessiva trascuratezza della fase difensiva.
Partiamo dalla percentuale realizzativa. Sicuramente i 9 gol segnati fino ad oggi sono pochi… Ma questo dato va confrontato con il numero totale di tiri realizzati. Se contiamo questi ultimi, infatti, notiamo come i Nerazzurri abbiano tirato ben 99 volte verso la porta avversaria, vale a dire lo stesso numero di tentativi effettuati dalla Juventus e 8 in più dei 91 realizzati dal Napoli, squadra la cui prolificità nessuno ha mai messo in discussione. Questo significa che la squadra di FdB tira molto in porta cioè produce un calcio offensivo nel quale si creano occasioni da gol. Certamente la percentuale di realizzazioni rimane bassa rispetto al volume di gioco prodotto ma questa deve essere imputata maggiormente ad errori individuali più che a demeriti del tecnico. Il bravo allenatore, si sa, porta i propri giocatori davanti alla porta. Ma negli ultimi 16 metri o, comunque, nella parte finale del campo, sono le caratteristiche dei singoli a fare la differenza. La batteria di attaccanti di FdB comprende, oltre al totem Icardi, giocatori come Eder (che non è esploso, anzi è peggiorato, rispetto alle sue medie, sotto la precedente guida tecnica), Palacio o Jovetic, che devono trovare ancora una loro collocazione precisa all’interno della rosa o Gabigol, che va aspettato e che sarebbe prematuro bocciare già ora.

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Per quanto riguarda il gioco, sfido chiunque a rimpiangere quello (non) visto sotto Mancini. È vero che la squadra ha talvolta degli aspetti zemaniani come quello di subire troppo facilmente il contropiede avversario ma è anche vero che FdB è al lavoro da pochi mesi con questo gruppo. Eppure è già riuscito a dare alla squadra un’identità tattica già visibile. La costruzione di triangoli per favorire il portatore di palla e creare più linee di passaggio, l’attenzione all’utilizzo delle fasce laterali, l’alto numero di uomini che attaccano l’area, la ricerca costante delle sovrapposizioni sono tutti elementi che fanno parte del DNA del gioco all’olandese e che De Boer sembra aver già inculcato ai Nerazzurri. Se pensiamo che alcuni allenatori italiani chiedono tempo dopo un intero girone d’andata o che in certi casi non sono nemmeno dopo un anno in grado di tirar fuori qualcosa dalle squadre a loro disposizione, possiamo certamente dire come FdB sia un passo avanti rispetto alla tabella di marcia. Il fatto che ci sia da lavorare ancora è indubbio come è innegabile che difendere 2+1 con soltanto i difensori centrali e Medel contro le ripartenze avversarie sia risultato spesso un sistema inefficace di affrontare la fase di non possesso palla. Ma questi sono automatismi sui quali De Boer e il suo staff lavoreranno. A tal proposito giova ricordare come diversi di questi contropiedi siano stati subiti in fase di costruzione a causa della perdita del pallone da parte dei giocatori interisti e non per una riconquista avversaria nei propri ultimi 30 metri difensivi di campo. Vale a dire che le palle perse sono state più frutto della disattenzione o di un cattivo posizionamento in alcune fasi di gioco che di un fallimento del gegenpressing nerazzurro.

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Sempre a proposito di tattica è stato scritto che con Banega e due ali l’Inter è troppo sbilanciata o che l’ex Siviglia, Candreva, Joao Mario e Perisic non possono giocare tutti insieme. In realtà tutto dipende dalla disponibilità al sacrificio dei giocatori. Il Bayern di Guardiola è arrivato a giocare con Alonso davanti alla difesa e con Coman, Thiago, Muller e Costa dietro a Lewandowski. Candreva e Perisic sono esterni offensivi in grado di lavorare anche in fase difensiva. E Joao Mario può coprire la sua zona di campo collaborando con Medel. Magari una soluzione con tutti questi giocatori insieme non sarà sempre proponibile ma certamente non è da scartare a priori. Con Banega arretrato come interno di centrocampo, un ruolo che il calciatore argentino conosce benissimo, la squadra virerebbe verso un più equilibrato 4-3-3 anche con la presenza contemporanea in campo di tutte le sue bocche da fuoco. De Boer sta lavorando proprio in questo senso: raggiungere un equilibrio tattico all’interno di una predisposizione spiccatamente offensiva dell’undici di partenza. Siamo ancora a livello di work in progress. Semmai, il tecnico orange dovrà lavorare sull’aspetto psicologico del gruppo visto che l’Inter è troppo spesso partita in svantaggio. Limitare le partenze ad handicap sarebbe un buon inizio. Ma questo aspetto o le sconfitte in Europa League non devono far dimenticare il lavoro ed i progressi fin qui compiuti. Non possiamo dire con certezza che la rivoluzione olandese sarà un successo ma neanche sostenere che i segnali fin qui visti non siano in qualche modo incoraggianti specie se, come già detto, paragonati al nulla precedente.

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La Tattica

Inter – Bologna spiegata ai tuoi amici del bar (la consueta, sagace analisi tattica del Professor Tossani)

Si ferma davanti al Bologna la corsa dell’Inter che, dopo aver inanellato tre vittorie consecutive è costretta al pari casalingo dai Felsinei.
L’1-1 finale lascia forse l’amaro in bocca ma è, tutto sommato, il risultato più giusto al termine di una partita che ha messo in luce pregi e difetti di questa Inter della prima parte della stagione.
Dal punto di vista tattico, Frank De Boer è costretto a rinunciare a Joao Mario e Murillo per problemi fisici registrati a poche ore dall’inizio del match. Costretto a fare a meno di due dei giocatori attualmente più in forma, De Boer decide di sostituirli con Ranocchia e Kondogbia in un 4-2-3-1 che prevede Santon e Miangue come esterni difensivi e con il centrocampista francese al fianco di Medel e dietro ad un trio composto da Candreva, Banega e Perisic, tutti a supporto di Icardi.
La partita comincia con un Bologna aggressivo: la squadra di Donadoni pressa abbastanza in alto, mettendo in difficoltà il giro palla e la fase di costruzione dei Nerazzurri.

In questa prima fase della partita si nota subito la posizione fluida di Banega. Il trequartista argentino gioca infatti prevalentemente nella zona mancina del centrocampo, occupando l’half-space sinistro e abbassandosi quando necessario a ricevere palla dai difensori e dai centrocampisti centrali per aiutare l’inizio dell’azione offensiva interista.
L’aggressività del Bologna paga immediatamente dopo soli 14’ quando, rubata palla a metà campo (una costante negativa dell’Inter di queste prime partite di campionato) i Rossoblù imbastiscono un veloce contropiede che si conclude con un assist di Verdi per un Destro che si trova completamente libero nella zona in cui sarebbe dovuto rientrare velocemente Santon.
Ancora una volta quindi l’Inter dimostra di soffrire il contropiede. Una volta superata la prima fase di pressione o, come in questo caso, quando la squadra perde palla in fase di costruzione si aprono praterie per le squadre avversarie soprattutto sugli esterni con i terzini che vengono chiamati a spingere in avanti, lasciando ampi spazi dietro che a volte vengono coperti dalle uscite laterali del centrali (buona la prova in questo senso di Ranocchia) mentre in altre occasioni creano degli scompensi cui la squadra di De Boer non riesce a porre rimedio.
Anche la fase di costruzione, inizialmente, si trova a sbattere contro la fase difensiva bolognese. Le cose migliorano quando il tecnico olandese sostituisce Kondogbia inserendo al suo posto Gnoukouri. Indipendentemente dalle colpe del francese (lento e spesso non disposto correttamente con il corpo) quello che è da far notare è come l’Inter migliori la propria fase di costruzione presentando soltanto un giocatore come interditore puro.
A tal proposito, conviene interrompere un attimo l’analisi di Inter – Bologna per illustrare meglio questo punto. Quando Pep Guaridola arrivò al Bayern per imporre una mentalità più offensiva ai Bavaresi al posto di quella più guardinga di Jupp Heynckes, per prima cosa decide di passare da un sistema base 4-2-3-1 ad un 4-1-4-1 cioè ad una formazione con un solo mediano di contenimento. Lo stesso Johann Cruyff ha spesso sottolineato come, a suo dire, una squadra sia meno creativa schierando in campo due centrocampisti difensivi.
In questo senso, l’Inter ha mostrato il meglio di sé quando ha schierato Joao Mario al fianco di Medel, cioè un giocatore di costruzione in più pur in un 4-2-3-1 di partenza. Con Kondogbia la manovra è risultata più lenta mentre è migliorata quando è stato schierato Gnoukouri. Il giovane ivoriano non è certo un giocatore offensivo come il portoghese ma è un box-to-box midfielder, come dicono gli Inglesi, cioè un giocatore di maggior raccordo fra centrocampo e attacco rispetto a quanto non sia Kondogbia.

Con Gnoukouri in campo quindi la palla scorreva meglio e la manovra dell’Inter ne ha tratto vantaggio.
Vantaggio però limitato agli ultimi trenta metri di campo dove i Nerazzurri hanno mostrato quelle pecche in fase di finalizzazione che hanno condizionato queste prime partite di campionato. Infatti, a fronte di un 61% di possesso palla gli uomini di De Boer hanno prodotto appena 6 tiri nello specchio della porta di Da Costa, cioè un numero basso in proporzione al controllo della partita avuto, specialmente nei secondi 45 minuti di gioco.
L’attacco a difesa chiusa dei Nerazzurri deve migliorare, mentre ora la soluzione più utilizzata in fase di rifinitura è quella del cross dagli esterni soprattutto dalla parte di Candreva con l’ex laziale che ha tentato 18 volte di mettere la palla nel mezzo. Se è vero che questa è un’arma tattica importante vista la difficoltà delle difese di gestire questo tipo di passaggi e vista la capacità di Icardi e degli altri avanti nerazzurri di sfruttare questo tipo di palle è anche vero che, con Banega in campo, l’Inter dovrebbe provare a trovare anche altre vie per sfondare le difese basse e chiuse.
Per il resto sono da segnalare anche un preoccupante calo atletico nella seconda parte del secondo tempo, con la squadra che si è allungata pericolosamente concedendo troppo campo alle ripartenze del Bologna che a un certo punto avrebbe anche potuto portare a casa i tre punti.
Infine, buona la prestazione di Miangue.Il terzino belga ha giocato bene per gli interi 90 minuti vincendo 11 duelli uno contro uno sui 17 avuti e producendo anche 4 intercetti e 7 tackles vincenti. Una prova convincente in un ruolo carente per i Nerazzurri.

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La Tattica

Frankie non si è fermato a Empoli (analisi tattica della partita del mercoledì)

di Michele Tossani – @MicheleTossani

Alla vigilia della trasferta di Empoli, Frank De Boer aveva chiesto ai suoi una prova di maturità che desse seguito all’ottima prestazione offerta contro la Juventus. E così è stato. Quella che si è vista all’opera allo stadio Castellani, nell’insidiosa trasferta in terra toscana, è stata un’Inter matura, consapevole (forse per la prima volta dopo tanto tempo) dei propri mezzi.

Dal punto di vista tattico, De Boer ha sopperito all’assenza di Banega cambiando il sistema di gioco e schierando i Nerazzurri con il 4-3-3: davanti ad una confermata linea difensiva, il tecnico olandese ha posizionato tre centrocampisti centrali con Medel vertice basso e con Kondogbia e Joao Mario ai suoi lati. In avanti, Candreva a destra e Perisic a sinistra erano posizionati a supporto di Icardi.

una delle azioni tipiche dell'Inter di De Boer è la sovrapposizione del terzino e centrocampisti che attaccano l'area.jpg

Il 4-3-3 ha dato le risposte che l’allenatore si attendeva. L’Inter ha controllato la partita, dominando il primo tempo a centrocampo e registrando un possesso palla del 54%. In fase offensiva, ancora una volta, si è vista quella spaziatura in campo che permette ai Nerazzurri di costruire dei triangoli intorno al portatore di palla, tipici del calcio olandese, in modo da garantire al giocatore cin possesso di palla almeno due opzioni di passaggio.

Il gioco si è sviluppato prevalentemente sugli esterni, altro tratto tipico dell’Inter di De Boer. La squadra interista è infatti stata addestrata alla ricerca della superiorità in zona laterale tramite le corse in sovrapposizione degli esterni bassi. Gli interni di centrocampo, invece, non sono solito allargarsi in fascia quanto lavorare a supporto dei giocatori esterni per completare il lavoro della catena laterale di cui fanno parte.

In questo senso, si sono avuti riscontri diversi in base alla fascia laterale nella quale si sviluppava l’azione offensiva. Infatti, mentre sulla destra la spinta dei nerazzurri è stata piuttosto continua ed efficace, con D’Ambrosio, Joao Mario e Candreva che hanno prodotto ben 11 cross (fra i quali l’assist per il primo gol di Icardi), non altrettanto positivo è stato il lavoro sul lato opposto dove la catena costituita da Santon, Kondogbia e Perisic ha creato solamente 3 cross. Questa differenza di produzione si deve molto probabilmente alle diverse caratteristiche dei giocatori che hanno composto le due catene laterali. Infatti, mentre Joao Mario è un giocatore chiaramente offensivo lo stesso non si può dire di Kondogbia. E anche Perisic e Candreva sono due sterni di versi con l’ex laziale più abile nel mettere palloni in mezzo e con il croato più abituato a cercare la soluzione personale nell’uno contro uno che la palla per gli attaccanti.

Le caratteristiche diverse fra le due catene ha favorito quindi la maggior ricerca, da parte della squadra, della catena di destra a discapito di quella di sinistra. Lo si evince anche da un altro dato, cioè dai palloni giocati dai due interni di centrocampo con Joao Mario che ha toccato 53 volte la palla a fronte delle 32 volte del francese. Questo squilibrio (dipendente, come detto, dalle caratteristiche die giocatori) non è inusuale: lo si riscontra ad esempio anche nel Napoli, dove la catena di sinistra è solita toccare più palloni rispetto a quella opposta.

In generale la squadra di De Boer ha giocato un calcio offensivo con un baricentro di 51,6 metri. L’offensività della squadra è stata evidente anche nel modo in cui i Nerazzurri attaccavano l’area in situazione di palla esterna. In questi frangenti infatti i centrocampisti venivano a rimorchio ad attaccare l’area empolese evitando così che la difesa dei padroni di casa dovesse occuparsi del solo Icardi.

la fase offensiva dell'Inter con l'esterno basso che accompagna l'azione in avanti e con gli inserimenti dei centrocampisti.jpg

Dal punto di vista difensivo gli uomini di De Boer hanno utilizzato un duplice atteggiamento. Nel primo tempo infatti la squadra è andata a pressare alto, difendendo in avanti anche al momento della perdita del pallone attraverso un organizzato gegenpressing. Nel secondo tempo e, in generale, quando l’Empoli era in fase di attacco organizzato, l’Inter è stata molto attenta a chiudere gli spazi nel corridoio centrale. De Boer ha studiato l’avversario: sapendo che l’Empoli è solito iniziare gli attacchi per vie centrali attraverso un accorto sistema di passaggi alternati avanti e indietro l’olandese si è preoccupato che i suoi difendessero a imbuto, chiudendo la zona centrale del campo e pressando i portatori di palla avversari, in particolare il vertice basso Diousse. Così facendo l’Inter ha ridotto notevolmente la pericolosità avversaria e, nel secondo tempo, pur lasciando l’iniziativa all’Empoli (appena il 40% di possesso palla per l’Inter nei secondi 45 minuti di gioco) non ha praticamente mai corso dei veri pericoli dalle parti di Handanovic.

in fase difensiva, una volta superata la prima linea di pressione, l'Inter ha difficoltà nel gestire il contropiede avversario. Questa azione si concluderà con l'ammonizione di Murillo.jpg

Le uniche difficoltà mostrate dall’Inter si sono avute nella gestione del contropiede empolese. Infatti, nelle rare volte in cui l’Empoli è riuscita a superare la prima linea di pressione interista ha trovato campo aperto costringendo la difesa nerazzurra ad affannose rincorse verso la propria porta. Oltre che all’abilità dei palleggiatori avversari questo problema è stato dovuto anche al fatto che la linea difensiva nerazzurra non accorciava sempre in avanti e non effettuava sempre correttamente le coperture preventive. In particolare quando di alzava in pressione anche Medel, accompagnando Joao Mario e Kondogbia, la difesa nerazzurra non si posizionava correttamente e rimaneva scoperta con troppo spazio lasciato nella zona compresa fra la linea difensiva e il centrocampo.

l'nter pressa alto e difende in avanti attaccando i portatori di palla empolesi.jpg

Una situazione tattica particolare sulla quale De Boer dovrà insistere nel processo di crescita di una squadra che ha comunque registrato la sua terza vittoria di fila.

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