Editoriale

Il marketing ai tempi del colera

abb

E’ più facile, secondo una consunta metafora, vendere un frigorifero agli esquimesi del Polo Nord, o un abbonamento alla nuova stagione dell’Inter a gente – cioè tutti noi – devastata dalle ultime sette orripilanti esibizioni, al culmine di una stagione che (fatto un meticoloso rapporto squadra/qualità/ambizioni/classifica reale) si è trasformata nel corso della primavera da “mezzo miracolo” a “peggior momento in assoluto dopo il Triplete?”

Il marketing ha le sue scadenze, indipendenti dagli sprofondi della squadra e dai suoi ammutinamenti morali, ma l’effetto di far partire la campagna abbonamenti subito dopo Genoa-Inter è stato decisamente comico. Schermata dopo schermata, un crescendo: “Rinnova e risparmia!” (sì, ma devo risparmiare proprio tanto tanto!), “I vantaggi di essere abbonato” (tipo: doverle vedere tutte?), “Abbonarsi è solo il calcio d’inizio” (magari…), “Acquista come vuoi, quando vuoi” (anche no?), fino al capolavoro d’umorismo dell’help desk: “Hai bisogno di aiuto? C’è una squadra qui per te”.

Dio mio, è terribile.

Battute a parte, il sincronismo non è stato dei migliori. E del resto è tutta una questione di tempi da rispettare. Che tu abbia battuto la Juve o perso con il Crotone, la campagna abbonamenti 2017/2018 deve pur partire. E così è stato. Con il freddo automatismo di un clic, con la noncuranza burocratica di una data fissata da chissà quanto, dopo un mese e mezzo di apocalisse l’Inter non si scusa ma rilancia: chiede ai suoi tifosi l’ennesima apertura di credito, l’ennesimo atto di sperticata fiducia.

Da un lato, verrebbe da pensare che dopo la fantastica serie Torino-Samp-Crotone-Milan-Fiorentina-Napoli-Genoa qualcuno l’abbonamento se lo sia masticato e ingoiato o l’abbia bruciato in un falò davanti a un gruppo di familiari e amici increduli. E verrebbe anche da pensare che forse, all’epoca, sarebbe stato più facile vendere vino dopo lo scandalo del metanolo, o carne dopo lo scoppio di Mucca pazza. Una sorta di marketing temerario, questa campagna abbonamenti.

Poi però succede qualcosa, e succede subito, nel giro di qualche ora. No, non prendiamo Messi. Ci limitiamo a esonerare l’allenatore – per il quinto cambio stagionale in panchina – e a ingaggiare un super ds di gruppo. E a diffondere, sollevando Pioli dall’incarico, un comunicato che termina così:

(…) La società inizierà fin da ora a lavorare in vista della prossima stagione sportiva.

Che è una frase potente, quasi rivoluzionaria, il vero claim della campagna abbonamenti. “Io mi sto preparando, è questa la novità”, cantava Dalla. Oh, anche l’Inter. Che – un’enorme novità – ci certifica che ben prima della metà di maggio sta lavorando per il futuro ormai alle porte. Al pensiero di cosa è successo lo scorso anno tra maggio e novembre, la sola prospettiva di partire con un’idea – una qualunque, purchè con contorni definiti – ci fa mettere in coda per il rinnovo, pensando che con la Samp vabbe’ può capitare, a Crotone è stato un approccio sbagliato, che la Fiorentina non è poi così male, che il Genoa era più motivato, che con il Napoli due ritocchi e siamo lì.

Perchè, anche se a volte è dura ammetterlo, lei ci fa girar come fossimo bambole. E noi sempre lì, come un mantra, a dire che l’amiamo. E ci abboniamo, cascasse il mondo o le perdessimo tutte (sì, tipo adesso).

Standard
Cronache

Inter-Napoli, in un certo modo

di Cristiano Carriero e Alfonso Fasano

Il Napolista e Il Nero e l’Azzurro si scambiano i convenevoli prima di Inter-Napoli, in programma domenica sera.  La presentazione della partita – che però va anche oltre, e indaga sulla percezione del Napoli secondo gli interisti e viceversa – è n dialogo tra Alfonso Fasano e Cristiano Carriero, amici virtuali, colleghi e firme dei due siti di approfondimento che parlano di calcio in un certo modo. E che ora proveranno anche a parlarsi in un certo modo, che non è sempre una cosa facilissima.

Alfonso Fasano (AF): E allora, Cristiano, ci siamo. Ci eravamo dati appuntamento qualche tempo fa per questo Inter-Napoli, nel frattempo ho letto in maniera assidua e continua il vostro sito e devo dire che siete ironici, pungenti, realisti e ovviamente competenti. Vi direi che siete molto carini, se non fosse che pare quasi voglia prendervi in giro quando in realtà non è così. Non voglio neanche arruffianarvi. Sono serio. Però, questo devi lasciarmelo dire: se voi siete carini, e lo siete, rappresentate la contrarietà assoluta ad un’Inter irriconoscibile. Quindi, ti chiedo sinteticamente, giusto per aprire le danze: che cacchio è successo all’Inter, come vi siete ridotti in questo stato?

Cristiano Carriero (CC): Grazie per i complimenti, che ovviamente sono rivolti a noi e non all’Inter. Ecumenicamente è successo che l’Inter ha speso molte energie in una rimonta che è stata favorita anche da un calendario favorevole, in un momento della stagione in cui andava anche tutto per il verso giusto. Basti pensare che a Bologna ha segnato addirittura Gabigol. Quando fai una rimonta e rincorri possono accadere due cose: o voli sulle ali dell’entusiasmo, oppure crolli una volta che l’obiettivo sfuma. Nel caso dell’Inter gli sliding door sono stati la partita contro la Juventus (persa male, malissimo, più per le lagne che per una effettiva inferiorità sul campo che quel giorno non si è vista) e quella contro la Roma, persa invece per KO tecnico, in una serata in cui abbiamo capito che la Champions non poteva essere un obiettivo realistico.

(Photo by Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)

Il derby poteva essere la gara del riscatto, invece è diventata quella della condanna definitiva. Adesso c’è solo chiudere la stagione in maniera dignitosa, sesto posto o no, e chiaramente ottenere almeno una vittoria di prestigio, in un campionato con un solo sussulto (la vittoria casalinga con la Juventus) sarebbe il minimo. Proprio allacciandomi alla questione di “minimo” e “massimo”, ti chiedo sinceramente: non avete la sensazione di aver perso una grande occasione in questi anni, con una squadra che gioca così bene, l’assenza delle milanesi e la Juve impegnata a provare a vincere la Champions?

L’Europa League, rimpianto (del Napoli 2015) e possibilità (per l’Inter di oggi)

AF: Già solo leggendola, so che rispondere a questa domanda mi costerà fatica (e qualche critica). Ti dico: forse sì o forse no, ma con tempistiche (riferite alle stagioni, intendo) che sono lontane dalle sensazioni comuni dei tifosi del Napoli. Credo che i due secondi posti (2013 e 2016) e il terzo posto di Benitez (2014) siano stati gli anni in cui il Napoli ha fatto davvero il massimo per l’organico a disposizione. Ho qualche rimpianto su quest’anno, per punti persi ingenuamente per strada che avrebbero potuto portarci allo scontro diretto di marzo con la Juventus a -7, per esempio, e sarebbe stata un’altra storia. Per noi e per loro.

Secondo me, però, la più grande occasione persa resta l’Europa League del 2015. Una chance vera, reale, per un successo europeo. Difficilmente ricapiterà. Per lo scudetto, mi sento di rimpiangere meno il passato. Anche perché, come spiegherò meglio in una risposta successiva, credo che questo ciclo di vittorie della Juventus non potesse essere rovesciato in alcun modo. E parlo di forza in campo, ovviamente, non faccio complottismi. Paradossalmente, credo che il (possibile? probabile?) ritorno delle milanesi possa riequilibrare un attimo il campionato, abbassando il tetto punti necessari a vincere il titolo. Come dire: più squadre forti, meno opportunità di fare strisce record. Per tutti. Detto questo, mi aggancio al volo: com’è il vostro progetto per i prossimi anni? Avverrà – e come avverrà – il ritorno delle milanesi secondo un tifoso nerazzurro? Mi pare una cosa interessante da sapere.

CC: Ai giocatori non interessa andare in Europa League, e forse nemmeno alla società interessa troppo. Eppure credo che l’Inter abbia comunque buone possibilità di andarci: né Milan, né Fiorentina mi sembrano all’altezza. Suning ha soldi e voglia, ma deve capire che l’Inter ha anche un suo Dna, mi piacerebbe che non si ripetessero errori come i casting, o le stagioni senza programmazione.

Il tifoso ha fiducia, perché sa che tra qualche mese si riparte da zero, spero che la lezione sia servita a capire che è meglio dedicare subito un buon budget all’allenatore piuttosto che doverne cambiare tre con le conseguenze che stiamo vedendo. Il nome l’ho giù detto, ma mi ripeto, anche perché cos’altro dovrebbe fare Simeone all’Atletico? Mentre che parliamo di allenatori, mi viene da farti una domanda su Sarri: adoro lui e il suo gioco, ma vederlo al Bernabeu in tuta no. Non ce la fate proprio a convincerlo ad adattarsi alle situazioni? (Ovviamente, non parlo solo di look).

I due tecnici (e la partita di domenica)

AF: Parli con un sarrita, moderato ma convinto. Nel senso: adoro e sottolineo i pregi di Maurizio, ma tendo a non negare i suoi difetti. Ecco, quello che dici tu è un difetto che io riconosco, un “problema” estetico che discende dall’autodefinizione del suo personaggio. Volendo forzare un po’ la chiave narrativa, il suo outfit è la trasposizione imposta, sul campo, di un atteggiamento che in qualche modo “dimentica” l’importanza di certi dettagli a certi livelli. È la parte che fa meno danni, comunque, rispetto a una cura “disattenta” della comunicazione, di una certa prossemica, ovvero la forza di un lavoro psicologico sull’ambiente, che poi può proiettarsi pure sulla squadra.

Sarri crede che tutto possa essere risolto attraverso il lavoro sul campo. Un’idea romantica, nobile, bellissima nella sua essenza ma purtroppo non veritiera quando da Empoli passi a Napoli, dai playoff di Serie B passi alla Champions. Il termine che hai usato tu, adattamento, è perfetto. Quello di Sarri a certe dinamiche, forse volutamente o forse no, non è ancora compiuto del tutto. Un po’ come il percorso di Pioli, che però si è fermato ben prima del livello raggiunto da Sarri. Allenatore per allenatore: c’entra qualcosa Pioli in questa crisi tremenda?  E che Inter presenterà domenica sera?

CC: Ma ti rendi conto che noi dobbiamo sentirci dire che abbiamo bisogno di un normalizzatore? Io ho rispetto di Pioli e del suo lavoro, ma non voglio essere normalizzato. Da Helenio Herrera a Mourinho, mi sembra evidente che l’Inter abbia bisogno di un mitomane egocentirco in panchina per vincere. È il nostro destino, ecco perché io vorrei tanto Simeone, o Conte, anche se al momento mi sembra difficile.

Pioli ha fatto quello che poteva fare, ma sinceramente sono convinto, e non lo dico da oggi, che con de Boer saremmo almeno nella stessa posizione in classifica. E con de Boer ricordo due partite bellissime: quella con la Juventus, e quella in casa della Roma. Per quanto riguarda l’Inter che giocherà domenica, ti confesso che io ci arrivo stanco. Mi spiego: non penso nemmeno sia una questione di moduli, non è colpa di Kondogbia se per colpire il pallone di testa la prende di spalla, o di Medel se è costretto a fare un ruolo non suo (ma qual è il suo ruolo?).

Io mi accontenterei di vedere un Inter consapevole. Consapevole che il campionato, comunque vada, è stato un fallimento, e che Pioli andrà via. A maggior ragione vorrei vedere una squadra che gioca per se stessa, per restare all’Inter, cosa che per molti giocatori non è così scontata. Il Napoli è più forte, se la mette sul ritmo e sul possesso palla non c’è partita. Ma l’Inter può creare problemi soprattutto sulle fasce, dove poteva essere devastante e invece è stata intermittente. Ecco, vorrei vedere una gara devastante da parte degli esterni, che nelle rare partite in cui hanno giocato bene ci hanno fatto divertire. E il Napoli da quelle parti soffre parecchio quando viene attaccato. Voi, invece? A che punto siete? E ti chiedo: di cosa avete bisogno per puntare al primo posto?

AF: Il Napoli verrà col suo vestito “classico”, questa squadra è ampiamente definita da tempo. Dal punto di vista del gioco, sai benissimo che i nostri principi e il nostro atteggiamento non si modificano in base dell’avversari. Per quanto riguarda la formazione, invece, si parla di un dubbio Mertens/Milik, che in realtà per me non esiste. Giocherà Dries, un vostro presunto “oggetto del desiderio”. Qualche ballottaggio a centrocampo, ma parliamo di struttura e non di sovrastruttura.

Sul primo posto: io credo che questa squadra abbia bisogno di continuare a crescere. Secondo questo progetto societario, secondo le idee di questo allenatore. Per dimensione economica della proprietà attuale, è difficile fare più di quanto fatto senza una programmazione strutturale e strutturata, quindi pluriennale – che comporterebbe rinunce temporanee in caso di stadio nuovo, dato che Adl non possiede la Fiat è non è un uomo Suning. Una cosa che Napoli, secondo me, non saprebbe e potrebbe aspettare.

Quindi, si può solo sperare (e credere) che il progetto tecnico varato per il post-Higuain possa essere integrato con altri calciatori dal profilo simile, in modo da aumentare la qualità della rosa anno dopo anno. Da 82 punti nel 2016 a 85 nel 2017 a 88 nel 2018 e così via. Insistendo in questo modo, potrebbe arrivare anche il primo posto. Che poi, se ci pensi, è l’unica cosa che è mancata. Siamo arrivati per due volte secondi, dietro una squadra che ha stracciato tutti i record. Diciamo che il mancato scudetto non è proprio tutta colpa nostra, ma anche merito dei signori in bianconero.

Passato, presente, futuro

CC: Mi dici i 5 giocatori dell’Inter che sarebbero stati benissimo con la maglia del Napoli?

AF: Divido la risposta in due, se mi permetti. Convocherò “cinque” calciatori del presente e poi “cinque” del passato. Giuro che non sarò troppo prolisso nonostante le promesse bibliche – te lo spiegano le virgolette. Per il presente dico Icardi, Icardi, Icardi, Icardi e Handanovic. Reputavo e reputo il vostro capitano come l’unico in grado di sostituire degnamente Higuain, dal punto di vista meramente realizzativo quanto per aderenza perfetta al gioco di Sarri, al modo di intendere il centravanti del nostro tecnico. Credo si sia capito anche dalla mia insistenza, sul Napolista e non, per promuovere il “partito di Maurito”. Ti confesso che anche il direttore Gallo ha una cotta enorme per lui. Ci metto vicino anche Samir, probabilmente il portiere più completo e reattivo che abbia mai visto in Serie A. Uno dei pochi che, con le sole doti da portiere, permetterebbe un upgrade reale rispetto a Reina.

Dal passato, stessa operazione di selezione particolare: Recoba, Recoba, Recoba, Recoba e Sneijder. Per quanto riguarda il Chino: penso che per estro e assoluta follia sarebbe stato l’unico in grado di ricreare – almeno in parte – il cortocircuito maradoniano. Il suo essere mancino, le sue punizioni, non so, ho sempre avuto questa sensazione. Napoli, forse, avrebbe potuto curare la storica discontinuità (sì, dalle nostre parti siamo così presuntuosi da credere di poter incidere davvero su un calciatore). Sneijder, invece, è una preferenza personale. Credo di non ricordare un calciatore in grado, fin dal suo arrivo, di incidere così profondamente su una squadra, pur non essendo un fuoriclasse propriamente detto. Ovviamente, parlo del Wesley di Mourinho. Tendo a dimenticare le disgrazie, quindi il suo post-Triplete.

Detto questo, rigiro a te la domanda. Però, con qualche filtro: non c’è bisogno di arrivare fino a cinque, ne puoi scegliere uno del presente e uno del passato. Quello del passato, se vuoi, puoi metterlo accanto a Maradona. Che – suppongo – avresti voluto in nerazzurro, o no? Ah, e poi un giudizio su Icardi. Fammi sapere che ne pensi, da interista.

Reina leader, Handanovic portiere

CC: Non ci crederai, ma io farei volentieri uno scambio di portieri. Intendiamoci Samir è fortissimo, ma invidio al Napoli la leadership di Reina. Sono fermamente convinto che a certi livelli i portieri siano tutti bravi, lì dove non si chiamino Buffon ed appartengano quindi ad un’altra categoria, perciò la differenza non la fa tanto il miracolo in più quanto l’atteggiamento. Reina in questo mi fa impazzire. Chiaramente vi invidio tantissimo il contesto, Reina lo sa e calca la mano. Mi sarebbe piaciuto molto vedere Hamsik nel contesto nerazzurro, credo che ci siamo andati vicini negli anni di Mazzarri, e sono del parere che Marek sia un giocatore di caratura mondiale.

Parlando del passato, e lasciando gli dei al posto loro, quindi in una teca accanto a San Gennaro, avrei fatto carte false per vedere il miglior Alemao all’Inter. Parlo dell’Alemao che decise semifinale e finale di Coppa Uefa a fine anni 80. Un tuttocampista eccezionale, accanto a Berti sarebbe stato spaventoso. E poi vuoi mettere vederli tutti e due con il calzino abbassato.

Hai detto tutto tu su Icardi (questo pezzo qui, pubblicato su Rivista Undici). A volte ho l’impressione che sia l’uomo giusto al posto sbagliato. Un attaccante tra i primi dieci al mondo: concreto, astuto, e che in alcune occasioni ha mostrato di saper giocare anche per la squadra. Leader? Forse no, a mio parere il capitano poteva essere un altro, e vado sempre a memoria, nella storia nerazzurra i capitani “storici” sono dei difensori: Facchetti, Bergomi, Zanetti, perché siamo una squadra che non ne hai mai fatto una questione di spettacolo. Ma di lavoro.

Sinceramente non ho troppo da rimproverare a Icardi, non è colpa sua se qualcuno reputa sensato pubblicare una sua biografia, o se ogni anno i suoi gol risultano inutili. È un grande attaccante, e spero riesca a liberarsi di tutto quello che non gli riguarda e non gli appartiene. Ovvero tutto ciò che non sia fare gol, leadership compresa.

San Siro, San Paolo

CC: Un’ultima domanda per te: Il tuo ricordo più bello di San Siro?

AF: Ci sono stato due volte, durante la scorsa stagione. Il derby d’andata, 1-0 gol di Guarin, e Milan-Napoli 0-4. Della prima partita, ricordo con il cuore che batte la perfetta civiltà di tutti, impegnati solo a godersi una serata di calcio. Tifosi mischiati in metro e allo stadio, stranieri e famiglie, un’atmosfera fantastica.

Della seconda, ricordo l’uscita da San Siro. Eravamo nel settore ospiti, ultimo anello, ci trattennero allo stadio per un’oretta dopo il 90esimo. Poi uscimmo, tutta la discesa lungo la torre a intonare cori e due ali di funzionari dell’ordine ad aspettarci. Noi camminavamo nella strada aperta da questo doppio cordone, e intanto cantavamo mentre loro ci guardavano saltare ed esultare ancora. Avevamo vinto 4-0, in trasferta, a Milano, con una prestazione da favola. Credo sia il racconto che farei a chiunque mi chiedesse “descrivimi la tua felicità riferita al calcio”.  Tu sei mai stato al San Paolo?

CC: Ti confesso di no, credo sia l’unico grande stadio italiano che mi manchi. Credo sia dipeso da una serie di congetture: distanza, opportunità, tifo. Avrei voluto esserci nel giorno in cui tutto lo stadio ha cantato Napule è di Pino Daniele, per dedicarla al cantante scomparso. L’ho vista in tv e mi sono venuti i brividi, chissà cosa avrei pagato per esserci. Così come vorrei sentire dal vivo l’urlo “The Champions”. E per quanto riguarda il passato mi sarebbe piaciuto respirare il clima delle sfide tra Maradona e il Milan di Sacchi. Poesia pura. Come fai a non emozionarti?

Per quanto riguarda noi, anche se non me l’hai chiesto, il mio ricordo più bello è lo scudetto del 1989. Che arrivò proprio a San Siro in una partita contro il Napoli. Erano i giorni di “È qui la festa” e la gara la decise un ragazzo magico. Michele Dalai racconta quella giornata qui, ed è uno dei pezzi più belli del nostro blog. In bocca a lupo per lunedì!

AF: Allora prendiamo appuntamento per l’anno prossimo. Napoli-Inter si giocherà sicuramente, per l’urlo Champions stiamo lavorando. Io ti aspetto, comunque. L’ospitalità dei napoletani è un luogo comune, ma è verificato nella realtà.

Standard
Editoriale

Cosa resterà, di quest’anno lungo come ottanta? (Il tenero Pioli, le rulete e la notte che non finisce mai)

Hanno festeggiato come fosse una finale di Champions League, vinta e non pareggiata. Fatta pace con il fastidio iniziale, penso abbiano ragione loro. Mica perché mi piaccia in qualche modo la teoria dello sfottò con tutte le minchiate che l’accompagnano (sono uno di quelli che non ha mai usato il telefono dopo vittorie nostre o sconfitte altrui, mi sembra una gran perdita di tempo, mi sembra di sottrarre minuti alla gioia), ma perché penso che l’impresa l’abbiano fatta eccome e che vada ben oltre il 2 a 2 conquistato alla fine del recupero più lungo di tutti i tempi. Il Milan è una squadra incollata con lo sputo, lo dico con bonomia e ammirazione, messa insieme da gente che sa di calcio ma che non aveva più denaro da spendere, un Frankenstein di pezzi difficili da assemblare e motivare, tra prestiti e parametri zero, stranieri bolsi a fine corsa e ragazzini della Primavera che ti chiedi se si siano mai fatti la barba o è ancora troppo presto.

Ebbene quella squadra che in potenza e sulla carta sarebbe orribile ha giocato e continua a giocare un campionato eccellente, un po’ come il calabrone che vola nonostante le leggi della fisica. Il merito è dell’allenatore, che non è simpatico e sta interpretando al meglio il suo ruolo di nemico (i commenti dopo i due derby, andata e ritorno, sono pessimi e ci vuole tutta la lucidità del mondo per continuare a parlare bene di Montella fingendo che non abbia rilasciato quelle interviste), ma che sa come motivare guidare un gruppo di improvvisati.

Pioli.Inter_.2016.17.sconsolato.750x4501-e1492267410820-610x400.jpg

Intendiamoci, al di là dell’astiosa interpretazione delle partite di Montella e della gestione divina del tempo dell’innovatore Orsato, il Milan sabato non avrebbe dovuto pareggiare, meritava la sconfitta e forse l’onore delle armi per il quasi assedio finale (senza mai tirare in porta, un 2 su 2 perfetto). Ma le partite son fatte anche di rabbia e voglia e lì, amici miei nerazzurri, cascano tutti i nostri numerosissimi asini. Prendiamo ad esempio l’ingresso in campo di Lapadula ed Eder. Il milanista è uno di quelli che ai tempi di Ciccio Graziani avremmo definito generoso ma sega. Corre e picchia come fosse un difensore ed è entrato con la faccia di chi potrebbe uccidere a mani nude e si è dannato l’anima per i pochi minuti della sua partita. Eder no, sembrava un dopolavorista al calcetto del giovedì, ha sbagliato i primi tre tocchi, inspiegabilmente molli, e si è spento subito. L’Inter di quest’anno, al netto degli allenatori, è un gruppo di giocatori che faticano a diventare una squadra, in cui le pulsioni del solista spesso distruggono il lavoro del coro. Ho contato almeno due rulete (Miranda e Candreva), in momenti in cui c’era da pedalare e sudare, ho visto centrocampisti che nel momento più difficile della partita facevano un metro in meno piuttosto che farne uno in più e in generale una condizione fisica disastrosa (da Torino l’Inter non corre più). Ho visto nazionali brasiliani e cileni spazzare a campanile a 10 minuti dalla fine, invitando il Milan a piantare le tende troppo vicino all’area di Handanovic perché finisse bene.

180548790-41d7e3b0-ed68-494d-a0fe-37c6832df94b.jpg

Non sono un tecnico, non ho studiato a Coverciano ma il buon senso mi impone una domanda a Pioli: perché giocare la partita perfetta per 60 minuti, perché pressare alto e imporre un ritmo elevatissimo se poi si è consapevoli di non aver benzina per arrivare alla fine? Perché a quel punto rinunciare al gioco e accettare l’assedio disperato (Montella gioca gli ultimi 10 minuti con un mostruoso e scellerato 4 – 1 – 5)? Perché in campo nessuno sembrava aver idea di come gestire quel pericolosissimo arretramento e arroccamento sulla linea della trequarti difensiva? Perché questa condizione fisica penosa? Son tutte domande alle quali sono certo che Pioli abbia buone risposte, il fatto è che non è più tempo di risposte. A ottobre l’Inter ha battuto la Juventus in una delle uniche partite di vera sofferenza per la squadra che presumibilmente porterà a casa almeno due dei tre trofei che insegue. Frank de Boer ha mostrato che esistono tanti modi di attaccare nonostante una rosa inadeguata (per le scelte di ruolo e non certo per i milioni bruciati come ogni anno, compreso i due della transizione di Thohir), e non solo un diluvio di cross per l’unica punta. De Boer è stato esonerato perché stava svalutando la rosa (sic), aveva messo fuori squadra Brozovic (quello delle ultime partite disgustose, quello del selfie nella tinozza poche ore dopo la fine del derby), e non capiva Kondogbia (che magari non è il disastro che pensava lui ma di certo nemmeno il fuoriclasse che pensavamo noi). Per imparare a giocare bisogna avere il tempo di farlo, all’olandese non è stato dato e pazienza, inutile continuare a piangerlo, a suo demerito partite sbagliate come quelle casalinghe con Palermo, Cagliari e Bologna.  Pioli è stato presentato come un normalizzatore, quello che avrebbe riportato i volumi al loro naturale livello, quello che avrebbe ricostituito una situazione tranquilla da cui ripartire.

via-normale.jpg

Ma se in un gruppo di giocatori come il nostro di normale non c’è niente, il compito di Pioli e la sua permanenza all’Inter rischiano di diventare una gran perdita di tempo per tutti. Se per cavare sangue dalle rape servono miracoli, forse è il caso di affidarsi a qualcuno che abbia idea di come farli. 10 allenatori in 8 anni son troppi? Può darsi, ma la confusione di questi ultimi due mesi mostra che all’Inter il basso profilo e l’understatement non funzionano e che ci vuole qualcuno che da subito sappia integrare più funzioni e occuparsi anche del mercato, senza accettarlo passivamente, perché se è vero che Ausilio sa fare piccoli miracoli in entrata (pagandoli comunque a caro prezzo), in uscita è un mezzo disastro e il suo ruolo in società è diventato un po’ troppo ampio in un tempo non sufficiente a farlo crescere professionalmente.

L’Inter è una squadra pensata male e non può essere una colpa degli allenatori, non degli ultimi due.

Ma non uccidiamoci di autoanalisi e autocritica. Con tutta probabilità non giocheremo  l’Europa League, che è un peccato nonostante l’atteggiamento imbarazzante della squadra nella stagione passata. Pazienza, di nuovo. Che sia un altro (cosa forse auspicabile a questo punto), o il mite Pioli la sostanza non cambia, serve un corposo mercato in uscita e un po’ di acume in entrata, ma soprattutto serve costanzaAbbiamo una società strutturata, seria. Dirigenti che devono solo imparare a stare vicino ai giocatori, mostrare loro un modello aziendale solido che ne ispiri uno comportamentale. Ma rispetto alle ombre di 4 anni fa siamo in una situazione ideale. Il futuro è un posto bellissimo a patto di intervenire radicalmente sul materiale umano a disposizione e scegliere uno staff sportivo all’altezza di quello manageriale.

La rabbia resta. Abbiamo concesso a una società in terribile crisi, tenuta in piedi da una stagione all’arma bianca di tecnico e giocatori, di festeggiare un pareggio come fosse una vittoria. L’acquisto più caro della campagna estiva del Milan lo scorso anno? Proprio Lapadula, 9 milioni di euro. Le decine di milioni spese dall’Inter comportavano almeno la responsabilità di una stagione gagliarda, diversa da quella che si sta afflosciando nel finale e non come un incubo, nemmeno quello. Al limite una brutta pennica disturbata dalla digestione, svegliarsi più stanchi di come ci si è addormentati.

Perché più del 2 a 2 al 97′ a far male è l’indolenza, la remissività e l’aver pensato che si giocasse a figurine, che bastassero i nomi messi in fila con eleganza a vincere un derby, la partita di lotta per eccellenza.

Bravi loro, fessi noi (ripetere a piacimento).

 

 

Standard
Cronache

Il (fu) sciagurato D’Ambrosio

di Vincenzo Renzulli

Dite la verità, quanti di voi non hanno desiderato di veder scomparire Danilo D’Ambrosio dal campo dopo quell’assist di testa regalato a Bonucci allo Juventus Stadium? Io si, lo ammetto senza problemi. Ma come fai a regalare un gol del genere alla Juve, a Torino? Quell’episodio è stato l’apice di una serie di prestazioni da incubo che hanno intaccato persino la simpatia del ragazzo, uno di quei volenterosi che ti stanno sulle scatole solo perché sono belli ed hanno addominali e capelli sempre in ordine. Dopo l’ennesimo cross sparato senza ritegno in curva, dopo l’ennesimo stop sbagliato manco quel pallone fosse stato insaponato apposta per farlo sfuggire al suo controllo, dopo l’ennesima marcatura ad minchiam sull’attaccante avversario (alla faccia del terzino “bravo in fase difensiva”), in certe partite ho pensato anche che potesse essere un infiltrato, mandato all’Inter per destabilizzare ancora di più il fragile equilibrio psichico di squadra e tifosi. Ad ogni sessione di mercato speravo che qualche società un po’ distratta lo portasse via, memore delle belle prestazioni dei tempi di Torino, ma nulla.

 Attingendo all’etimologia breriana uno così potrebbe essere definito sciagurato, come lo fu il Calloni milanista in un ruolo diverso. La differenza è che il buon Egidio i gol non li faceva segnare agli avversari, semplicemente li sbagliava. D’Ambrosio ne ha combinate tante ed è stato fischiato diverse volte a San Siro, che difficilmente perdona i giocatori, sopratutto i terzini, poco dotati tecnicamente. Metti anche che prima di lui i padroni della fascia destra sono stati rispettivamente Zanetti  Maicon Douglas Sisenando detto il Colosso, due iperonimi del ruolo, ed ecco la nostalgia canaglia per i bei tempi pronta a manifestarsi ad ogni svarione del terzino di Caivano. Ereditare la fascia da quei due sarebbe stato difficile anche per giocatori decisamente migliori. Ma alla luce della convocazione in Nazionale di qualche giorno fa e delle prestazioni degli ultimi 3 mesi diversi dubbi mi sono balenati per la testa. E se D’Ambrosio non fosse poi così scarso? E se la naturale disfunzionalità dell’Inter delle ultime stagioni e la mancanza di continuità nell’impiego avessero tirato fuori il suo peggio?

 Da quando Pioli ha dato una sistemata alla squadra (resta una domanda lecita: dove saremmo oggi con de Boer? Nella stessa posizione? Anni luce più dietro? Ci staremmo giocando lo scudetto con la Juve? Si scherza), lo sciagurato D’Ambrosio è andato man mano scomparendo, lasciando il posto a un giocatore in grado di indossare più che dignitosamente la maglia nerazzurra. Se anche Ventura, l’allenatore con cui non si è lasciato benissimo ai tempi di Torino, lo ha preso ad esempio per tutti i non più giovanissimi che vogliono arrivare in Nazionale, mi viene da pensare che i miei dubbi siano abbastanza leciti. Ultimamente gli ho visto fare ottimi cross e indovinare l’assist vincente per Gabigol a Bologna, dopo un inserimento perfetto sulla fascia. L’ho visto giocare con sicurezza, nonostante Pioli l’abbia costretto, contro la Roma, a fare nuovamente il terzo di difesa. L’ho visto tirare una sassata da fuori area a Cagliari, parata non si sa come da Gabriel, e arare la fascia prima di passarla coi tempi giusti a Icardi nell’azione del rigore del 4 a 1.

 Gli errori non scompariranno mai del tutto, ne sono consapevole (la marcatura sul gol di Borriello, sempre a Cagliari, è quantomeno approssimativa) e non lo vedremo mai scartare di fino o di potenza l’avversario diretto come i fenomeni che lo hanno preceduto (“Se pensiamo che D’Ambrosio possa dribblare tre giocatori come facevano Maicon o Zanetti sbagliamo”, disse con grande onestà dopo la disastrosa sconfitta col Chievo), ma se D’Ambrosio è questo io me lo tengo volentieri in squadra. E forse ne faccio persino un simbolo di riscossa. Hai visto mai.

Standard
La Tattica

Pioli vs Gasperini: la chiave tattica

di Michele Tossani

Un Inter spietata e (quasi) perfetta stravince lo scontro diretto per l’Europa contro la sorpresa Atalanta.

Se si eccettua il primo quarto d’ora di gioco, nel quale l’Atalanta ha fatto buona impressione giocando corta e muovendo palla sugli esterni, la partita è stata nelle mani dell’Inter.

Un Inter cinica, capace di sfruttare al meglio le occasioni da gol avute (11) ed i tiri in porta prodotti (8).

Dal punto di vista tattico, Pioli ha sistemato la squadra secondo un sistema 4-2-3-1 che prevedeva D’Ambrosio e Ansaldi come esterni difensivi con Candreva e Perisic davanti a loro e con il duo di centrocampo formato da Gagliardini e Kondogbia. In avanti è stato rispolverato Banega come numero 10 a supporto di Icardi.

Gasperini, dal canto suo, ha schierato un 3-4-3 con Kurtic attaccante di destra al fianco di Petagna e Gomez. Come sempre, l’allenatore bergamasco ha preparato la partita sui duelli individuali. Così Toloi si occupava di Banega mentre a centrocampo Kessie marcava Kondogbia e Freuler francobollava Gagliardini.

Proprio gli esiti delle battaglie individuali hanno fortemente condizionato l’esito della partita in favore dell’Inter. Infatti, da una parte abbiamo avuto Banega che, quando retrocedeva, sfuggiva alla marcatura di Toloi creando superiorità numerica a centrocampo contro gli interni atalantini.

Proprio per ovviare a questa difficoltà nel mezzo, nel secondo tempo Gasperini ha abbassato Kurtic centralmente in modo da aiutare Kessie e Freuler contro i centrocampisti dell’Inter più Banega. Ma i buoi erano ormai scappati dalla stalla.

Dall’altra invece sia Gagliaridni che, soprattutto, Kondogbia, hanno vinto i rispettivi duelli contro i centrali di centrocampo dei nerazzurri bergamaschi. Per quanto riguarda il centrocampista francese (rivitalizzato dalla cura Pioli), nonostante un livello di precisione nei passaggi piuttosto basso (73%), l’importanza avuta nella partita e la superiorità mostrata nei confronti di Kessie sono risultate evidenti dall’alto numero di palloni recuperati (13) e dagli uno contro uno vinti (11/15). Gagliardini invece è stato meno efficace nell’uno contro uno (4/10) ma più incisivo in fase di possesso palla con una precisione nei passaggi dell’80% ed un gol segnato. In pratica, il duo di centrocampo dell’Inter ha saputo compensarsi creando una preziosa cerniera a metà campo.

Dal punto di vista prettamente offensivo poi, rimarcata la straordinaria vena realizzativa mostrata da Icardi e Banega (entrambi gli argentini hanno realizzato 3 gol con 3 tiri in porta…) è da sottolineare come l’Inter si sia affidata meno ai cross come arma di rifinitura, eseguendone soltanto 22 nel corso dei 90 minuti.

La partita è invece stata più verticale ma anche più frenetica, come dimostrato dalla scarsa precisione nei passaggi di entrambe le squadre (79& per gli uomini di Gasperini a fronte dell’appena 77% di precisione per l’Inter). In questa situazione l’Inter ha mostrato grande aggressività, che si è tradotta in un alto numero di palle recuperate (37). Un ruolo importante è stato poi svolto dai terzini di casa, soprattutto da Ansaldi, che hanno sempre sostenuto la manovra offensiva facendosi trovare alti in fase di possesso palla.

Una partita che quindi ha mostrato un Inter all’altezza della situazione. Ora per i Nerazzurri diventa necessario dimostrare di essere in grado di replicare queste prestazioni nel lungo periodo, soprattutto nello scontro diretto contro il Napoli.

 

Standard
Editoriale

E il pañolar non m’è dolce in questo mare (fermiamoci prima che sia troppo tardi. Post impopolare su Inter e arbitri)

Vi rubo qualche minuto e so che per alcuni sarà una lettura sgradevole. Nella millesima giornata del complotto arbitrale sento forte la necessità di condividere una riflessione sull’isteria con cui da tempo ormai immemorabile accogliamo le scelte arbitrali e più in genere gli arbitraggi. Non voglio scrivere cose ecumeniche né di buon senso scontato, sono un tifoso anche io e ieri sera a San Siro ho passato buona parte dei Novanta minuti a contestare Tagliavento e il suo insopportabile approccio alla direzione di gara. Ci sono arbitri che sanno comunicare e altri che per un mero meccanismo difensivo prediligono quell’atteggiamento autoritario e un po’ sprezzante che certo non si concilia con un pubblico come il nostro, vocato da sempre al ruolo della vittima sacrificale. Come gli disse bene Antonio Cassano nell’intervallo della memorabile vittoria allo Stadium: Tagliavento, io ti parlo con educazione, perché fai il fenomeno? 

Ma proviamo a ragionare ciascuno secondo la propria esperienza e considerando i numeri. Ci son quelli che dicono che Tagliavento arbitra sempre contro l’Inter. Errore. Prima di ieri sera l’arbitro di Terni aveva diretto l’Inter 32 volte. Con quali risultati? 20 vittorie, 5 pareggi e 7 sconfitte. Non il bilancio di un persecutore, insomma. Quest’anno ha arbitrato, molto bene, la partita di andata contro la Juventus, quella che abbiamo vinto per 2 a 1 in casa imponendo il gioco del povero FdB.

Tagliavento è simpatico? No, nemmeno per sogno ma questo non dovrebbe influire sul giudizio che diamo di un arbitro esperto. Tagliavento ha arbitrato bene ieri sera? No, almeno in due episodi chiave ha sbagliato o i suoi assistenti lo hanno aiutato a sbagliare. Possiamo dire che il suo arbitraggio ha influenzato il risultato finale? Forse sì, di certo numericamente, ma nella sostanza no e per fortuna abbiamo giocatori come Gagliardini che nonostante l’età e la poca esperienza sanno parlare chiaro con i giornalisti ed evitare il piagnisteo: «Ci manca ancora qualcosa per stare lì davanti. L’arbitraggio? Non ha inciso sull’andamento della gara».

Tagliavento-Paolo.jpg

So che da un blog tifoso ci si aspetta una posizione drasticamente tifosa e che sarebbe più facile mettere in scena la tragedia dei derubati, ma farlo oggi sarebbe una vera fesseria. La Roma ieri sera ha giocato meglio, molto meglio e ha mostrato che due anni di lavoro e il completamento progressivo di una rosa possono produrre grandi risultati. Siamo sula buona strada ma c’è ancora una categoria di differenza. Avremmo potuto pareggiare, che poi è sempre tutto da dimostrare perché i rigori si sbagliano o comunque vanno segnati, ma sarebbe cambiato qualcosa nel giudizio complessivo sulla partita? No.

Credo che per crescere si debba fare un passo indietro, noi tutti. Siamo diventando un’armata di isterici e i primi minuti della partita di ieri sono stati un calvario. Pur non conoscendo il regolamento e non sapendo quindi come giudicare l’errore di Perisic, c’è mancato poco che partisse una nuova pañolada. Lo stesso è accaduto sul sacrosanto rigore a favore della Roma (quello altrettanto sacrosanto su Eder, negato all’Inter, è un errore enorme di Tagliavento). Siamo nervosi, condizionati dal passato e abbiamo completamente perso la misura delle nostre reazioni (attenzione e valga come disclaimer per i non interisti che qui cercheranno tracce di pentimento per le polemiche post Juventus – Inter: nemmeno per sogno, sto ancora aspettando che qualcuno mi spieghi la bestialità di Rizzoli sulla punizione sbagliata da Chiellini. Non ci provate, quella partita è un caso a parte e comunque io parlo solo di arbitraggio mediocre e non di complotti). Solo che così facendo, sia noi che la società, creiamo una serie di precedenti e pregiudizi dell’AIA nei confronti dell’Inter da cui diventa sempre più difficile risalire. Più che pensare, pañoliamo e passa la paura.

78aeeb6e396bfc53ad9889ecb720190a-76191-1429476128.jpeg

Proviamo a scrivere chiaro: dopo Calciopoli alcuni arbitri si sono sentiti danneggiati dall’inchiesta e dall’esito, umiliati e offesi. Affari loro penserete e in parte è così, perché almeno su calciopoli il tema della parte lesa è molto chiaro al di là delle manipolazioni e delle scelte (anche della proprietà dell’Inter), di quei mesi. Solo che arbitri con cui il dialogo era difficile sono diventati platealmente ostili, quindi anche affari nostri. Non ostili nelle decisioni ma negli atteggiamenti, nelle scelte minime, nel linguaggio del corpo che mostra insofferenza. Arbitrare l’Inter non è cosa che i direttori di gara fanno con piacere o serenità e purtroppo è sempre più evidente. Perché se sbagliare è umano, farlo contro l’Inter porta sempre il fumo della persecuzione, l’idea che ogni fischio sia diretto a danneggiare la squadra e rendere impossibili gli obiettivi. Gli arbitri arrivano a San Siro nervosi, pronti a contestazioni plateali e nevrotiche e come risultato più ovvio non lavorano sereni e sbagliano il doppio. Lo stesso accade fuori casa, nelle partite di cartello. Come se giocassimo (noi tifosi, chi scende in campo per fortuna no), pronti a quel momento, a quello in cui qualcuno ci priverà di vittorie, punti, rigori e gol legittimi. Potessi suggerire alla nuova proprietà un passaggio obbligato, mi permetterei di indicare l’indirizzo dell’AIA e di Nicchi per una bella chiacchiera costruttiva e per sancire una pace che oggi pare lontana. Far pace non significa chiedere un trattamento speciale, far pace significa comunicare ai vertici della classe arbitrale che si può collaborare per cercare di rasserenare un clima impossibile. Lo hanno fatto benissimo Pioli ieri dopo la partita (e non prima, quando aveva ripetutamente parlato di favori alla Roma), e Gagliardini. Lo ha fatto la società non lamentandosi pubblicamente e accettando il risultato del campo, che è stato molto netto e che ci insegna qualcosa, almeno in termini di qualità e costanza. Poi è più facile attribuire la colpa della sconfitta e delle nostre mancanze a Tagliavento ed è comodo vivere in questa modalità afflitta.

Dall’altra parte, dal lato degli arbitri tutto bene? No, per nulla. Il tango si balla in due e che al momento la coppia AIA-Inter sia mal assortita è del tutto evidente. anche agli arbitri, che non riescono a dialogare civilmente con i nostri giocatori, che sentono insulti e percepiscono aggressioni con una sensibilità che altrove non sempre mostrano. Ma insisto, siamo nel pieno di una nevrosi che va interrotta, per il bene dello spettacolo certo ma soprattutto per il bene dell’Inter, che poi è l’unica cosa che davvero conta. Calma e sangue freddo, freddissimo. C’è bisogno di parlare e aprire porte, non di chiudersi nel recinto e piangere. L’autarchia dei giocatori è impossibile e finché saranno necessari gli arbitri sarà utile e decente avere con loro un rapporto dialettico e non questa pazzia fatta di cose umilianti come lo sventolio di fazzoletti a Inter-Empoli o il pianto isterico collettivo per un cambio rimessa. Lo dico per noi, non per i tifosi di squadre minori che leggeranno queste righe trovandoci qualche spunto per continuare a darci dei piangina, salvo poi mancare completamente di autocritica quando la lente si sposta sulle loro reazioni.

Dobbiamo solo scegliere se il tifo è suolo questione irrazionale e di sentimenti forti o se di calcio si può tentare di ragionare ed evolvere, per salvare il bello del Gioco. Tutto qua, nella speranza di dover scrivere sempre meno di arbitri e sempre più di Inter.

 

Standard
Editoriale

Avere la testa a domenica: anatomia di una cazzata

Lucas-Biglia-681x400.jpg

Cioè: era meglio vincere con la Lazio e arrivare a Juve-Inter con 10 vittorie consecutive a spaventare l’avversario di default, o è meglio aver perso con la Lazio per non pensare di essere invincibili, per non dare tutto per scontato, per fare – tenetevi forte – quel salutare bagno di umiltà che eccetera eccetera?

Era meglio vincere con la Lazio perchè vincere porta altre vittorie e perchè vincere dà sicurezza, o è meglio aver perso perchè andare a giocare a Torino con troppa sicumera poteva essere un suicidio in partenza?

Era meglio vincere con la Lazio perchè la Coppa Italia poteva essere un buon obiettivo stagionale, o è meglio aver perso perchè il nostro solo obiettivo deve essere la Champions e aggiungere due partite con la Roma bla bla bla?

Esperienza del tutto personale, ma a giudicare dai pareri raccolti qua e là sembrerebbe che non fosse tanto l’Inter ad avere avuto la testa a domenica prossima, ma gli interisti. Nessuno che – al netto dei virtuosismi arbitrali – abbia ripensato seriamente e con un pochino di apprensione al peggio di Inter-Lazio, ma tutti a dire che “vabbe’, pazienza” e che “domenica, ragazzi, domenica…”.

Quindi non è successo niente, o quasi. Diciamo che quest’anno le coppe sono il nostro buco nero tecnico e concettuale. E diciamo, comunque, che vincerne nove e perderne una sarebbe un ritmo per il quale chiunque firmerebbe fino al 2025 minimo. Non è stata nemmeno stata una di quelle partite da cui esci a pezzi: le statistiche dicono che abbiamo tirato 19 volte (solo 3 nello specchio, vabbe’), non proprio un atteggiamento passivo, anzi. Epperò resti un po’ lì con il broncio proprio nel momento in cui il broncio sarebbe stato meglio non averlo, parlando puramente di mood. “Avevano già la testa a domenica”, già, classica formuletta diagnostica se cinque giorni dopo hai la Juve.

Può essere vero, per carità, e può eserlo per tutti. Anche per Pioli, che fa un turnover minimo ma perfettamente centrato, tecnicamente chirurgico (ne tengo fuori pochi, però i più forti). Forse sarebbe stato meglio il contrario: provo a sistemare le cose con i più forti e poi magari gli risparmio mezz’ora, ma sono quelle cosucce del senno di poi. Dopodichè mi sfugge da sempre il nesso tra la partita che stai giocando – specie se è importante, un dentro-fuori che si per sè è una motivazione seria, almeno in teoria – e quella di cinque giorni dopo in un’altra competizione, in un altro stadio e con un altro grado di strizzamento di palle. Tipo: Miranda pensava intensamente a Higuain mentre faceva quel paio di immani cazzate insolite per uno come lui? Ansaldi era sempre in ritardo di quei 5-10 metri sui contropiedi della Lazio perchè ripassava mentalmente i tagli e le sovrapposizioni da non sbagliare con la Juve e quindi si estraniava dall’azione?

Mah. Domenica servirà qualcos’altro, ma su questo converrà anche – chessò – Banega. Domenica è il big match e se ci abbiamo pensato con troppo anticipo non dobbiamo smettere più: se ci concentriamo molto, tipo tra le 20,45 e le 22,30 circa, faremo solo il nostro dovere. Domenica è la partita dell’anno e mica solo per noi. Fermare la Juve, o almeno provarci seriamente: è un Paese che ce lo chiede, facciamolo.

Standard