Editoriale

Sei su sei: cioè, (quasi) niente

Sette giornate fa, la sera di Napoli-Inter, terza partita dell’era Pioli, dopo aver preso 3 pere al San Paolo eravamo undicesimi e ci avviavamo alle nostre camere da letto con una piva lunga così. La classifica, per la precisione, diceva: Juve 36, Roma e Milan 32, Atalanta Lazio e Napoli 28, Torino 25, Fiorentina e Genoa 23, Samp 22, Inter 21 (22 reti fatte, 21 subite).

Quella di oggi, due mesetti dopo, l’abbiamo ben presente: Juve 48 (una partita in meno), Roma 47, Napoli 44, Lazio 40, Inter 39, Atalanta 38, Milan 37 (una partita in meno), Fiorentina 33 (una partita in meno), eccetera.

Nel mezzo si è svolto insomma un altro campionato, perlomeno per noi. Un mini-torneo di 6 giornate in cui – unica squadra di quelle 11 iniziali – le abbiamo vinte tutte. La classifica: Inter 18 (12 reti fatte, 2 subite), Napoli 16, Roma 15, Juve (una partita in meno) e Lazio 12, Fiorentina (una partita in meno) e Atalanta 10, Milan (una partita in meno) e Torino 5, Samp 2, Genoa 1.

Cosa è successo in questo breve di lasso di tempo? Che alcune squadre si sono dissolte (le genovesi) o fortemente ridimensionate (il Torino). Sul Milan giudizio sospeso: calendario difficilissimo rispetto al nostro (ha perso con Roma e Napoli, ha pareggiato con Atalanta e Torino) e deve ancora giocare una partita, di certo la grandeur si è un po’ crepata. Atalanta e Fiorentina si tengono bene in bolla (e la Viola deve recuperare col Pescara), ma le abbiamo riprese e superate. E le altre?

Ecco, il punto sta nelle altre. Noi in 6 giornate abbiamo fatto il massimo ma anche le altre l’hanno più o meno fatto. Per i tre punti recuperati alla Roma, per dire, dobbiamo dire grazie alla Juve che l’ha battuta. Il Napoli avrebbe fatto 6 su 6 se non avesse pareggiato con la Fiorentina. La Lazio, che ha perso con la Juve e con noi, ha comunque vinto le altre quattro. E per recuperare tre miseri punti alla Juve (deve recuperare col Crotone, vabbe’) noi, appunto, ne abbiamo dovute vincere sei.

In pratica: ci siamo rimessi in linea di galleggiamento, ma non abbiamo risolto un cazzo.

Questo concetto mi piacerebbe fosse ben presente ai nostri baldi giovanotti, nei riguardi dei quali abbiamo recuperato vagonate di stima e di entusiasmo. Vincerne 6 di fila, anche se quasi tutte facili sulla carta, non è casuale. Negli ultimi campionati, è stato proprio sui cicli facili che abbiamo spesso lasciato le penne. Però, appunto, in mano – a parte un’autostima ritrovata – non abbiamo proprio nulla. Restano davanti a noi quattro squadre che vanno a un ritmo non molto diverso dal nostro, e ne abbiamo dietro tre che sono tutt’altro che morte. E’ un campionato a otto in cui siamo rientrati da protagonisti assoluti. Dietro, ci sono nove squadre senza più obiettivi e tre già retrocesse. E’ una Serie A più strana del solito, per niente chiusa, ma solo se si viaggia forte. Tipo adesso.

Oggi, dopo averne vinte sei di fila, saremmo per un pelo in Europa League, a cinque punti dai preliminari Champions, a 0tto punti dal secondo posto, a nove (cioè 12) dal primo. In termini relativi, relativi cioè allo sfacelo di prima, è tutto molto bello. In termini assoluti, siamo quinti, in posizione di pericolo e lontani dagli obiettivi nobili.

Cioè: non abbiamo risolto un cazzo.

A parte, certo, aver riacquistato il piacere di giocare e di vincere, di uscire dalle angosce e dalle apnee dell’autunno. Sei partite facili? Ok, ma se comprendiamo anche le prime tre (toste) partite dell’era Pioli (Milano, Fiorentina e Napoli) lo score è 7-1-1, uno score vincente, importante, che rende merito al nuovo allenatore e a un club che ha cambiato definitivamente passo. Ora c’è il Pescara da battere e poi la Lazio dentro-o-fuori in Coppa Italia. Poi la partita che tutti aspettiamo, là dove non vince mai nessuno. Il modo migliore per fare il punto – attendibile, molto attendibile – su chi siamo e dove andiamo. Rimarranno 15 partite e noi – vada come vada al Latta Stadium – siamo comunque, indiscutibilmente un’altra squadra.

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Cronache

11 (e più) sfumature di 6: le pagelle di Palermo – Inter

Vittoria consecutiva numero 6, grazie ad un gol del giocatore numero 6. Potremmo chiuderla già qui – dando 6 a tutti – questa pratica delle pagelle di una partita piuttosto monotona, rotta da alcuni squarci di grazia che hanno provocato una vittoria onesta e di grande importanza. Ma siccome nel calcio, e nella vita, i dettagli contano, vediamolo tutte le sfumature di questi 6.

Handanovic 6 me la meno di meno

Per una volta – notiziona – non solo non è decisivo, ma non è nemmeno importante. È forse la partita che lo vede meno operoso da quando gioca nell’Inter, ma è infida come il terreno del Barbera, e gli ultimi dieci minuti è un susseguirsi di calci d’angolo con l’incubo di una pennellata di Diamanti. Pennellata che il nostro sventa con destrezza e senza stare tanto a fare i complimenti. Per una volta ci risparmia la faccia del “Se non ci fossi qui io“.

Ansaldi 6 meno (irruento)

Gioca due partite: una insufficiente fino a quando non vede Eder già pronto a bordocampo che si sta infilando i guanti. Nel frattempo Candreva pennella per Joao e l’inerzia della partita cambia. Ne inizia una nuova per lui. Bravissimo ad aiutare Miranda in chiusura, si propone in attacco, poi si lascia andare ad una imprudenza scivolando con i suoi 90 kg su Nestorovsky. Per chiarezza regolamentare non si può dare il giallo ad entrambi. Per cui, che ci piaccia o no, Irrati prende la decisione giusta. E Ansaldi ci lascia in 10. Meno irruento, grazie.

Miranda 6 unico

Un 6 bello pieno; come le chiusure eleganti in cui si esibisce nella risaia sicule. Nestorovsky gli fa il solletico, quello che subentra non ricordo nemmeno come si chiama, perché Miranda lo annulla.

Murillo 6 più 

Tra la prodezza in Coppa Italia e la partita di oggi, abbiamo visto il miglior Murillo delle stagioni interiste. Sarà che è rientrato Medel, sarà che adesso il centrocampo lo aiuta di più, sta di fatto che adesso il colombiano sembra un centrale vero. Dateci ancora due partite per riabilitarlo definitivamente.

D’Ambrosio 6 uno di noi

Non lascia nulla di intentato. Chiude, attacca, protesta, si fa ammonire. Ma è un uomo importante di questa nuova Inter. Fa strano dirlo, ma è così: Dambro uno di noi.

Brozovic 6 spaesato (meno meno)

Non bene, eppure crea l’occasione migliore del primo tempo. Nel secondo tempo perde giri, ma la sua presenza è talmente importante, che non se ne accorge nessuno. Quando prende il posto di Perisic a sinistra, non ne azzecca più una, ma se Pioli lo tiene in campo fino alla fine un motivo c’è. È fondamentale anche quando gioca male.

Candreva 6 meglio quando crossi 

Confuso e nemmeno troppo felice. Fino a quando non si esibisce nella sua specialità. L’assist decisivo. Non ho contato quanti sono da inizio anno, ma credo siano 6. O almeno fatemi credere a questa cosa. Mica cotiche, comunque.

Banega 6 meno meno meno 

Sarebbe un 5, ma non possiamo rovinarci la media e questo gioco da idioti. Inizia pimpante, o almeno è pimpante rispetto alle ultime prestazioni da titolare. Poi cala, ma è tutta una tattica per far entrare Joao Mario e risolvere la partita. Altruista come pochi, non vendiamolo.

Joao Mario, 6 decisivo 

È il suo numero di maglia, non poteva che deciderla lui. Entra con il piglio di chi deve decidere la partita e lo fa con una bella incursione. Lucido come la sua pelata bagnata dalla pioggia palermitana.

Perisic 6 troppo… 

Troppo veloce per il mio Sky Go, che si impalla ogni volta che lui improvvisa un’accelerazione. Poi quando la linea adsl torna in sé, lui ha perso il pallone o si è procurato un calcio d’angolo. In ogni caso l’ho visto poco. Ma è colpa di Sky Go, non sua.

Kondogbia 6 ancora tu? 

Entra a pochi minuti dalla fine ed è subito in partita. La cosa mi destabilizza e mi emoziona al tempo stesso. Il prezzo pagato per strapparlo all concorrenza ce lo siamo scordati, e adesso che non deve nemmeno fare per forza il titolare è persino un giocatore utile. Di questo passo tra 6 stagioni potremo irridere il Milan per averglielo soffiato.

Gagliardini 6 un mito 

Ho provato a pescare nel passato un giocatore come lui, che non perde un pallone, che corre dal primo al novantesimo e ne ho trovati solo due. Aaron Winter e Antonio Manicone. Forse il secondo, paradossalmente, è quello che gli somiglia di più. Fosse anche solo per scaramanzia, visto che anche lui diede il via ad una serie di vittorie consecutive che per poco non consegnarono lo scudetto a Bagnoli. Gaglia è un po’ più rock, ma nonostante sia un Millennials gioca a testa altissima, come Falcao. Ok, mi piace da impazzire. Credo sia evidente.

Icardi 6 più o meno

Prende botte da Goldaniga, un uomo mezzo difensore mezzo robot, e si mangia un gol già fatto (o almeno che, per lui, sarebbe già fatto). Siccome non saprei che altro dire, aggiungo “fa salire la squadra”, poi mi ricordo di capirci di pallone e vi segnalo il suo movimento sul gol di Joao Mario. Praticamente attira su di sé due difensori del Palermo e libera Joao Mario per il gol del successo.

Santon se ci 6 dacci un segnale 

O almeno entra in campo con una faccia più convinta. Il resto è (quasi) ordinaria amministrazione, con qualche patema. Tipo un pallone mandato in calcio d’angolo a cazzo.

Pioli, ti prego altre 6

Ci abbiamo preso gusto, e lui pure. Lo vediamo persino entrare in campo per protestare, e la cosa ci piace. O ha molta fortuna con i cambi, oppure ha capito i suoi giocatori e i momenti della partita. Io dico la seconda.

 

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Editoriale

Il Megapagellone: i centrocampisti (puntata 4)

epic

Tocca ai centrocampisti. Sul sito ufficiale ne sono segnati sette, di cui due in partenza. Cioè, praticamente siamo in emergenza. Ah no, arriva Gagliardini. Vabbe’, non pensiamoci.

MEDEL. Il caso è più unico che raro: arriva un nuovo allenatore, lo schiera in tutt’altro ruolo – difensore centrale – in una partita delicata come un derby, lui fa un figurone, tutti noi esultiamo increduli per avere risolto un paio di problemi e – tutto questo nel giro di mezz’ora – gli salta il menisco. Medel, comunque, anche se gli auguriamo un ritorno in grande spolvero a fianco di Miranda, in organico e a libro paga figura come centrocampista e come tale va ancora giudicato. In due stagioni e mezzo ha sempre dovuto cantare e portare la croce, inteso come “provare a fare il regista senza esserlo”. Non era lui a doverci nè poterci risolvere certe magagne strutturali. Da medianone frangiflutti e agonista incondizionato, invece, avercene. Voto: 7.

FELIPE MELO. Ogni tanto, come noto, gli parte l’embolo. Ci saluta con un’espulsione per doppia ammonizione così come resterà legata a una sua serata di pazzia l’immagine della precaria e vincente Inter di Mancini che si sgretola per non risollevarsi che mesi dopo. Del leader ha il fisico e la cazzimma, non il profilo di quelli di cui ti puoi fidare al cento per cento. Il suo 2016 è stato un vivacchiare anonimo, spesso ignorato da uno a caso degli allenatori, e il suo 2017 sarà in un altro emisfero. Grazie di tutto, non ci mancherai tantissimo. Voto: 5.

GNOUKURI. Finalmente, dopo 11 presenze in due anni e mezzo, la chance di giocare altrove. Il ragazzo ha i numeri e ognuno di noi giura di averli intravisti. Voto: S. V.

JOAO MARIO. Ecco, anche questo ha i numeri, e nel 2016 li abbiamo visti assai. Nel nostro procedere societario a sbalzi scomposti, segna per l’Inter un piccolo momento storico: agli Europei di luglio (che a 23 anni vince col Portogallo) è uno dei giocatori che spicca di più e ad agosto lo prendiamo noi e non, per dire, la Juve o il Real. Gli infortuni gli hanno tolto continuità, ed è stato un peccato perchè l’inizio era stato scintillante (palla rubata e assist, due gesti in un nanosecondo, a Pescara: ‘na sciccheria) e sembrava già una spalla sopra gli altri. Che poi è quello che gli auguriamo di dimostrare in scioltezza già da domenica. Per Pioli, tra lui e Banega ne può giocare preferibilmente solo uno. Voto: 7+.

KONDOGBIA. Caso tecnico e umano, al limite dell’antropologia criminale,  è del 1993 come Joao Mario ma fa incazzare molto più di lui. Quelle tre o quattro volte in cui, sistemato al posto giusto, ha saputo mettere il suo fisico al servizio del cervello è stato decisivo e ha spezzato ogni equilibrio a centrocampo. Il problema sono quelle venti-trenta volte in cui l’esercizio non gli è riuscito. Mobbizzato da De Boer (vedi anche alla voce Brozovic), con Pioli può tornare ai livelli a cui si narra giocasse in Francia. Voto: 5,5.

BANEGA. Poche balle: finora non è stato quello che ci immaginavamo. Certo, se arrivi in una squadra nuova e questa cambia quattro allenatori in cinque mesi, tu – presunto uomo-chiave della squadra – sei di fatto quello più sballottato di tutti. Però, nel nostro marasma autunnale, un pizzico di personalità in più lo poteva spendere, eh? E in Europa League, dove alcuni suoi colleghi erano fuori lista, non ha dato un briciolo di solidità. Peccato, perchè alcuni suoi lampi sono stati notevoli. Piuttosto stiamo sul chi vive: arrivato a parametro zero, è praticamente una plusvalenza che cammina. Voto: 5.5.

BROZOVIC. Ha 24 anni, è titolare di una nazionale forte, è un acquisto tra i più azzeccati del dopo Triplete. Eppure ad agosto abbiamo cercato disperatamente di venderlo e, nello stretto giro di poche settimane, De Boer lo ha messo fuori rosa e cosparso di pece e piume per una cazzata giustamente punita, per carità, ma poi amici come prima, no? (Per De Boer, no). E’ stato, anche a livello simbolico, il peggior errore del povero Frank. Da quando è rientrato in pianta stabile l’Inter ha cambiato volto. Lui ha la faccia da pazzo e la classica affidabilità del giovane slavo, ma una mobilità che in Italia hanno in due o tre e – quando è in forma – un tasso di efficacia da paura. Voto: 7,5.

 

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Editoriale

Znedek Pioli

hamsik

8 gol fatti e 10 subiti in quattro partite: il bilancio di Pioli sarebbe da analizzare con una certa drammaticità se non fosse che neanche Kim Jong-Il si sentirebbe in animo di scaricargli addosso tutte le colpe. Il primo gol subito a Napoli spiega bene la situazione dell’Inter odierna: anche al primo minuto di gioco, a difesa schierata e a passaggi telefonati noi prendiamo gol, e allora non c’è speranza, nè è lecito nutrirla a breve termine. Sì, il supplizio (oltre che a noi) tocca in questo momento a Pioli, ma anche il colonnello Lobanowski non saprebbe spremere niente di più da una squadra impanicata dietro, sperduta in mezzo e facilona davanti. 8 gol fatti e 10 subiti: tanto valeva allora prendere Zeman, che al un discreto alibi: meno in conferenza stampa ci si divertiva di più.

Pioli ha un discreto alibi: oltre ad essere arrivato nel momento più moralmente imbarazzante degli ultimi decenni – giocatori con un tasso di garra che al confronto una suora orsolina è Valentina Nappi – ha visto durare 20 minuti il suo esperimento più azzeccato e probabilmente decisivo, cioè l’arretramento di Medel in difesa così da togliere quel tizio con la brillantina e aprire un’opzione in più a centrocampo e mettere chiunque. Ecco, questa è oggettivamente sfiga e il povero Pioli avrà sicuramente capito che razza di calvario – ben pagato, per carità – lo aspetta da qui a maggio se il suo uovo di Colombo si è rotto subito. Poi ha recuperato Brozo, ci sta provando con Kondo.

Sul resto, però, anche il piccolo Znedek ci ha messo del suo. Che è un po’ come accedere un cerino dentro una santabarbara: la situazione tecnico-psicopatologico-esistenzial-agonistico dell’Inter è oggi un immenso casino e tu, allenatore di medie capacità, qualche certezza la devi dare ai tuoi cerbiattoni che oggi andrebbero in crisi anche a palla-asino. Pioli ci ha provato – ci sta provando – ma non è facile, il materiale umano è di pessima qualità. Una volta a scuola quelli che andavano maluccio giocavano bene a pallone: oggi, all’Inter, quelli che giocano a pallone non ci capiscono più un cazzo. Ed è un problema serio, per una squadra di calcio.

Pioli si è trovato una squadra mezza sgretolata e adesso mi sembra di vederlo, il piccolo Znedek, girare sulle macerie con la sua ruspa in cerca di qualche superstite. Ma al momento della cacciata di De Boer qualche pilone era ancora in piedi, mentre ora si ha la netta impressione che nella foga di ricostruire Pioli stia facendo qualche danno: Banega e Joao Mario, per esempio, che prima andavano a sbalzi, adesso fanno cagare all’unisono e non è una bella cosa. Sembrano persi. Banega forse non lo abbiamo ancora visto davvero, ma certi sprazzi di Joao Mario sono ancora freschi nella memoria dei nostri poveri cervelli. Adesso sembra suo fratello, Pierao Mario, un centrocampista senza nè arte nè parte. Urgerebbe recuperarli. Almeno uno, santa madonna. Kondo, credo, lo stanno facendo giocare per dimostrare che è vivo prima di metterlo sul mercato: lui si è riguadagnato una chance vorrebbe anche mettercela tutta, ma perchè poi?

Sulla difesa non ci sono più parole. Se la prendi d’infilata, segni. Se la fai schierare, segni. Cioè: segni sempre. I centrali ballano, i laterali non so, non c’è un verbo adatto anche non richiami il sesso passivo. Un piccolo punto di orgoglio per il piccolo Znedek è che i 10 gol subiti nelle 4 sue partite sono arrivati tutti su azione: beh, son soddisfazioni. Mancano ancora tre giornate alle vacanze di Natale. La cosa non tranquillizza: di solito, dopo le vacanze andiamo anche peggio. Per fortuna ci sarà il mercato di gennaio. E, servirà soprattutto a vendere, ma sarà già un bel risultato: non vedere più alcune facce, quali che siano, sarà un piccolo grande passo verso un’Inter migliore. Vai piccolo Znedek, per vincere – ormai è chiaro – dobbiamo segnarne almeno quattro: oh, non è mica facile, però vuoi mettere?

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(nella foto, Valentina Nappi. O preferivate Joao Mario?)

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Editoriale

Memorabilia #5 – L’uomo giusto

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Al minuto 17 di Empoli-Inter si è acceso un riflettore immaginario, puntava in mezzo al campo e inquadrava Joao Mario. Non è il primo calciatore della storia ad aver rubato palla e servito un assist, per carità. Però:

  1. lo ha fatto bene. Pulito, preciso, elegante. Guardatevi il filmato. Entra in anticipo, prima ancora di terminare il movimento difensivo ha già la testa alta e guarda verso la porta altrui. E’ avanti sui tempi, sta facendo la seconda metà del lavoro prima ancora di averne completato la prima metà. Quando riprende la posizione eretta – che sembra quasi uno che passa di lì per caso, mica uno che ha appena conquistato un pallone a metà canpo – ha già visto dove mettere il pallone. Lo fa. Icardi ha davanti solo il portiere. 2-0.
  2. lo ha fatto con la maglia dell’Inter. Ora, prendendoci i rischi del caso (cioè quello di essere smentiti a stretto giro), sembrerebbe che abbiamo preso l’uomo che ci mancava, quindi l’uomo giusto. L’uomo che a centrocampo non avevamo, la qualità che cercavamo. Tutto questo in un ragazzo di 23 anni, quindi a lunga scadenza.

Potrebbe girarci la testa, ma siamo solo alla quinta giornata e tutto è terribilmente prematuro. Certo che vincere una partita in sette minuti con

a) centravanti giovane che segna un casino

b) centrocampista giovane duttile e forte

c) esterno stagionato ma bravo a fare i cross

provoca un senso di vertigine in una tifoseria che aveva mediamente dei serie dubbi sul punto a) e non aveva in mano un emerito cazzo ai punti b) e c) fino a qualche settimana fa. Direi che  è umano. E umano lo è anche Joao Mario, qui non si vuol santificare nessuno. E’ che, dopo anni di carestia, nella zona mediana ti mettono in squadra Banega e Joao Mario contemporaneamente: e tu che fai, non fantastichi nemmeno un pochino?

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La Tattica

Frankie non si è fermato a Empoli (analisi tattica della partita del mercoledì)

di Michele Tossani – @MicheleTossani

Alla vigilia della trasferta di Empoli, Frank De Boer aveva chiesto ai suoi una prova di maturità che desse seguito all’ottima prestazione offerta contro la Juventus. E così è stato. Quella che si è vista all’opera allo stadio Castellani, nell’insidiosa trasferta in terra toscana, è stata un’Inter matura, consapevole (forse per la prima volta dopo tanto tempo) dei propri mezzi.

Dal punto di vista tattico, De Boer ha sopperito all’assenza di Banega cambiando il sistema di gioco e schierando i Nerazzurri con il 4-3-3: davanti ad una confermata linea difensiva, il tecnico olandese ha posizionato tre centrocampisti centrali con Medel vertice basso e con Kondogbia e Joao Mario ai suoi lati. In avanti, Candreva a destra e Perisic a sinistra erano posizionati a supporto di Icardi.

una delle azioni tipiche dell'Inter di De Boer è la sovrapposizione del terzino e centrocampisti che attaccano l'area.jpg

Il 4-3-3 ha dato le risposte che l’allenatore si attendeva. L’Inter ha controllato la partita, dominando il primo tempo a centrocampo e registrando un possesso palla del 54%. In fase offensiva, ancora una volta, si è vista quella spaziatura in campo che permette ai Nerazzurri di costruire dei triangoli intorno al portatore di palla, tipici del calcio olandese, in modo da garantire al giocatore cin possesso di palla almeno due opzioni di passaggio.

Il gioco si è sviluppato prevalentemente sugli esterni, altro tratto tipico dell’Inter di De Boer. La squadra interista è infatti stata addestrata alla ricerca della superiorità in zona laterale tramite le corse in sovrapposizione degli esterni bassi. Gli interni di centrocampo, invece, non sono solito allargarsi in fascia quanto lavorare a supporto dei giocatori esterni per completare il lavoro della catena laterale di cui fanno parte.

In questo senso, si sono avuti riscontri diversi in base alla fascia laterale nella quale si sviluppava l’azione offensiva. Infatti, mentre sulla destra la spinta dei nerazzurri è stata piuttosto continua ed efficace, con D’Ambrosio, Joao Mario e Candreva che hanno prodotto ben 11 cross (fra i quali l’assist per il primo gol di Icardi), non altrettanto positivo è stato il lavoro sul lato opposto dove la catena costituita da Santon, Kondogbia e Perisic ha creato solamente 3 cross. Questa differenza di produzione si deve molto probabilmente alle diverse caratteristiche dei giocatori che hanno composto le due catene laterali. Infatti, mentre Joao Mario è un giocatore chiaramente offensivo lo stesso non si può dire di Kondogbia. E anche Perisic e Candreva sono due sterni di versi con l’ex laziale più abile nel mettere palloni in mezzo e con il croato più abituato a cercare la soluzione personale nell’uno contro uno che la palla per gli attaccanti.

Le caratteristiche diverse fra le due catene ha favorito quindi la maggior ricerca, da parte della squadra, della catena di destra a discapito di quella di sinistra. Lo si evince anche da un altro dato, cioè dai palloni giocati dai due interni di centrocampo con Joao Mario che ha toccato 53 volte la palla a fronte delle 32 volte del francese. Questo squilibrio (dipendente, come detto, dalle caratteristiche die giocatori) non è inusuale: lo si riscontra ad esempio anche nel Napoli, dove la catena di sinistra è solita toccare più palloni rispetto a quella opposta.

In generale la squadra di De Boer ha giocato un calcio offensivo con un baricentro di 51,6 metri. L’offensività della squadra è stata evidente anche nel modo in cui i Nerazzurri attaccavano l’area in situazione di palla esterna. In questi frangenti infatti i centrocampisti venivano a rimorchio ad attaccare l’area empolese evitando così che la difesa dei padroni di casa dovesse occuparsi del solo Icardi.

la fase offensiva dell'Inter con l'esterno basso che accompagna l'azione in avanti e con gli inserimenti dei centrocampisti.jpg

Dal punto di vista difensivo gli uomini di De Boer hanno utilizzato un duplice atteggiamento. Nel primo tempo infatti la squadra è andata a pressare alto, difendendo in avanti anche al momento della perdita del pallone attraverso un organizzato gegenpressing. Nel secondo tempo e, in generale, quando l’Empoli era in fase di attacco organizzato, l’Inter è stata molto attenta a chiudere gli spazi nel corridoio centrale. De Boer ha studiato l’avversario: sapendo che l’Empoli è solito iniziare gli attacchi per vie centrali attraverso un accorto sistema di passaggi alternati avanti e indietro l’olandese si è preoccupato che i suoi difendessero a imbuto, chiudendo la zona centrale del campo e pressando i portatori di palla avversari, in particolare il vertice basso Diousse. Così facendo l’Inter ha ridotto notevolmente la pericolosità avversaria e, nel secondo tempo, pur lasciando l’iniziativa all’Empoli (appena il 40% di possesso palla per l’Inter nei secondi 45 minuti di gioco) non ha praticamente mai corso dei veri pericoli dalle parti di Handanovic.

in fase difensiva, una volta superata la prima linea di pressione, l'Inter ha difficoltà nel gestire il contropiede avversario. Questa azione si concluderà con l'ammonizione di Murillo.jpg

Le uniche difficoltà mostrate dall’Inter si sono avute nella gestione del contropiede empolese. Infatti, nelle rare volte in cui l’Empoli è riuscita a superare la prima linea di pressione interista ha trovato campo aperto costringendo la difesa nerazzurra ad affannose rincorse verso la propria porta. Oltre che all’abilità dei palleggiatori avversari questo problema è stato dovuto anche al fatto che la linea difensiva nerazzurra non accorciava sempre in avanti e non effettuava sempre correttamente le coperture preventive. In particolare quando di alzava in pressione anche Medel, accompagnando Joao Mario e Kondogbia, la difesa nerazzurra non si posizionava correttamente e rimaneva scoperta con troppo spazio lasciato nella zona compresa fra la linea difensiva e il centrocampo.

l'nter pressa alto e difende in avanti attaccando i portatori di palla empolesi.jpg

Una situazione tattica particolare sulla quale De Boer dovrà insistere nel processo di crescita di una squadra che ha comunque registrato la sua terza vittoria di fila.

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Cronache

I ragazzi del ’93

icardiempoli

Non è ancora passata una settimana da Inter-Hapoel Beer Sheva. No, bisogna ricordarlo, perchè tutto assume automaticamente una dimensione diversa. Non trionfale, nè eccessivamente autoindulgente. Diversa. In sei giorni siamo riemersi dallo sprofondo battendo la Juve a San Siro (certo, nella partita più brutta degli ultimi 30 anni, come si è premurato di ribadire Allegri anche stasera) (contento lui, ma a occhio dev’essere il culo che brucia) e poi l’Empoli in trasferta con i seguenti miglioramenti rispetto alle prime quattro partite di campionato (più la spaventosa Europa League): non siamo andati in svantaggio; abbiamo segnato nel primo tempo; non abbiamo subito gol.

Il miglior commento a questa partita l’ha fatto De Boer, un giorno prima che si disputasse: “Prima della Juve mi davate per morto, dopo la Juve mi avete chiesto se possiamo vincere lo scudetto… Io dico solo che il campionato è lungo e il campionato si vince con le piccole squadre”. Tenendo conto che il Chievo è terzo e il Palermo ha espugnato Bergamo, il nostro campionato con le piccole (Pescara, Juventus ed Empoli) per ora segna nove punti in tre partite, e quindi va bene così.

Aver risolto la partita in 17 minuti è un ulteriore upgrade per una squadra che finora aveva dovuto rimediare ampiamente in corsa. Quanto al fatto che siamo Icardi-dipendenti, non vedo il problema: segna sempre lui, ci pensa lui, risolve lui? E allora? Si sta verificando il rarissimo caso di uno che, dopo aver ridiscusso lo stipendio, giustifica in tempo reale l’aumento. Noi non ci possiamo lamentare. Forse gli altri sì.

Mancava Banega, ma c’era Joao Mario. Un altro che sta giustificando l’investimento senza effetti speciali ma con una disinvoltura che conquista. Ho rivisto 118 volte il video del replay del secondo gol: due ragazzi del ’93 che intercettano palla a metacampo e la recapitano in porta in due secondi. Così bello, potente e denso di emozioni che quasi lo caricherei su YouPorn.

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