Editoriale

Capire Spalletti (o almeno provarci)

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Alla sollecitazione del cronista “C’è un grande entusiasmo intorno alla squadra”, Mourinho probabilmente avrebbe risposto con un “Ci fa molto piacere il calore dei tifosi”, Mancini con un “Ottimo, siamo contenti, è un buon inizio”, Stramaccioni con un “Ahò, bene bene!”. Luciano Spalletti, nell’immediato post-partita di Inter-Villarreal, l’ultima amichevole, ha invece risposto così:

“Mi sembra giusto, stanno recependo la serietà dei ragazzi e di come lavorano, il messaggio che hanno mandato ogni volta che escono fuori dal recinto di casa nostra è che si dà a vedere che si vuol fare sul serio, si vuol fare quello quello che obbliga il professionismo, cioè la competenza, noi siamo competenti, vogliamo essere competenti per il nome che portiamo e la professione che facciamo”,

riassumibile con un:

“La squadra ha dato un segnale e il pubblico lo ha recepito”,

ma espresso con il quintuplo delle parole necessarie e con una carpiatura dei concetti che, complice l’ipnotico e suadente eloquio del nostro condottiero, non si riescono a cogliere in diretta ma solo dopo un’attenta rilettura. E siccome in diretta ci sembra sempre di capire qualcosa, cogliendo qua e là parole familiari (squadra, pallone, difesa, gol) che ci rassicurano, è piuttosto qui, nell’attenta rilettura, che ci si apre un mondo. Come parla Spalletti, e cosa vuole dirci esattamente?

Ora, noi potremmo accontentarci di un fatto sostanziale, che renderebbe tutto il resto davvero marginale: cioè che in quale modo, un modo qualsiasi, Spalletti si faccia capire dalla squadra e che la squadra capisca Spalletti. Possiamo nutrire la ragionevole certezza che, nel rude lavoro quotidiano, Spalletti alla Pinetina non urli da bordocampo qualcosa del tipo

“Nagatomo, ascoltami, il tuo movimento difensivo dovrebbe evolvere in una direzione che ti consenta di esprimere al meglio le tue doti di velocità e nel contempo alla nostra difesa di poter contrastare con efficacia la fase offensiva dei nostri avversari!”

ma un più sintetico

“Yuto, santiddio, la diagonale!”

Ecco, appunto: la sintesi. Diciamo che, davanti a telecamere e taccuini, non è la dote principale di Spalletti. E noi, tutti noi interisti, dovremo adeguarci. Senza necessariamente capire. Che in sè è una situazione non priva di un fascino perverso. Ci toccherà cioè affidarci a occhi chiusi a un flusso di parole non sempre traducibili. Ci toccherà fare, nel nostro intimo, quello che già molti siti fanno ora: sbobinare e mettere in bella copia, perchè l’elaborazione esatta dello Spalletti-pensiero (oltre ad affrontare il rischio di travisare concetti importanti e offrirne una versione non autorizzata) è superiore alle forze di tutti.

Torniamo brevemente alla frase post-Villarreal. Nel replicare alla più innocua e scontata delle domande, Spalletti esagera ed entra addirittura in un territorio inesplorato, come se a un chiterrista avessi chiesto un giro di do e quello ti rispondesse con l’assolo di “Little wing”. Spalletti parla di “competenza”. Ma chi, riferendosi a dei calciatori, si è mai azzardato a parlare di competenza? Per l’universo mondo i calciatori sono forti, fortissimi, scarsi, pippe, anarchici, disciplinati, straripanti, modesti, inadeguati eccetera eccetera. Ma competenti, quando mai si era sentito? Competenti. Rendiamocene conto: è straordinario.

Spalletti può regalarci emozioni concettuali che gli altri se le sognano. Prendiamo a titolo di esempio quest’altra frase eleborata in una delle conferenze stampa del tour in Oriente. In Italia esce il calendario e in sala stampa gli chiedono cosa ne pensa e come vede la corsa allo scudetto e alle coppe europee. Una domanda che avrebbe fatto un bambino dell’asilo. Ma Spalletti, in queste situazioni così scontate, sa trovare il modo di stupire:

“Abbiamo avuto la conferma anche di altre squadre che possono accorciare il gap che c’è ad oggi con la Juventus. Sarà il tempo a dire chi lavora nella maniera corretta per aspirare a quelle quattro posizioni ma noi vogliamo esserci”,

riassumibile con un:

“Puntiamo ai primi quattro posti, la Juve è favorita ma avrà vita dura”

ma il nostro mister aggiunge sempre il tocco del maestro. Per dire: da chi cazzo avrà mai avuto la conferma che ci sono altre squadre che possono accorciare il gap con la Juventus? C’è una intelligence che lavora per fornire informazioni sule ambizioni della squadre di vertice? Tutto ciò ci inquieta, e un po’ ci piace.

Scontiamo, a livello comunicativo, i recenti cambi societari. Abbiamo un padrone che si esprime con un elementare “Fozza Inda”, un presidente che parla per interposto interprete. E questo un po’ ci deprime, dopo una lunga stagione in cui potevano identificarci in un signore milanese perennemente disposto a rilasciare dichiarazioni e nei suoi concetti-base del tipo

“Non è una cosa simpatica nell’insieme”,

adattamento morattiano di un più grezzo

“Ci stanno proprio rompendo i coglioni”.

Che nostalgia. Ma adesso è arrivato lui, Spalletti, con le sue frasi senza virgole e con mille parole (di cui 950 superflue). E siamo solo all’inizio, ragazzi. Solo all’inizio.

 

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Amarcord, La Tattica

Il pregiudizio sai, è come il vento (Caressa e il calcio olandese spiegato a Caressa)

Di Hendrik van der Decken

“Un genio, una leggenda, l’uomo che cambiò la mentalità del Barcellona. Cruijff ha dipinto la cappella Sistina, Rjikaard, Van Gaal ed io abbiamo solo aggiunto qualche pennellata”
(Josep Guardiola i Sala, allenatore, parlando di Johann Cruijff)

Nei giorni scorsi abbiamo assistito a degli attacchi livorosi da parte di molti esponenti del giornalismo sportivo nostrano a Frank de Boer. C’è chi ne ha parlato in dettaglio e molto bene qui su “Il Nero&L’Azzurro”, e cito per tutti il bel pezzo di Tommaso De Mojana, nonché moltissimi articoli in rete nelle ultime settimane, quali quelli della contro-campagna portata avanti lucidamente da Stefano Massaron e Alberto di Vita su “Il Malpensante” cui rimando volentieri.
Tra i molti, a causa della sua notorietà e visibilità mediatica, hanno dato particolarmente fastidio quelli portati sguaiatamente dal direttore di Sky Sport 24 Fabio Caressa. Tra le cose dette per caldeggiare l’esonero immediato del tecnico di Hoorn, e per criticare la scelta fatta dal club al momento di ingaggiare il successore di Roberto Mancini, una mi ha particolarmente colpito: prima della “fatal” Inter-Cagliari, Caressa ha detto
“(…) l’allenatore non è abituato a questo calcio. Non lo conosce, viene da un altro calcio. Vincerà delle partite 7-0 e rischierà di perderne altre 3-0. E’ così, il calcio olandese è così, non c’è niente da fare. E’ un calcio di cui tutti si riempiono la bocca, ma non è che abbia vinto mai niente. E’ uno dei calci più perdenti d’Europa, e lo stiamo vedendo adesso”.
Lasciamo perdere per un attimo il personaggio Caressa ed il suo astio verso il tecnico nerazzurro che ha raggiunto livelli che rasentano l’offesa personale, e lasciamo a chi ne sa di più il compito di spiegarcene il perché (ché questa sarebbe una cosa interessante da sapere). Lasciamo da parte anche la campagna vergognosa che il giornalismo sportivo italiano, con pochissime lodevoli eccezioni come quelle di Fabrizio Biasin, Paolo Ziliani e Matteo Spaziante (e li cito tutti perché credo che la lista finisca qui), ha messo inspiegabilmente in atto contro Frank de Boer praticamente sin dal momento del suo arrivo. Si può e si deve criticare un allenatore se si pensa che non stia facendo bene, ma i modi utilizzati verso l’olandese, a partire da incredibili commenti sugli sforzi fatti da de Boer per cercare di parlare l’italiano dopo appena due mesi, e per finire a esplicite assunzioni sulla sua incapacità di allenare, sono inaccettabili, non fosse altro che per educazione. Avessero trattato allo stesso modo in Inghilterra Conte, Mazzarri e Guidolin, la Farnesina avrebbe già come minimo richiamato l’ambasciatore e avremmo letto di nuovo della perfida Albione su tutti i quotidiani sportivi.

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Approfittando della valutazione fatta dal direttore di Sky Sport 24, ragioniamo in modo un po’ più articolato sul merito di tale giudizio riguardo al football Oranje e all’eventuale inadeguatezza di de Boer (e per estensione, secondo Caressa, di qualsiasi allenatore in attività che abbia avuto la sfortuna di nascere sotto il livello del mare tra il Belgio e la Germania).

Di articoli che parlano in dettaglio del calcio olandese, degli aspetti tattici della scuola arancione e della sua storia, ce ne sono moltissimi sul web, e fatti da chi ha molta più competenza di me. Cercherò qui solo di verificare se l’affermazione di Fabio Caressa sia vera o meno, o quanto meno giustificata. Innanzitutto bisogna capire a quale periodo temporale ci riferiamo; avendo il telecronista fatto un’affermazione assoluta, prendiamo come riferimento la storia del calcio moderno senza limitazioni temporali.

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Partiamo dalle competizioni per club: l’Olanda ha vinto 6 coppe dei Campioni/Champions League, le nazioni che ne hanno vinte più di 6 sono in ordine Spagna, Italia, Inghilterra e Germania. Quest’ultima ne ha vinte 7, e mi sembra superfluo sottolineare che nessuno si sognerebbe mai di dire che il calcio tedesco è tra i più perdenti d’Europa. A meno che, per motivi cabalistici o religiosi, Caressa non ci ha fatto sapere che la soglia è quella: con 6 vinte si è tra i più perdenti d’Europa, con 7 no. Chissà cosa direbbe se sulla panchina dell’Inter arrivasse Blanc, come ventilato da più parti: con un’unica coppa dei Campioni vinta per la Francia dall’Olympique Marsiglia (sempre sia lodato Basile Boli) come minimo andrebbe in TV a dire che Blanc è l’espressione tecnica di un calcio di merda.

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Aggiungiamo una considerazione: i Paesi Bassi hanno vinto per 6 volte il massimo trofeo continentale con tre squadre diverse (Ajax, Feyenoord e PSV), esattamente come l’Italia e la Germania, mentre la Spagna, che pure è la nazione che ha vinto di più in questa speciale classifica, l’ha fatto solo con Real e Barcellona. Insomma, mi sembra chiaro che nella storia della massima competizione europea le vittorie arancioni non sono state frutto di un singolo exploit ma di un movimento e una scuola calcistica capace di vincere in contesti diversi e con squadre diverse. Certo, nei tempi più recenti il fattore economico ha tagliato fuori le squadre olandesi di club dal poter competere per vincere, spesso non riuscendo a passare neanche la fase a gironi della Champions League. Ma questa situazione è strettamente legata a fattori extra-calcistici: i migliori giocatori dei Paesi Bassi semplicemente vanno a giocare nei campionati europei più ricchi, lasciando i club di casa con le briciole tecniche, non sufficienti a mantenere la competitività del passato.

Per completezza di informazione, diciamo anche che il calcio olandese ha vinto a livello di club una coppa delle Coppe con l’Ajax e quattro coppe UEFA/Europa League complessive, sempre grazie alle tre squadre di cui sopra. Insomma, dal punto di vista delle competizioni continentali per club, l’affermazione di Caressa è a mio parere già smontata e derubricata a notevole stronzata.
Ma visto che ormai ci siamo, andiamo avanti. E lasciamo aperto un tema di discussione su cui torneremo più tardi: sono davvero solo sei le Coppe dei Campioni/Champions League vinte dal calcio olandese?

Passiamo alle competizioni per nazionali: l’Arancia Meccanica del 1974 e del 1978 è ancora oggi il maggior rimpianto di ogni tifoso olandese, anche di quelli non ancora nati allora, e anche quello di un ragazzino italiano che aveva imparato a memoria la formazione, non potendo immaginare neanche lontanamente che nel suo futuro ci sarebbe stata così tanta Olanda da poter recitare quella formazione pronunciando i nomi correttamente. Tre finali mondiali, tre sconfitte, la terza nel 2010 contro una delle nazionali più forti di sempre: la Spagna di Iniesta e Xavi. Quindi di certo niente di comparabile ai quattro titoli mondiali vinti da Germania e Italia, anche se si potrebbe sottolineare come Spagna, Francia e Inghilterra, tutte vincitrici di un titolo mondiale a testa, hanno vinto giocando l’unica finale alla quale hanno partecipato. In questo caso, se per “perdente” intendiamo un calcio che perde sempre non riuscendo mai a vincere, forse ci potrebbe essere qualche motivo valido per definirlo tale.

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Sennonché l’Olanda ha vinto un titolo europeo nel 1988 targato van Basten-Gullit-Rijkaard, quindi non è così vero che sia perdente a livello europeo (l’Italia ha vinto lo stesso numero di titoli in Europa, per dire), e nel senso stretto appena definito. Se poi vogliamo allargare il concetto arbitrariamente, un calcio perdente è secondo me un calcio che non riesce mai ad essere competitivo pur avendone la possibilità, o a vincere molto meno delle sue potenzialità. In questa definizione potrebbe rientrare, ad esempio, la Jugoslavia, finché è esistita: non credo di aver mai visto un tale concentrato di talento calcistico costante nel tempo senza essere quasi mai capace di esprimere una certa competitività in alcuna delle competizioni per nazionali esistenti.

La nazionale olandese invece è emersa dal buio calcistico relativamente tardi, alla fine degli anni ’60, ma poi è riuscita ad essere competitiva dagli anni ’70 in poi quasi sempre, incluso gli ultimi due mondiali dove è riuscita ad inanellare due podi consecutivi (con tecnici olandesi in panchina…) non avendo di certo un valore medio dei propri giocatori paragonabile a quelli dell’epoca d’oro di Cruijff e Neeskens né a quelli pieni di talento delle nazionali di Gullit e van Basten o quelli a cavallo del 2000.

Insomma, da un punto di vista puramente legato ai risultati nudi e crudi, il calcio olandese può essere tranquillamente considerato tra i primi cinque movimenti calcistici continentali limtandoci a tenere conto dei trofei vinti a livello di nazionale e di club. Il valore assoluto di queste vittorie verrebbe anche aumentato considerando che stiamo parlando di un piccolo Paese con una popolazione che è poco più di un quarto di quella italiana, francese e inglese, un terzo di quella spagnola, un quinto di quella tedesca. Ergo, dire che è “uno dei calci” (sorvoliamo sull’italiano usato da un professionista della parola…) “tra i più perdenti d’Europa” è una stupidaggine bella e buona, et de hoc satis.

Passiamo ora a considerare l’impatto che ha avuto il calcio olandese sul movimento calcistico mondiale e la scuola che i loro allenatori continuano a portare avanti. Me la potrei cavare chiudendo il discorso con la citazione all’inizio di questo pezzo, e nessuno avrebbe dubbi su quanto il calcio olandese abbia cambiato per sempre questo sport così come era stato concepito e giocato fino all’arrivo di Rinus Michels sulla panchina dell’Ajax nel 1965. L’idea di calcio totale impiantata da Cruijff al suo ritorno in Catalogna alla fine degli anni ’80 ha fatto diventare una squadra a lungo senza vittorie come il Barcellona in una potenza assoluta del calcio mondiale che ancora oggi, a distanza di quasi trent’anni, continua a macinare vittorie a ripetizione nel solco di quell’idea calcistica di fondo che proveniva dal paese dei mulini a vento.

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C’è una quantità enorme di scritti nella rete al quale rimandare per avere una cognizione più precisa e completa di quanto io possa mai essere capace di riportare, ma per dare un’idea esaustiva di ciò che intendo incoraggio chiunque abbia un’ottima dimestichezza con l’inglese a leggere un magistrale pezzo di David Winner, pubblicato su Bleacher Report ed intitolato “The Church of Cruyff”.

Leggendolo scoprirete che la mia domanda fatta più sopra riguardo al reale numero di Coppe Campioni/Champions League vinte dal calcio olandese è meno insensata di quel che appare: tutte quelle vinte dal Barcellona, se si gratta la patina blau-grana risplendono di un bel colore arancione acceso, sia per il tipo di filosofia di gioco con la quale i catalani le hanno vinte, diretta filiazione mediterranea del calcio olandese degli anni ’70, sia perché in panchina per ben due volte su cinque sedeva un allenatore Oranje.

E che dire del Milan targato Arrigo Sacchi? Per sua stessa ammissione, il suo calcio è frutto di studi approfonditi dell’Ajax e del suo sistema di gioco. Applicando allo schema tattico vari principi legati al totaalvoetbal, il “Profeta di Fusignano” ha posto le basi per lunghi anni di dolore per noi nerazzurri, passati a vedere i cugini alzare coppe dei Campioni in serie e influenzando una lunga teoria di allenatori italiani attualmente in attività, uno su tutti Carlo Ancelotti, che ha continuato a farci del male anche dalla panchina dopo aver eseguito in campo il gioco del suo maestro.

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Non c’è nessuno degli allenatori più bravi oggi in circolazione che non debba qualcosa, a volte molto o moltissimo, al calcio olandese anche quando ci si discosti dall’idea “Cruijffiana” di calcio. Una prova? La Germania calcistica decise all’inizio degli anni duemila di attuare un programma estensivo a livello giovanile per migliorare tecnica e tattica, dopo il disastro degli europei del 2000. La prima cosa che fece la commissione tecnica fu quella di andare a vedere i sistemi di allenamento tecnico-tattico in voga alle giovanili di Ajax e Feyenoord. Il titolo mondiale del 2014 è frutto di un lungo viaggio temporale che però è iniziato un centinaio di chilometri abbondante a ovest del confine tedesco, sul mare. I belgi hanno fatto lo stesso partendo con lo stesso programma qualche anno dopo, e la generazione attuale dei “Diavoli Rossi” è frutto di quel programma. Ne volete un’altra? Prendete la foto ufficiale del Barcellona stagione 1998/99 e divertiamoci a contare quanti allenatori in attività ci sono.

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Allenatore di quel Barcellona, Louis van Gaal: 20 titoli vinti tra nazionali e internazionali in 4 paesi diversi. Olandese, maestro di calcio, ha influenzato un’intera generazione di tecnici, quasi tutti per averli avuti come collaboratori o averli allenati da giocatori, come nel caso dei nomi di coloro che erano con lui in quella stagione. La sua storia professionale e personale l’ha portato costantemente in conflitto con Johann Cruijff, e anche il suo gioco – per quanto inevitabilmente figlio del calcio totale – ha delle varianti significative rispetto all’idea di calcio del leggendario numero 14 scomparso pochi mesi fa. Eppure, e limitandoci solo a quella stagione particolare, guardate l’elenco di coloro che hanno dichiarato per loro stessa ammissione di essere stati ispirati dalle idee tattiche dell’ex-allenatore di Ajax, Barcellona, AZ, Bayern Monaco, Manchester United e nazionale olandese:

Vice-allenatore era José Mourinho, non vi sto a dire chi è.

Assistenti: André Villas-Boas, 7 titoli vinti in due paesi; Ronald Koeman, attualmente allenatore dell’Everton, 8 titoli in 3 paesi diversi.
Giocatori: Pep Guardiola, allenatore del Manchester City, uno che a furia di fare manutenzione alla Cappella Sistina di Cruijff è diventato un modello da imitare.
Luis Enrique, allenatore del Barcellona, uno che è stato etichettato come non adatto ad allenare in serie A (mi rocrda qualcosa…) e poi ha preso il posto di Guardiola vincendo tutto, beato lui.
E poi Philippe Cocu, allenatore del PSV, 2 campionati olandesi vinti nei suoi 3 primi anni di carriera da allenatore; Oscar, allenatore del Red Bull Salisburgo, 3 titoli in 2 paesi.
Abelardo, tecnico dello Sporting Gijon nella Liga, Mauricio Pellegrino, tecnico dell’Alaves nella Liga, e Sergi, tecnico dell’Almeria, segunda division spagnola; Albert Celades, allenatore della nazionale spagnola Under 21.
Ronald de Boer, uno dei vice-allenatori delle giovanili dell’Ajax, e Boudewijn Zenden, attuale vice-allenatore delle giovanili del PSV.
E per finire Frank de Boer, uno che allena l’Inter e non ha niente da insegnare in Italia (cfr. l’ineffabile Caressa)

In quella squadra c’erano anche quattro giocatori che oggi fanno i dirigenti sportivi (Kluivert, Rivaldo, Figo, Vitor Bahia) ed anche un giovane Xavi Hernandez, che per quanto non possa saperlo per certo, un’ideuzza su ciò che farà una volta appese le scarpe al chiodo ce l’avrei. Ora, questo è un elenco che lascia sbalorditi considerando che ce ne sono altri all’infuori di questa lista (ad esempio anche l’attuale allenatore del Cile vincitore dell’ultima Copa America, Juan Antonio Pizzi, trascorse il suo ultimo anno a Barcellona sotto la guida di van Gaal) e con molta probabilità altri ne verranno in futuro. Ma tutto questo serve a dimostrare senza possibilità di smentita che l’influenza del calcio olandese sul football mondiale che si gioca ai giorni nostri è di un’evidenza solare.

Serve a poterlo definire vincente? Di certo non mi azzarderei a definirlo un calcio tra i più perdenti d’Europa né dal punto di vista dei trofei vinti come detto in precedenza né dal punto di vista dell’idea calcistica che continua a mietere successi, soprattutto grazie al Barcellona ma non solo. È perdente il calcio che esprime nella classifica (opinabile, per carità, come tutte le valutazioni non misurabili) della rivista “Four-Four-Two” relativa alle migliori 50 squadre di sempre la squadra al posto numero 1, e che ha ispirato in maniera diretta la numero 5 ed indiretta la numero 3 e la numero 7? Credo di sapere la risposta.

Tutto ciò è sufficiente per affermare che Frank de Boer è un grande allenatore e che farà sicuramente bene all’Inter? Ovviamente no, nessuno può dirlo dopo appena due mesi e mezzo e in queste circostanze, e il tecnico nerazzurro ha ancora tutto da dimostrare, ma vista la scuola da cui proviene prima di dire con fare supponente “Ma adesso de Boer deve venire a insegnarci il calcio? Lui sta avendo le sue idee? Belle idee…”, come ha fatto il Nostro durante uno dei suoi editoriali a Sky Sport 24, uno intelligente ci penserebbe un milione di volte. A dirla tutta, uno con un po’ di buon senso e conoscendo anche sommariamente la storia del calcio (e anche quella extracalcistica) capirebbe che è proprio la commistione di idee diverse che ha portato innovazioni coronate da successo: il catenaccio era in origine il “verrou” svizzero, ma sono stati gli italiani a farlo diventare letale e vincente (anche grazie all’apporto di un argentino che allenava in Spagna). E prima ancora fu l’adozione del WM dell’inglese Chapman, sotto la guida dell’ungherese Kuttik, tecnico della famosa scuola danubiana, ad aiutare a far nascere il mito italiano del Grande Torino. Gli esempi di commistioni calcistiche vincenti potrebbero continuare fino alla noia.

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Per concludere, a costo di ribadire un’ovvietà nota a tutti gli appassionati di calcio, le idee tecniche di de Boer che Caressa declassa a scemenze calcistiche hanno portato trofei dovunque, in maniera massiccia, a lungo. E a noi tifosi della Beneamata non dispiacerebbe allungare la lista, alla faccia di giornalisti troppo impegnati a sparare minchiate in televisione. Dovesse andare male, Caressa non si preoccupi: ci sono altri allenatori olandesi molto bravi in circolazione.

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Amarcord

Nato per governare (c’mon Paul Ince, c’mon!)

di Alessandro Cattelan

Era il 1995, quasi la fine del mese di Gennaio e a un certo punto di Manchester – Crystal Palace Eric Cantona (appena espulso per un fallo di reazione), decise di sfogare parte della rabbia accumulata fin lì tatuando i tredici tacchetti della sua scarpa destra sul costato di un tifoso che lo insultava da bordo campo. Un calcio volante sgraziato ma efficace.

L’aneddoto è legato a uno dei calciatori che più di ogni altro avrei voluto veder giocare per la mia squadra e mi porta a parlare di uno dei giocatori che più ho amato, uno che della mia squadra ha indossato e onorato i colori.
Perché nel capannello di persone almeno apparentemente impegnate a strappare il tifoso del Crystal Palace dalle mani del Re, tra calciatori, steward ancora troppo bolsi, il vichingo Schmeichel che si improvvisava paciere e varie figure arbitrali, c’era anche lui. Un tipo tosto con la maglia nera e il numero 8 che senza dare troppo nell’occhio si buttò nella mischia da lontano deciso a far volare un altro paio di schiaffoni. Quello era Paul Emerson Carlyle Ince, meglio conosciuto come Il Governatore.
Un mese esatto dopo Massimo Moratti divenne presidente dell’inter. Avrebbe voluto presentarsi ai suoi tifosi con un grande colpo: prendere Cantona nella prima sessione di mercato disponibile, ma spostarlo da Manchester si rivelò un’impresa impossibile. Il presidente, da sempre e per sempre cazzomenefreghista quando si trattava di scucire il grano, a quel punto forse pensò: ah si? Allora mi prendo Ince. Ecco a voi un sacco pieno di soldi per il disturbo… Ora se volete scusarmi, che poi mi si scalda il Fernet. 
Era il 1995, avevo 15 anni ed ero stato allo stadio solo una volta in tutta la mia vita, per di più al terzo anello settore ospiti. Il calcio era un sogno e i suoi interpreti erano supereroi da ammirare con timidezza e soggezione. Era il primo anno dei nomi sulle maglie e del numero fisso e se avessi avuto solo un pizzico di lungimiranza e indipendenza economica in più sono sicuro che la casacca di Paul sarebbe ora il pezzo più pregiato della mia collezione (sempre di quell’anno ho però la 10 di Benny Carbone che considero comunque, per ragioni diverse, un cimelio dal valore inestimabile).
La nuova era Moratti portava con se una ventata di entusiasmo tale che costrinsi mio padre a portarmi alla presentazione della squadra per poter salutare i vecchi veterani e i nuovi acquisti, tra cui Zanetti, Roberto Carlos e appunto Ince a cui riuscii a strappare un autografo. Non esattamente un mercato di merda mi verrebbe da dire.

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Il campionato stava iniziando e tutte le mie speranze erano nei piedi di Paul The Guv’nor, per il quale provai da subito un amore viscerale. Non so se fu a causa dell’episodio raccontato all’inizio di questo pezzo o per il solo fatto di essere inglese e quindi necessariamente portatore sano di gioco ruvido e tacchetti che fanno scintille, ma il ricordo di Paul nell’immaginario collettivo è quello di un picchiatore. Onesto, ma pur sempre picchiatore. Un centrocampista tutto grinta e poco cervello, il mediano nella sua accezione più noiosa. Certo che era in grado di annichilire fisicamente un giocatore dominante come Desailly e lo ha dimostrato nei 3 o 4 derby avuti a disposizione, ma Paul era molto di più. Era un giocatore dinamico, esplosivo, fisicamente incontenibile ma capace di segnare 10 gol in 50 partite con la nostra maglia tra rovesciate alla Pinilla, bombe da fuori alla Nedved, inserimenti alla Lampard, esultanze strambe alla Oba Oba Martins e chissà quante altre magie ci avrebbe regalato le la moglie non ce lo avesse portato via. Più o meno tutte quelle che abbiamo aspettato invano di vedere da Guarin negli ultimi anni e che son finite immancabilmente con un mavaffanculova! (il suo fallimento lo vivo come fosse il mio, lo ammetto. Un grandissimo rimpianto ).

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Paul Ince è stato senza dubbio il mio giocatore del cuore e voglio lasciarvi con una storia che mi ha raccontato nientepopodimeno che da Felice Centofanti, altro idolo che Iddio vi fulmini se vi azzardate a discutere.
Ve la riporto esattamente come l’ho sentita.
Partita di precampionato 1995, Inter Arsenal. Che io ricordi abbiamo perso ma non ci metterei la mano sul fuoco. Ad ogni modo, veniamo ai fatti.
La squadra si sta preparando e Paul Ince appena acquistato dalla società, incontra i suoi nuovi compagni direttamente negli spogliatoi. Ottavio Bianchi svela la formazione di partenza. Ince è subito schierato tra i titolari, che uno dopo l’altro scendono in campo per il riscaldamento. Lui non si muove. Rimane seduto a guardarsi intorno assorto in un silenzio difficile da interpretare. Nello spogliatoio sono rimasti solo i panchinari. Ince ancora non si muove.

Centofanti guarda Paganin: “ Avrà capito che deve giocare subito?”, “Boh, glielo spieghi tu?”.

Ince non conosce una parola di italiano. Nessuno ha il coraggio di disturbarlo fino a quando, zitto e serio come un monaco in meditazione, apre il suo borsone e tira fuori una corda. La salta per una decina di minuti. Poi si gira verso uno dei ragazzini della primavera e gli fa cenno di avvicinarsi. Lo fa mettere nella posizione dello sparring partner di boxe, con le ginocchia leggermente piegate e le mani a conchetta e comincia a prenderlo a pugni. Pugni misurati ma decisi.

E poi bon. Pronto.
Ecco, quello era il suo riscaldamento e credo dica molto del personaggio, anche perché è sempre stato così. Anche in campionato. Anche in pieno inverno.
I suoi muscoli non temevano stiramenti o strappi proprio come lui non ha mai avuto paura, di niente e di nessuno. Perché lui era nato per dominare, anzi, per governare.
Perché lui, era Il Governatore.
C’mon Paul Ince, C’mon.

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