Editoriale

JoJo, lascia che ti risponda da tifoso

Jovetic non si rassegna ad andare via in punta di piedi e così dopo aver mandato avanti l’agente ora pensa sia il momento di rincarare la dose. La modalità è chiara, l’ha già usata al City: lui è la vittima, l’Inter in quanto Inter (società, compagni e allenatori), il carnefice. Ci tiene Jovetic a far sapere ai media che lui ha fatto il suo dovere, ha dato tutto e non riesce proprio a capacitarsi del perché le cose non siano andate bene e lui non abbia avuto alcuna chance di dimostrare il suo valore.

Premetto che spero che la trattativa con il Siviglia si concluda nel migliore dei modi e gli auguro di essere felice altrove, penso di poter rendere un buon servizio a Jovetic raccontandogli quanto abbiamo visto noi dagli spalti e quanto hanno percepito in genere i tifosi della squadra in cui sverna da un anno e mezzo.

Jovetic è stato accolto a braccia aperte nonostante le forti perplessità sul suo rendimento a Manchester e quelle ancora più grandi sull’integrità fisica. Nelle prime 5 partite della scorsa stagione ha giocato come tutti sognavamo e mai ci saremmo aspettati. Ma è durato un attimo, uno squarcio tra le nuvole di prestazioni sempre identiche. Poca voglia, nessun altruismo, poca corsa, la sensazione sgradevole di uno scientifico boicottaggio del lavoro di squadra e di un astio mal celato per alcuni compagni (Icardi).

Non serve essere un pozzo di scienza calcistica per capire che Jovetic ha fatto del suo meglio per non fare brillare troppo la stella di altri che non fossero lui. Sì, qualche assist ma solo quando era del tutto lampante il merito di chi passava la palla rispetto al compito elementare di chi la metteva dentro. Altrimenti dai piedi di Jovetic sono solo partiti tiri telefonati da posizioni impossibili e palle un po’ troppo lunghe o un po’ troppo corte ad hoc per i compagni. Più un numero indefinito di palle perse e contropiede avversari avviati con noncuranza.

1851513-39027491-2560-1440.jpgQuesto quello che abbiamo visto e percepito noi, questo il motivo per cui è stato giusto non concedere più possibilità a un giocatore per nulla coinvolto nello sforzo di squadra e a un elemento problematico della rosa. Sarebbe più dignitoso andarsene senza troppo clamore ma ognuno fa come crede e Jovetic sta optando per una soluzione semplice: camuffarsi da vittima.

Peccato. Oggi Frank de Boer ha parlato dopo un mese di silenzio. Lo ha fatto senza scaricare colpe e dipingersi come l’ostaggio di un gruppo di psicotici, anche se ne avrebbe avuto diritto e possibilità. Lo stile non è cosa di tutti e per tutti.

Grazie Frankie, uomo d’altri tempi. Addio Jovetic, non è stato bello, non è stato breve e purtroppo nemmeno intenso.

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Editoriale

Stephan de Piol, santone olandese

di Bernard Fokke

Fa abbastanza impressione, qui dall’Olanda, vedere l’accanimento che la critica italiana sta riservando al nuovo allenatore dell’Inter Stephan de Piol. Certo, la sua partenza non è stata delle migliori: in quattro partite (tre di campionato e una di Europa League) sono arrivate due sconfitte (con Hapoel e Napoli) un pareggio (all’ultimo secondo, nel derby contro il Milan) e una sola vittoria (sofferta oltre il dovuto) contro la Fiorentina.

Ed è vero che 10 gol subiti sono troppi, così come non è confortante che per ben due volte su quattro i nerazzurri siano andati in svantaggio. E, quando non è successo, o sono stati rimontati in modo imbarazzante (dall’Hapoel) o hanno dovuto maledettamente soffrire contro una squadra in 10 uomini per 45 minuti (la Fiorentina) per portare a casa la vittoria.
D’accordo, è tutto vero. Resta però sorprendente come quasi nessuno, in Italia, sia intenzionato a concedere a de Piol una qualche attenuante o – perlomeno – un minimo di tempo. Ovviamente, la prima e più feroce critica punta il dito sulle sue scarse conoscenze del calcio italiano e delle malizie tattiche dei suoi allenatori (sì, compreso il portoghese Paulo Sousa, che per molti anni ha frequentato la Serie A da giocatore).

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E’ una critica un po’ ingenerosa, perché ogni allenatore moderno segue con attenzione tutti i maggiori campionati europei, se non altro per tenersi aggiornato. Ma sembra che per de Piol questo non sia vero (oppure che abbia passato inutilmente molto tempo davanti alla tv): e la prova, secondo i suoi accusatori, sta proprio in quei 2,5 gol presi a partita, una media che nella sua Olanda forse è considerata normale ma che gli osservatori italiani considerano una specie di bestemmia calcistica. Perché, poi, non c’è solo il dato numerico, ma anche il modo in cui certi gol sono arrivati. I due del Milan, il primo della Fiorentina, il secondo del Napoli sarebbero tutti la prova evidente della totale mancanza, nel bagaglio di de Piol, del concetto di equilibrio. Il tecnico sarà anche arrivato da poco ad Appiano Gentile, però non è pensabile che nulla sia cambiato in termini di vicinanza fra reparti, di copertura del campo, di protezione della difesa. Segno, evidentemente, non solo dell’appartenenza a una scuola calcistica lontana anni luce da quella italiana, ma anche di una fedeltà alle proprie convinzioni tattiche che sfocia nell’arroganza.
Quando ha accettato l’incarico all’Inter, tutto de Piol si aspettava tranne che la coerenza tattica (patrimonio di ciascun allenatore) venisse immediatamente bollata come “integralismo” o “eccesso di rigidità”. Eppure, questo è successo. Del tecnico olandese la critica italiana sembra sottolineare limiti ed errori (che pur ci sono) a discapito anche delle buone cose che si sono viste: il tentativo di recuperare Kondogbia, per esempio, è bollato come un’inutile insistenza. Le disastrose prestazioni del pacchetto difensivo (in cui MIranda, Murillo e Ranocchia sono ormai perfettamente intercambiabili) è solo una logica conseguenza della scarsa attenzione nordeuropea. L’isolamento di Icardi in avanti è descritto come la conseguenza dell’incapacità di de Piol di sapere parlare alla squadra, di trasmetterle un’idea di gioco. Segno, questo, anche delle prime crepe in uno spogliatoio che sembrava avere accolto con sollievo il nuovo tecnico dopo i disastri di inizio stagione. Ma anche nei rapporti coi giocatori le cose non sembrano andare benissimo. E poco cambia se si tratta di senatori o di giovani promesse: Gabigol (i cui 29 milioni di costo la stampa italiana continua a sottolineare) era un oggetto misterioso prima di de Piol. E continua a esserlo anche con lui. Chissà, ha scritto maliziosamente più d’uno: forse tutto dipende dal fatto che de Piol si è messo in testa di parlare da subito in italiano, con risultati maccheronici che probabilmente non lo aiutano a farsi prendere sul serio da calciatori e osservatori.
Risultato: anche qui in Olanda iniziano a farsi sentire le voci che parlano di una proprietà cinese che ha ricominciato a dare segni di nervosismo. La prossima sfida di San Siro, contro il complicatissimo Genoa di Juric, potrebbe già essere decisiva per il futuro di de Piol. Che comunque ha davanti a sé un orizzonte temporale ben limitato per far vedere che qualcosa all’Inter è cambiato: la sosta natalizia dopo le (non facili) partite contro Sassuolo e Lazio. Se per allora i risultati non saranno arrivati (insieme a un gioco minimamente equilibrato), la proprietà potrebbe decidere di abbandonare la sua scommessa olandese. E puntare sull’affidabilità di un allenatore italiano. Non solo per ragioni tecniche: la speranza è che la critica italiana gli riservi una tolleranza che a de Piol non è stata concessa. Giusto o meno che sia, come può sembrare qui dall’Olanda.

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Editoriale

Sbagliare 36 cross per far esonerare un allenatore (la nostra analisi tattica di Sampdoria – Inter)

di Michele Tossani

È finita. Come ampiamente previsto (da alcuni media perfino auspicato) l’Inter esonera Frank De Boer a seguito della sconfitta subita dai Nerazzurri in trasferta domenica sera a Marassi contro la Sampdoria. Così, dopo 84 giorni da quel 9 agosto, giorno in cui l’olandese venne scelto per sostituire Mancini sulla panchina interista, l’avventura italiana di De Boer arriva alla fine. Se pensiamo che, dopo 87 giorni in carica, Arrigo Sacchi venne eliminato dall’Espanol in Coppa Uefa, ma confermato da Berlusconi, la differenza con quanto accaduto a FdB è stridente.

A FdB vengono imputate tutta una serie di colpe, fra le quali quelle di un atteggiamento tattico troppo spregiudicato; di una inflessibilità che sfocia nell’integralismo, per non essersi piegato ai “consigli” tecnici arrivati dalle alte sfere (leggasi Ausilio e Zanetti); per aver condotto allenamenti troppo poco intensi, a detta della società; per aver diviso lo spogliatoio creando un forte numero di scontenti.

In verità, alla fine De Boer paga l’inconsistenza della società, incapace di programmare e divisa fra Pechino, Milano e Giakarta come argutamente fatto notare da Tronchetti Provera.

Infatti, al netto delle questioni extra campo (ma in quale spogliatoio coloro che giocano meno sono contenti? Mandzukic è contento di essere diventato la riserva di Higuain? E chi se non la società, ove presente, dovrebbe prendersi cura di gestire queste situazioni? E chi è che definisce poco intense le sedute di allenamento dell’olandese quando l’Inter gioca sempre meglio i secondi 45 minuti rispetto ai primi?) quello che è mancato all’Inter è stato il sostengo ad un progetto di calcio nuovo. Chi ha scelto De Boer (Thohir) non ha forse avuto la lungimiranza o la voglia di capire prima e di sostenere poi la scelta di un certo tipo di calcio di fronte alle naturali difficoltà che questo avrebbe trovato per imporsi in un ambiente come quello italiano da sempre restio ad ogni novità. Restio ed anche un po’ supponente visto che ad oggi ancora molti ritengono che un qualsiasi allenatore italiano sia meglio di uno straniero ancorché plurivincitore di trofei.

Il fallimento di FdB rappresenta il fallimento di un’idea: in un momento in cui, dalla parte opposta della Penisola, si ingaggia un allenatore innovativo come De Zerbi e lo si mette poi in discussione per non essere riuscito in poche settimane ad imporre il suo calcio ad una squadra presa in corsa (come De Boer) o che si sostiene che per divertirsi si debba “andare al circo” (Allegri dixit), vuol dire che non si è capito come nel calcio di oggi la vittoria sia sempre la cosa più importante ma che il modo in cui viene ottenuta ha una rilevanza che non aveva paragoni a queste latitudini anche soltanto dieci o quindici anni fa.

 

FdB è un tecnico olandese, nel senso che si iscrive appieno in quella scuola tattica. Questo significa essere un po’ zemaniani. E zemaniano sono stati sia il suo approccio che la sua Inter. Il gioco dei Nerazzurri di De Boer era basato su una costante ricerca delle fasce laterali con i terzini trasformati in ali aggiunte. Tuttavia, a differenza del boemo, le ali di FdB giocavano da vere e proprie ali senza tagliare centralmente, al fine di produrre cross al centro dell’area per Icardi e per i centrocampisti a rimorchio. Solo contro la Samp, Candreva e gli altri Nerazzurri hanno prodotto 36 cross, record per una singola squadra in una partita di Serie A. Questo tipo di atteggiamento, che portava anche 7 o 8 uomini oltre la linea della palla ha finito per lasciare da soli Murillo e Miranda a difendere a schema puro, cioè uno contro uno, con gli attaccanti avversari.

A volte l’Inter ha trovato difficoltà a servire Icardi, come accaduto nella partita contro i Blucerchiati ma, in generale, le difficoltà di realizzazione della squadra non sono da imputare tutte a De Boer.

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Infatti se è vero che l’Inter ha realizzato soltanto 13 gol in campionato è anche vero che la squadra è quarta per tiri a partita (16.8). Quello che manca è la precisione dei giocatori con appena il 4.5 di media a partita di tiri nello specchio della porta. Sul fatto poi che FdB abbia avuto problemi a dare un’identità precisa alla squadra, questo non è vero. L’impronta dell’allenatore sul gioco era evidente e, indipendentemente dal fatto che questa sia più o meo discutibile quello che non è opinabile è la necessità che ad un allenatore venga dato del tempo sufficiente per far digerire alla squadra i suoi dettami tattici. Trovare la posizione giusta a Banega in un centrocampo che contempli anche Joao Mario non è infatti facile. Pensare che questo non richieda tempo è incredibile. Ritenere che lo si possa fare in tre mesi con un gruppo nuovo e in parte abituato a un calcio disorganizzato come quello della gestione precedente è invece utopistico.

Creare poi una rosa di 29 giocatori ai quali viene fatto credere di essere tutti titolari è poi un altro modo per mettere in difficoltà la guida tecnica. Non essere riusciti a epurare gli esuberi come Felipe Melo o a far capire ai buoni giocatori di non essere ancora dei campioni (Kondogbia) è colpa da attribuirsi alla società. Così come è da addebitare al club la decisione di puntare su un allenatore che predilige il gioco sulle fasce con sovrapposizioni costanti dei terzini ed avergli poi affidato esterni difensivi come D’Ambrosio, Santon o Nagatomo.

Certo, i numeri non sono entusiasmanti con 5 vittorie, 7 sconfitte e 2 pareggi in 14 partite ufficiali. Ma mandando via FdB si è commesso lo stesso errore fatto a suo tempo con Gasperini, cioè quello di mandare via un allenatore prima ancora di dargli il tempo di provare a imporre il suo calcio, forse perché alla fine non si è mai creduto in lui fino in fondo o non lo si conosceva del tutto. E allora perché ingaggiarlo?

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Editoriale

Éder Citadin Martins o anche della mediocrità di chi non stringe una mano tesa

di Tommaso de Mojana

Éder Citadin Martins, o più semplicemente Eder, fra un paio di settimane compirà 30 anni.

Quel giorno, verosimilmente, festeggerà giocando con la maglia della Nazionale un’amichevole contro la Germania. Si giocherà a San Siro, per cui è altrettanto verosimile che al termine della sua fatica troverà qualche amico o parente con cui fare un brindisi, prima di rimettersi a disposizione del suo allenatore in vista del derby del 20 novembre.

Quel che non è ancora certo è chi sarà l’allenatore cui si metterà a disposizione. Chi guiderà (o si dice timonerà?), il famoso traghetto che dal molo dell’ignoto ci porterà (tradunt), innanzi al Cholo Simeone.

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Pioli, si dice. Che sembra aver superato la concorrenza dei vari Guidolin, Leonardo e Blanc col suo vice che in realtà non era il vice ma che continuava a venirci a vedere (questa storia è meravigliosa quasi quanto quella dello United che voleva Nagatomo, ma temo sia inutile approfondire, che poi di meraviglioso non c’è davvero un bel niente).

Comunque, chissà se quel giorno Éder, ragazzo schivo che peraltro era apparso tanto lucido quanto umile nelle dichiarazioni del post Bergamo, ripenserà a quando domenica sera, uscendo dal campo, si è rifiutato di stringere la mano protesa del suo allenatore.

Gesto abbastanza comune, vero. Senza dover scomodare Roby Baggio e Sacchi, soltanto nell’ultima giornata anche i suoi colleghi Insigne e Bacca non le hanno certo mandate a dire ai loro allenatori, colpevoli di averli sostituiti: altro che “siamo tutti titolari” o “mi alleno duramente, ma alla fine decide il Mister”.

Ma dato che abbiamo i nostri problemini, evitiamo di guardare in casa degli altri e torniamo quindi a Éder e a cosa possa spingere un attaccante che in 28 partite ha segnato 2 gol, entrambi inutili ai fini del risultato, a non stringere la mano al proprio allenatore dopo che questo ha deciso di sostituirlo.

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A cosa possa spingere un attaccante che ultimamente sta relegando in panchina uno dei migliori giocatori dell’intera rosa della squadra in cui milita, uno dei migliori esterni d’Europa, a non avere un minimo non dico di riconoscenza (l’articolo infatti non si intitola “come mai Éder non ha baciato i piedi a de Boer?”), ma di rispetto nei confronti di chi per mesi ha puntato su di lui senza averne indietro praticamente nulla.

“Se fossi il presidente innanzitutto manderei via l’allenatore, dopo prenderei i giocatori, li appenderei al muro e li prenderei a calci in culo uno ad uno”. Disse più o meno così un tale che simpatico non ci sta per nulla, ma che sapevamo già allora avesse detto tutto tranne che una fesseria.

Oggi come allora “il presidente” (ai tempi era così, oggi si dice “la dirigenza” perché nessuno ha ancora capito chi prenda questo tipo di decisioni), ha ascoltato la prima parte della frase. Oggi come allora ci interessa soprattutto la seconda, e oggi come allora sappiamo che ben poco verrà fatto in tal senso.

Che poi cambiare l’allenatore adesso ha l’effetto di prendere un Plasil per curare l’ulcera, e non aver ancora identificato il sostituto equivale a sputarlo cinque minuti dopo, il Plasil.

E allora arrivederci Frank, noi ci teniamo gli Éder Citadin Martins, e permettiamo loro di sbattere la porta come e quando vogliono, di non stringere la tua mano protesa durante una partita delicata e col risultato ancora aperto, di non avere nessun timore di far la loro fine quando metti in castigo Brozovic o Gabriel Barbosa, sicuri che alla fine puniranno te, mica loro.

Corri, Éder Citadin Martins, più forte di prima, per dimostrare che quello giusto sei tu e che il cattivaccio era lui. Un giorno, siamo sicuri, ti ricorderai di quella mano protesa, e ti pentirai di non averla stretta.

Quella mano, Frank, te la diamo volentieri noi. Arrivederci. E grazie.

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Amarcord, La Tattica

Il pregiudizio sai, è come il vento (Caressa e il calcio olandese spiegato a Caressa)

Di Hendrik van der Decken

“Un genio, una leggenda, l’uomo che cambiò la mentalità del Barcellona. Cruijff ha dipinto la cappella Sistina, Rjikaard, Van Gaal ed io abbiamo solo aggiunto qualche pennellata”
(Josep Guardiola i Sala, allenatore, parlando di Johann Cruijff)

Nei giorni scorsi abbiamo assistito a degli attacchi livorosi da parte di molti esponenti del giornalismo sportivo nostrano a Frank de Boer. C’è chi ne ha parlato in dettaglio e molto bene qui su “Il Nero&L’Azzurro”, e cito per tutti il bel pezzo di Tommaso De Mojana, nonché moltissimi articoli in rete nelle ultime settimane, quali quelli della contro-campagna portata avanti lucidamente da Stefano Massaron e Alberto di Vita su “Il Malpensante” cui rimando volentieri.
Tra i molti, a causa della sua notorietà e visibilità mediatica, hanno dato particolarmente fastidio quelli portati sguaiatamente dal direttore di Sky Sport 24 Fabio Caressa. Tra le cose dette per caldeggiare l’esonero immediato del tecnico di Hoorn, e per criticare la scelta fatta dal club al momento di ingaggiare il successore di Roberto Mancini, una mi ha particolarmente colpito: prima della “fatal” Inter-Cagliari, Caressa ha detto
“(…) l’allenatore non è abituato a questo calcio. Non lo conosce, viene da un altro calcio. Vincerà delle partite 7-0 e rischierà di perderne altre 3-0. E’ così, il calcio olandese è così, non c’è niente da fare. E’ un calcio di cui tutti si riempiono la bocca, ma non è che abbia vinto mai niente. E’ uno dei calci più perdenti d’Europa, e lo stiamo vedendo adesso”.
Lasciamo perdere per un attimo il personaggio Caressa ed il suo astio verso il tecnico nerazzurro che ha raggiunto livelli che rasentano l’offesa personale, e lasciamo a chi ne sa di più il compito di spiegarcene il perché (ché questa sarebbe una cosa interessante da sapere). Lasciamo da parte anche la campagna vergognosa che il giornalismo sportivo italiano, con pochissime lodevoli eccezioni come quelle di Fabrizio Biasin, Paolo Ziliani e Matteo Spaziante (e li cito tutti perché credo che la lista finisca qui), ha messo inspiegabilmente in atto contro Frank de Boer praticamente sin dal momento del suo arrivo. Si può e si deve criticare un allenatore se si pensa che non stia facendo bene, ma i modi utilizzati verso l’olandese, a partire da incredibili commenti sugli sforzi fatti da de Boer per cercare di parlare l’italiano dopo appena due mesi, e per finire a esplicite assunzioni sulla sua incapacità di allenare, sono inaccettabili, non fosse altro che per educazione. Avessero trattato allo stesso modo in Inghilterra Conte, Mazzarri e Guidolin, la Farnesina avrebbe già come minimo richiamato l’ambasciatore e avremmo letto di nuovo della perfida Albione su tutti i quotidiani sportivi.

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Approfittando della valutazione fatta dal direttore di Sky Sport 24, ragioniamo in modo un po’ più articolato sul merito di tale giudizio riguardo al football Oranje e all’eventuale inadeguatezza di de Boer (e per estensione, secondo Caressa, di qualsiasi allenatore in attività che abbia avuto la sfortuna di nascere sotto il livello del mare tra il Belgio e la Germania).

Di articoli che parlano in dettaglio del calcio olandese, degli aspetti tattici della scuola arancione e della sua storia, ce ne sono moltissimi sul web, e fatti da chi ha molta più competenza di me. Cercherò qui solo di verificare se l’affermazione di Fabio Caressa sia vera o meno, o quanto meno giustificata. Innanzitutto bisogna capire a quale periodo temporale ci riferiamo; avendo il telecronista fatto un’affermazione assoluta, prendiamo come riferimento la storia del calcio moderno senza limitazioni temporali.

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Partiamo dalle competizioni per club: l’Olanda ha vinto 6 coppe dei Campioni/Champions League, le nazioni che ne hanno vinte più di 6 sono in ordine Spagna, Italia, Inghilterra e Germania. Quest’ultima ne ha vinte 7, e mi sembra superfluo sottolineare che nessuno si sognerebbe mai di dire che il calcio tedesco è tra i più perdenti d’Europa. A meno che, per motivi cabalistici o religiosi, Caressa non ci ha fatto sapere che la soglia è quella: con 6 vinte si è tra i più perdenti d’Europa, con 7 no. Chissà cosa direbbe se sulla panchina dell’Inter arrivasse Blanc, come ventilato da più parti: con un’unica coppa dei Campioni vinta per la Francia dall’Olympique Marsiglia (sempre sia lodato Basile Boli) come minimo andrebbe in TV a dire che Blanc è l’espressione tecnica di un calcio di merda.

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Aggiungiamo una considerazione: i Paesi Bassi hanno vinto per 6 volte il massimo trofeo continentale con tre squadre diverse (Ajax, Feyenoord e PSV), esattamente come l’Italia e la Germania, mentre la Spagna, che pure è la nazione che ha vinto di più in questa speciale classifica, l’ha fatto solo con Real e Barcellona. Insomma, mi sembra chiaro che nella storia della massima competizione europea le vittorie arancioni non sono state frutto di un singolo exploit ma di un movimento e una scuola calcistica capace di vincere in contesti diversi e con squadre diverse. Certo, nei tempi più recenti il fattore economico ha tagliato fuori le squadre olandesi di club dal poter competere per vincere, spesso non riuscendo a passare neanche la fase a gironi della Champions League. Ma questa situazione è strettamente legata a fattori extra-calcistici: i migliori giocatori dei Paesi Bassi semplicemente vanno a giocare nei campionati europei più ricchi, lasciando i club di casa con le briciole tecniche, non sufficienti a mantenere la competitività del passato.

Per completezza di informazione, diciamo anche che il calcio olandese ha vinto a livello di club una coppa delle Coppe con l’Ajax e quattro coppe UEFA/Europa League complessive, sempre grazie alle tre squadre di cui sopra. Insomma, dal punto di vista delle competizioni continentali per club, l’affermazione di Caressa è a mio parere già smontata e derubricata a notevole stronzata.
Ma visto che ormai ci siamo, andiamo avanti. E lasciamo aperto un tema di discussione su cui torneremo più tardi: sono davvero solo sei le Coppe dei Campioni/Champions League vinte dal calcio olandese?

Passiamo alle competizioni per nazionali: l’Arancia Meccanica del 1974 e del 1978 è ancora oggi il maggior rimpianto di ogni tifoso olandese, anche di quelli non ancora nati allora, e anche quello di un ragazzino italiano che aveva imparato a memoria la formazione, non potendo immaginare neanche lontanamente che nel suo futuro ci sarebbe stata così tanta Olanda da poter recitare quella formazione pronunciando i nomi correttamente. Tre finali mondiali, tre sconfitte, la terza nel 2010 contro una delle nazionali più forti di sempre: la Spagna di Iniesta e Xavi. Quindi di certo niente di comparabile ai quattro titoli mondiali vinti da Germania e Italia, anche se si potrebbe sottolineare come Spagna, Francia e Inghilterra, tutte vincitrici di un titolo mondiale a testa, hanno vinto giocando l’unica finale alla quale hanno partecipato. In questo caso, se per “perdente” intendiamo un calcio che perde sempre non riuscendo mai a vincere, forse ci potrebbe essere qualche motivo valido per definirlo tale.

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Sennonché l’Olanda ha vinto un titolo europeo nel 1988 targato van Basten-Gullit-Rijkaard, quindi non è così vero che sia perdente a livello europeo (l’Italia ha vinto lo stesso numero di titoli in Europa, per dire), e nel senso stretto appena definito. Se poi vogliamo allargare il concetto arbitrariamente, un calcio perdente è secondo me un calcio che non riesce mai ad essere competitivo pur avendone la possibilità, o a vincere molto meno delle sue potenzialità. In questa definizione potrebbe rientrare, ad esempio, la Jugoslavia, finché è esistita: non credo di aver mai visto un tale concentrato di talento calcistico costante nel tempo senza essere quasi mai capace di esprimere una certa competitività in alcuna delle competizioni per nazionali esistenti.

La nazionale olandese invece è emersa dal buio calcistico relativamente tardi, alla fine degli anni ’60, ma poi è riuscita ad essere competitiva dagli anni ’70 in poi quasi sempre, incluso gli ultimi due mondiali dove è riuscita ad inanellare due podi consecutivi (con tecnici olandesi in panchina…) non avendo di certo un valore medio dei propri giocatori paragonabile a quelli dell’epoca d’oro di Cruijff e Neeskens né a quelli pieni di talento delle nazionali di Gullit e van Basten o quelli a cavallo del 2000.

Insomma, da un punto di vista puramente legato ai risultati nudi e crudi, il calcio olandese può essere tranquillamente considerato tra i primi cinque movimenti calcistici continentali limtandoci a tenere conto dei trofei vinti a livello di nazionale e di club. Il valore assoluto di queste vittorie verrebbe anche aumentato considerando che stiamo parlando di un piccolo Paese con una popolazione che è poco più di un quarto di quella italiana, francese e inglese, un terzo di quella spagnola, un quinto di quella tedesca. Ergo, dire che è “uno dei calci” (sorvoliamo sull’italiano usato da un professionista della parola…) “tra i più perdenti d’Europa” è una stupidaggine bella e buona, et de hoc satis.

Passiamo ora a considerare l’impatto che ha avuto il calcio olandese sul movimento calcistico mondiale e la scuola che i loro allenatori continuano a portare avanti. Me la potrei cavare chiudendo il discorso con la citazione all’inizio di questo pezzo, e nessuno avrebbe dubbi su quanto il calcio olandese abbia cambiato per sempre questo sport così come era stato concepito e giocato fino all’arrivo di Rinus Michels sulla panchina dell’Ajax nel 1965. L’idea di calcio totale impiantata da Cruijff al suo ritorno in Catalogna alla fine degli anni ’80 ha fatto diventare una squadra a lungo senza vittorie come il Barcellona in una potenza assoluta del calcio mondiale che ancora oggi, a distanza di quasi trent’anni, continua a macinare vittorie a ripetizione nel solco di quell’idea calcistica di fondo che proveniva dal paese dei mulini a vento.

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C’è una quantità enorme di scritti nella rete al quale rimandare per avere una cognizione più precisa e completa di quanto io possa mai essere capace di riportare, ma per dare un’idea esaustiva di ciò che intendo incoraggio chiunque abbia un’ottima dimestichezza con l’inglese a leggere un magistrale pezzo di David Winner, pubblicato su Bleacher Report ed intitolato “The Church of Cruyff”.

Leggendolo scoprirete che la mia domanda fatta più sopra riguardo al reale numero di Coppe Campioni/Champions League vinte dal calcio olandese è meno insensata di quel che appare: tutte quelle vinte dal Barcellona, se si gratta la patina blau-grana risplendono di un bel colore arancione acceso, sia per il tipo di filosofia di gioco con la quale i catalani le hanno vinte, diretta filiazione mediterranea del calcio olandese degli anni ’70, sia perché in panchina per ben due volte su cinque sedeva un allenatore Oranje.

E che dire del Milan targato Arrigo Sacchi? Per sua stessa ammissione, il suo calcio è frutto di studi approfonditi dell’Ajax e del suo sistema di gioco. Applicando allo schema tattico vari principi legati al totaalvoetbal, il “Profeta di Fusignano” ha posto le basi per lunghi anni di dolore per noi nerazzurri, passati a vedere i cugini alzare coppe dei Campioni in serie e influenzando una lunga teoria di allenatori italiani attualmente in attività, uno su tutti Carlo Ancelotti, che ha continuato a farci del male anche dalla panchina dopo aver eseguito in campo il gioco del suo maestro.

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Non c’è nessuno degli allenatori più bravi oggi in circolazione che non debba qualcosa, a volte molto o moltissimo, al calcio olandese anche quando ci si discosti dall’idea “Cruijffiana” di calcio. Una prova? La Germania calcistica decise all’inizio degli anni duemila di attuare un programma estensivo a livello giovanile per migliorare tecnica e tattica, dopo il disastro degli europei del 2000. La prima cosa che fece la commissione tecnica fu quella di andare a vedere i sistemi di allenamento tecnico-tattico in voga alle giovanili di Ajax e Feyenoord. Il titolo mondiale del 2014 è frutto di un lungo viaggio temporale che però è iniziato un centinaio di chilometri abbondante a ovest del confine tedesco, sul mare. I belgi hanno fatto lo stesso partendo con lo stesso programma qualche anno dopo, e la generazione attuale dei “Diavoli Rossi” è frutto di quel programma. Ne volete un’altra? Prendete la foto ufficiale del Barcellona stagione 1998/99 e divertiamoci a contare quanti allenatori in attività ci sono.

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Allenatore di quel Barcellona, Louis van Gaal: 20 titoli vinti tra nazionali e internazionali in 4 paesi diversi. Olandese, maestro di calcio, ha influenzato un’intera generazione di tecnici, quasi tutti per averli avuti come collaboratori o averli allenati da giocatori, come nel caso dei nomi di coloro che erano con lui in quella stagione. La sua storia professionale e personale l’ha portato costantemente in conflitto con Johann Cruijff, e anche il suo gioco – per quanto inevitabilmente figlio del calcio totale – ha delle varianti significative rispetto all’idea di calcio del leggendario numero 14 scomparso pochi mesi fa. Eppure, e limitandoci solo a quella stagione particolare, guardate l’elenco di coloro che hanno dichiarato per loro stessa ammissione di essere stati ispirati dalle idee tattiche dell’ex-allenatore di Ajax, Barcellona, AZ, Bayern Monaco, Manchester United e nazionale olandese:

Vice-allenatore era José Mourinho, non vi sto a dire chi è.

Assistenti: André Villas-Boas, 7 titoli vinti in due paesi; Ronald Koeman, attualmente allenatore dell’Everton, 8 titoli in 3 paesi diversi.
Giocatori: Pep Guardiola, allenatore del Manchester City, uno che a furia di fare manutenzione alla Cappella Sistina di Cruijff è diventato un modello da imitare.
Luis Enrique, allenatore del Barcellona, uno che è stato etichettato come non adatto ad allenare in serie A (mi rocrda qualcosa…) e poi ha preso il posto di Guardiola vincendo tutto, beato lui.
E poi Philippe Cocu, allenatore del PSV, 2 campionati olandesi vinti nei suoi 3 primi anni di carriera da allenatore; Oscar, allenatore del Red Bull Salisburgo, 3 titoli in 2 paesi.
Abelardo, tecnico dello Sporting Gijon nella Liga, Mauricio Pellegrino, tecnico dell’Alaves nella Liga, e Sergi, tecnico dell’Almeria, segunda division spagnola; Albert Celades, allenatore della nazionale spagnola Under 21.
Ronald de Boer, uno dei vice-allenatori delle giovanili dell’Ajax, e Boudewijn Zenden, attuale vice-allenatore delle giovanili del PSV.
E per finire Frank de Boer, uno che allena l’Inter e non ha niente da insegnare in Italia (cfr. l’ineffabile Caressa)

In quella squadra c’erano anche quattro giocatori che oggi fanno i dirigenti sportivi (Kluivert, Rivaldo, Figo, Vitor Bahia) ed anche un giovane Xavi Hernandez, che per quanto non possa saperlo per certo, un’ideuzza su ciò che farà una volta appese le scarpe al chiodo ce l’avrei. Ora, questo è un elenco che lascia sbalorditi considerando che ce ne sono altri all’infuori di questa lista (ad esempio anche l’attuale allenatore del Cile vincitore dell’ultima Copa America, Juan Antonio Pizzi, trascorse il suo ultimo anno a Barcellona sotto la guida di van Gaal) e con molta probabilità altri ne verranno in futuro. Ma tutto questo serve a dimostrare senza possibilità di smentita che l’influenza del calcio olandese sul football mondiale che si gioca ai giorni nostri è di un’evidenza solare.

Serve a poterlo definire vincente? Di certo non mi azzarderei a definirlo un calcio tra i più perdenti d’Europa né dal punto di vista dei trofei vinti come detto in precedenza né dal punto di vista dell’idea calcistica che continua a mietere successi, soprattutto grazie al Barcellona ma non solo. È perdente il calcio che esprime nella classifica (opinabile, per carità, come tutte le valutazioni non misurabili) della rivista “Four-Four-Two” relativa alle migliori 50 squadre di sempre la squadra al posto numero 1, e che ha ispirato in maniera diretta la numero 5 ed indiretta la numero 3 e la numero 7? Credo di sapere la risposta.

Tutto ciò è sufficiente per affermare che Frank de Boer è un grande allenatore e che farà sicuramente bene all’Inter? Ovviamente no, nessuno può dirlo dopo appena due mesi e mezzo e in queste circostanze, e il tecnico nerazzurro ha ancora tutto da dimostrare, ma vista la scuola da cui proviene prima di dire con fare supponente “Ma adesso de Boer deve venire a insegnarci il calcio? Lui sta avendo le sue idee? Belle idee…”, come ha fatto il Nostro durante uno dei suoi editoriali a Sky Sport 24, uno intelligente ci penserebbe un milione di volte. A dirla tutta, uno con un po’ di buon senso e conoscendo anche sommariamente la storia del calcio (e anche quella extracalcistica) capirebbe che è proprio la commistione di idee diverse che ha portato innovazioni coronate da successo: il catenaccio era in origine il “verrou” svizzero, ma sono stati gli italiani a farlo diventare letale e vincente (anche grazie all’apporto di un argentino che allenava in Spagna). E prima ancora fu l’adozione del WM dell’inglese Chapman, sotto la guida dell’ungherese Kuttik, tecnico della famosa scuola danubiana, ad aiutare a far nascere il mito italiano del Grande Torino. Gli esempi di commistioni calcistiche vincenti potrebbero continuare fino alla noia.

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Per concludere, a costo di ribadire un’ovvietà nota a tutti gli appassionati di calcio, le idee tecniche di de Boer che Caressa declassa a scemenze calcistiche hanno portato trofei dovunque, in maniera massiccia, a lungo. E a noi tifosi della Beneamata non dispiacerebbe allungare la lista, alla faccia di giornalisti troppo impegnati a sparare minchiate in televisione. Dovesse andare male, Caressa non si preoccupi: ci sono altri allenatori olandesi molto bravi in circolazione.

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Editoriale

Si sta come d’autunno sugli alberi De Boer

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Da ore, anzi, da giorni sto digitando compulsivamente De Boer su Google per informarmi sull’esonero. Se l’Inter esonera l’allenatore io lo devo sapere subito. E allora tic tic tic, a nastro. Lo faccio sul pc fisso, sul tablet e sul telefonino. Lo faccio a tavola, in ufficio, a letto, mentre passeggio, mentre mi riposo e ovviamente anche sulla tazza, luogo deputato alle ricerche più complesse e approfondite.

Tic tic tic “De Boer” invia.

Nella cronologia delle mie ultime cento ricerche, ci sono “Pavia meteo” (1 volta), “cimici cosa fare” (1 volta), “stasera in tv” (1 volta), “Diletta Leotta vestita” (1 volta) e “De Boer” (96 volte).

L’Inter (non è la prima volta, non sarà l’ultima) mi sta causando disturbi della personalità ormai da ore. Anzi no, da giorni. Praticamente dal primo tempo di Atalanta-Inter, tra le 15 e le 15,45 di domenica 23 ottobre, durante il quale bisteccato sul mio divano mi sentivo in imbarazzo anche con me stesso.

“Minchia se gioca l’Inter”, mi dicevo.
“Quelli nerazzurri sono gli altri”, mi rispondevo.
“Ma tu sei interista?”, mi chiedevo.
“Chi, io?”, mi rispondevo.

Erano i primi sintomi della dissociazione. Chi siamo, dove andiamo e , soprattutto, chi ci allena? No, perchè nel tardo pomeriggio di domenica De Boer era già un morto che camminava e io mi sentivo sprofondare nel limbo, quella fase di mezzo in cui hanno cacciato il tuo allenatore e quello nuovo non c’è ancora, e soprattutto tu non ne sei informato. E quindi la domenica sera spegni la luce e dici bòn, basta, fuck you, avvertitemi quando decidete, anzi no, aspetta, riaccendi.

Tici tic tic “De Boer” invia.

Esonerato, dicono. Spegni va’.

Dormo male. Lunedì mi sveglio confuso e la giornata non mi aiuta. Si concretizzava di ora in ora l’inedita formula dell’esonero punitivo: ti faccio allenare la squadra e andare in panchina con il Torino, ma sappi che ti ho già esonerato. Lo cosa non mi appariva chiara nemmeno dal punto di vista sindacale, ma la certezza era che De Boer era finito, kaputt, arrivederci e grazie per la dedizione, auguri per i nuovi impegni professionali. Su giornali, tv e web la situazione era ben chiara: De Boer è un’illusione, c’è ma non esiste più, siamo già al dopo De Boer e il nuovo allenatore sarà scelto tra uno di questi (segue lista di nuovi allenatori dell’Inter con curricula, stipendi, schermi, desiderata, curiosità).

Dormo male. Al che si arriva a martedì, quando mi sveglio tutto sudato e mi dico:

“Sono senza allenatore!”

Faccio colazione in stato catatonico, immaginandomi De Boer con la barba lunga e le occhiaie nello scompartimento di una tradotta diretta ad Amsterdam, insieme alla moglie e alle tre figlie che io non ho ancora imparato a distinguere (anche la moglie dalle figlie, per dire). Anzi no, una è vestita da pallamano. Vabbe’, le altre due e la moglie sono uguali. De Boer ha la polo dell’Inter con un buco al centro del petto: gli hanno strappato le iniziali con le forbici. Alla frontiera con la Svizzera controllano i documenti. Frank allunga i cinque passaporti. Una lacrima gli riga il viso.

Tic tic tic “De Boer esonerato” invia.

Appaiono diciassette articoli in cui De Boer viene dato per esonerato, però non lo è ancora, però fidatevi che lo esonerano a breve, questione di ore, figuratevi se tengono una ciofeca del genere. Probabilmente gli faranno fare ancora Inter-Torino, ma solo per umiliarlo.

E’ stato un brutto martedì, vissuto in empatia con De Boer. Che però vedo allenare la squadre e partecipare alla conferenza stampa, solo come un cane e rispondendo in varie lingue. E’ vivo. Esonerato, ma vivo. Sono contento per lui, ma incerto per il futuro. Vado a letto.

Dormo male. Mercoledì è il giorno della partita, che però è in secondo piano, o forse terzo. Sui giorni e sui siti leggo solo che De Boer è stato esonerato e sarà in panchina solo in quanto dipendente dell’Fc Inter fino a prova contraria, mentre il toto-allenatori si allarga a nomi mai sentiti. Altro particolare interessante è: chi esonera De Boer, e chi assume il prossimo allenatore? Non ci capisco una sega e su un foglietto a parte mi appunto le varie possibilità: Suning esonera, Thohir sceglie; Thohir esonera, Suning sceglie; Suning e Thohir esonerano, Moratti sceglie; Suning e Thohir e Moratti esonerano, Paolo Bonolis sceglie.

A metà giornata, in totale confusione, cerco su Google:

“Inter-Torino si gioca?”
“Inter-Torino rinvio”
“Inter-Torino orario”
“Inter-Torino allenatore Inter”

Al che, in pieno sbando, chiamo mia mamma, ma per non fare una figura di merda la prendo alla larga:

“Mamma, stasera guardi l’Inter?”
“Sì. Che cazzo di domanda è?”
“No, cioè, volevo vedere se ti ricordavi che c’era il turno infrasettimanale e…”

E ho messo giù prima che mi rispondesse. Boh, giocheranno davvero? De Boer è ancora a Milano? E’ ancora vivo? Le ore passano e alle 20.43 in effetti vedo iniziare regolarmente  il collegamento con San Siro. Alle 20.44 inquadrano la panchina dove è seduto De Boer.

“Sarà mica Ronald?”
“Scusa?”
“No, perchè questo complotto plutocratico…”

La partita ha inizio. Dopo 4 minuti ho già divorato 5 Choco Leibniz della ditta Balzen, l’alto di gamma degli Orociok. L’Inter segna addirittura un gol di culo, e mi sembra un segno preciso. Poi subisce un gol di contro-culo (difensori dell’Inter che si falciano tra di loro, attaccante del Torino che ne approfitta) e mi sembra un segno preciso.

“E’ un segno preciso!”

dico alzandomi in piedi sul divano dopo aver divorato il nono dei nove Choco Leibniz della confezione e sentendo una fitta – psocosomatica, è chiaro – all’altezza dell’appendice. A un certo punto, mentre è ormai chiaro che De Boer è fottuto – del resto tutti lo dicevano da tre giorni -, Icardi segna un gol della madonna, al quale esulto con misura.

“(farfugliamento a bassa voce con le braccia al cielo)”
“Cosa?”
“GOL!”
“Ah.”
“Ok, gol, 2-1, ok. E adesso?”

Sono in piena crisi. Dovrei scrivere un pezzo sul blog, ma che cazzo lo scrivo a fare? Abbiamo vinto ed esoneriamo l’allenatore, credo, e quindi? Oppure non lo esoneriamo, e quindi? Ho bisogno di certezze. Non ne ho. Accendo il pc, vado su WordPress, sto per scrivere un pezzo purchessia, e anzi decido di intitolarlo “Purchessia”, ma non mi viene niente da scrivere che poi non possa essere usato contro di me. Sudo, ho freddo, mi copro, sudo. Alle due vado a dormire.

Dormo male. Giovedì, oggi, non rilascio alcuna dichiarazione a me stesso prima delle ore 16. Alle 17 decido di scrivere un pezzo e ora, prima che caccino De Boer e lo debba buttare via – il pezzo, dico – lo salvo e pubblico. Ecco, ho finito. Aspetta.

Tic tic tic “De Boer esonerato”.

Mi compare un pezzo della Gazza. Il cui tenore è: sì, ok, ha vinto con il Toro, ma vi spieghiamo le cinque ragioni per cui l’Inter dovrebbe tenere De Boer e le cinque ragioni per cui dovrebbe cacciarlo.

Cinque più cinque, dieci ragioni. Troppe. Non lo leggo. Invia.

(e chiedo all’Inter il danno biologico. Non si può andare avanti così, dai)

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La Tattica

Esonerato, anzi no, anzi sì, anzi no, anzi forse (la nostra analisi tattica di Inter – Torino. Ah, non si fosse capito #NoiStiamoCondeBoer)

di Michele Tossani

L’Inter batte il Torino, torna al successo e sembra così rinsaldare la posizione di Frank De Boer sulla panchina nerazzurra. Sembra perché, a leggere i titoloni di certi giornali o a sentire la voce di taluni pundits (esperti) sulle varie Tv, il buon Frankie avrebbe comunque le ore contate, con un cambio pronto a registrarsi dopo l’impegno di questo fine settimana durante la pausa per le nazionali.

Tutto questo non ha senso. Steven Zhang, Thohir e Yang Yang dovrebbero pensarci bene prima di agire. Infatti, esistono tutta una serie di fattori che ci inducono a pensare come la scelta di sostituire l’olandese vada contro la logica. Per prima cosa, saltasse l’ex Ajax, l’Inter si ritroverebbe con un altro stipendio a bilancio, il terzo insieme a quello di Mancini e dell’eventuale sostituto di FdB. Inoltre l’esonero di De Boer rappresenterebbe l’ennesimo cambio su una panchina che ha visto avvicendarsi 8 allenatori in appena in 6 stagioni. Troppi per una società che dovrebbe essere organizzata. E quali sono i nomi più gettonati per il cambio di guida tecnica? Alcuni, francamente, lasciano stupiti. Laurent Blanc, ex tecnico del Paris Saint-Germain, avrebbe le stesse problematiche già sorte con l’arrivo di FdB, vale a dire quelle legate all’arrivo di un allenatore straniero che non conosce il nostro calcio (se non per avervi giocato eoni fa) e che verrebbe improvvisamente catapultato in una realtà così complessa come quella nerazzurra, per di più con 9-10 partite già giocate. Lo stesso dicasi per altri nomi come Villas-Boas, Van Gaal o Bielsa: tutti tecnici preparati ma che avrebbero bisogno di un certo periodo di apprendistato. La soluzione Leonardo poi appare ancor più bislacca. Questo non tanto per le qualità del personaggio quanto per la sua attitudine a ricoprire un ruolo di campo invece che uno dirigenziale. Per non parlare del fatto che questa soluzione apparirebbe una soluzione ponte, in attesa magari di cercare Simeone al termine di questa stagione. Questo significherebbe partire con un allenatore già quasi delegittimato che si troverebbe a lavorare in uno spogliatoio consapevole che il proprio allenatore non rimarrà che per pochi mesi. Medesimo discorso può essere fatto per Pioli e Guidolin, entrambi attenti conoscitori della serie A ma ambedue con il rischio di lavorare con addosso l’etichetta “in prova”.

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Tutti questi motivi fanno ritenere l’opzione di mantenere De Boer come la più razionale. In fondo cosa si imputa all’olandese? Non di non aver introdotto un’idea di gioco, ché l’Inter di De Boer (pur con tutti i difetti messi in mostra fino ad ora) sembra l’unica ad avere un’identità fra tutte le squadre nerazzurre viste negli ultimi anni. Le sconfitte e le prestazioni indecenti ci sono state, soprattutto in Europa League. Ma queste, a parte il fatto di far parte di un normale processo di crescita, sono spesso da addebitare non soltanto a fattori tattici quanto a grossolani errori individuali. È colpa di De Boer se Santon commette un’ingenuità macroscopica a Bergamo? Deve imputarsi all’allenatore la decisione di dotare la rosa nerazzurra di terzini del livello di una squadra di centro classifica? Ha responsabilità FdB se Murillo e Miranda pasticciano in occasione del gol di Melchiorri contro il Cagliari? Crediamo di no.

Certo, il gioco di De Boer presenta dei rischi dal punto di vista tattico con l’allenatore che sta cercando di portare una mentalità nuova per queste latitudini. Ma non lo si sapeva prima di ingaggiarlo? Non era stato visionato il suo Ajax? Anche il meno attento seguace dell’Eredivisie conosce le differenze fra calcio olandese e calcio italiano e come De Boer costruisce le sue squadre…forse che Suning non lo sapesse? Sarebbe grave aver preso un allenatore a scatola chiusa. Se, invece, si era a conoscenza del credo calcistico di FdB, a maggior ragione sarebbe senza senso bocciarlo dopo appena 10 partite di campionato.

Per tutti i suddetti motivi e anche un po’ per l’incredibile campagna di stampa che ha cominciato a criticarlo ancor prima che atterrasse a Milano, #iostocondeboer.

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