Nota a margine (qualche considerazione razzismo, tifo, violenza e stadi chiusi)

La settimana scorsa guardavo Sunderland ‘Til I Die e sospiravo. Ho consumato tutta la serie in una notte, i grandi vantaggi del binge watching, delle vacanze e della maggiore età. Sunderland ‘Til I Die è un documentario prodotto da Netflix, racconta la terribile stagione 2017/2018 del Sunderland appena retrocesso in Premiership e precipitato in fondo alla classifica di una serie che avrebbe dovuto dominare. La traduzione letterale del titolo è Sunderland fino alla morte, la frase è presa da uno dei tantissimi cori dei tifosi. Tifare fino alla morte è una metafora che può diventare terribilmente concreta in due casi. Uno è quello molto romantico e naturale, la storia d’amore tra tifoso e squadra che viene interrotta solo dalla durata della vita e dall’ineluttabilità della morte, l’altro è frutto di un drammatico equivoco, l’idea che dare la vita per la propria squadra di calcio sia un’opzione, una possibilità.

La settimana scorsa guardavo Sunderland ‘Til I Die e pensavo a quanto può essere bello e struggente tifare, a quanto un meccanismo irrazionale come quello del tifo possa diventare consolatorio, rivestire un ruolo nelle nostre vite, costruire ricordi e riti condivisi. Una squadra che gioca male, una società colpevole e assente, calciatori inadeguati eppure ricoperti di amore e speranze.

Il calcio è quella roba là.

Ieri sera non ero a San Siro, sono abbonato da 27 anni, vado allo stadio da almeno 40 e capita di rado che salti una partita di cartello, ieri è successo. Ho visto la partita in televisione e mi sono innervosito alla notizia degli ululati razzisti, poi li ho sentiti. Una volta, due, ogni volta che Koulibaly toccava la palla.

Il calcio non è quella roba lì.

Oggi leggo commenti folli, strumentalizzazioni, distinguo, capziosità e faziosità calcistiche applicate a un tema che non può essere divisivo, che è solare:

IL RAZZISMO È UNA MERDA.

Non ci sono se, non ci sono ma. Poi è successa quell’altra cosa folle, un morto fuori dallo stadio, un (presunto) aggressore investito da una macchina in fuga (forse dal luogo dell’accaduto). Una tragedia spaventosa, una tragedia della follia.

Il calcio non è nemmeno quella roba lì.

Io non ho alcuna antipatia per il tifo organizzato, purché sia tifo. Insulti e violenza non sono tifo. Ma vado oltre, non condanno chi si trova in un pratone per darsele di santa ragione, affari loro purché siano loro e nessuno sia coinvolto, cose o persone.

Ma non è calcio.

Il calcio è quella cosa splendida raccontata in 8 puntate di un documentario bellissimo, una cosa di cui ho una nostalgia struggente e che delinquenti, stupidi e affaristi ci hanno portato via. Quella cosa che oggi, 27 dicembre 2018, mi manca tantissimo.

Tantissimo.

 

 

 

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