Buona fortuna comunque, Mario

Il tifo è passione e si nutre di storie; è intriso di sentimento e tiene assieme le masse cucendo le persone con simboli e icone. Ecco perché il giorno in cui comparve lui tutti gli astri sembravano allinearsi, tutto sembrava perfetto, i cuori iniziarono a battere all’unisono. Dalle giovanili stava nascendo una dimensione onirica dell’essere interisti, dalla “cantera” stava arrivando la grande promessa.

Il suo nome è Mario Balotelli. La sua andatura è peculiare, la sua potenza micidiale, il suo sorriso contagioso. Dietro di lui una storia struggente, perfetta per qualsiasi racconto che voglia cercare significati dietro ogni sfumatura. Certo, c’è quel carattere un po’ così, ma è giovane ed è un bravo ragazzo. E poi ha già vissuto tante cose nella vita, gli si perdona tutto. È un bravo ragazzo. Capirà, crescerà, capirà, crescerà. È un bravo ragazzo, lo dicono tutti. Capirà. Crescerà.

Mario Balotelli

Ad un certo punto avevamo in campo il miglior calciatore italiano di sempre per quell’età. Classe indomabile, potenza tracotante, ma c’erano anche gli spigoli di quel carattere esagerato, tanto esagerato da rinunciare ad ogni esultanza e soffocare in una smorfia ogni gioia. A volte pensi che possa ancora dominare sé stesso, a volte credi che gli si possa perdonare qualsiasi cosa perché il nuovo fenomeno è lì sotto i tuoi occhi, viene dalle giovanili, parla bresciano pur con quei lineamenti così poco lombardi, tutto è strano e stupendo. Te ne innamori, non puoi mica farne a meno. Eppure ha qualcosa di urticante sempre, come se quella maglia fosse sempre troppo stretta, troppo pesante, troppo scomoda.

Quella sera Mourinho mise in campo sia Mario Balotelli che “Bambino” Santon. Mentre il secondo disputò la miglior partita della sua vita annientando Cristiano Ronaldo, il primo si farà ricordare per un contrasto fisico in cui dice proprio a Ronaldo di non lasciarsi cadere. Dall’alto verso il basso, puntando il dito a uno dei migliori giocatori del mondo come se a 18 anni fosse già pronto a sedersi sulle spalle dei giganti. A distanza di ore – dicono le malelingue – tanto Balotelli quanto Santon erano protagonisti anche sul cubo, fatto sta che a distanza di anni… – lo sanno tutti come è finita.

I numeri di Mario Balotelli in neroazzurro

L’idillio durò poco, insomma. Quel carattere urticante venne ad avere la meglio, l’espressione “ultima possibilità” iniziò a logorarsi fino a perdere di significato: era ormai chiaro che le direttrici iniziavano a divergere.

20 Aprile 2010

Nemmeno un Triplete le seppe tenere assieme: le strade si divisero in un momento preciso, quando quella maglia troppo stretta, troppo pesante e troppo scomoda venne lanciata con disprezzo al termine della sfida con il Barcellona. Tutto, tutto si poteva tollerare di quel carattere troppo estroverso: ma non il rifiuto del simbolo maximo.

Era il 20 aprile 2010: a un mese dal Triplete, Mario entrava nell’oblio mentre la squadra intera entrava nella storia. Al bivio noi prendemmo una strada, lui l’altra.

La sua avventura in neroazzurro era ai titoli di coda. L’amore tradito, la favola sfumata, il lieto fine mancato. Il sapore amaro dello spreco abissale, con il dolore aggiuntivo del sentire in fondo al cuore che noi stavamo perdendo un campione, ma lui stava perdendo molto di più. Arrivò la cessione e qualcuno ebbe l’ardire di chiedersi se lo avessimo venduto bene o male. Come se l’amore, le storie, la passione e tutto quel pulsare di sentimenti potesse avere un prezzo. Come se si potesse pesare tutto quel potenziale, pagandolo un tot al chilo.

Una parabola in continua caduta, guizzi estemporanei di genialità in un melenso stillicidio di inspiegabili sbroccate, esternazioni, stonature ed esagerazioni. Ma per noi, innamorati di questa maglia e di quella storia, la sua caduta fa male ancora oggi.

Quel bivio che porta al Flamengo

Tra pochi giorni Mario si trasferirà probabilmente in Brasile, al Flamengo, ancora una volta in rossonero in questa orbita gravitazionale di allontanamento da quel giorno in cui lanciò la nostra maglia – e molto di più – proprio di fronte a un bivio. Andrà oltreoceano, dove probabilmente troverà il clima migliore per godersi la parte finale della sua carriera. Ma per chi ricorda quegli esordi, per chi ricorda quelle potenzialità, per chi ricorda quel “capirà, crescerà”, il viaggio in Brasile non è una nuova ripartenza, ma soltanto l’ennesima fuga. L’ultima, quella definitiva. Poi la bella storia di quel ragazzo che poteva far sognare una nazione intera sfumerà definitivamente, amara, amarissima. Senza lasciare alcun segno.

Quella maglia non era troppo stretta, troppo pesante e troppo scomoda: era semmai indossata da un ego troppo grande, troppo leggero e troppo incoerente.

Capirà, crescerà. Ma se anche succedesse, sarà ormai troppo tardi.

Buona fortuna comunque, Mario.

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