Editoriale

I tifosotti avventisti del Settimo anello (e gli altri)

Se dopo la sconfitta con la Juve il tifo nerazzurro era ritrovato avvinto in un sentimento comune (“non meritavamo di perdere, l’arbitro ci ha messo molto del suo”) (“e comunque, Juve merda”), dopo quella con la Roma si è diviso in due ben precise correnti di pensiero, ognuna molto diffidente verso l’altra. C’è chi dice che “vabbe’, solito arbitraggio di merda, ma loro sono stati superiori”, e c’è chi dice “vabbe’, solito arbitraggio di merda, e quindi vaffanculo”. Ah, fosse tutto così semplice. In realtà, nel nostro variegato mondo – proteso verso la conquista di un posto in Europa – le sfumature di pensiero sono ben di più, e questo ci rende migliori di tutti gli altri e più ricchi dentro.

Ecco, brevemente, il panorama antropologico attuale dei tifosi dell’Inter.

Tifosotti avventisti del Settimo anello. E’ la frangia filosoficamente più morbida e sognatrice del tifo nerazzurro. Ipotizza un calcio senza espulsioni, rigori e inversioni di falli laterali, in cui lo scudetto arriva per meriti propri e – al limite – per demeriti altrui e in cui l’unico bizzarro modo per vincere le partite è giocare bene e segnare un gol più degli altri. I suoi adepti non leggono giornali, non guardano la tv e non sono iscritti ai social. Si scambiano sommarie informazioni tra di loro, ma solo sul calendario e sugli orari delle partite. Arrivano a San Siro in gruppo e sono riconoscibili da un pittoresco abbigliamento: camicione arancione e imitazioni delle Birkenstock ai piedi.

Specialunanisti irredentisti. Questa singolare setta pagana – come la famiglia di Captain Fantastic, i suoi adepti festeggiano un Natale alternativo il 26 gennaio, data in cui riuniscono le famiglie e si scambiano i regali – si dichiara interista e al contempo non riconosce l’esistenza dell’Inter dopo il 22 maggio 2010. Anche questa è considerata una frangia morbida del tifo nerazzurro: non considerando l’Inter come entità concreta, gli specialuanisti irredentisti non sono minimanente toccati dagli avvenimenti delle ultime settimane. Rigorosamente in pullman, si recano una volta l’anno in pellegrinaggio a Setubal, dove sacrificano agnelli per una grigliata cui è invitata la cittadinanza tutta.

Tagliaventisti crudisti dell’Ultima ora. Questa frangia del tifo si caratterizza per comportamenti borderline: gli adepti protestano a ogni fischio dell’arbitro, compreso quello di avvio. E’ in questa singolare circostanza che a San Siro potete riconoscere sugli spalti i tagliaventisti crudisti dell’Ultima ora: quando l’arbitro ordina l’inizio della partita li vedrete alzarsi e urlare “Cazzo fischi, pezzo di merda?” al secondo 1 e 15 centesimi (con il cronometragio manuale è stata segnalata una prestazione migliore durante una trasferta a Bergamo, dove un tagliaventista è stato purtroppo malmenato da alcuni operai della Dalmine). I tagliaventisti seguono la partita solitamente in piedi, agitando un braccio ed emettendo suoni gutturali alternati a bestemmie e maledizioni di terzo grado.

Complottisti sciisti chimicisti. E’ una frangia numerosissima e trasversale. Gli interisti complottisti sciisti chimicisti vedono l’inculata dappertutto e colgono retroscena dietro a ogni risvolto della partita, anche in apparenza innocente o secondario. Sugli spalti sono riconoscibili per il volto tormentato e lo sguardo diffidente con il quale rifiutano dall’omino il Caffè Borghetti (“Minimo c’è la droga dentro, gobbi bastardi”). Si dividono in complottisti base (rigore negato, arbitri corrotti, Juve merda) e complottisti avanzati (rigore negato, arbitri corrotti, Juve merda, De Coubertin, Adamo ed Eva). Il complottismo esasperato è costato l’espulsione dal gruppo a Giuseppe C., commercialista di Trezzano sul Naviglio: per errore, ha urlato al complotto al rigore negato al Bologna per il fallo di Eder: “Scusate, ero distratto, ho problemi a casa”. Ma non c’è stato verso.

Tecnicisti tatticisti vegani. E’ l’altra frangia-guida del tifo nerazzurro. Gli adepti sono convinti che l’Inter sia in effetti penalizzata dall’atteggiamento degli arbitri, ma che il problema vero sia un altro: che la squadra è profondamente scarsa e/o l’allenatore non capisce un cazzo (da qui i sottoinsiemi dei tecnicisti tatticisti squadristi e dei tecnicisti tatticisti misteristi). Sono facilmente riconoscibili sugli spalti: circondati solitamente da tifosi che insultano l’arbitro, loro si mettono a urlare frasi del tipo “Ma figa, chi ti ha insegnato la diagonale, il supplente di ginnastica?” oppure “Se non disponi diversamente la difesa in modo da tenere più alti gli esterni, questi ci aprono il culo!”. Sono i più temuti tifosi da bar: se gli chiedi “cosa ha fatto l’Inter?”, potrebbero metterci mezz’ora a rispondere.

Mercatisti valdesi. Frangia tradizionale del tifo nerazzurro, una delle più antiche: gli adepti ignorano spesso particolari del presente (punti in classifica, gol fatti, in alcuni casi anche i nomi dei giocatori) e vivono costantemente proiettati al calciomercato. Non priva di fondamenti tecnici ineccepibili (da anni i mercatisti valdesi invocano l’arrivo di due terzini con i controcazzi), la teoria base del mercatista valdese non regala mai stabilità o certezze all’interista medio: in caso di sconfitta o di pareggio (e in alcuni casi, più rari, anche di vittoria) il mercatista valdese è solito concludere che “con una squadra così non si va da nessuna parte” oppure “come fai se non hai nemmeno un (segue elenco di ruoli)?”. Ultimamente, si riconosce per il sorriso ebete e la frase “minchia, adesso con i cinesi mettiamo a posto tutto per sette generazioni”. Il 31 gennaio e il 31 agosto di ogni anno i mercatisti valdesi vivono il loro momento più critico, con frequenti atti di autolesionismo.

Pagnoladisti integralisti. E’ una frangia in espansione del tifo nerazzuro, nata da una scissione con il tagliaventisti crudisti dell’Ultima ora ritenuti troppo rozzi. Il pagnoladista integralista si caratterizza per una mente più contorta e per l’amore per la coreografia: perchè limitarsi a tirare giù quattro madonne quando puoi sventolare un fazzoletto e creare un movimento dal forte tratto politico e colpevolista? Accusati di essere foraggiati dalla lobby degli industriali tessili (a Milano la vendita di fazzoletti dopo il 2010 è cresciuta del 47%), il pagnoladisti integralisti sono attenti a cogliere ogni minimo accenno di polemica. Famoso il caso di Vincenzo F., bancario di Cesano Maderno, arrestato per adunata sediziosa e vilipendio al presidente della Repubblica all’Esselunga Lorenteggio dopo aver convinto una ventina di massaie a protestare contro la mancata proroga dei punti Fidaty.

Rizzolisti nicchisti nichilisti. Nicchia del tifo nerazzurro con comportamenti vagamente paranoici: i rizzolisti nicchisti nichilisti sono sostanzialmente coinvinti che qualcuno ce l’abbia pesantemente con loro, sempre e comunque. Dopo lo scioglimento dei moggisti corleonesi e dei giraudisti marionettisti, i rizzolisti nicchisti nichilisti considerano l’arbitro come il Male assoluto e hanno recentemente chiesto alla Fifa di eliminare la figura del direttore di gara sostituendola con la moviola in campo, l’occhio di falco del tennis e l’autogestione del curling. Odiano vigili urbani, ausiliari del traffico, poliziotti, carabinieri e steward. A un volontario di protezione civile che sorvegliava un incrocio in zona San Siro, l’anno scorso il rizzolista Luca A. (poi denunciato per rissa) ha urlato dal finestrino della macchina: “Tu non mi dici dove devo parcheggiare. Chi ti manda, leccaculo di Blatter?”

Gabigollisti irragionevolisti. E’ l’ultima nata tra le frange del tifo nerazzurro. In questa setta, già notevole per dimensione, sono tra l’altro confluiti ex adepti della “Metti a Cassano fraktion”. I gabigollisti irragionevolisti sono convinti che le partite siano sostanzialmente inutili perchè basterebbe far giocare Gabigol per risolverle, pur accettando – da interisti democratici e allineati – il diritto dell’allenatore di non farlo giocare. Sono facilmente riconoscibili sugli spalti di San Siro perchè non guardano la partita: chi gioca a Ruzzle, chi legge un libro, chi dorme con la testa appoggiata all’amico di fianco. Si svegliano quando entra Gabigol. I più accesi, si svegliano già quando Gabigol si scalda. A Bologna, dopo il gol di Gabigol, hanno pianto istericamente per mezz’ora e si sono ritrovati all’autogrill di Fiorenzuola per il Baccanale del Camogli.

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Bologna – Inter: le pagelle Barbose

Tre punti fondamentali. Due giocatori + uno da nazionale (italiana, incredibile), una constatazione amichevole tra Eder e Dzemaili, un diamante di Banega, una preghiera e un gol che ci fa esultare come bambini. Per essere stata una partita bruttina, poteva andare peggio.

Handanovic 8

C’è un momento della partita in cui la regia lo inquadra: cappellino per difendersi dal sole, schiena un po’ ingobbita, immagine lontana da quella di un portiere leader, alla Reina per intenderci. Però lui para. Un diversamente leader che, chiamato in causa, sbarra la strada all’ultimo assalto bolognese e ci salva dal pareggio. Ancora scusa, Handa.

Medel 6,5

Non so voi, ma io un posto ad uno così glielo troverei sempre. Soprattutto se non deve impostare il gioco. Concreto.

Miranda 6,5

Di certo non gli si può rimproverare il cartellino giallo che prende e che gli farà saltare la partita con la Roma. Per il resto gioca contro nessuno, e gioca benissimo. Signore (anche quando abbatte l’avversario con un’anca).

Murillo 6

Con Miranda e Medel accanto, e nessun attaccante del Bologna a impensierirlo, può persino andare a (ri)provare qualche rovesciata in area avversaria. Stavolta con meno fortuna. Dai Muro, domenica è la tua notte.

D’Ambrosio 7,5

Altra partita di spessore. Corre tanto, e finalmente con costrutto. Tanto che il cross per l’ascensione al cielo di Gabigol nasce da un suo inserimento. Ho la sensazione che uno come Sacchi l’avrebbe convocato in nazionale. Ricorda quei giocatori alla Mussi o alla Benarrivo, per intenderci, e sinceramente anche in questa Italia non sfigurerebbe affatto.

Gagliardini 6

Oggi meno brillante del solito. Lo intuisci dal fatto che non riesce a procurarsi quelle tre-quattro occasioni clamorose alle quali ci ha abituato. Provare ci prova, ma con meno convinzione del consueto. Però è forte, e anche lui meriterebbe molto presto l’azzurro.

Candreva 5

Fuori partita e poco aiutato dai non inserimenti di Palacio e da Eder che gli gira intorno. Ad un certo punto sembra che giochi con una palla medica, tanto non riesce ad alzarla. Indolente.

Perisic 6,5

È pericoloso anche quando non è particolarmente ispirato. Tira da fuori, tira la carretta, a volte giustamente tira il fiato. Ma è un giocatore troppo importante per questa squadra. E anche Pioli, visto che non lo sostituisce mai.

Joao Mario 6,5

Dzemaili gli prende la scena e attacca alto sia lui che il Gaglia. Lui capisce che non è la sua giornata migliore, e si mette a fare il gregario lasciando a Banega la scena e il compito di risolvere. Anche da questi particolari si vede l’intelligenza di un centrocampista moderno.

Palacio 5

Non pervenuto, El Trenza. Il rispetto che gli dobbiamo è grande, ma in certi momenti della partita (su tutti quando viene anticipato in area da un difensore, mentre tenta maldestramente di controllare il pallone) sembra un ex giocatore.

Eder 5

Se l’arbitro avesse punito con il rigore il suo calcione a Dzemaili, forse staremmo parlando di un’altra partita. Involontario o meno, il suo intervento è al confine tra il “negligente” e il “folle”. A questo giro ci va bene, l’arbitro opta per la constatazione amichevole come aveva fatto Rizzoli sul contatto Mandzukic – Icardi.

Ansaldi 6.5

Entra in campo con tutta la vigoria che lo contraddistingue. Se ne accorge la mia fidanzata, ma anche il suo dirimpettaio del Bologna, che perde campo e consente all’Inter di conquistare metri importanti. Tattico, ma con brio.

Banega 7,5

La risolve lui, e non provatemi a convincermi dal contrario. Decisivo (Finalmente).

Gabigol 9

Il voto è al personaggio, e alle gioie che ci regala, non certo al gesto tecnico che ci ricorda quelli che la mia generazione chiama “Gol alla Balbo“. Non so voi, ma io ho esultato come un bambino. Perché aveva segnato lui. I tifosi presenti allo stadio hanno esultato come bambini, lui stesso si toglie la maglia, si inginocchia, prega e ringrazia. Non abbiamo ancora capito chi è, ma di certo sappiamo che ci ha fatto riscoprire sensazioni sopite, emozioni puerili e per questo straordinariamente spontanee. Non abbiamo l’anello al naso, sappiamo benissimo che questo gol non c’entra nulla con quello che segnò Ronaldo a Bologna, quasi vent’anni fa. Gabriel Barbosa è un calciatore che nessun altro tifoso può capire, per il semplice motivo che nessuno l’ha mai avuto. E questo gol è dedicato a tutti i bambini di cinque, dieci, venti, trentacinque e quaranta anni che hanno esultato come si faceva nelle partite al parco, tra giubbotti messi al posto dei pali, per un gol facile facile che procura una gioia grande grande. Bambino tra i bambini, elude l’oggettività e ci riporta alle emozioni autentiche. Come faccia, e perché, non è dato saperlo.

 

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Cronache

Pagelle che a leggerle diventi cieco

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Handanovic 10. Non sbaglia nulla, dà sicurezza al reparto, racconta barzellette, è uomo spogliatoio, fa volontariato nel tempo libero. Bella in particolare la parata di perineo su Keita, ma oggi non gli avrebbe segnato nemmeno Cr7. Bella anche la sua dichiarazione rilasciata a un fotografo: “Non è vero che voglio andare in Champions, chi se ne frega?, sto benissimo qua, e sono contento che Beppe Sala sia rientrato nel pieno possesso della sue funzioni, questa città ha bisogno di lui”.

D’Ambrosio 12. Siamo la squadra che, secondo alcuni criticoni, avrebbe qualche problema nel reparto terzini. La gente non capisce una sega. No, dico, avete visto D’Ambrosio stasera? Primo tempo versione Enrico Toti, immola il proprio corpo ed evita un paio di gol. Perde un paio di organi interni, ma non demorde e domina sulla fascia. Un assist, forse due, sempre nel vivo del gioco. E’ da Nazionale, se pensiamo che ogni tanto ci va ancora Abate.

Miranda 10. Partita di ordinaria amministrazione, mantiene un aplomb invidiabile nel primo tempo quando la Lazio prova a metterne un paio e lui manco si sporca i pantalocini. Una sicurezza, un bell’uomo per chi ama il genere skinny.

Murillo 10. La miglior partita negli ultimi 12 mesi. Un giudizio induttivo fatto matchando un paio di dati oggettivi: a) non ha fatto grandi cagate e b) l’Inter non ha preso gol. Quindi, secondo un ragionamento di stampo parasocratico, ha fatto il suo oltre ogni aspettativa.

Ansaldi 10. Piace soprattutto alle mamme, con quel suo fare rude e quei suoi tratti fintamente angelici, e quel capello birichino che gli incornicia il viso, per non parlare di quella barbetta strappamutande che fa la gioia delle sciampiste.

Brozovic 12. De Boer era stato un pelino severo con lui e anche con se stesso. Cioè, uno ha un giocatore così e si complica la vita mobbizzandolo per un mese e mezzo per sciocche ragioni di principio. Mah. Forse gli avrebbe fatto comodo averlo in certe partite, diciamo il 90%. Ma era giusto raddrizzarlo, questi cialtroni di slavi bisogna tenerli sulla corda. Lui ha reagito bene a quelle 16-17 non-convocazioni consecutive: oggi vale da solo, più o meno, due terzi della squadra.

Kondogbia 11. Quanto è costato? Boh, nessuno lo ricorda più. Si sta lentamente sdebitando giocando bene una partita ogni quindici. Questa sera era quell’una. Comincia con la sua specialità – passaggi laterali da sbadiglio di max 5 metri -, poi deve aver mangiato gli spinaci di Braccio di Ferro perchè comincia a fare cose che noi interisti umani non avevamo mai visto, o forse sì, ma solo una volta ogni 15. I centrocampisti della Lazio stanotte se lo sogneranno con la faccia cattiva, e non dormirà nessuno.

Candreva 10. Patisce molto il confronto con i suoi ex compagni, quando vuole fare il fenomeno si impappina di brutto. Quando invece fa cose normali, si conferma un giocatorone che avercene, santa polenta. E’ da Nazionale. Dai, scherzavo.

Banega 11. Si presenta in campo con una pettinatura che ricorda la rizzollatura delle fasce laterali quando San Siro aveva un prato che faceva cagare. Si sbatte molto ma non ne azzecca molte nel primo tempo. Nel secondo tempo si sbatte uguale e fa un gol della madonna. Esulta e sorride. Non è una serata fantastica?

Perisic 10. Fa dimenticare Sassuolo evitando di tirare in porta alla cazzo centrando il portiere tipo orsetto del luna park, ma limitandosi a massacrare la Lazio sulla fascia sinistra. E’ adorabile, con quel faccino da anziano che destabilizza gli avversari che pensano che possa svenire da un momento all’altro, e invece.

Icardi 13. Scrive autobiografie di merda, diciamolo, ma se uno – nel solo secondo tempo – segna due gol, ne sfiora un terzo, prende un palo e si procura due rigori non dati, ecco, io sarei anche disposto a leggere una sua autobiografia tutti i mesi, e a venderla porta a porta come un piazzista della Folletto, e a promuovere la sua candidatura al Nobel e forse addirittura al premio Strega.

Gabigol 11. In cinque minuti fa un passaggio no look che non si vedeva dai tempi di Ibra (rischiando la distrazione al quadricipite), una rabona, un recupero alla Beckenbauer, uno smarcamento, un tiro fuori ma deviato che se non lo deviavano era nello specchio. In più aizza il pubblico sul 3-0 per noi, un atto di estrema inutilità ma altamente spettacolare, un’impresa da bimbominkia che ce lo restuituisce più umano e più vero. Forse siamo indietro noi, ma probabilmente è troppo avanti lui. Di sicuro, e questo è oggettivo, uno così non ce l’ha nessuno.

Pioli 10,5. Bene così.

Mazzoleni 10. E’ il Gabigol degli arbitri, persegue una sua linea creativa fino alla fine, in perfetta coerenza, e diverte per ogni sua decisione. Gomitate in faccia? Dai, pedalare. Rigori? Stasera non li do a nessuno, è inutile che vi inventate la qualunque. E comunque, figa, abbiamo vinto 3-0. Poteva arbitrare anche David Copperfield, andava bene uguale.

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Breve storia triste: Gabigol (fine)

Se digitate Gabigol su Google, come proposta di ricerca appariranno nell’ordine “Gabigol”, “Gabigol Fifa 17”, “Gabigol fantacalcio” e “Gabigol perché non gioca”, e la combinazione di queste tre frasi costituisce la cosa più calzante che mi sia capitata di leggere su Gabigol negli ultimi cinque mesi, da quando cioè è entrato in orbita Inter.

Gabigol, secondo quanto in effetti ci suggerisce Google al solo digitare il nome nell’apposita barra, oggi in effetti è un non-giocatore, che ha una sua dimensione su Fifa 17 (dove gioca per una scelta tecnica individuale esercitata in un mondo parallelo), una sul Fantacalcio (dove costa un cazzo, puzza di affarissimo ma è inservibile) e una nel nostro immaginario collettivo (“Perchè non gioca? Ha ciulato una cinese, un’indonesiana o un’olandese che non doveva?”). Poi appare “Gabigol Wikipedia” dove invece, cliccando sulla url della sua pagina, sfoci in un reale che sembra romanzato eppure dev’essere vero: leggi numeri che testimoniano che in effetti nella sua pur breve vita ha giocato e segnato, ha vestito 4 volte la maglia della nazionale brasiliana maggiore, ha vinto con quella della Olimpica l’oro a Rio, era un giovanissimo idolo del Santos, detiene il record del rapporto età/clausola rescissoria (l’unica cosa che conta nel calcio moderno), e ti accorgi en passant che è del 1996 e dunque ha soli venti fottutissimi anni.

Oggi, nei 4 minuti in cui lui è stato in campo e io addentavo Orociok sperando che i suddetti minuti scorressero in fretta, mi ha suscitato una forte compassione. Sì, come altri duecento blogghe ero pronto a pubblicare un bel pezzo su “I 50 presunti motivi per cui Gabigol non gioca”, ma dopo quei 4 minuti ho rinunciato alla sola idea di premere “invia”. Costretto ad aspettare due mesi e mezzo per calcare il campo in una partita ufficiale dopo un comico esordio a furor di popolo in Inter-Bologna, dopo essersi nel frattempo scaldato a bordo campo in una decina di occasioni e dopo aver letto ogni volta il lunedì “perchè Gabigol non gioca?” e dopo aver sentito 70 volte l’allenatore di turno dire in tv che “non è pronto”, il povero Gabriel ha provato in 4 minuti a lasciare una traccia di sè, come quel bambino dei Pulcini che non gioca mai e quando gioca entra in campo incredulo, esattamente come quelli che lo stanno guardando, gli increduli genitori degli altri bambini che si chiedono chi sia, da dove arrivi, chi lo abbia mai messo in squadra e perchè.

Gabigol, idolo del Santos, campione olimpico, 4 presenze e 2 gol nella squadra dove oggi gioca Neymar e dove un tempo giocavano Pelè e Zico, dopo 4 mesi di Inter è un personaggio patetico che entra a 4 minuti dalla fine, alla prima azione intralcia i compagni, alla seconda azione va in fuorigioco di 20 metri, poi calcia il pallone a gioco fermo e lo ammoniscono, poi niente, doccia.

Tutto questo non è colpa di Gabigol.

Allo stato attuale, solo Wikipedia (che è già qualcosa, si badi bene) ci dice che Gabigol è un giocatore di grandi prospettive. Noi possiamo augurarci che lo diventi indossando la nostra maglia, ma non abbiamo nessun elemento per poterlo dire o anche solo pronosticare tipo sproloquio al bar. E’ l’Inter, invece, che ha iniziato col piede sbagliato il suo rapporto con Gabigol e ce lo ha dato in pasto già ammantato di negativo, perchè per dimostrare di valere quanto è costato dovrebbe fare un gol a partita e non inseguire vanamente un pallone come al campetto, tipo oggi, a Reggio Emilia, che sembrava un bambino che sentiva il profumo dell’erba dopo un mese a letto con la varicella.

Non è colpa di Gabigol se l’Inter, dopo averlo comprato, lo ha pomposamente presentato come se avesse preso Cristiano Ronaldo, in una cerimonia talmente eccessiva da sembrare l’imitazione di un qualcosa di migliore, una rappresentazione in diretta web del “vorrei ma non posso”, del tipo “ho strapagato un ragazzo che non ho mai visto giocare ma adesso faccio una presentazione che gli altri si cagano adosso”. Se davvero dovessimo prendere Ronaldo, cara Suning & Co., come lo presentiamo? Affittiamo piazza Duomo e buttiamo giù il Duomo per allargare il palco?

Tutto questo, non è colpa di Gabigol.

Ora, a metà dicembre siamo tutti convinti di aver preso una sòla colossale, sensazione confermata dai vari allenatori che ci hanno detto che a Gabigol serve tempo. Figa, ma quanto tempo ci mette a prepararsi? Neanche Kim Kardashian ci impiegherebbe tanto. E prepararsi a cosa, poi? Non giocava a calcio anche in Brasile? Una volta non erano i brasiliani a insegnarci a toccare il pallone? Che problema può mai avere (a parte il freddo e la nebbia) un brasiliano di 20 anni con una bella pagina di Wikipedia non a insegnare fisica quantistica alla Normale, ma a giocare a pallone in una squadra di serie A?

Tutto questo, anche tutto questo, non è colpa di Gabigol.

A) Se Gabigol è buono, ci deve essere un problema e noi non sappiamo qual è. B) Se Gabigol è scarso, non dovevano prenderlo e pagarlo in quel modo e illuderci come delle sciampiste di esserci sistemati per i prossimi dieci ani. Gli sguardi imbarazzati di chiunque alla domanda “Perchè Gabigol non gioca?” lasciano sinistramente intuire che la risposta sia più la B che la A, per quanto incredibile possa sembrare. In ogni caso, questo Gabigol (l’extraterrestre che ogni tanto entra in campo e sembra non abbia mai giocato con i compagni pur essendo a Milano da quattro mesi) non serve a nessuno, nè all’Inter nè a Gabigol stesso. O lo si fa giocare qua, ogni tanto, non 4 minuti ogni tre mesi, oppure lo si fa giocare altrove. Anche per rispetto a me, per dire, che avevo pronto un bel pezzo su “I 50 presunti motivi per cui Gabigol non gioca” e l’ho buttato via perchè faceva molto meno ridere dell’originale, la scena dell’ammonizione a Reggio Emilia, la supercazzola del terzo millenio.

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Il marketing della cena di Natale

La settimana prima di Natale è quella del “Se non ci vediamo tanti auguri!“. Da oggi in poi questa frase è valida, più o meno a tutte le latitudini. A proposito di latitudini, i nostri eroi (ma sì chiamiamoli ancora così, c’è sempre bisogno di fanciullezza nel pallone) sono destinati a lunghi viaggi. Natale al caldo, tanto asado e un po’ di relax. In realtà non ci sarebbe, e non c’è, nulla di male. Non mi viene in mente un altro lavoro nel quale il divertimento venga considerato alla stregua di un lusso e debba essere necessariamente accompagnato da una performance vincente. Non vale solo per il Natale, sia chiaro. Nell’immaginario popolare – che brutta parola “popolare”, usiamo “collettivo“, un calciatore che perde una partita o va male in campionato dovrebbe restare chiuso in casa e nei limiti del possibile palesare la sua tristezza.

È una regola non scritta del calcio, per lo più del nostro calcio: se io tifoso sono triste perché ho perso, tu giocatore devi essere triste come me, non importa che tu abbia dato il massimo, non ti devi divertire, non devi sorridere, non devi farti selfie (Do you know Brozovic?) e in generale devi rinunciare, in cambio di un lauto stipendio – sia messo agli atti – ad essere quello che sei: un ragazzo tra i venti e i trent’anni. A Natale, quando siamo tutti più buoni (dove di preciso? E in quali giorni?), questa teoria tocca vette altissime di esasperazione. Una volta il Milan perse in casa contro l’Udinese l’ultima partita del girone di andata e Galliani disse che dall’anno dopo avrebbe proibito ai propri giocatori di arrivare allo stadio con le valige pronte per le vacanze.

La teoria, nemmeno troppo sbagliata, è quella per cui “i giocatori sono già mentalmente sull’aereo” e la partita che li separa dal loro paese, dalla picanha, dal mojito e dal bacio della mamma, è poco più che una formalità. Per fortuna noi non abbiamo questo problema: i nostri eroi non ci sono mai stati, o ci sono stati solo a tratti, per cui non ci sale più di tanto il sangue al cervello al pensiero di vederli partire per un po’, e credo che non ne sentiremo la loro mancanza in questi giorni. Chissà cosa farà durante le vacanze, ad esempio, Gabigol, certamente qualcosa di più costruttivo di quello che ha fatto in questi mesi a Milano: giocare alla Playstation e riscaldarsi invano.

Sempre secondo la teoria del “cazzo ridi che non c’è nulla da festeggiare?” sarebbe stata cosa gradita rendere più low profile la cena di Natale. Certo, l’immagine della società è importate, è ci rendiamo conto che il nerazzurro è più elegante del rossonero, per non parlare del giallorosso (mi sono sempre chiesto come si faccia a fare delle cravatte giallorosse eleganti), eppure per una volta non sarebbe stata una cattiva idea organizzare una festa con meno sfarzo, meno orpelli, pur mantenendo alto il livello dei sorrisi, sempre per non cadere nel tranello di cui sopra. Capiamo gli sponsor, siamo solidali con tutti, ma avremmo preferito vedere i nostri eroi vestiti con la divisa sociale, semmai con una tuta, piuttosto che liberi di esprimere la loro discutibile creatività in ardite combinazioni di look.

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È vero, ultimamente ci infastidiamo con poco, e di questo chiediamo venia. Ci infastidisce la pelliccia di Wanda, la cravatta di Banega, i baffi di Buffon anche se non ci riguardano, la sua compagna che va alle feste della Juve, perdoniamo a stento il gilet di Brozo giusto perché viene da una doppietta, e poi gli abbiamo già fatto pesare i selfie di settembre. Quelli per i quali “fa bene de Boer“, dopo la vittoria contro la Juve, “che errore de Boer“, ora che Brozovic è tornato ad essere fondamentale (stesso giornale).

Però possiamo assicurare che non siamo poi tifosi così intransigenti, che ai nostri eroi, anzi ai nostri ragazzi, abbiamo sempre dato tutta la comprensione del mondo, perché un tifoso dovrebbe giudicare solo l’impegno, mai i risultati. Gli scarsissimi risultati. Questo marketing della cena di Natale un po’ ci ammoscia, per il semplice motivo che si può fare marketing anche con la tuta dell’Inter o magari promuovendo altre iniziative che non dirò per evitare di passare per il moralizzatore di turno. E sinceramente l’unica morale che mi sento di fare è quella sulla cravatta di Banega. E no, non si può.

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Memorabilia #6 – The return of Little Frog

ranocchia

Siccome la vita non è un film, il colpo di testa di Ranocchia al 95mo minuto non è entrato (cazzo). Peccato, perchè la sceneggiatura degli ultimi 10 secondi era ben fatta. Certo, un filino esagerata, al limite del fantasy, ma di grande effetto: Santon (Santon!) che spezza il possibile contropiede avversario e ruba palla con un anticipo alla Passarella, poi il cross – l’ultimo attacco della partita, l’ultimo pallone verso la porta del Bologna – su cui entra Ranocchia (Ranocchia!) in un perfetto movimento da centravanti e la prende piena di testa.

Se la vita fosse un film, la palla sarebbe entrata. E sarebbe venuto giù lo stadio.

Ranocchia, il nerazzurro più vituperato degli ultimi anni (due, tre, quattro? boh, non saprei nemmeno più dire), segna un gol decisivo al 95mo minuto di una partita altrettanto stupefacente, in quanto (rumore di tuoni) giocata bene. Pazzesco, no? E sarebbe stato un finale inimmaginabile, perchè nella distrazione generale dovuta ad altri importanti e concomitanti eventi – la giubilazione coram populo di Kondo, la fatica di stare senza Joao Mario, l’esordio tutta fuffa di Gabigol, il partitone degli esterni d’attacco, la freschezza mentale e fisica dei due ragazzini – a decidere il match sarebbe stato proprio lui, il difensore di cui anche il più giuggiolone degli interisti ha chiesto almeno una volta la deportazione in Nord Corea.

Ma la vita non è un film, appunto, e la palla è uscita.

Relativamente alla partita, è stata una discreta sfiga. L’Inter meritava di vincere, ha attaccato tanto, ha creato un sacco di occasioni: la tipica partita che alla fine di incazzi per il risultato ma ci metti quei 4-5 minuti a razionalizzare che vabbe’, è andata così, peccato, a abbiamo perso due titolari la domenica mattina (probabilmente un record), siamo andati sotto come quasi sempre, abbiamo rimediato, poi ci abbiamo provato e riprovato e niente, bòn, 1-1, giocando così  hai la coscienza sufficientemente a posto.

E forse va bene anche per Ranocchia. Che la vita non sia un film, dico.

Il colpo di testa che non ha deciso la partita (“L’ho presa troppo bene”) lo poteva elevare all’onore degli altari. In un unica mossa, dall’inferno (girone degli scarsoni irrimediabili) alla beatificazione eterna. Ecco, forse sarebbe stato eccessivo anche tutto questo, un carico emozionale ingestibile come quello – tutto al negativo – sopportato in queste stagioni grigie, giocate col gambino (l’equivalente del braccino del tennis) e contabilizzando i fischi e i mugugni a ogni tocco di palla un po’ così.

Ranocchia oggi è tornato a essere un giocatore dell’Inter. Nel corso di una partita senza disastri, in un crescendo di confidenza e di convinzione, ha anche riassaporato (nel secondo tempo, sotto la tribuna rossa) il gusto di un applauso a scena aperta per un numero che non gli si vedeva fare da tempo – taglio, anticipo, lancio di 40 metri preciso – e che no, non vale un gol al 95mo, però quasi.

Lo intervistano a fine partita, mentre la gente sfolla smoccolando ma anche applaudendo la buona volontà. Dice che gli dispiace da morire, che quel pallone l’ha preso troppo bene invece di spizzarlo e stop, e alla domanda “E’ iniziata una nuova vita per Ranocchia?” lui risponde “Sono d’accordo con te”. E noi tutti vorremmo essere d’accordo con quei due lì, lo spilungone sudato e l’intervistatore lungimirante. Non abbiamo vinto la partita, ma ci sono anche segnali da cogliere. E la partita di Ranocchia, perchè no?, potrebbe esserlo, e pure grande così.

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Editoriale

Lettera a Gabriel Barbosa e al suo buffo soprannome nel giorno del probabile esordio

Caro Gabriel,

ti scrivo questa Mia nel giorno del probabile esordio con la maglia della squadra che amo, tifo e sopporto da parecchio prima che tu nascessi. Non ci siamo mai visti e mi pare d’obbligo una presentazione formale, per stabilire dei rapporti cortesi in attesa di scegliere se essere amici o rimanere buoni conoscenti.

Noi siamo l’Inter.

A voler essere più precisi e meno approssimativi, siamo i tifosi dell’Inter. Devi sapere Gabriel che ci sono giocatori che a causa nostra se la sono vista brutta e a suon di fischi hanno perso fiducia nei propri mezzi, che i fischi fossero giusti o terribilmente gratuiti. Siamo generosi e innamorati, passionali ed esigenti, lunatici e del tutto incoerenti ma ci siamo, sempre. Abbiamo una naturale propensione a innamorarci di quelli talentuosi e discontinui e tu sembreresti capitato a proposito.

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Non vogliamo nasconderti che noi si cercava quell’altro Gabriel, quello che se n’è andato a Manchester a prendere pioggia e applausi e a diventare un giocatore mostruoso grazie a Pep, ma sei arrivato tu e ci siamo comunque entusiasmati. Certo ad alcuni di noi quel soprannome pare un po’ azzardato, una roba da ganassa. Sei arrivato come Gabigol e ci siamo un po’ preoccupati tutti, perché di attaccanti buoni caro Gabriel dalle nostre parti ne sono passati tanti, ma non uno che avesse osato aggiungere il suffisso -gol al nome di battesimo o al cognome. Certo, ce n’è uno che chiamavamo BoboGol, ma è tutta un’altra storia e comunque il ragazzone se l’era meritato in campo facendone carrettate, di gol. Con grande saggezza hai optato per il più sobrio Gabriel B, che però non ti mette al riparo dalle nostre altissime aspettative. Ci dicono che sei uno che salta sempre l’uomo, che gioca di fioretto e vede la porta. Non sono credenziali da poco. Ci dicono anche che hai un piede solo, che nonostante la compattezza non sei particolarmente potente e che è difficile che tu possa giocare prima punta e anche questi non sono difetti da poco.

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Alcuni di noi vivono ancora l’incubo dell’inadeguatezza di Recoba, potenzialmente uno dei migliori di sempre e nella pratica solo una terribile incompiuta. Caro Gabriel cerca di non essere quella roba lì, prova a stupirci con concretezza e corsa. Il campionato italiano può essere molto cafone, te lo diciamo ora perché tu poi non abbia di che stupirti. Tu sei Gabriel Barbosa, titolare della Seleçao, ma qui non frega nulla a nessuno. Qui sei uno dei tanti che devono passare la prova dei tacchetti di vecchi mestieranti come Dainelli e Cesar, come Barzagli e Gastaldello, gente di cui ignoravi l’esistenza (tranne Barzagli, presumo), e che invece renderà la tua vita un po’ più complicata a suon di pedate. Tanto tempo fa esordì nell’Inter un altro giovane brasiliano, un giocatore che arrivava con credenziali diverse dalle tue, già acclamato come il più forte del mondo, forse uno dei migliori di sempre. Giocò un primo anno memorabile ma la sua partita d’esordio fu complicata, il caldo e il Brescia di Giuseppe Materazzi trasformarono una festa annunciata in una giornata diversa, più complicata e che terminò con il trionfo di quell’altro, di quello che tra i due sarebbe l’esempio da evitare, di Alvaro Recoba. Ecco Gabriel Barbosa, noi siamo questi e siamo pronti ad innamorarci delle tue funamboliche giocate, basta poco per infiammarci e questa è la partita giusta, perché potrebbe essere davvero faticosa, perché c’è la concreta possibilità che tu possa entrare in campo per cercare di sbloccarla o di rimetterla in sesto. Certo, come parte di un gruppo e non come solista, perché qui c’è da correre Gabriel, c’è da aiutare e da inserirsi in una cosa che comincia a prendere forma e potrebbe essere bellissima. Noi siamo questi e tu chi sei?

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Buona serata Gabriel Barbosa, questi sono i casi in cui i veri paraculi augurano ai giocatori di divertirsi. Siamo sinceri: giocare contro l’Empoli al Castellani non è mai stato divertente. Non lo escludiamo in senso assoluto e se ci riuscissi sarebbe fenomenale, ma è molto complicato. Piuttosto possiamo augurarti di esordire e non restare in panchina e di cercare di renderti utile rimanendo te stesso,  che sembra un po’ una contraddizione per un funambolo ma se ci pensi bene non lo è. Forza Gabriel Barbosa, di Gabigol parleremo più avanti.

Tuo,

Il Nero e l’Azzurro

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