Editoriale, Mercato

Candreva si, Candreva no

Di Vincenzo Renzulli

 

Quando è arrivato la scorsa estate dalla Lazio, Antonio Candreva sembrava poter diventare un elemento fondamentale nella costruzione della nuova Inter cinese. Capitano e punto di riferimento della Lazio, titolare quasi inamovibile della Nazionale Italiana, rendimento sempre costante e (almeno a parole) tanta voglia di lottare per portare l’Inter a contendere lo scudetto alla Juventus. Tirando le somme a fine stagione, nonostante la situazione precipitata dopo il pareggio di Torino, Candreva il suo contributo sembra averlo dato: 8 gol e 11 assist in 45 partite giocate nel primo anno in nerazzurro sono numeri più che dignitosi per un esterno offensivo.

Gol di fattura anche pregevole, come la sassata nel derby d’andata, e tanti palloni serviti a Mauro Icardi, ma sempre con un certo retrogusto amaro che rimane per quel suo modo di giocare monocorde, senza variazioni o giocate differenti da quelle che ormai ha assimilato in modo quasi automatico e che mette in pratica ogni volta che scende in campo. Nessuna concessione all’improvvisazione, lo stesso spartito che si ripete puntualmente ad ogni partita: corsa sulla fascia – (eventuale) finta sul difensore- altra finta (a volte si va anche oltre le due finte) – cross o tiro da fuori area.

Da uno come Candreva si sa sempre cosa aspettarsi, in positivo e in negativo, e forse è proprio per questo che gli allenatori che si sono alternati sulla panchina dell’Inter non hanno mai rinunciato a lui. Meglio un calciatore monodimensionale, che però garantisce un certo numero di giocate a partita in modo costante, che un giovane talento ancora da formare come Gabigol. La sua ricerca del cross in maniera quasi ossessiva, come se fosse stato in qualche modo programmato per quello, non è passata inosservata, tanto che le critiche nei suoi confronti sono andate in crescendo.

Basta leggere i commenti al tweet pubblicato dall’Inter qualche giorno fa con alcune sue dichiarazioni, successive alla notizia dell’interessamento del Chelsea (“Sono orgoglioso di indossare questa maglia, ho sposato un progetto importante e sono felice di essere qui“), per rendersi conto di come la valutazione delle prestazioni di Candreva sia ambivalente. Il suo modo di interpretare le partite divide ed è lecito fare delle valutazioni in caso di un’offerta importante proveniente dall’Inghilterra. Un giocatore del genere, nell’Inter attuale, può essere un punto di riferimento importante? O può essere sostituito da qualcuno di più funzionale al gioco di Spalletti?

Candreva si

Come già anticipato in precedenza, i numeri in tanti casi sono dalla parte di Candreva. Quasi doppia doppia tra gol e assist, un rendimento costante e una quantità incredibile di palloni riversati in area avversaria. Nel campionato scorso ha toccato la media di 11 cross a partita, che sono il picco massimo della sua carriera. Il numero totale dei suoi cross ha superato i 400 e fa di lui il calciatore leader assoluto in questa categoria nei principali campionati europei (in pochi superano i 300 cross realizzati, tanto per capire quanto l’esterno romano sia una vera macchina da questo punto di vista). La quantità di palloni riversati in area negli ultimi anni è ancor più sorprendente se si pensa che la sua trasformazione in esterno offensivo è abbastanza recente e che fino a non molti anni fa giostrava sulla trequarti di campo.

Se con De Boer in panchina non ha reso al meglio, l’arrivo di Pioli ha fatto si che le prestazioni di Candreva migliorassero sensibilmente. Con l’area di rigore più “piena”, i centrocampisti più propensi all’inserimento e la squadra subito pronta a recuperare palla, anche i tanti cross dell’esterno romano che non hanno raggiunto il compagno hanno dato modo di creare una quantità importante di seconde occasioni. Nella striscia di vittorie consecutive il ruolo di Candreva è stato fondamentale, poi il crollo della squadra ha coinvolto inevitabilmente anche lui.

 

Candreva no

Le perplessità su Candreva riguardano soprattutto il gran numero di palloni sprecati. Degli 11 cross di media realizzati ben pochi diventano occasioni da gol: circa il 20% dei palloni crossati raggiungono il destinatario nell’area avversaria, nel restante 80% dei casi risultano imprecisi e vengono respinti dalle difese. Da quel 20% (sul totale di 415, quindi circa 80 cross efficaci) sono scaturiti gli 11 assist. Candreva in sostanza è un giocatore da grandi numeri, una calamita per il gioco delle squadre in cui milita, ma che non riesce ad essere efficiente. Come detto prima la sua ricerca del cross a tutti i costi è quasi ossessiva, con i poveri terzini che spesso si sovrappongono a vuoto in attesa di un suo passaggio.

La stessa tendenza all’inefficienza è visibile anche quando calcia in porta: In campionato i suoi tiri nella maggior parte dei casi (55%) sono scoccati da fuori area, spesso da posizione defilata. Una selezione pessima, che va a disperdere le grandi capacità balistiche di cui è dotato.

 

Cross dalla trequarti che sono facilmente leggibili, cross che tante volte finiscono per colpire il corpo dei difensori avversari (in alcune partite sembrava quasi che Candreva mirasse a un bersaglio invisibile sulla schiena di qualcuno di loro), l’incapacità di variare in qualche modo le giocate (da uno partito trequartista ci si aspetterebbe anche altro, ma quando è stato messo momentaneamente dietro alla punta è stato disastroso): il gioco di Candreva in generale è un elogio all’inefficienza. 

Da esterno offensivo nel 4-3-3 o nel 4-2-3-1 poi sembra mancargli la capacità di inserimento. Difficilmente su un cross di un compagno Candreva trova il tempo giusto per tagliare sul secondo palo. L’evoluzione del gioco ha portato gli esterni offensivi ad essere degli attaccanti veri e propri attaccanti aggiunti, e Antonio forse non è il giocatore ideale a ricoprire quel ruolo (o almeno nel contesto dell’Inter attuale). Conte in Nazionale lo ha quasi sempre schierato da quinto di centrocampo e lo vorrebbe al Chelsea per la sua duttilità (nel suo 3-4-3 potrebbe giocare sia da esterno di centrocampo che da terzo in attacco) e per la capacità di ribaltare velocemente l’azione.

candreva conte.PNG

Visto il modo di giocare di Spalletti, che nel ruolo di esterno offensivo predilige giocatori in grado di saltare l’uomo, creare superiorità numerica e segnare in doppia cifra, la cessione dell’esterno non sembra un’ipotesi così remota.

Il tecnico di Certaldo però è famoso per aver rivalutato tanti calciatori, giovani e meno giovani, e potrebbe fare lo stesso anche con Candreva. Renderlo meno dispersivo e più efficiente, nel caso restasse a Milano, sarà una sfida difficile, una di quelle che però se fossero vinte potrebbero fare davvero la differenza.

 

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Mercato

Metti un Dalbert sulla fascia

Di Vincenzo Renzulli

 

Il rapporto tra l’Inter e i terzini è come una storia d’amore turbolenta, che alterna momenti di passione totale ad altri in cui ci si vorrebbe solo mandare a quel paese. A fare su e giù sulla fascia con la maglia nerazzurra ci sono stati il grande Giacinto, che ha inventato il ruolo di terzino fluidificante, Brehme, Zanetti, Maicon, fuoriclasse che hanno fatto la storia, ottimi giocatori come Maxwell e Chivu (che hanno sempre dato un contributo positivo, pur non essendo a livello di quelli citati in precedenza) e altri che ogni tifoso nerazzurro vorrebbe cancellare per sempre dalla propria memoria.

Soprattutto a sinistra, da quando Hodgson prese la brillante decisione di mandar via il signor Roberto Carlos perché ritenuto troppo scarso in fase difensiva, si sono susseguiti una serie di nomi da galleria degli orrori. Da Macellari a Coco (che era buono, ma fragile come un cristallo), da Michele Serena (stesso discorso di Coco) a Milanese, passando per i vari Gilberto, Silvestre (che poi a Manchester si è parzialmente riscattato), Pasquale, Wome e Alvaro Pereira (mi sale la pressione solo scrivendo il suo nome). Fabio Grosso all’Inter è stato solo la pallida controfigura dell’eroe di Germania 2006 e anche Santon, che a 17 anni annullò Cristiano Ronaldo, tra un infortunio e l’altro poi ha perso la strada verso la vetta,

E poi c’è lui, Vratislav Gresko, professione calciatore da incubo, protagonista principale della disfatta del 5 maggio. Se qualche interista, compreso me, lo incontrasse per strada, gli chiederebbe ancora spiegazioni per quella sciagurata partita con la Lazio, per quell’assist a Poborsky. Ho citato prima Maxwell e Chivu, che il loro dovere lo hanno sempre fatto e Zanetti, che pur essendo destro per qualche anno è stato adattato anche a sinistra con buoni risultati, ma quanto vorrei uno che come il Capitano o come Maicon fosse capace di partire palla al piede come un treno fino ad arrivare nell’area di rigore avversaria o giù di lì. Ecco, Dalbert secondo me può essere un giocatore del genere. Se avete qualche dubbio sulle potenzialità di questo brasiliano classe ’93 guardate il video qui in basso.

Quando il suo nome è stato accostato all’Inter non mi sono esaltato granché, perché sinceramente non lo conoscevo bene (ho visto un paio di partite del Nizza in Europa League, non di più). Il fatto che la società francese ogni volta abbia tirato fuori un prezzo più alto mi ha fatto anche girare un po’ le scatole. Quando sono andato a recuperarmi qualche sintesi allungata delle partite della scorsa Ligue 1 per vedere all’opera questo giocatore però qualcosa è scattato. Dalbert non corre, vola col pallone tra i piedi. Quando parte in allungo gli avversari non riescono a tenerlo, è come se la gravità per lui contasse un po’ meno che per gli altri. Attenzione, non è solo un centometrista che si è dato al calcio (tipo Biabiany, tanto per rimanere in casa nostra), questo è un brasiliano e con i piedi ci sa fare. La dimostrazione sta nel fatto che, tra i pari ruolo, risulta al quarto posto come percentuale di passaggi riusciti (86.2%) dopo il trittico del PSG formato da Maxwell, Aurier e Kurzawa.

Poi gioca indifferentemente nella difesa a 3 e a 4 (con Favre, che i moduli li cambia come le mutande, devi essere capace di adattarti a tutto) e si comporta bene anche a livello difensivo: con 2.6 tackles a partita è stato settimo miglior esterno difensivo del campionato (26° nella classifica generale). Rispetto ad altri calciatori come Sidibe e Mendy del Monaco, Fernando Marcal del Guincamp, Leo Dubois del Nantes o Maxwell gli manca ancora qualcosa in fase di assistenza ai compagni. I giocatori citati in precedenza hanno tutti servito 5 o più assist, Dalbert si è fermato a 3. Per uno come lui, capace di arrivare con facilità fino a ridosso dell’area di rigore, è un numero abbastanza esiguo, segno che c’è ancora un po’ di strada da fare per arrivare ad essere un top del ruolo. Al ragazzo di Barra Mensa però la voglia di sacrificarsi e di lavorare non manca di certo, visti i passi da gigante fatti negli ultimi anni.

Prima in Brasile, col Flamengo, poi in Portogallo con Academica Viseu (in seconda divisione) e Vitoria Guimaraes, infine il Nizza. Dalbert è partito dal basso e anno dopo anno è migliorato, fino a meritarsi le attenzioni di tanti club europei. Al Vitoria tra l’altro lo ha allenato Sergio Conceicao, uno che noi interisti conosciamo abbastanza bene (e che quest’anno allenerà il Porto, tanto per dire), che per lui ha speso parole importanti. “Fisicamente è fortissimoesplosivo, rapido, ha un buon piede. Ha molta qualità e sa prendere a piene mani le opportunità che gli si presentano. Ha la testa per continuare a giocare ad altissimi livelli”.  La testa di uno che sa dove vuole arrivare, la fame di chi è partito facendo lo scaricatore di frutta nei mercati del suo paese per arrotondare e che non si vergogna a ricordarlo sui suoi canali social.

dalbert frutta

L’altro terzino brasiliano, semisconosciuto ai non addetti lavori e proveniente dalla Ligue 1 arrivato all’Inter ha lasciato il segno. Ora ci vuole qualcuno che ci ricordi cosa significa avere un giocatore capace di bruciare la fascia, all’opposto di quella su cui il colosso ha demolito gli avversari. Per sfatare anche la maledizione di Roberto Carlos, dopo anni di Nagatomo, Dalbert può essere quello giusto.

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Mercato

Il meglio deve ancora venire

60 Milioni per due ragazzini di 16 anni. Ma quando compriamo qualche giocatore vero?”

“Non esiste solo la primavera, c’è anche la prima squadra!”

Il Milan ha comprato 753 giocatori, noi solo il secondo portiere

“”Sti cinesi sono tutto fumo e niente arrosto

Devo ammettere che ultimamente il mio sport pomeridiano preferito è diventato la lettura dei commenti su Facebook e dei tweet che riguardano il mercato dell’Inter, fatti dagli stessi interisti o presunti tali. Gli sfottò dei tifosi delle altre squadre ci stanno, soprattutto dei cugini rossoneri, in preda a un misto tra euforia e incredulità dopo la mastodontica campagna acquisti di una società che negli ultimi anni era abituata ai parametri zero, oltre ai blitz del “Condor Galliani per strappare in extremis qualche prestito a fine mercato (ma Galliani non è che potesse fare chissà cosa, con un Berlusconi che ormai era sempre più disinteressato alla squadra).

Gli interisti che al 7 di luglio già tirano le somme come se fosse il 31 di Agosto o che fanno previsioni apocalittiche sull’ennesima annata buttata via però non li capisco. La nostra propensione al tafazzismo è ormai nota, alimentata anche da 6 anni di vacche magre, ma ora che alle spalle c’è una società forte con un progetto importante per riportare l’Inter tra i top club mondiali pure dobbiamo prenderci a mazzate nelle parti basse?

Progetto appunto, una parola a cui forse non eravamo più abituati. Una parte importante riguarda proprio i giovani, non solo quelli che crescono nel settore giovanile, ma anche i migliori talenti giovani che giocano in Italia e in Europa. Prendere Pellegri, Salcedo, Zaniolo, Odgaard (il bel ragazzo dal ciuffo biondo della foto), trattare Bastoni con l’Atalanta, Coulibaly col Pescara e Varnier col Cittadella va oltre il mero aspetto sportivo. Alcuni rimarranno ancora nelle squadre in cui giocano ora prima di trasferirsi a Milano, altri invece si aggregheranno già alla Primavera e forse alla prima squadra, ma non è solo questo che conta. A livello simbolico è chiaro il guanto di sfida lanciato alla Juve sul terreno in cui i bianconeri sono stati monopolisti negli ultimi anni, quello del mercato dei talenti in erba. Ed è solo l’inizio.

pellegri juve

Alla fine poi sappiamo come è andata a finire…

 

Il ritiro è iniziato ieri mattina e Spalletti, come ammesso anche oggi, ha avuto modo di valutare i calciatori della rosa praticamente solo dai filmati. Vedere un giocatore allenarsi di persona, confrontarsi faccia a faccia con lui è tutta un’altra cosa, e al tecnico toscano i giorni a Riscone serviranno per mettere meglio a fuoco la situazione.

L’uomo di Certaldo sa bene che le potenzialità della rosa sono buone, nonostante le montagne russe delle ultime due stagioni, e cercherà di capire quali sono gli elementi su cui poter contare o da rilanciare, quali quelli che non possono far parte dell’Inter che quest’anno punta alla Champions e i ruoli in cui c’è bisogno di rinforzarsi.

Solo allora le trattative imbastite da Sabatini e Ausilio (che oltre ad aver preso i giovani di cui si parlava qualche riga fa hanno lavorato in modo costante, portando avanti discorsi paralleli con diverse società) inizieranno a concretizzarsi. D’altronde è stato detto, non dobbiamo sbagliare gli acquisti, quest’anno non possiamo proprio permettercelo.

I botti di inizio estate li lasciamo agli altri, noi intanto iniziamo dai giovani e da giocatori come Skriniar e Borja Valero che hanno tutto per far bene all’Inter e diamo tempo alla società di lavorare in pace, senza ansia da calciomercato. Siamo solo al 7 Luglio, come canta il nostro fratello nerazzurro Ligabue il meglio deve ancora venire.

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Editoriale

Il primo giorno dell’era Spalletti

Di Michele Tossani

Ieri, ore 11, Suning training center: l’Inter si è radunata. Comincia l’era spallettiana. Un anno dopo la sgangherata fine dell’era Mancini, quella del giro negli States e del duello fra l’allenatore jesino e l’allora CEO nerazzurro Michael Bolingbroke, parte un nuovo ritiro per una nuova avventura. 

Le aspettative, come in ogni inizio, sono tante: la rosa della squadra è ancora in divenire ma la ventata d’aria nuova portata da Luciano Spalletti fa ben sperare. Chi ben comincia è a metà dell’opera? Non sempre, of course, ma stavolta le premesse sembrano esserci.

Chi non c’è

A Riscone di Brunico sale una rosa ancora incompleta. Per prima cosa, mancano i nazionali, che raggiungeranno il ritiro a partire da lunedì 10 luglio. I vari D’Ambrosio, Icardi, Peresic, Eder etc…non saranno quindi presenti al raduno. Lo stesso dicasi per il neo-acquisto Skriniar, ancora non ufficializzato e reduce dalla campagna europea U 21 con la Slovacchia. 

Mancano i botti di mercato. Walter Sabatini e Piero Ausilio stanno lavorando alacremente per cercare di portare a casa quei giocatori che, nelle intenzioni di tecnico e società, dovranno dare un contributo decisivo al salto di qualità.

Non c’è Borja Valero, dato comunque in arrivo dopo la rottura (consumatasi ufficialmente tramite WhatsApp) con la Fiorentina. 

Si lavora per un altro big del centrocampo, con Nainggolan, Vidal o il polacco del PSG Krykhowiak fra i nomi gettonati.

Mancano i terzini: Santon è in permesso (ma resterà?), mentre si lavora per Dalbert Henrique del Nizza.

Sarà assente Medel, forse definitivamente visto che Ausilio sta trattando la cessione del pittbull al Boca Juniors.

Stesso discorso potrebbe valere per Brozovic, in attesa anch’egli di possibile nuova destinazione.

Assente Gabigol. Ed è un’assenza che fa rumore. La stampa sostiene che il brasiliano abbia rifiutato tutte le possibili destinazione prospettate a lui ed al suo entourage per il prestito.

Non si sa se questo corrisponde al vero oppure se è soltanto una situazione momentanea determinata dal mancato approdo di De Zerbi al Las Palmas, dove sembra che l’allenatore bresciano avrebbe portato il nostro. Fatto è che anche Spalletti non considera Gabriel Barbosa facente parte del progetto tecnico nerazzurro.

Chi c’è

Detto degli assenti, ci sono comunque i presenti. Fra i quali troviamo i prospetti Pinamonti, Zaniolo, Odgaard e Baldini. Per loro la possibilità di impressionare Spalletti e misurarsi con i grandi dimostrando il proprio valore.

zaniolo brunico

C’è tutto lo staff tecnico, ancora assente dalla pagina ufficiale del club: il vice Domenichini, i collaboratori Baldini e Pane, i preparatori Marcello Iaia, Franco Ferrini e Alberto Andorlini e anche Martusciello, l’ex tecnico dell’Empoli alla ricerca di un pronto riscatto dopo il disastro Empoli, chiamato da Spalletti per curare la fase difensiva. Per loro una riunione di sei ore per pianificare il ritiro.

C’è Joao Mario…il portoghese ha saltato la Confederations Cup per un infortunio e che dovrà convincere l’allenatore di Certaldo a trovargli una collocazione tattica nell’ideale e progettato 4-2-3-1. Non sarà facile, soprattutto in previsione dell’utilizzo di Gagliardini fra i due centrali di centrocampo e col probabile arrivo di Borja Valero. La questione della posizione in campo dell’ex Sporting Lisbona ha già creato grattacapi prima a Franck De Boer e poi a Pioli. Ora la palla passa a Spalletti.

Ci saranno i tre portieri. Handanovic ok, ma anche Padelli e Berni. Su Padelli si è detto e scritto abbastanza in questi giorni (anche un bell’articolo oggi sulla Gazzetta) mentre meno si è detto di Berni. Per il 34enne fiorentino un bel premio. Mai schierato finora in nerazzurro, l’ex prodotto delle giovanili nerazzurre ha comunque dimostrato affidabilità in allenamento e presenza nello spogliatoio. Un valido aiuto per gli altri due compagni di reparto.

Infine, über alles, c’è lui, Lucianone. L’allenatore è la faccia della squadra. All’uomo di Certaldo il compito di ridare certezze e gioco ad una squadra che viene da sei mesi di smarrimento.

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Mercato

Di nome fa Milan, ma Skriniar non è poi così male

Questo mese di giugno per noi interisti è una specie di calvario. Siti e giornali vari hanno accostato ai colori della Beneamata praticamente chiunque abbia calciato un pallone nell’anno solare, sparando nel mucchio per cercare di indovinare le trattative portate avanti sotto traccia dal duo Sabatini-Ausilio. E poi i continui riferimenti al Fair Play Finanziario e a quei maledetti 30 milioni, un argomento che sembra riguardare solo noi, dato che poi c’è chi spende senza farsi troppi problemi.

Per fortuna non manca molto alla fine del mese e da Luglio, una volta chiuso il capitolo bilancio, finalmente arriveranno quei rinforzi che Suning ha promesso a Spalletti per riportare in alto il nome dell’Inter. Un paio di calciatori, nel marasma di nomi che sono usciti, sembrano davvero a un passo dal vestire il nero e l’azzurro. Uno è Borja Valero, di cui già abbiamo scritto ampiamente, l’altro è un difensore di 22 anni che gioca nella Samp e il cui nome sembra quasi una contraddizione per uno che potrebbe giocare nell’Inter.

Si chiama Milan e di cognome fa Skriniar. Ma proprio uno che si chiama Milan dobbiamo prendere per rilanciare il nostro disastrato reparto difensivo? Beh, che si chiami Milan, Ermenegildo o Giovanni a me non è che importi più di tanto. A me importa che Skriniar vinca contrasti, tenga a bada gli attaccanti che gli si parano contro, imposti il gioco come i difensori moderni devono fare e spazzi la palla in tribuna quando è necessario. E questo ragazzo di 22 anni, nonostante la poca esperienza nel nostro campionato, sembra avere il potenziale per poter diventare un difensore di alto livello.

Skriniar è slovacco come Hamsik e in questo momento è impegnato con la Nazionale Under 21 agli Europei che si stanno disputando in Polonia, ma ha già esordito con la Nazionale maggiore. Lo scorso anno è stato convocato anche agli Europei e ha giocato contro Inghilterra e Germania al fianco di quel Martin Skrtel che rappresenta il suo punto di riferimento calcistico. Con l’ex giocatore del Liverpool (o almeno, con la versione di Skrtel con qualche anno in meno) condivide l’esuberanza fisica, la capacità di far partire l’azione e la rapidità nel breve. Gli manca ancora un po’ di cattiveria quando ha un’occasione da gol, dato che non è ancora riuscito a sbloccarsi da quando è in Italia (anche se negli anni dello Zilina è andato a segno ben 15 volte in 102 presenze). Quella cattiveria che Skrtel invece ha sempre avuto, e che gli ha permesso di essere un pericolo costante sulle palle da fermo.

skriniar skrtel

Skriniar e Skrtel impegnati a tenere a bada Dele Alli e compagni durante Inghilterra-Slovacchia 

La stagione 2016/2017 di Skriniar è stata un climax, un’ascesa continua verso il ruolo da protagonista. La panchina, le prime partite da titolare piene di errori e incertezze, la sempre maggior sicurezza nei propri mezzi acquisita soprattutto grazie al lavoro tattico e psicologico di Marco Giampaolo, che ha sempre avuto parole di apprezzamento verso di lui e lo ha difeso anche quando ha commesso degli errori evidenti.

Osservando un po’ le sue statistiche in questa stagione è possibile notare diversi particolari interessanti, in positivo e in negativo: Skriniar, nonostante l’altezza e la forza esplosiva, vince solamente 1.4 duelli aerei a partita, meno della media dei difensori della Serie A (per dire, Manolas ne vince 2.3, Chiellini 1.6, il suo compagno di reparto Silvestre 1.7), ma ha una media di passaggi riusciti del 91.4%, una percentuale altissima se confrontata a quella dei pari ruolo. E non si tratta solo di passaggi orizzontali o brevi, perché quando Torreira è stato marcato a uomo le azioni partivano spesso dai suoi piedi. Il fatto che poi sia praticamente ambidestro (molti siti specializzati scrivono che è mancino, anche se nasce destro naturale, e questo fa capire quanto bravo sia in grado di giocare con entrambi i piedi) gli facilita di molto le cose.

Nei duelli uno contro uno poi lo slovacco sembra quasi esaltarsi, riuscendo a tenere testa anche a giocatori molto veloci. Nonostante l’altezza infatti Skriniar è molto rapido nei primi 10-15 metri, una rapidità che negli anni in Slovacchia gli permetteva di giocare senza problemi anche da terzino sinistro.

Da notare, verso la fine, il recupero su Duvan Zapata, che in progressione non è uno che si ferma tanto facilmente

Un altro dato interessante riguarda le palle intercettate: in questo particolare Skriniar è il 15° miglior giocatore della Serie A, davanti a gente come Nainggolan e Milinkovic-Savic. Intuito e fisicità gli permettono di arrivare spesso prima degli avversari e il sistema di gioco di Giampaolo, in cui la difesa alta è un elemento fondamentale, sembra fatto per esaltare al meglio le sue doti. Come detto prima però lo slovacco può adattarsi anche a una difesa meno alta, proprio per la capacità di duellare contro avversari con caratteristiche diverse.

Un difetto importante è che a Skriniar in alcuni momenti sembra mancare la concentrazione. Nella gara di Roma con la Lazio, ad esempio, tiene in linea Keita sul primo vantaggio e frana sulla punta rimediando il rosso che cambia la partita e spiana la strada ai biancocelesti verso una goleada. A 22 anni però c’è tutto il tempo per migliorare, e visti i progressi dell’ultimo anno l’etica del lavoro non manca certo a questo ragazzo.

Un giocatore dell’Inter che si chiama Milan, poi, sarebbe una gran bella storia. 

 

 

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