Editoriale

L’autobiografia scritta dall’autobiografo senza biografia (il caso Icardi dal punto di vista editoriale)

Faccio l’editore. Mea culpa, faccio l’editore. Pubblicare libri è un modo di comunicare, prendersi la responsabilità di confezionare l’opera dell’ingegno altrui e diffonderla. Già, l’ingegno. Una delle più grandi illusioni, uno dei peggiori equivoci sull’editoria è che il libro sia un prodotto culturale. Il libro è un format, una bella risma di carta stampata e rilegata che delega i suoi quarti di nobiltà al contenuto. Non il libro in quanto libro, ma il libro in quanto scatolone di parole. Questo per risolvere almeno il parte l’arcano, perché se non ne avete mai comprati per timore reverenziale o per l’orrore sacro della parola scritta, sappiate che l’esercizio di lettura che fate quotidianamente davanti al monitor del vostro computer o allo schermo di uno smartphone equivale esattamente, con qualche cautela in più per la vostra vista, a quello che fareste con un libro in mano. Ci sono buoni libri e pessimi libri, ci sono libri che contengono romanzi, saggi, ci sono biografie, poesie, testi teatrali, manuali di diete, di giardinaggio, c’è il kamasutra illustrato e quell’infinita gamma di possibilità che la composizione di un testo offre.

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Poi ci sono i libri come questo. Quando ho iniziato a pubblicare le biografie e le autobiografie dei calciatori inglesi in Italia pareva non ci fosse mercato per i prodotti editoriali di  qualità se legati allo sport. Di sport, tolti i maestri (Brera, Arpino, Viola), si scriveva poco e male e quasi mai erano autobiografie. La passione tutta anglosassone per la buona scrittura giornalistica e per il racconto dello sport produceva da anni piccoli e grandi capolavori, così traducemmo Tony Adams, George Best e poi passammo agli italiani, prima Lucarelli, poi Cosmi e Di Canio, sempre con quello stile, sempre cercando di portare alla luce qualcosa di inedito e sconosciuto di vite altrimenti vissute sotto i riflettori. Funzionò molto bene e funzionò anche per altri. Il giochino della biografia di successo però regge finché c’è vita. Raccontare una vita può essere semplice o molto complesso, può diventare un racconto asciutto e duro o un capolavoro di narrativa tonda e sofferente come Open, la vita di Agassi mirabilmente scritta da un Premio Pulitzer come Moehringer. C’è spazio per ogni sfumatura, purché appunto ci sia vita da raccontare e qualità della prosa. Perché se mai vi fosse venuto il dubbio, a far la differenza è proprio la guida di chi davvero scrive questi libri, che nel 90% dei casi non è l’atleta-soggetto. Si chiama ghost writer ed è un lavoro delicato. Scrivere come qualcun altro parla, farlo sottraendosi alla scena, sparire dal proprio racconto. Ci sono i premi Pulitzer e ci sono quelli che ne hanno fatto una professione senza emozioni, la catena di montaggio delle biografie degli sportivi. Anzi, delle autobiografie in appalto. Perché pur se un piccolo affare rispetto alla mostruosità degli ingaggi, le autobiografie degli sportivi spesso vendono bene e ci sono editori e giornalisti che ne hanno fatto un mestiere, una via l’altra a getto continuo e pazienza se non c’è anima, l’importante è pubblicare-presentare-vendere.

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Il problema è che chi scrive spesso diventa più protagonista del protagonista e forza le cose  e i fatti per piegarli alla bellezza del racconto, in particolare quando c’è poco materiale su cui lavorare. Non so chi sia il ghost writer di Icardi e ignoro il nome dell’editor del suo libro, della persona che ha curato la produzione del testo dalla firma del contratto fino alla pubblicazione, ma se potessi parlargli ora gli chiederei: perché?

Chiedere una biografia, chiedere a un 23enne di raccontare la sua vita è come chiedere a un maratoneta di tirare le somme dopo i primi 2 km di corsa. si può fare ma è un po’ presuntuoso. Ma presumendo di vendere bene e nel deserto di copie che è il mercato editoriale di oggi, vale tutto e quindi ci sta che Mauro Icardi racconti la sua vita. I fatti di Reggio Emilia sono noti, la dinamica lo è un po’ meno e la ricostruzione di Icardi può e essere vera o fantasiosa, questo lo sa solo chi era lì ed ha assistito alla scena. Solo che la ricostruzione di Icardi è scritta con i piedi e ci sono due o tre dettagli che fanno saltare la consecutio e forse sono stati riportati ad arte per creare la delirante situazione in cui tutti noi ci siamo trovati ieri.

In sintesi: Icardi dice che mentre la curva (entità astratta), lo minacciava e strappava a un bambino per ributtarla in campo la maglia che lui gli aveva donato, lui ha pensato di chiamare cento amici argentini per fare giustizia. Poche righe dopo Icardi si scusa per il pensiero violento e dice di aver chiarito l’equivoco.

Per l’esperienza che ho, me lo riesco a immaginare Icardi che racconta questo episodio gonfiando il petto, si dimentica di averlo raccontato e non rilegge le bozze, con il libro che va in stampa senza correzioni e lui che non ha idea di aver detto quelle cose. Per l’esperienza che ho il ghost writer ha caricato per bene la mano e ha colorito l’episodio, l’editor ne è stato felice e l’editore ancora di più, perché l’idea di avere un libro brutto, sporco e cattivo piace a tutti. Siamo fatti così. Quindi c’è Icardi che racconta una cosa e la rivendica come vera, un’intera filiera che la trova utile alla promozione del libro e una società che quel libro non lo riceve in anticipo e non lo legge nemmeno. Poi il libro esce e succede quel che è successo perché chi dovrebbe leggerlo lo cita senza averlo fatto e nessuno si accorge che dopo la trovata astuta del leone ferito e arrabbiato c’è il lieto fine.

Pubblicare libri intelligenti è una piccola grande responsabilità. Si può vendere poco o tanto, ci si può spingere fino alle Colonne d’Ercole dei generi più commerciali così come salire sulle vette dell’eremitaggio editoriale e scegliere di parlare a pochi, ma c’è sempre un punto d’onore per chi pubblica libri e non intende avere solo il ruolo del tipografo ben retribuito: la qualità del prodotto. L’autobiografia di Mauro Icardi è un libro esile come la sua età, fragile e pieno di furbate retoriche, usate ad arte per riempire il vuoto delle pagine. Perché a 23 anni hai vissuto troppo poco per riempirle. Gira voce che verrà ritirato, forse è già stato ritirato, è brutto che un libro venga ritirato e tolto dal commercio, censurare o bruciare i libri riporta a tempi che magari per alcuni nostalgici che stanno in curva furono belli, per tutti gli altri un orrore. Ma se tutti noi, se noi editori riuscissimo a pensare che una bella autobiografia fa meno danno e porta più amore di una cosa messa insieme alla meno peggio, questo sarebbe un mondo migliore. Magari pochissimo miglior ma migliore.

Chiusa la questione editoriale, tutta la mia più ferma solidarietà umana a Mauro Icardi, perché essere costretti ad aver paura di rientrare a casa è terribile. Piacerebbe dire che è tutto un equivoco e che basterebbe leggere meglio il testo, ma purtroppo non è così, c’è una barriera insormontabile tra chi si sente un po’ più importante dell’Inter e chi si sente un po’ più importante di tutti gli altri tifosi dell’Inter. In mezzo ci siamo noi, quelli che prima o poi sceglieranno di passare domeniche più serene, magari leggendo un libro, magari non quello di Icardi.

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Cronache, Editoriale

Memorabilia #3 – Non mi togliere

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Quando vinci, scegliere il gesto (il momento, il punto di svolta) simbolo della partita è più facile. Ripensando a Pescara, sarebbe scontato esaltare la splendida torsione di Icardi per il gol del pari (che se non avesse trascorso un’estate da Wando e si chiamasse Hicardin o Icardowski, forse qualche titolo in più l’avrebbe guadagnato). Oppure, il miracolo in uscita di Handanovic sul possibile 0-2 (quando si tuffa, le prende), o quella meravigliosa scivolata di Miranda che ha evitato un prematuro (e forse letale, chissà) gol dello 0-1 a partita iniziata non da molto.

Ripensandoci, però, l’attimo da cogliere è un altro. E’ un’espressione facciale catturata da una telecamera nel momento esatto in cui, di fianco alla panchina dell’Inter, sembrava di stare al luna park. Il tabellone delle sostituzioni cambiava continuamente numero, tipo videolottery, una folla di giocatori con maglia nerazzurra si accalcava di fianco al quarto uomo. De Boer si giocava tutto con una mossa inconsueta e discretamente folle: tre cambi, dentro tre attaccanti.

Icardi guarda la scena, sgomento. Sembra non capire bene. Guarda verso la panchina. Stanno entrando Jovetic, Eder e Palacio. A meno che non si giochi con il 4-0-6 qualcuno deve uscire.

Nella sarabanda di numeri sul tabellone della sostituzioni, il 9  però non compare.

Icardi sa che non sarebbe stato uno scandalo sostituirlo, proprio no. L’Inter perde 1-0 a Pescara, manca un quarto d’ora più recupero alla fine e lui, in 75 minuti, si è visto per un colpo di testa fuori di un pelo, stop. Comunque escono Perisic, Candreva e Medel. Lui no.

La telecamera non inquadra il sospiro di sollievo. Quello possiamo solo immaginarlo. Così come possiamo solo immaginare che l’aver evitato la gogna gli abbia dato una mossa. Due minuti dopo, la telecamera inquadrerà infatti Icardi volare a centro area per il primo gol. Sedici minuti dopo, lo inquadrerà avventarsi su una palla vagante e segnare la rete della vittoria. Noi che sedici minuti prima avremmo tranquillamente avallato il suo cambio, saltando sul divano lo esaltavamo come il miglior centravanti dell’universo.

Ma questo è normale, in ambito tifosotti. Meno normale – cioè eccezionale – è il rendimento di un giovane attaccante (giova ricordare, ogni tanto, che è del 1993, che è titolare in Italia da qualche stagione e che una volta ha pure vinto la classifica cannonieri) cui si chiede – giustamente – un’evoluzione tecnica (tornare, partecipare, imbrattare la divisa) ma che nel mentre tiene la media in carriera di un gol ogni due partite, nel presente campionato viaggia a un gol al partita (tutti i gol dell’Inter), che in stagione te ne garantisce minimo una ventina.

Prendere o lasciare, questo è Icardi. Ti chiedi dove si sia imboscato, poi gli arrivano tre palloni e mette due. In my opinion, è da prendere centomila volte. Pazienza se è sempre a portata di selfie e ha la moglie invadente: se la deprimente pantomima dei mesi scorsi è servita almeno a fissare una mostruosa clausola rescissoria, sono contento. Ora come ora, non ne possiamo fare a meno. Così, a occhio, la pensa anche De Boer se mette tre attaccanti e non toglie lui. E chissà che da quel faccino angosciato del nostro capitano, nell’attesa di vedere comparire o meno il 9 nel tabellone, il nostro campionato abbia già preso un altro passo.

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Editoriale

Esclusivo – Nerazzurro Pinetina, dal nostro infiltrato speciale

di Mario Bauscia

Il giorno dopo l’impresa in rimonta con il Palermo, i musi che sfilano ai cancelli della Pinetina sono più lunghi della squadra vista in campo domenica a San Siro. Perché, non si sa: i progressi, parola di Mister Franco, sono stati evidenti, e il risultato in potenza di 4-1 – sempre a dar retta a Franco – dovrebbe regalare sorrisi, lascia stare che poi il tabellino in atto dica pareggio.

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I primi ad arrivare sono come sempre Perisic e Candreva. Poche storie, sono alternativi, se c’è uno fuori l’altro. Coerentemente, la società ha messo a loro disposizione un unico armadietto: chi prima arriva meglio alloggia, nel senso che se la cava con la sgambata del mattino e per pranzo può già andare a giocare a Pokemon Go, lasciando spazio all’altro. Cui invece toccano al pomeriggio seduta tattica, lavoro fisico, partitella, e la temutissima passeggiata finale nei boschi di Appiano con Medel al guinzaglio, che se il pitbull vede una lepre poi son cazzi tenerlo.

E quindi è gara quotidiana fatta di sveglie che suonano quando canta il gallo e folli corse all’alba verso Appiano. Oggi il più rapido è il croato, ore 5.45 brucia al fotofinish Antonio e timbra per primo il cartellino col più elegante e scontato dei doppi passi, cui ormai anche il custode del Centro Sportivo Angelo Moratti reagisce con un sorriso di tenerezza e uno sbadiglio. A Candreva non resta che accomodarsi in sala mensa e ingannare l’attesa aggiornando con nuovi meme la sua pagina Lotito ovunque.

Poi via via arrivano tutti gli altri, in fila per due. La tensione e le scorie del difficile avvio di campionato sono evidenti: Murillo si butta in tackle su un bimbo che gli chiede l’autografo, provocandogli la frattura scomposta della biro. Il giovane Santon urla al telefono con l’andrologo che gli ha rimandato il controllo della prostata, mentre Eder continua a disturbare raccontando a tutti il suo gol alla Svezia. Pora stella, è l’unico che ha fatto negli ultimi 200 giorni, chi ha il coraggio di biasimarlo?

FC Internazionale Milano v Udinese Calcio - Serie A

MILAN, ITALY – APRIL 23: Eder Citadin Martins of FC Internazionale Milano celebrates his goal during the Serie A match between FC Internazionale Milano and Udinese Calcio at Stadio Giuseppe Meazza on April 23, 2016 in Milan, Italy. (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Miranda cerca disperatamente di tenere compatto e ordinato il gruppo, poi si rassegna e si mette le mani nei capelli. Non un’impresa facile, nel suo caso, ma sempre meglio che gestire questa banda di minchioni.

C’è anche, nella fila per due, il resto di tre, nel senso degli assenti più o meno giustificati.

Kondogbia è in Francia per rispondere alla convocazione della Nazionale. Nessuno ha avuto il coraggio di dirgli che trattasi di scherzo ordito da quella sagoma di Evra. Pare incredibile ma Kondo ci è cascato, come la prenderà quando lo scopre è per ora un mistero, comunque meno inquietante delle sue prestazioni in campo.

Brozovic è sempre a Malpensa, in attesa di essere venduto per davvero dopo essere stato accostato, nell’ultimo mese, a 34 squadre di 26 paesi diversi. Là dove c’era Epic Brozo, ora c’è un povero disgraziato che assomiglia al Tom Hanks di The Terminale e che ha l’incubo di fare la fine di Guarin: “Mi volevano Juve e Chelsea, sono finito al Jiangsu”.

E poi c’è, anzi non c’è, Icardi. Il capitano, modello di dedizione e attaccamento alla maglia, ha deciso unilateralmente di non allenarsi fino a quando non firmerà il 13esimo rinnovo contrattuale degli ultimi 12 mesi. Le parti sono comunque vicine, si lavora sugli ultimi dettagli per soddisfare le richieste del procuratore del centravanti argentino, l’ex ingegnere nucleare Wandanara: il ruolo da protagonista nel prossimo spot del Suning Commerce Group, e un posto alle casse del centro commerciale Suning di Nanchino per la nipote Wandita, che vuole sfondare nel mercato porno cinese, ma prima deve metter via un po’ di soldi per rifarsi le bube. A dimostrare comunque quanto il capitano sia vicino ai compagni, il suo tweet delle 11.34 che lo ritrae con regolare maglia numero 9 mentre fa colazione a bordo piscina, azzannando un cornetto strizzato tra le tette di Wandanara.

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A proposito di mercato, a poche ore dalla chiusura delle trattative arriva forte e chiara la smentita delle voci su interessamenti per Fabregas, Joao Mutinho e pure Valdifiori. “Ci hanno offerto anche Jack Wilshere in prestito gratuito, ma abbiamo detto un secco no. In mezzo siamo a posto, semmai potremmo sondare le piste che portano a giocatori come Cuadrado, Cerci e Garrincha, perché forse ci manca qualcosa sugli esterni alti”, dichiara al suo arrivo ad Appiano Ausilio, al microfono di un Massimo Nebuloni ancora in pigiama. Uno sparo proveniente dalla sala mensa annuncia il tentato suicidio di Candreva.

Ore 9,30, è di nuovo trambusto all’ingresso. Ed è ancora lui: Caner Erkin, 27 anni, origini turche. Da un mese o poco più si presenta ai cancelli e cerca di entrare, sostenendo di essere un regolare tesserato della Beneamata. Anche oggi, nessuno lo riconosce. Trovato sprovvisto di permesso di soggiorno, viene accompagnato dalla sicurezza a Malpensa e, dopo un fugace saluto a Brozovic, si imbarca finalmente sul primo volo per Besiktas. Alla notizia, in Giappone vengono vendute altre 200mila magliette di Nagatomo.

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Poi finalmente è ora del campo. A dirigere, imperioso e carismatico come un cucciolo di Panda, c’è ovviamente Mister Franco. Abbandonato lo scooter elettrico usato ad Ajax, si presenta alla guida di un mezzo più moderno e scenografico: un Segway tarocco Made in Taiwan, modello attualmente in saldo nei negozi della catena Suning, e non si dica che la nuova società non è in grado di ideare e sviluppare preziose sinergie commerciali. In attesa che scada il fatidico mese richiesto da Franco per dar forma alla sua squadra, è già qualcosa.

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Cronache

Cose che non racconteremo ai nostri nipoti (le pagelle di Inter – Palermo)

Come ai convalescenti è bello far notare i piccoli progressi, così con l’Inter di ieri tocca usare un riguardo particolare. In queste pagelle alcune parole saranno sostituite da altre con sfumature meno negative, il tutto per rispettare l’appello di Frank de Boer che chiede tempo (e nun ce ne sta). Certo che considerare uno scialbo pareggio casalingo con il Palermo meno motivato di sempre come un progresso fa un po’ male e non giova all’autostima.

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Handanovic – Poco impegnato, davvero pochissimo, si esibisce in una buona presa a terra e un’uscita alta nel finale che risolve qualche imbarazzo. Per il resto continua a essere simpatico come un lontano cugino che ti contende l’eredità e a creare nevrosi alla squadra con le sue (di nevrosi), in particolare quando senza alcun motivo decide di uscire sulla trequarti, prenderla di male di testa e un secondo dopo litigare con un incolpevole e pure stupito Miranda. Prende un gol sfortunato, tutto il resto è dolgčas (noia in sloveno) – voto 6

D’Ambrosio – Finalmente nel suo ruolo, conferma le dichiarazioni della scorsa settimana: non è Maicon, non salta tre uomini in fila e non crossa. Il suo compagno di fascia finisce regolarmente le partite gibollato dalle pallonate d’appoggio di Danilo, ma almeno lotta e cerca di tenere la posizione. Si ricorda un suo tiro in bello stile ma parecchio velleitario. Se questa mediocre consapevolezza dei nostri limiti è quello che cerchiamo, D’Ambrosio è perfetto – voto 5,5

Miranda – Perdonali Joâo perché non sanno quello che fanno – voto 6,5

Murillo – Se il calcio fosse una somma di strapotere fisico, bullismo e ostentazione di minchiate acrobatiche Murillo sarebbe il più forte centrale al mondo. Anche così non è male, bisogna ammetterlo. Da una sua ciabattata di piatto nasce l’azione del pareggio, tenta di lucieggiare e scendere in slalom qua e là ma non è la serata giusta. Comunque riesce a limitare i danni – voto 6

Santon  – Se non passi le visite mediche di almeno due grandi squadre europee è perché sei rotto e non idoneo alla prestazione agonistica. Se non sei idoneo non dovresti giocare. Se giochi è possibile che tu combini la serie di disarmanti porcherie di Santon nel secondo tempo. Nell’azione del gol del Palermo riesce prima a passarla a Rispoli con i giri giusti sbagliando il rinvio e poi a deviare un tiro innocuo nella sua porta. Prima di essere sostituito gioca con il vigore di Dorando Pietri negli ultimi 400 metri della maratona olimpica: per capire se è vivo e respira ci vorrebbe un po’ di freddo, almeno vedere la condensa del fiato.  Emergenza per emergenza, tanto valeva far giocare uno degli urlatori del primo arancio – voto 4

Medel – L’uomo sbagliato al posto giusto. Gary Medel deve essere un ragazzo intelligente, uno che impara in fretta. De Boer gli ha chiesto di inserirsi e lui lo fa freneticamente, viene messo più volte davanti alla porta del Palermo e più volte Medel ricorda al mondo e a se stesso perché non vincerà mai il Pallone d’Oro. Tiri sporchi, lenti, fuori dallo specchio o semplicemente innocui e teneri. Al netto di ogni considerazione sulla grinta, che con la grinta si vince solo se è il complemento di tecnica e organizzazione, Medel è un centrocampista che: non sa impostare – non sa tirare – non salta l’uomo. A parte questo tutto bene – voto 4

Kondogbia – Per Kondogbia vale la regola di Sara Tommasi. Lo guardi e pensi che non gli mancherebbe niente. Ha il fisico, il passo e la potenza. Per questo non capisci come possa ridursi a girare porno amatoriali con i camionisti invece che recitare con Kevin Spacey. Ma non c’è risposta. Kondogbia è un macello, c’è di buono che non ha ancora incominciato a farsi fotografare nudo per combattere l’usura bancaria – voto 4

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Banega – Mami mami con tu body, esta Inter es un safari, Todos buttan via la bala, donde giri trovi un animal (Ever Banega – J Balvin – Pharrell) – voto 5,5

Perisic – L’anagramma del cognome di Ivan è perisci. Basta invertire le ultime due lettere del cognome. Se continuiamo a farlo giocare con delle bestie e a non dargli un pallone decente sulla corsa, più che un anagramma rischia di diventare un fatto di cronaca – voto 6

Eder – Eder… Eder scusi… Eder abbia pazienza… Eder se si ferma un attimo… Eder volevo solo dirle… Eder apprezzo tantissimo la sua corsa e il sacrificio, il gioco senza palla è una componente fondamentale e lei è encomiabile. Se però di tanto in tanto giocasse anche con la palla e nobilitasse quel suo ruolo da esterno d’attacco noi gliene saremmo grati – voto 5

Icardi – E mentre sei lì pronto a ricordargli che non vale nemmeno uno di quei 65 milioni per il cartellino né tantomeno dei 5 di ingaggio che chiede, mentre maledici la ricrescita di Wanda Nara dopo un gol facile facile sbagliato di testa a porta spalancata, ecco che Maurito segna, di testa. Poco, ancora molto poco, ma almeno si è sbloccato e ha cancellato quel brutto zero dalla tabella gol segnati dall’Inter. Quando nel secondo tempo copre una palla e riesce a fare una sponda alcuni dei più anziani abbandonano lo stadio distrutti dall’emozione – voto 5,5

primizie dalla panchina

Candreva – Aggancia e mette in terra un insulto volante di Murillo, lo ripulisce dai detriti e dalle impurità, lo lucida e lo mette sulla testa di Icardi per il gol del pareggio. Piedi educatissimi, quel che di buono (poco), è successo oggi lo si deve a lui – voto 6,5

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Senna – Le battute sul nome sono sospese per eccesso di ribasso. Spilungone timido, prende il posto di Santon con la consapevolezza che peggio di così non si può fare e in effetti se la cava benino – voto 6

Frank de Boer – Abbiamo detto 4 settimane e che 4 settimane siano, però non provocare Frankie. Uscire dal campo sostenendo che hai visto grandi progressi non va bene. Era il Palermo Frankie, il Palermo – voto 5,5

 

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Posta

Lettera a Icardi di un procuratore con le pezze al culo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera dell’esimio Pino Robiola, uomo di calcio e di sani principi.

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Salve, sono Pino Robiola, l’unico procuratore con le pezze al culo ma gran tifoso nerazzurro, fondatore dell’Inter club Pasinato di Sbrocca Marina.
Mi piacerebbe farci leggere a Icardi questa lettera che gli ho dedicato. Se la volete pubblicare non chiedo niente come copirait

Caro Maurito,
di mariti sotto schiaffo delle mogli ce ne sono a bizzeffe pure al paese mio. Quelle che dicono “Il capoufficio ti tratta a pesci in faccia come l’ultimo minchione”, “guadagni meno persino di tuo cognato”, “il vicino parcheggia sempre la Mercedes addosso alla nostra Yaris e tu manco apri bocca”… insomma, ci siamo capiti. Le solite cose che ci fanno venire il sangue amaro a tanti mariti qualunque, pure a Gresko, Caio e Sempronio.
Ma una cosa te la devi ficcare in testa, quella testa che se ogni tanto ce la usi in un calcio d’angolo non ci fa mica schifo.
Se resti all’Inter con una busta paga da giocatore decisivo (top pleier ce lo lasciamo dire ai camerieri di Giannino quando ritirano i due euri di mancia da Galliani) allora per cortesia devi comportarti da giocatore decisivo.
Che vuol dire:
• segnare gol veri e non solo doppiette all’Empoli in ciabatte a fine campionato
• non centrare il palo su rigore nel derby contro un Milan così scarso che Blissett lo facevano capitano
• trascinare la squadra quando vedi che manco Medel c’ha più banane
• ammutolire il Francis Turatello Stadium di Torino e non solo il Matusa di Frosinone
• alzarsi dalla panchina e farci vincere uno scudetto.

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Sai, prima di te c’è chi l’ha fatto e noi gli abbiamo pure perdonato la mano sul pacco sotto la curva o richieste di piccioli mentre si festeggiava la Cempions.

Tutto qui, ci vediamo davanti alla Lidt di Lecco che mi devi portare a mangiare le cozze nella piscina vista lago.

Ps Amala e se puoi disinnescala (hai capito a chi…).

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Cronache

Gli Icardi’s

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ore 7.30. Suona la sveglia. Mauro chiede un prolungamento. Wanda lo lascia dormire fino alle 7.50.

ore 8. Primo tweet della giormata di Wanda: “Buongiorno Italia!!! Jamme!!!”

ore 8.30. Dopo la colazione, Mauro si prepara per l’allenamento. Uscendo, non sorride al portinaio e lascia le impronte sulla porta a vetri.

ore 9.15. Wanda prende contatti con altre società, cominciando dall’area Schengen.

ore 10. Durante il torello, Mauro entra dritto su un piede di Nagatomo e non chiede scusa.

ore 10.30. Wanda polemizza col salumiere sul prezzo del prosciutto cotto. Nella trattativa si inserisce un pensionato cui Wanda, con sguardo ammirato, allunga il biglietto da visita.

ore 11.15. Mauro segna un gol in allenamento ed esulta come Tardelli.

ore 12. Secondo tweet della giornata di Wanda: “Buon appetito Italia!!! Pizza e mandolino!!!”

Ore 12.15. Mauro firma un autografo a un bambino alla porta carraia di Appiano Gentile. “Scusa, ma perchè hai firmato Mau Rdi?” “Il resto a fine mercato”.

Ore 13. Wanda avvia le trattative extra Schengen prendendo il sole in terrazzo.

Ore 13.15. Mauro arriva a casa: “Non c’è niente da mangiare?” “No, hai il mal di pancia”

Ore 14. Mentre Mauro si riposa, Wanda lo fotografa e manda un tweet: “Lui dorme sereno, e voi? Forza Inter!!!”

Ore 15. Wanda chiama il Napoli.

Ore 15.01. Mauro chiama Wanda per sapere cosa dicono a Napoli, ma trova occupato.

Ore 15.30. Wanda posta su Twitter una foto di Totò e Peppino.

Ore 16. Mauro chiede un preventivo al carrozziere per un’eventuale riverniciatura della Lamborghini.

Ore 16.30. Wanda chiama Mauro, chiedendogli perchè non l’avesse ancora chiamata per chiedere della trattativa con il Napoli.

Ore 16.31. Mauro dice che aveva trovato occupato.

Ore 17. Wanda va a lezione di recitazione da Nadia Cassini.

Ore 18. Mauro va dal barbiere per un ritocco.

Ore 18.45. Wanda cerca su internet “frasi napoletane simpatiche”.

Ore 19.30. Mauro chiede a Wanda cosa c’è per cena, Wanda glielo dice e Mauro risponde: “Credo di meritare di più”.

Ore 20.15. Tweet di Wanda Nara: “Cazzimm!!! Buona cena mondo!!! (tranne Cina e Indonesia)”

Ore 21.15. Mauro e Wanda leggono il copione di “Natale a Castelvolturno”

Ore 22.50. Mauro e Wanda vanno a letto.

ore 23. Mauro si avvicina a Wanda, che lo allontana con una carezza: “No, niente bonus”.

ore 23.30. Ultimo tweet della giornata di Wanda: “Buonanotte barboni!”

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Mercato

Ma io preferisco Maurito

 

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Gonzalo Higuain sarà il giocatore più pagato tra quelli che militano nella Juventus e in Serie A. Sette milioni e mezzo (li scrivo in lettere così fanno meno male). Li vale? Per me li vale tutti. Higuain è forte, punto. Nei tre anni del Napoli, tralasciando il tempo trascorso al Real (poi qualcuno mi deve spiegare perché gli è stato preferito uno come Benzema), ha fatto l’impossibile. Si è inventato gol da orgasmo, di destro, di sinistro, di testa, d’anticipo, in progressione, fintando, dribblando, bevendo un chinotto, cadendo sull’ipotenusa. Ha segnato da ogni posizione e in qualsiasi occasione. E sa fare tutto.
Higuain è una macchina da gol.

Ma non è l’attaccante più forte all’interno dell’area di rigore.

E qui vi volevo. Sarò pazzo ma, in quello spazio, negli ultimi sedici metri del campo, Mauro Emanuel Icardi Rivero, nato a Rosario in Argentina, 23 anni fa da madre argentina e padre piemontese e, ahimè, coniugato con la soubrette-agente Wanda Nara, è più forte. All’interno dell’area di rigore ha un fiuto che vale quello di Bobo Vieri prima che la figa lo sommergesse in maniera definitiva. Meno esplosivo, più plastico, un tantino più veloce, di sicuro più cinico.
Lo ripeto, il capitano è più forte. E vi do quattro ragioni, alcune serie altre meno, per rifletterci sopra e convincervi che questa mia affermazione non sia solo frutto di un’opprimente canicola (almeno dalle mie parti). Quattro considerazioni che mi convincono che il più grande acquisito per la nostra squadra potrebbe essere proprio la mancata cessione di Mauro (lo chiamo per nome perché per me è come un fratello).

 

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1) Icardi è più giovane.
E’ più o meno la considerazione che ha fatto Wanda quando lo ha messo a confronto con Maxi “El Galina” Lopez sul suo yacht, scegliendo poi il primo. Mauro ha 23 anni, Gonzalo ne ha 29. Nel calcio non è un particolare di poco conto. Giunture, muscolatura, ginocchia, di solito (non vorrei portare sfiga ad alcuno) reagiscono in maniera differente (chiedere a Milito dopo l’anno del Triplete). Potenzialmente, poi, Mauro ha margini di crescita enormi, inimmaginabili. È ancora da plasmare, non è al suo apice ed è abbastanza arrogante da voler arrivare. Di Higuain sappiamo tutto. Il che non vuol dire che abbia terminato la sua corsa, ma di sicuro il suo ipotetico mol (margine operativo lordo), l’indicatore di crescita e redditività, è risicato.

 

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2) I gol non mentono
E’ giovane, ma non solo. Segna anche. A 23 anni è il giocatore più prolifico della Serie A. Nessuno ha segnato quanto lui alla sua età. 57 reti per 8mila e 900 minuti giocati. Sembra un po’ il calcolo della serva, e forse lo è, ma i numeri, poi in fondo, non mentono mai. Mauro ogni due partite la butta dentro. La sua propensione al gol è di poco superiore a quella che aveva Higuain alla sua stessa età. Nei primi tre anni a Real Madrid (2007-2010) Gonzalo ne ha fatti 32 prima di esplodere in maniera definitiva l’anno successivo con 27 reti in una stagione.
Non solo. Negli ultimi anni è cresciuto anche come uomo squadra. Non è più l’attaccante solitario y final, come lo era stato fin dai tempi delle cantera del Barcellona, ha scoperto anche cosa vuol dire il sacrificio e il significato della parola squadra dispensando assist (otto). Lo avesse fatto prima Osvaldo avrebbe fatto in tempo a fare un altro figlio in Italia.

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3) ADL non è fesso
Si può dire tutto di Aurelio De Laurentis, ma non si può negare che il presidente del Napoli abbia il fiuto per gli affari quando si tratta di intuire il potenziale dei giocatori (ve la ricordate la fioritura di Cavani tanto per fare un nome?). Nel periodo di corteggiamento a Mauro, oltre che promettere un set per Wanda (senza specificare quale), il nostro aveva già pronto un contratto molto ricco con una blindatura da 100 milioni di euro. Più di quella che aveva pensato per Higuain che pure veniva dal Real Madrid e aveva alle spalle, ma anche davanti, una fama da uomo partita.

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4) Il mio amico non è un fesso.
Qualche giorno fa mi sento con un mio amico. Un bravo giornalista, che tifa una squadra minore, con una promettente carriera televisiva. Uno che il calcio lo conosce, lo mastica e lo rende fruibile anche a un pakistano amante del cricket. Uno che ce l’ha con Mancini reo di aver chiesto una pletora di giocatori alla società e di averli bruciati come cerini (Shaqiri, Podolski, Telles, Melo e via di questo passo), e questo me lo rende ancora più simpatico.
Mi chiama e mi dice: “Siete impazziti? Volete davvero vendere Mauro Icardi?”.
La sua obiezione partiva da un mio post cazzaro su Facebook. Nel quale sostenevo, alquanto alterato dopo l’ennesimo capitolo “Wanda lo vende”, che piuttosto che assistere alle paturnie cinematografiche della Nara avrei preferito vedere la coppia volare via da Milano. Con un bel gruzzolo in mano, immaginavo si potesse allestire una corposa lista della spesa.
Sapete come funziona la cosa. Prima di essere allenatori siamo soprattutto direttori sportivi, almeno fino a settembre di ogni anno. E io non faccio eccezione. Come se avessi un ruolo dirigenziale da difendere mi sono calato nei panni di un Ausilio qualsiasi cercando di trovare una logica dietro a una possibile cessione.

Ma non ce n’è.

Il mio amico ha ragione. Maurito non si vende. Non si può vendere. Non se vogliamo essere competitivi nel giro di due anni (voglio stare largo), non se aspiriamo a tornare in Champions. Mauro vale molto più dei 60 milioni offerti da ADL. Non ha prezzo. È un giocatore per il quale vale costruirci una squadra attorno, sul quale puntare in maniera pesante per almeno un lustro. Può essere l’elemento rigenerante.

Perché Mauro non è un Higuain qualsiasi.

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