Amarcord

Yo estoy contigo

di Marco Napoletano

La situazione era questa: 69, 68 e 67. Dopo 90’ diventò questa: 71, 70 e 69.

Avevamo perso qualcosa che era nostro. Mancava un passo, un solo passo.

Io me lo ricordo quel giorno, ero a Roma, ero all’Olimpico, anzi ero fuori dall’Olimpico. Senza biglietto mi faccio tutto il primo tempo fuori dallo stadio in un clima surreale, con le bancarelle che si riempiono di tricolori e bandiere dell’Inter. Poi qualcosa cambia, i tricolori iniziano a sparire e arriva un silenzio surreale, io riesco ad entrare al 15’ del secondo tempo e il silenzio è sempre più assordante. 3-2 per la Lazio e dopo poco 4-2. Quel 5 maggio non si dimentica. Mai.

Non era una squadra di fenomeni, era l’Inter di Toldo, Zanetti, Cordoba, Materazzi, Di Biagio, Coincecao, Seedorf, Recoba, Vieri e Ronaldo. Nessun fenomeno, neanche il Fenomeno quello vero lo è in quella stagione, ma buoni giocatori. In panchina c’è un signore argentino di nome Héctor Raul Cuper.

Moratti è folgorato da questo allenatore che, prima di ogni partita, batte la sua mano sul petto dei suoi giocatori prima di entrare in campo e dice loro “Yo estoy contigo”. Argentino, uomo tutto di un pezzo, con la fama di mago e con una carriera da allenatore esplosa in Spagna. Per lo scaramantico Moratti è il prototipo di allenatore in grado di ripercorrere i successi di papà Angelo con Helenio Herrera. E lui quel paragone non lo rifiuta anzi, il 16 luglio 2001, giorno della sua presentazione alla Pinetina dichiara parlando del Mago Herrera: “se lui disse vinceremo tutto e contro tutti, lo ripeto anch’ io”.

Si presenta così, esattamente con queste parole, Héctor Raul Cuper al popolo interista in quell’estate del 2001. Capelli bianchi, sguardo intimidatorio, severo nei lineamenti, il classico uomo tutto d’un pezzo: el hombre vertical. È questo il suo soprannome dopo aver ottenuto importanti traguardi in Argentina e Spagna con Huracan, Lanus, Maiorca e Valencia. Squadre composte da nessun fenomeno ma da buoni giocatori in grado di ottenere, con l’organizzazione e la sapienza tattica il massimo risultato possibile. Già, il massimo risultato possibile.

Perché questa cosa, noi interisti avremmo dovuto capirla prima. Era facile prepararsi. Bastava andare a consultare un almanacco, un sito internet, un giornale sportivo e sarebbe stato tutto più semplice. Il massimo risultato non significa sempre vincere e noi invece volevamo solo vincere. Hector Cuper non aveva mai vinto nulla, perché avrebbe dovuto farlo all’Inter? Anzi, l’Uomo Verticale aveva sempre fatto una cosa ancora peggiore: arrivava ad un passo dalla vittoria e poi nisba. Per dirla come la direbbe un portoghese che qualcosa l’ha vinta sul serio, Cuper era un uomo da zero tituli ma tanta gloria.

Sempre, l’aveva fatto sempre. Huracan, Maiorca e Valencia. Ovunque. Tutto bello, tutto fantastico, stagioni epiche con risultati clamorosi ma poi in bacheca 2 sole misere Supercoppe in Spagna e una Coppa in Argentina. Andando più in dettaglio, nel 1994 con l’Huracan, che non vinceva il titolo dal 1973, si gioca il titolo del torneo di Clausura all’ultima giornata contro l’Indipendente dopo un campionato da inattesi protagonisti. È facile immaginare i tifosi, carichissimi, pieni di gioia ad un solo passo verso il titolo, ci siamo passati anche noi. Risultato? 4-0 per l’Indipendente e zero tituli.

Con il Maiorca succede la stessa cosa. Il tecnico di Chabas arriva nel 1997, alla prima stagione ottiene un quinto posto in campionato e finale di Coppa di Spagna che ovviamente perde ai rigori con il Barcellona. Nella stagione successiva, oltre al terzo posto in campionato conduce una incredibile cavalcata verso la finale di Coppa delle Coppe dove incontra la Lazio. I tifosi in visibilio assistono alla vittoria sul Chelsea in semifinale e poi in finale assistono al successo dei biancocelesti per 2-1 che si portano a casa l’ultima Coppa delle Coppe della storia.

Con i maiorchini vince una Supercoppa quindi il suo è un quasi zero tituli.

A Valencia el hombre vertical raggiunge l’apice. Con una squadra di allora sconosciuti come Canizares, Mendieta, Farinos, Kily Gonzalez, Claudio Lopez e Angulo compie un autentico miracolo raggiungendo per due anni consecutivi la finale di Champions League e stupendo l’Europa per la qualità del calcio espresso. Tifosi sedotti e abbandonati per due anni consecutivi proprio sul più bello quando ad altrettante finali seguono due sconfitte. Una netta e pesante con il Real Madrid per 3-0 e l’altra forse ancora peggiore contro il Bayern Monaco ai calci di rigore.

Anche in terra valenciana vince una Supercoppa, ma la sua esperienza si chiude con praticamente zero tituli, mentre la stagione successiva arriva Benitez in panchina e il Valencia vince lo scudetto al primo colpo.

E con questo curriculum che nell’estate del 2001, Héctor Raul Cuper arriva all’Inter. E noi tifosi, poveri illusi, ci avevamo creduto sul serio. Dopo una stagione da saliscendi dalla vetta del campionato riusciamo ad essere primi in solitaria dalla 28° fino alla 33° giornata ma all’ultima giornata succede l’impensabile. Succede che l’Inter di Cuper si sgonfia e perde un titolo assurdo. Uno psicodramma surreale che resterà per sempre nella mente di noi interisti.

L’anno dopo, dopo che Moratti sceglie Cuper e non Ronaldo (che torna ad essere fenomeno prima al mondiale e poi al Real), succede una cosa simile, arriviamo secondi in campionato e ci giochiamo la finale di Champions, che manca da una vita, contro il Milan. Un passo dalla finale. Non perdiamo mai, né all’andata né al ritorno ma siamo eliminati e in finale ci vanno i rossoneri che poi la vinceranno anche quella Champions. Eppure avremmo dovuto immaginarlo, ma a noi piace farci del male.

Cuper viene esonerato nel 2003 e chiude la sua esperienza all’Inter ovviamente con zero tituli. La stagione successiva arriva Mancini e l’Inter vince una Coppa Italia.

Poi capita che l’Inter e l’Hombre Vertical avrebbero potuto rincontrarsi da avversari. Nella prima era Mancini, infatti, l’Inter si gioca lo scudetto a Parma, con la squadra di casa in piena lotta salvezza e Cuper è l’allenatore (subentrato in corso d’anno) di quel Parma. Ma, quella che sarebbe potuta diventare una vendetta del tecnico argentino nei confronti della sua ex squadra, un atto di orgoglio, di dimostrazione che lui le partite importanti le può anche vincere diventa un’altra sconfitta. Ghirardi, l’allora presidente del Parma, lo esonera a pochi giorni dal match preferendoli l’allenatore della primavera. Niente Cuper e l’Inter vince lo scudetto e inizia l’era dei tanti tituli.

 Caro Hector, non so se sia stata colpa tua, non so sei tu che porti sfiga e non so cosa sia successo davvero quel maledetto 5 maggio. So che ci ha fatto male, tanto male, ma so anche che da quella sconfitta ci siamo rialzati e abbiamo iniziato a costruire qualcosa che poi ci avrebbe portato fino a Madrid nel 2010 prima con Mancini e poi con Mourinho. Dirti grazie mi sembra eccessivo, perché quel giorno sono stato davvero male, ma proprio fisicamente. Ti dico in bocca al lupo per i mondiali con il tuo Egitto, però occhio che se per caso dovessi arrivare in finale e poi perdere, la situazione potrebbe diventare problematica.

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Undici secondi (Auguri Julio Cruz)

Minuto 8 del secondo tempo. A San Siro si gioca un derby diverso da tutti gli altri perché di là, con i rossoneri, c’è Ronaldo. Ed è lui che decide la partita, fino a quel momento. Ha segnato una rete insolita, nulla a che vedere con gli scatti di un tempo. Si è girato in maniera piuttosto goffa, ed ha sorpreso Julio Cesar con un tiro dalla distanza. Poi, in maniera altrettanto goffa, e poco convinta, ha portato le mani all’orecchio. Una buona occasione per sperimentare l’effetto di cinquantamila fischietti, quelli che i tifosi hanno portato allo stadio per far capire a Ronaldo che la sua non è stata una decisione felice. È il minuto 8 di un derby diverso, perché lo scudetto (il nostro) passa da San Siro e loro possono rallentarci, non certo fermarci. Questo lo sappiamo tutti, l’11 marzo del 2007.

Ma quella è una stagione dove l’obbligo non è vincere. È stravincere, possibilmente conquistando i due derby, perché uno scudetto sul filo del rasoio, dopo quello conquistato in tribunale, non sarebbe accettabile. È il minuto 8 e Hernan esce scuotendo la testa. Si sfila dai capelli l’elastico che distingue il Crespo interista da quello milanista con i capelli corti. Quello che avrebbe meritato una Champions, ma questo non lo diciamo a nessuno. Il tabellone luminoso indica il numero 9, ed è bello che questa storia incominci da qui. Con il 9 più discusso della storia nerazzurra che segna contro l’Inter, un altro 9 in comune (lui mai in discussione, né da una parte né dall’altra) che gioca con il numero 18 e lascia il campo contrariato, e un 9 atipico che entra senza accennare un sorriso. Prima degli allenamenti del Banfield si dilettava a tagliare il campo da calcio con una macchinetta, e a volte si faceva fotografare. Ecco perché lo chiamano El Jardinero, al secolo Julio Cruz.

Undici secondi. Undici precisi. C’è un altro numero 9, il quarto di questa storia, forse il più nove di tutti, che per quella stagione gioca con il numero 8, e va via sulla fascia, lasciando Simic sul posto. Il tempo di mettere il pallone in mezzo, rasoterra. Dida tocca, ma riesce solo a deviare un metro più in là. Poi arriva lui, El jardinero. Come è possibile che uno entrato da 11 secondi sia nel posto giusto, vi spiega la dimensione di Cruz. Uno a uno. un sorriso? E perché mai. Julio si copre leggermente il volto con la maglia e guarda la curva. Nessun riferimento al numero dietro le spalle. Niente pollici ad indicare il numero 9, potrebbe essere il 20, il 18 (senza 1+8), per lui sarebbe davvero indifferente. Si torna a centrocampo, c’è un derby da vincere. Il sole che anticipa la primavera illumina San Siro, la famiglia Moratti si toglie di dosso un quintale di tensione. Perdere un derby deciso da Ronaldo proprio no.

Qualche minuto dopo è Maxwell – uno dei terzini più sottovalutati di questo secolo, o sopravvalutati da chi l’ha chiamato a giocare, o magari a seguire Ibra, nell’Ajax, nell’Inter, nel Barcellona e nel PSG – ad andare via sulla sinistra e mettere un altro pallone al centro. Questa volta Cruz fa il Ronaldo e prova a segnare di tacco. Alto. Allora è lui a trasformarsi in assist man. Non prima di aver rubato un pallone a Jankulovsky, non proprio un tipo leggero nei contrasti. Cruz gli va incontro, gli sradica il pallone da quel 45 di piede che il ceco si ritrova, accelera e poi fa una cosa di un’intelligenza estrema: si ferma, osserva Dida e decide di passare il pallone indietro, rasoterra, a Ibra: è la rete del 2 a 1. Ibra allarga le braccia con il suo fare, Cruz va sotto la curva, a prendersi il boato. C’è tutto Cruz in questi 10 minuti. La generosità, la tenacia, la tecnica (non sempre purissima), il senso della posizione. L’intelligenza. E la pazienza.

L’attaccante meno Morattiano dell’era Moratti: poco appariscente, silenzioso, senza le luci della ribalta addosso. Uno degli acquisti più azzeccati in termini di efficacia e contributo alla causa. La sua vittima preferita è la Juventus, in un momento in cui loro vincono gli scudetti e l’Inter vince a Torino. C’è sempre lo zampino del Giardiniere. Di testa, su punizione, negli assist a Martins, compagno ideale per la capacità di approfittare degli spazi che Julio gli consegna. Ma Cruz è un falso nueve con il fisico da centravanti inglese di inizio ‘900. Un metro e novanta per 84 chili (a Bologna 90), eppure capace di giocare anche da seconda punta, sacrificarsi – e per forza, se i tuoi compagni si chiamano Adriano, Crespo, Ibra, qualcosa dovrai pur inventartela – e segnare gol bellissimi come il pallonetto all’Arsenal in Champion’s League, in una delle partite che Cruz ricorda con maggior piacere, perché arrivata in un momento difficile per l’allenatore dell’Inter di allora, Hector Cuper.

Eleganza, tecnica, pazienza. Tanta. Ma anche garra, una qualità che di solito viene riconosciuta agli uruguagi, più che agli argentini. Ora, sarà perché noi abbiamo avuto nelle nostre fila Recoba e Alvaro Pereira, vale la pena ricordare che per fortuna esistono delle eccezioni anche in argentina. La garra del jardinero la vedi non soltanto quando sradica il pallone dai piedi di Jankulovsky, ma anche nella sfortunata notte di Valencia, quella che poteva essere lo sliding door si Mancini, invece consegna ai quarti di finale il catenaccio spagnolo, con rissa finale. Il più incazzato – e no, non mi vengono termini più adatti – è proprio Julio.

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Con Mancini Julio diventa indispensabile. E vince. Quattro campionati, due coppe italia e tre Supercoppe italiane. Con Mourinho il feeling è diverso, il portoghese ha altre idee, sebbene nel primo anno non sia chiaro nemmeno a lui quale sia la sua coppia d’attacco. Accanto a Ibra giocano, a turno, Adriano, Balotelli, Crespo (pochissimo), addirittura Obinna. La grandezza di Cruz sta nell’accettare il ruolo consapevole che c’è chi è pagato per prendere delle scelte e chi per rispettarle. Andrà via senza troppi clamori all’alba della stagione del triplete, ed è un peccato vedere più spesso Recoba, a San Siro, che lui. Perché questo argentino silenzioso e rispettoso ha segnato 75 reti in sei anni di Inter. Niente male per un (falso, ma mica poi tanto) nove capace di risolvere le partite in undici secondi. Undici.

 

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Buon compleanno Ronaldo, auguri a te, a me e al nostro lato oscuro (romanzo di formazione in poche righe)

Il Loggionista

Nel ’97 avevo quattordici anni, una mattonella di brufoli in faccia, un corpo che perfino Madre Teresa avrebbe ritenuto irricevibile e una pena aggiuntiva: non poter usare il motorino a Milano, “che è tanto pericoloso”. Non ero l’unico a sognare di essere invisibile, in classe. Il metro della mia impopolarità rimane impresso nella finale del torneo di calcetto che conquistammo grazie ad una delazione. Il prof di ginnastica non si era accorto che gli avversari schieravano un paio di fuori quota. La nostra disfatta sul campo venne cancellata e passammo a tavolino. Alla fine dell’anno ero diventato anche “sbirro”.

Però, nascosto tra zainetti di sfiga, le risatine delle compagne ad ogni ingresso in classe e qualche piccolo episodio di bullismo (rimanere appeso all’attaccapanni del corridoio per tutto l’intervallo non era male, in fondo, ma posso dirlo solo adesso), avevo un amico ed un eroe.

Il mio amico M. era palesemente figlio di un massone. In casa sua c’erano un sacco di affreschi strani, triangoli disegnati, compassi alle pareti, tutto un immaginario che allora mi sembrava solo di pessimo gusto. Studiavamo sempre assieme, con M.
Poco, e male, anche perché sua mamma, alle cinque, anziché offrirci il thè sfornava un pesantissimo spezzatino con le patate arricchito da ricchi bicchieri di bonarda. Ogni giorno. Rifiutare era impossibile. Le prime sbronze della mia vita le ho prese tra triangoli e compassi. Col Rocci aperto sul tavolo. Un piatto di spezzatino a lato. E i discorsi che dall’aoristo finivano sempre sul calcio. Biascicando.

M. era il mio lato oscuro. Era bello e pieno di ragazze. Fumava le canne e in vacanza andava in discoteca. Poteva fare tutto quello che a me era proibito e che in fondo nemmeno sognavo. Per questo passavamo tutti i sabati sera assieme. Sua mamma sperava che la mia compagnia lo tenesse a bada. Mia mamma, che la sua compagnia mi svegliasse. Noi ci volevamo bene perché in una classe di tutte ragazze eravamo i soli a parlare di calcio. Giocavamo assieme con una intesa rara, da Holly e Benji. Lui spaccava le difese e io facevo gol, l’unica cosa in cui mettevo un po’ di cattiveria. Ci trovavamo senza guardarci e dopo ogni gol ci abbracciavamo come due bambini. Forse perché eravamo davvero due bambini, anche se scavalcando le transenne di San Siro ci sembrava di essere adulti e consumati.

Quell’anno Telemontecarlo regalava in diretta una partita del campionato spagnolo. Tutti i sabati sera. Non c’era Sky, internet era una parola stramba e di smartphone nemmeno l’intenzione. Eppure di Ronaldo si parlava già tantissimo. M. accendeva un cannone, nella nebbia davanti allo schermo potevo intravedere solo questo folletto brasiliano in maglia rossoblù, o verde chiaro, che tagliava le difese slalomando e mettendoli a sedere tutti.

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Ronaldo non ci sembrava vero. E i nostri sabato sera quattordicenni, in casa, sembravano proiezioni da un’altra dimensione. Pregavamo che venisse a Milano. Era un appuntamento fisso.

Poi Ronaldo è arrivato da noi. Aveva le fattezze di un cartone animato ed era impossibile volergli male. Faceva delle cose che non avevamo mai visto fare a nessuno. Provavamo ad imitarlo rendendoci ridicoli. Ma eravamo felici. Avevo un amico ed un eroe, Ronaldo. Quando abbiamo vinto la UEFA ho pianto un po’, come fosse un riscatto. Quando ci hanno rubato il campionato ho ritagliato la foto del fallo di Juliano e l’ho messa da parte, perché era la plastica rappresentazione dell’ingiustizia, e pensavo a quel fallo anche quando mi interrogavano a sorpresa, o collezionavano un due di picche perfino da una ragazzina con l’apparecchio: ingiustizia, come Ronaldo. Incompreso, come Ronaldo.

Intanto le canne di M. divennero troppe. A scuola si faceva vedere meno e anche i nostri pomeriggi si diradavano. Il combinato disposto dalle nostre mamme era fallito. Nuovi amici, nuove compagnie, qualche puntata scavalcando allo stadio come vecchi reduci, ma poco di più. Comunità, mi disse sua mamma offrendo spezzatino agli amici di suo fratello. Io non capivo. Avevo perso un amico. Mi era rimasto l’eroe.

La mia personale rinascita sarebbe arrivata pochi mesi dopo. Mi piace farla coincidere non solo con la fine della pubertà ma anche con il momento in cui mia mamma si convinse che andare in giro in scooter non era così pericoloso. Anche perché il liceo distava ottocento metri da casa. Lo Stadio molti di più, ma con Ronie in campo non poteva succedermi nulla.

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6 May 1998: Ronaldo of Inter Milan scores their third goal during the UEFA Cup final against Lazio at Parc des Princes in Paris. Inter Milan won the match 3-0. Mandatory Credit: Shaun Botterill/Allsport

Luiz Nazario da Lima è stato il mio romanzo di formazione. Non sono riuscito a fischiarlo nemmeno quando, imbolsito, un Elvis fine carriera, ci ha segnato contro con la maglia del Milan. È bastato Cruz a ribaltare la partita. Eravamo tutti più grandi, più vaccinati ai dispiaceri, più consapevoli. Ma non riuscivo a volergli male. E secondo me nemmeno lui, a noi. Con quella pancetta rossonera risultava poco credibile perfino a se stesso. Una copia conforme del suo stesso mito. Una pagina che avrebbe evitato volentieri.

Guardo a quegli anni con immensa tenerezza. L’idea che Ronie possa compierne quarant’anni fa effetto, soprattutto se ne hai trentacinque e vivi in un paese in cui l’orologio biologico entra nell’agenda quotidiana per una réclame di un ministero, e non perché mancano lavoro fisso e asili nido. Ma sono altre storie. Chissà come sta Ronie, oggi. E chissà che fine ha fatto il mio amico M. Domenica aspetto un attimo ad entrare a San Siro. Magari sbuca dall’ippodromo e proviamo a scavalcare, come una volta. Sarebbe un sogno bellissimo, no? Magari ci rolliamo una canna, fumo anch’io per la prima volta e insieme ci mettiamo a pregare il nostro santo laico. “Massimo, ti prego. Ce lo compri Ronaldo?”

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Odi et Amo: fenomenologia di un amore

Perché Ronaldo si ama, nonostante tutto

Sono stato un privilegiato. Uno dei pochi tifosi ad aver visto un marziano giocare nella propria squadra. La luce divina è scesa su San Siro nell’anno di grazia 1997/1998, poi ha preso piano piano ad oscurarsi, fino a eclissarsi. Ma questo non me lo ricordo, o forse non voglio ricordarlo, accecato d’amore e di bellezza. Ho visto il Fenomeno giocare, e da allora nulla è stato più come prima. Nessun dribbling, nessuna discesa in campo aperto, nessun sorriso. Ci sono voluti anni per ammettere che anche quell’altro, quello portoghese, fosse degno di chiamarsi così. Un onore conquistato sulla continuità, sulla forza muscolare, sulla progressione e sui gol. Ma Luis Nazario era comunque un’altra cosa. Mi diranno del tradimento, del suo passaggio al Milan e dell’esultanza nel derby. Ma questo suo farsi uomo, così laico, e così lontano dalla pubblicità di qualche anno prima che lo ritrae come un Redentore, andando a giocare con quegli altri, l’ho persino apprezzato. In fondo a loro non ha mica fatto vedere ciò che ha fatto vedere a noi. Interismi. Ci sono giocatori che non hanno bandiera, eppure nessuno si azzarderebbe a chiamarli mercenari. Uno su tutti è Roberto Baggio. Juventus, Milan, Inter; Roberto, se non si fosse chiamato Baggio, e se non fosse stato il campione di umiltà e correttezza che è stato, sarebbe passato alla storia come un voltagabbana. Ronaldo è un altro di quei giocatori troppo forti per legare il suo nome ad una squadra sola. Ma nel nome dell’Inter ha vissuto l’estasi di una stagione favolosa, il dramma di uno scudetto perduto e la fine simbolica della sua prima vita, dopo l’infortunio dell’Olimpico. Quel campo maledetto, dove piangerà ancora. La sera del crack, mi sono girato dall’altra parte. Non volevo guardare il ginocchio, non volevo guardare il suo volto. Perché come tutti sapevo che il calcio aveva perso per sempre il più grande giocatore di tutti i tempi. Il più grande, e non accetto discussioni consapevole della mia partigianità. Lo sapevo io, lo sapeva Lippi, lo sapevano i compagni con le mani tra i capelli. Riavvolgo il nastro e penso al dribbling con il quale fa sedere Marchegiani. Nella notte in cui Nesta va a vuoto più volte che in un’intera carriera. Di Mosca, e della sua danza nel ghiaccio ho già parlato troppe volte. Il fenomeno in calzamaglia è l’immagine che vorrei conservare, idealmente, in una di quelle sfere in cui la neve va su e giù. Una palla di ricordi nella quale Ronnie resta sempre lì, immortale, non soggetto alla caducità del corpo, del tempo e di un fisico troppo esile per poter reggere quelle sterzate nel fango. Ronaldo è un sorriso a trentadue denti, anche se tutti ne ricordiamo due, e il pianto disperato di un bambino che una notte, quella più sbagliata, chiede di andare via. O me o Cuper e questo è l’unico particolare della storia che avrei voluto omettere, io che per Hector sarei andato anche in guerra. L’abbiamo visto vincere ancora in un Mondiale noioso e pilotato male dai coreani, poi ne abbiamo seguito distrattamente gli anni di Madrid, dove era uno dei tanti, e una sera ci siamo ritrovati persino a dover scegliere di tifare tra lui e la Juventus, sognando di affrontarlo e batterlo in una finale di Champions che non giocheremo, perché Kallon (mica il fenomeno) sbatterà contro Abbiati un pallone che poteva ribaltare uno stadio. Io ti ho perdonato, Ronaldo. Perché se l’Inter è una cosa da raccontare ai nipoti non si può non raccontare del Fenomeno. Quello che abbiamo visto solo noi. Perché un po’ voglio pensare che l’hai fatto apposta a non farti vedere più così bello, veloce e sorridente con la maglia di quelli là.

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Perché Ronaldo non si ama 

Un intero rettilineo in dormiveglia, il colpo di sonno più lungo della mia vita. I radiogiornali che si rimpallano la notizia della morte di Lady D e noi che impavidi risaliamo l’Italia per vedere il suo esordio. Partenza notturna, stanchezza terribile e inevitabile colpo di sonno. Il mio amico che si sveglia  a metà di quel ponte sospeso sugli Appennini e si accorge che dormo, con il piccolo e non trascurabile problema che guido io. Ho rischiato la vita per Ronaldo, l’ho amato, ho vissuto l’estasi calcistica del suo primo, incredibile anno e sono caduto nel grande equivoco della sua sincerità, della purezza delle sue lacrime, tutte le sue lacrime. Da quelle versate dopo lo schianto con Iuliano, quando disse che era molto triste e chi chi amava il calcio non poteva non esserlo a quelle disperate del 5 maggio. Non ho mai visto un giocatore determinante come Ronaldo, non ho mai più visto San Siro scossa dall’elettricità che la attraversava a ogni sua giocata, a ogni singola folle accelerazione del Fenomeno. Mi sono commosso per le sue finte su Marchegiani e Nesta, ero a Parigi quella notte e ho pensato di aver assistito a una nuova forma d’arte, a un’estrema declinazione del balletto applicato al calcio. Sono uno di quelli che può dire di aver vissuto un’esperienza calcistica paranormale, uno degli abbonati di quella stagione (1997/98), e delle successive, tra infortuni e drammi personali. Ho pianto per Ronaldo, pianto singhiozzando come per un lutto quando il suo ginocchio ha deciso di rifiutare quella muscolatura ipertrofica e di respingere le sollecitazioni e si è rotto nel dì di festa, in quella stupida partita di Coppa Italia che doveva segnare il ritorno del più forte di tutti. Ho sofferto per un addio un po’ vile, perché una storia così bella e poi drammatica non può e non deve finire con una fuga notturna e poche, frettolosissime parole. In quel caso, anche in quel caso me la son presa con la Società e la sua fragilità estrema e non con il Fenomeno, che diceva di essere stato costretto ad andarsene da Hector Cuper, dal povero e perdentissimo Hombre Vertical. Difficile rimanere troppo a lungo in una squadra in cui non si vince mai, nemmeno quando ti mettono accanto Vieri e uno dei tuoi idoli, Roberto Baggio. Lo avevo perdonato, continuavo ad amarlo. Poi ha scelto di insultare il nostro amore incondizionato e la sua stessa intelligenza passando due stagioni grottesche al Milan, senza negarsi il piacere di un gol nel derby, un gol velenoso con un’esultanza velenosa, anche se continuo a pensare che il danno ormai fosse fatto. Ronaldo è stato il più strepitoso calciatore che io abbia visto scendere in campo con la maglia dell’Inter ma anche uno dei meno degni di indossarla, alla lunga. Il professionismo porta a scelte difficili ma ci sono cose che per rispetto di una travolgente storia d’amore non andrebbero fatte, per preservarne il ricordo e il valore. Ronaldo è quella che ti lascia e e per farti soffrire si mette con il tuo nemico più insopportabile, quello che vive in funzione delle tue sconfitte. Non importa che il Fenomeno sostenga di aver chiesto di tornare all’Inter e di aver scelto il Milan solo dopo il rifiuto. C’erano almeno altre 20 squadre che lo avrebbero voluto e ricoperto d’oro, il Milan è stata una scelta libera e ponderata, esultare dopo quel gol (alla fine di una settimana drammatica per noi, quella della sconfitta di Valencia e conseguente rissa in campo), sono state scelte libere e mature. Il mio non è odio, ci mancherebbe. Ronaldo non merita di essere odiato, è così patetico con i suoi prodotti per la ricrescita dei capelli, il ventre gonfio e le partite di poker, così minuscolo quando chiede di essere inserito tra i grandi della storia dell’Inter ed è così piccolo il danno che ci ha fatto con  quelle stagioni milaniste che quasi vale la pena di dimenticare. Infatti Ronaldo non merita di essere odiato perché piuttosto è l’indifferenza, la più colossale indifferenza l’unica moneta di cambio che meritano le sue scelte. Ricordando con affetto il ragazzo simpatico e che arrivò a Milano nel 1997 portando in dote il Pallone d’Oro, dimenticando il signore sovrappeso e grottesco che ebbe voglia di segnare in un derby per vedere che effetto avrebbe fatto la sua esultanza rabbiosa ma non troppo.

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Lettera a Gabriel Barbosa e al suo buffo soprannome nel giorno del probabile esordio

Caro Gabriel,

ti scrivo questa Mia nel giorno del probabile esordio con la maglia della squadra che amo, tifo e sopporto da parecchio prima che tu nascessi. Non ci siamo mai visti e mi pare d’obbligo una presentazione formale, per stabilire dei rapporti cortesi in attesa di scegliere se essere amici o rimanere buoni conoscenti.

Noi siamo l’Inter.

A voler essere più precisi e meno approssimativi, siamo i tifosi dell’Inter. Devi sapere Gabriel che ci sono giocatori che a causa nostra se la sono vista brutta e a suon di fischi hanno perso fiducia nei propri mezzi, che i fischi fossero giusti o terribilmente gratuiti. Siamo generosi e innamorati, passionali ed esigenti, lunatici e del tutto incoerenti ma ci siamo, sempre. Abbiamo una naturale propensione a innamorarci di quelli talentuosi e discontinui e tu sembreresti capitato a proposito.

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Non vogliamo nasconderti che noi si cercava quell’altro Gabriel, quello che se n’è andato a Manchester a prendere pioggia e applausi e a diventare un giocatore mostruoso grazie a Pep, ma sei arrivato tu e ci siamo comunque entusiasmati. Certo ad alcuni di noi quel soprannome pare un po’ azzardato, una roba da ganassa. Sei arrivato come Gabigol e ci siamo un po’ preoccupati tutti, perché di attaccanti buoni caro Gabriel dalle nostre parti ne sono passati tanti, ma non uno che avesse osato aggiungere il suffisso -gol al nome di battesimo o al cognome. Certo, ce n’è uno che chiamavamo BoboGol, ma è tutta un’altra storia e comunque il ragazzone se l’era meritato in campo facendone carrettate, di gol. Con grande saggezza hai optato per il più sobrio Gabriel B, che però non ti mette al riparo dalle nostre altissime aspettative. Ci dicono che sei uno che salta sempre l’uomo, che gioca di fioretto e vede la porta. Non sono credenziali da poco. Ci dicono anche che hai un piede solo, che nonostante la compattezza non sei particolarmente potente e che è difficile che tu possa giocare prima punta e anche questi non sono difetti da poco.

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Alcuni di noi vivono ancora l’incubo dell’inadeguatezza di Recoba, potenzialmente uno dei migliori di sempre e nella pratica solo una terribile incompiuta. Caro Gabriel cerca di non essere quella roba lì, prova a stupirci con concretezza e corsa. Il campionato italiano può essere molto cafone, te lo diciamo ora perché tu poi non abbia di che stupirti. Tu sei Gabriel Barbosa, titolare della Seleçao, ma qui non frega nulla a nessuno. Qui sei uno dei tanti che devono passare la prova dei tacchetti di vecchi mestieranti come Dainelli e Cesar, come Barzagli e Gastaldello, gente di cui ignoravi l’esistenza (tranne Barzagli, presumo), e che invece renderà la tua vita un po’ più complicata a suon di pedate. Tanto tempo fa esordì nell’Inter un altro giovane brasiliano, un giocatore che arrivava con credenziali diverse dalle tue, già acclamato come il più forte del mondo, forse uno dei migliori di sempre. Giocò un primo anno memorabile ma la sua partita d’esordio fu complicata, il caldo e il Brescia di Giuseppe Materazzi trasformarono una festa annunciata in una giornata diversa, più complicata e che terminò con il trionfo di quell’altro, di quello che tra i due sarebbe l’esempio da evitare, di Alvaro Recoba. Ecco Gabriel Barbosa, noi siamo questi e siamo pronti ad innamorarci delle tue funamboliche giocate, basta poco per infiammarci e questa è la partita giusta, perché potrebbe essere davvero faticosa, perché c’è la concreta possibilità che tu possa entrare in campo per cercare di sbloccarla o di rimetterla in sesto. Certo, come parte di un gruppo e non come solista, perché qui c’è da correre Gabriel, c’è da aiutare e da inserirsi in una cosa che comincia a prendere forma e potrebbe essere bellissima. Noi siamo questi e tu chi sei?

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Buona serata Gabriel Barbosa, questi sono i casi in cui i veri paraculi augurano ai giocatori di divertirsi. Siamo sinceri: giocare contro l’Empoli al Castellani non è mai stato divertente. Non lo escludiamo in senso assoluto e se ci riuscissi sarebbe fenomenale, ma è molto complicato. Piuttosto possiamo augurarti di esordire e non restare in panchina e di cercare di renderti utile rimanendo te stesso,  che sembra un po’ una contraddizione per un funambolo ma se ci pensi bene non lo è. Forza Gabriel Barbosa, di Gabigol parleremo più avanti.

Tuo,

Il Nero e l’Azzurro

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Amarcord

Inter, do you remember Coppa Uefa?

Non sono mai stato in Europa oltre il campo di San Siro (Samuele Bersani, Coppa Uefa)

Mauro, Frankie, Samir, non facciamo scherzi. Che già giocare contro una squadra che ha il suffisso Sheva nel nome mi mette di cattivo umore, e mi ricorda Cordoba puntualmente uccellato dal numero 7 rossonero. Non facciamo troppo gli spiritosi, perché la Coppa Uefa è una cosa seria, anche se gli hanno dato questo nome globish “Europa League” che ne ha svilito il fascino. Quando ero piccolo litigavo con gli amici milanisti perché amavo ricordargli che quelle nostre Coppe erano trofei veri, tornei sudati dove si giocava contro quattro squadre spagnole, quattro tedesche, quattro inglesi e poi quelle terribili portoghesi come lo Sporting Lisbona e il maledetto Boavista, fino alle slave come Partizan di Belgrado. Ma sopratutto si giocava contro le italiane, ed era un incubo, perché quando affronti in un quarto di finale l’Atalanta o in semifinale il Cagliari che ha già fatto fuori la Juventus, hai tutto da perdere.

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La prima grande finale nerazzurra si giocò contro la Roma, nel 1991. Due a zero a San Siro con Matthaeus e Berti, poi uno a zero per loro all’Olimpico in una delle partite più trapattoniane della storia, con l’Inter che non esce mai dai 16 metri e un raccattapalle che si prodiga a far riprendere il gioco velocemente per aiutare la sua squadra a raggiungere almeno i supplementari. Il raccattapalle, che all’epoca ha 14 anni, si chiama Francesco Totti e vorrebbe tanto aiutare Rizzitelli liberarsi dalla marcatura di Ferri e Bergomi. Quel torneo vide una rimonta prodigiosa contro l’Aston Villa (da 0-2 a 3 a 0), l’ostacolo Atalanta e la semifinale contro lo Sporting Lisbona. Ma per noi “Coppa Uefa” vuol dire anche la cavalcata di Berti ragazzo magico contro il Bayern Monaco, due anni prima. Uno di quei gol che restano per sempre impressi nella memoria, perché c’è la voce di Bruno Pizzul che si emoziona, la neve intorno in campo, gli emigrati italiani che piangono di gioia. Sopratutto c’è la consacrazione di un ragazzo, Nicola, a idolo nerazzurro di sempre.

Poi i tedeschi ci sbatteranno fuori a Milano, in una partita scellerata, ma questa è un’altra storia. Do you remember Coppa Uefa, nella stagione in cui ci siamo salvati all’ultima giornata o giù di lì, mentre i nostri olandesi (da dire sottovoce, per non nominare invano quelli degli altri) aspettavano il mercoledì sera per farsi belli. Quella Coppa (1993/1994) porta, ancora una volta, i nomi di Berti (che gol il suo a Salisburgo), Jonk e Zenga. Dennis Bergkamp gioca male in campionato ma in Uefa mostra di ricordare bene come si gioca a calcio. A settembre, contro il Rapid Bucarest l’olandese mette in mostra il suo repertorio. Tripletta e gran gol in acrobazia. Alla Bergkamp. Passa il turno da solo contro gli inglesi del Norwich, segna un gol fondamentale nella semifinale contro il Cagliari. Il timido e pauroso giocatore che vediamo in campionato si trasforma nel campione che vedremo solo altrove, in nazionale e nelle sue meravigliose stagioni inglesi, all’Arsenal.

6 May 1998: Ronaldo of Inter Milan scores their third goal during the UEFA Cup final against Lazio at Parc des Princes in Paris. Inter Milan won the match 3-0. Mandatory Credit: Shaun Botterill/Allsport

6 May 1998: Ronaldo of Inter Milan scores their third goal during the UEFA Cup final against Lazio at Parc des Princes in Paris. Inter Milan won the match 3-0. Mandatory Credit: Shaun Botterill/Allsport

Parlare della Coppa del 1998 è fin troppo facile. È l’antidoto al 27 aprile, allo scontro tra Iuliano e Ronaldo. È una Coppa che fa rima con “Fenomeno“, perché la copertina di quel trionfo non può che essere il dribbling a Marchegiani che suggella una finale questa volta sì, dominata. Ma è anche il tiro all’incrocio del Capitano, uno dei tre-quattro azzeccati in carriera. È Ronaldo, ancora lui, che danza divinamente sul ghiaccio a Mosca, lo sciuscià Moriero che lustra i turni meno nobili, i sedicesimi contro il Lione e difficilissimi ottavi contro lo Strasburgo, quando si rimonta dallo o – 2. C’è sempre una grande rimonta da ricordare. Ai quarti c’è lo Shalke ed è una partita perfida, perché un anno prima proprio i tedeschi ci hanno soffiato la Coppa un anno prima dopo l’estasi del gol di Ganz all’ultimo secondo e dopo che Zanetti e Hodgson, due tra le persone più miti del mondo, erano riusciti a litigare prima dei calcio di rigore maledetti. Ma sono tre coppe e una semifinale in otto anni. Ok, non saremo il Siviglia, che ne vince tre di fila, ma siamo l’Inter e tanto basta. Non facciamo gli stronzi, ragazzi. Che questa è una Coppa seria.

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Cronache

Prima esegesi del deboerismo

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In piene Olimpiadi, la Gazzetta dello Sport dedica all’Inter le prime cinque pagine e c’è quasi da stropicciarsi gli occhi. Il paginone dell’intervista a De Boer è pieno di cose interessanti e anche di cose che volevamo sentirci dire. Frank l’oggetto misterioso, almeno nei propositi, dimostra idee chiare. E con eleganza va dritto al punto senza mandarle a dire.

Gennaio. “Vedremo la mia Inter dopo 4 mesi, questa è la normalità. A gennaio sapremo veramente chi siamo”. Del resto, cosa chiedere a uno che è arrivato a meno di due settimane dall’inizio del campionato? Piuttosto, un auto-appello a noi tifosi: se in questi quattro mesi le cose non andassero proprio benissimo, evitiamo ingenerosi confronti col il pari periodo 2015 del Mancio 2 (i quattro mesi migliori del suo mandato). Esigenti e pazienti, finchè si può.

Undici. “Si gioca in undici, anzi con tutta la rosa. Bisogna seguire una direzione, seguirla e coinvolgere l’intero gruppo”. Messaggio preciso, non solo a uso interno ma anche per il mondo Inter. De Boer riparte subito dal più evidente fallimento di Mancini, quello di aver perso feeling (anche) con la squadra.

Il 4-3-3. “E’ vero, preferisco il 4-3-3, ma possiamo fare pure altro, come il 4-2-3-1. Non c’è nulla di male a cambiare. Voglio che la mia squadra sappia cambiare due-tre sistemi anche nella stessa gara, ma occorre una crescita generale dei ragazzi: ogni cosa passa dalla disponibilità e dalla qualità dei giocatori”. Certo che non c’è nulla di male a cambiare. E’ un verbo che ci spaventa un po’ dopo gli eccessi di fantasia del Mancio, ma con De Boer confidiamo in un’evoluzione. Se il transito è dal sistema random a quello organizzato, siamo tutti con lui.

Il contropiede. (domanda riferita al marchio di fabbrica di Herrera e Mourinho) “Non voglio cambiare la storia dell’Inter, ma dobbiamo attaccare e difendere insieme. Se ci sono momenti in cui si è stanchi, si può anche giocare a tratti in contropiede. Ma mai tutti dietro e due là davanti a risolvere le cose…”. Difficile attendersi una risposta diversa da un olandese che ha giocato anche 150 partite nel Barcellona. Un tempo l’avremmo chiamato calcio totale, adesso non so. Di sicuro, alla sua squadra chiederà di fare gioco, sempre. Spalanca una porta aperta.

Attaccanti. “I miei attaccanti segnano molto, ma devono garantire il giusto apporto anche in fase difensiva. Ronando al Psv fece 30 gol ma non vinse nulla”. Problemi di orecchie che fischiano per Maurito (nell’intervista questo è solo il primo messaggio rivolto a lui). Il centravanti ideale di De Boer è la sintesi tra l’Icardi delle ultime due stagioni e il Pellè di Italia-Spagna. E Maurito ha tanti pregi ma gladiatore ancora non è, proprio no.

Icardi. “Ha solo 23 anni e ha segnato tantissimo. Sa che non è solo merito suo, ma di tutta l’Inter. Ogni giorno deve arrivare ad Appiano per diventare un giocatore migliore, in campo e fuori, curando pure il cibo e ogni altra cosa che possa alzare l’asticella. Il giorno in cui pensi di aver raggiunto il top allora sei finito”. Amen.

Icardi 2. “I suoi movimenti sono già fantastici, magari a volte deve capire che è meglio proteggere la palla e giocare semplice per l’interesse della squadra”. C’era bisogno di uno che gli facesse un po’ il culo, diciamolo.

Quelli bravi. “Banega è un giocatore fantastico, può fare tutto: giocare a ridosso di Icardi, ancor meglio qualche passo indietro, bravo pure da regista. Ha qualità, è ciò che ci serve. Uomini come lui, Candreva e Perisic sono fondamentali, perchè io amo la gente che sa giocare la palla a prescindere”. No, perchè uno dà per scontato che l’allenatore faccia giocare quelli buoni a prescindere, ma non è sempre così… Arriviamo da 20 mesi in cui lo è stato a brevi tratti, e per il resto 1-2-3 casino.

Obiettivi. “Entrare in Champions, non ci sono storie. Il resto dobbiamo vederlo, ci proveremo”. Molto bene. E speriamo che Frank non sia uno che deprime le ambizioni, fossero anche eccessive. “Ci proveremo” ci piace.

La Juve. “Non è così sicuro che sia più forte dell’anno scorso. Non sappiamo se i grandi nomi sapranno anche essere squadra”. Con l’ottimismo e la positività siamo già avanti. Adesso gol, gioco e zebedeos. Cioè, viene il difficile. Tocca a te, Frank.

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