La Tattica

Torino – Inter: la lavagna tattica

di Michele Tossani

Un Inter che spreca nel finale con Perisic la possibilità di portare a casa i tre punti pareggia 2-2 la partita contro un Torino che comunque non ruba nulla. Alla fine infatti le statistiche parlano di una leggera prevalenza nerazzurra in termini di possesso palla (56% a 44%) ma di sostanziale equilibrio sia in termini di tiri effettuati (15 per gli uomini di Pioli; 10 per il Toro) che di tiri nello specchio della porta (6-5 per i Granata). Pioli conferma il 4-2-3-1 con Kondogbia e Gagliardini in mezzo al campo; D’Ambrosio e Ansaldi sono i terzini mentre Banega agisce da numero dieci dietro Icardi.

Mihajlovic invece presenta molte novità schierando una difesa composta da Zappacosta, Rossettini, Moretti e Molinaro e proponendo un centrocampo più muscolare con Lukic in mezzo a Acquah e Baselli. In avanti Iturbe è il terzo attaccante insieme a Ljaijc e Belotti.

Rispetto al solito, quella che si è vista a Torino è stata una Inter meno offensiva del solito, con un baricentro più basso (49.2 metri) e che ha sofferto la tattica grinta e ripartenza impostata da Sinisa Mihajlovic. In particolare sono apparsi in difficoltà sia Kondogbia che Gagliardini, opposti alla vigoria atletica di Acquah e Baselli mentre Lukic ha svolto il suo ruolo di metronomo e frangiflutti davanti alla difesa. Sul gol del ghanese Gagliardini scivola in fascia per raddoppiare (senza successo) su Iturbe con il francese che segue Ljajic e con Acquah che si trova libero di concludere in porta.

Allo stesso tempo la retroguardia granata ha annullato Icardi e Banega. Il primo è stato spesso tagliato fuori dalla manovra interista col risultato che alla fine lo ha visto toccare soltanto 24 volte il pallone, riuscendo a realizzare appena un tiro verso la porta di Hart. Lo score del centravanti interista recita anche 9/16 passaggi riusciti con ben 11 palloni persi. Più nel vivo della manovra Banega con 33 passaggi effettuati ed una precisione dell’87% ma anche l’ex Siviglia è alla fine risultato poco incisivo, ben coperto da Lukic.

Gli inserimenti di Eder e Brozovic garantiscono all’Inter quella profondità che era mancata nel primo tempo e gli ingressi dei due alzano anche il ritmo della partita. Con Mihajlovic che, giustamente, non si accontenta di un pari che sarebbe inutile per il Torino a questo punto della stagione e con questa situazione di classifica, l’Inter vede aprirsi delle praterie da sfruttare in contropiede nei 15 minuti finali.

Tuttavia i ragazzi sprecano almeno 5 palle gol di cui 3 con il solo Perisic autore di una prova incolore. Il croato infatti non soltanto ha sprecato sotto porta (0/4 nei tiri) ma ha anche perso 19 palloni e registrato una percentuale bassissima di passaggi riusciti (62%). Imprecisione che è comunque stato un fattore generalizzato e caratterizzante la prova nerazzurra con l’Inter che ha registrato una media di squadra nella precisione di passaggi di appena il 78% (non meglio il Torino col 77% a dimostrazione di una partita frenetica ma molto imprecisa).  A questo si aggiunga l’errore del croato in fase difensiva in occasione del primo gol granata, su azione di calcio d’angolo: in quella occasione Perisic, abituato a marcare a zona, si perde Baselli, liberato da un prolungamento di Moretti.

Sull’altro lato del campo c’era un Candreva a corrente alternata, abile a trovare il gol del 2-2 ma che ha avuto a che fare con un cliente difficile come il ripescato Molinaro, titolare dopo oltre sei mesi. Alla fine quindi un pareggio che frena la rincorsa dell’Inter e che si sarebbe potuto trasformare in una vittoria (che non sarebbe risultata scandalosa) con un po’ più di attenzione in zona gol, soprattutto nel finale.

 

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Editoriale

Il lodo Bacca, ovvero: l’importanza di essere vestito bene

“Per avere, al termine della gara, nel recinto di giuoco, già sostituito ed in abiti civili, protestato in maniera plateale e veemente nei confronti di un Arbitro Addizionale, avvicinandosi con atteggiamento aggressivo nei confronti del medesimo, finché non veniva trattenuto ed allontanato a forza dai dirigenti e dall’allenatore della propria squadra”, Carlos Bacca (Ac Milan) è stato squalificato per una giornata (più multa di 10mila euro).

Apperò.

Scusa, proseguo. I dirigenti Adriano Galliani e Rocco Maiorino “per avere rivolto, al termine della gara, nell’area antistante gli spogliatoi, frasi offensive nei confronti dei tesserati della squadra avversaria”, sono stati ammoniti con diffida, mentre la società pagherà un’ammenda di 5.000 euro “per avere omesso di impedire l’ingresso nel recinto di giuoco di un dirigente non inserito nella distinta di gara” (una roba da calcio minore, sono lì che gli tremano le palle per il closing e non mettono i dirigenti in distinta). E poi mettici, negli spogliatoi, lo sgabello sfasciato e i due scudetti imbrattati col pennarello, che non costituiscono materia per il giudice sportivo ma, come dire, aggiungono un po’ di colore a quello che è successo alla fine di Juve-Milan. Cioè, per dire.

Alla fine di Juve-Inter, dove si coglieva di sicuro un bel po’ di tensione ma nessuno cercava di aggredire nessuno nè di imbrattare scudetti virtuali, succedevano comunque cose che portavano all’espulsione al 49° minuto di Perisic (diciamolo, Ivan, una cazzata) e che causavano per il medesimo una squalifica di 2 giornate “per avere ripetutamente proferito espressioni gravemente irriguardose nei confronti del Direttore di gara”. Mauro Emanuel Icardi “per avere, al termine della gara, rivolto ad un Arbitro Addizionale un’espressione ingiuriosa accompagnata da gesti, nonché per avere calciato il pallone in direzione del Direttore di gara, senza colpirlo” veniva squalificato per 2 giornate, confermate in appello (mentre a Perisic ne veniva abbuonata una).

Ora, ci sarà sicuramente qualche sfumatura leguleia che renderà tutto questo legittimo agli occhi di qualche togato con la fissa del cavillo, ma a quelli di noi normali tifosotti?

No, perchè se queste due sentenze fanno giurisprudenza, il rapporto dei giocatori con gli arbitri, addizionali e non, assume contorni normativi del tutto inediti. Per esempio, volendo mandare affanculo in relativa tranquillità un addizionale, o addirittura fare un po’ di guapparia e tentare di aggredirlo, è meglio farsi sostituire, fare una doccia e mettersi gli abiti civili. A quel punto, tu torni in campo e puoi divertirti con il tuo addizionale preferito. “Ehi, quello mi ha mandato affanculo e voleva uccidermi a mani nude”, “Ma com’era vestito?”, “In abiti civili”, “Ah vabbe’, non ti incazzare”.

Perisic, al 49° del secondo tempo, in un’atmosfera non meno provocatoria – parlando del comportamento arbitrale -, manda affanculo l’arbitro (quello vero, non l’addizionale) ma senza avere l’accortezza di farsi sostituire – qui è evidente anche l’errore di Pioli: se un tuo giocatore vuole mandare affanculo un arbitro a caso, devi sostituirlo, non ci sono cazzi. Quindi, essendo ancora in campo negli undici effettivi, viene espulso. Cornuto, mazziato, squalificato. Negli spogliatoi, Perisic fa la doccia e si mette in abiti civili. Al che va da un dirigente e, sistemandosi il nodo della cravatta, gli chiede:

“Mi scusi, posso tornare in campo a mandare affanculo il primo arbitro che trovo, fosse anche l’addizionale?”

“Ivan, scusa, ma ci sono due ordini di problemi: hanno già spento i riflettori – no, dico, ci hai messo mezz’ora a fare la doccia, e chi sei, Kim Kardashan? – e poi non è ancora ben chiara questa faccenda del mandarsi affanculo dopo la doccia. Direi di aspettare che si verifichi un caso del genere, per poter avere un precedente. Non so se mi sono spiegato”.

Guarda caso, càpita ancora a Torino. Dove la figura dell’arbitro addizionale assume evidentemente un’importanza centrale (accanto a quella dell’arbitro titolare, ma non c’era bisogno di sottolinearlo). Tu puoi sfasciare gli spogliatoi o fare atti di onanismo o rubare le autoradio, ma lascia stare l’addizionale. E, soprattutto, controlla come sei vestito. Del tipo che anche Icardi non si era ancora cambiato mentre insultava l’addizionale e, nel contempo, cercava di colpire l’arbitro con una pallonata tipo al campetto.

“Ehi, chi è stato?”

(silenzio)

Tra l’altro, qui si apre un fronte piuttosto particolare e che avrebbe molto a che fare con l’essenza del calcio, se non fosse che ci mettiamo lì a fare gli azzeccagarbugli dei miei coglioni. Come mai non è stato premiato il gesto tecnico di Icardi, che insulta l’addizionale e tira una pallonata verso l’arbitro, quindi un classico no look? Ma qui, in Italia, nella patria della moda, si privilegia un aspetto puramente estetico (l’abito civile) a uno prettamente tecnico (insulto più pallonata no look, una sciccheria). Massì, andiamo avanti così. Poi lamentiamoci se ci sbattono fuori dai mondiali.

“Guarda che Icardi è argentino”.

Sì, ma io ne faccio una questione generale. Domani un bambino italiano cosa capirà di questa vicenda, cosa ne trarrà? Che qui non gliene frega un cazzo a nessuno nella sua bravura, ma se sei vestito in abiti civili va bene tutto.
E per concludere io credo che il punto stia tutto qui: che questa ridicola vicenda di doppiopesismo giuridico sportivo abbia una sola vera causa, l’insopportabile influenza della lobby degli abiti civili. E andatevene tutti affanculo.

“Anche l’addizionale?”

Massì, tanto sono vestito, cazzo me ne frega?

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Editoriale

Pavlov (siamo così, è difficile fischiare, certe giornate amare, lascia stare)

Mandzukic anticipa Icardi e la mette in calcio d’angolo. Oppure, Mandzukic si getta a peso morto e travolge Icardi sulla linea di fondo. Oppure, Orsato in quella frazione di secondo sceglie di non scegliere, nemmeno sull’assegnazione dell’angolo, perché in effetti non capisce cosa sia successo o perché è tecnicamente inadeguato al ruolo. Le opzioni sono queste e forse qualcuna di più. Ma tra le opzioni non c’è la Spectre, non ci sono le pulsioni masochistiche di Rizzoli e non ci sono complotti cyberspaziali contro l’Inter.

Nel 1998 non esisteva Twitter, Facebook era ancora lontano più di un lustro e per insultarsi in massa esistevano solo opzioni rustiche come telefonare a una trasmissione sportiva o scatenare un putiferio al bar, tra cappuccio e brioche.

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Ladri, piangina, ladri, piagnona, ladri, piangina.

Dice che è uno sfottò e che lo sfottò la più bella e autentica delle manifestazioni di tifo. Sarà. Nell’aprile del 1998 il calcio italiano è cambiato, quello sfottò (nella natura del gioco c’è uno che prende in giro l’altro, il quale più o meno bonariamente accetta), e si è trasformato in una matassa d’odio, nevrosi e insulti che ha avuto la sua definitiva deflagrazione nell’estate del 2006 con Calciopoli.

Intendiamoci, Calciopoli è un orrore da qualsiasi lato lo si approcci. LA negazione dello sport, la fine di tutto.

Da allora lo sfottò si è ufficialmente trasformato in qualcosa di diverso, un po’ faticoso, bruttarello anche, per la verità. I derubati che non capiscono come quegli altri possano sentirsi derubati dopo aver rubato e via così in una catena infinita di luoghi comuni, pasticci, querelle pubbliche tra gente che col calcio c’entra pochissimo e tra gente che del calcio ha fatto un buon affare e delle opinioni grette una fonte di guadagno.

Da quando nel 2007/8 Inter e Juventus hanno ricominciato a giocare a calcio nella stessa serie, il meglio l’hanno messo in mostra i giocatori, il resto è una cloaca da dimenticare. Al 90° e qualcosa di ieri sera ero furibondo, un fascio di nervi, pura trance agonistica da divano. Molti nemici, troppe ingiustizie subite, un disegno degli astri per non farmi vincere a Torino. Mezz’ora dopo mi scrivevo con amici interisti di quanto è brutto farsi derubare così. Un’ora dopo entravo in camera di mio figlio, lo guardavo dormire e me ne andavo dormire anche io, sereno. Nel mezzo, qualche messaggio distensivo con i nemici di poche ore prima, almeno con quelli che del calcio hanno l’idea sublime che ho io.

Il fatto è che siamo come il cane di Pavlov, la notizia è che forse siamo anche peggio di lui. Il suo campanello è il nostro fischietto, la sua bava è la rabbia sguaiata che gronderà per tutta la settimana, travolgendo colpevoli e innocenti, generando una valanga di scemenze enormi. Il fatto è che la nostra furia travolge anche chi dovrebbe ragionare con serenità, lucidamente. Prendi le squalifiche di Icardi e Perisic, che salteranno due partite a testa per aver perso la calma alla fine di una partita tesa ma molto composta, almeno tra giocatori. Prendi Rizzoli che tollera cose intollerabili da tutti e poi si vede costretto a fare un’idiozia e mettere a referto cose che altrimenti e altrove avrebbe dimenticato in fretta. Lo sfottò rabbioso e nevrotico alla lunga passa dagli spalti al campo e diventa un problema, il senso di impotenza, la convinzione radicata di essere vittime predestinate di un’ingiustizia inevitabile ci frega tutti. In questo caso è doppiamente dannosa, perché ci priva di due tra i nostri migliori giocatori, due insostituibili.

Pavlov ci frega ininterrottamente dal 1998. Ma ne vale la pena? Questo spreco di energie ha senso? La Juventus è fiera di tutte le sue vittorie, non esiste uno juventinismo critico, esiste un monolite che appoggia le posizioni ufficiali, le insegue e le corrobora. Ha senso un dialogo fatto di insulti con chi manca di senso critico? No, meglio il silenzio, i sorrisi di circostanza e magari meglio considerarli avversari e non nemici, che la guerra sarà anche nobile per alcuni ma a me fa schifo, è sporca e porta dolore.

Questo significa che son felice dell’arbitraggio di ieri sera? No. Questo significa che son felice di vedere Chiellini che entra in calcio volante a mezz’aria sulla linea laterale, prende solo Gagliardini (palla manco l’ombra), lo abbatte e si lamenta del giallo mandando a quel paese Rizzoli 17 volte? No. So che per vincere a Torino ci vogliono calma e grande controllo dei nervi e so che come spesso accade con i grandi giocatori (a uno verrebbe da chiedersi quindi perché con Chiellini?), gli arbitri usano metodi e riguardi particolari. Nel 2012 la Juventus segnò il primo gol in fuorigioco, l’Inter subì qualche nefandezza nel primo tempora nella ripresa entrò con una voglia spaventosa di mangiare il campo e vinse. All’andata è stato così. La Juventus si può battere a patto che si giochi contro una squadra e non s’immagini di giocare contro un sistema, contro uno stadio, contro una tifoseria. Una squadra, forte e a volte, diciamo così, fortunata.

Il senso del calcio è quello, altrimenti si torna a Pavlov,a sbavare e a farsi del male.

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Cronache

Pagelle che a leggerle diventi cieco

pagelle

Handanovic 10. Non sbaglia nulla, dà sicurezza al reparto, racconta barzellette, è uomo spogliatoio, fa volontariato nel tempo libero. Bella in particolare la parata di perineo su Keita, ma oggi non gli avrebbe segnato nemmeno Cr7. Bella anche la sua dichiarazione rilasciata a un fotografo: “Non è vero che voglio andare in Champions, chi se ne frega?, sto benissimo qua, e sono contento che Beppe Sala sia rientrato nel pieno possesso della sue funzioni, questa città ha bisogno di lui”.

D’Ambrosio 12. Siamo la squadra che, secondo alcuni criticoni, avrebbe qualche problema nel reparto terzini. La gente non capisce una sega. No, dico, avete visto D’Ambrosio stasera? Primo tempo versione Enrico Toti, immola il proprio corpo ed evita un paio di gol. Perde un paio di organi interni, ma non demorde e domina sulla fascia. Un assist, forse due, sempre nel vivo del gioco. E’ da Nazionale, se pensiamo che ogni tanto ci va ancora Abate.

Miranda 10. Partita di ordinaria amministrazione, mantiene un aplomb invidiabile nel primo tempo quando la Lazio prova a metterne un paio e lui manco si sporca i pantalocini. Una sicurezza, un bell’uomo per chi ama il genere skinny.

Murillo 10. La miglior partita negli ultimi 12 mesi. Un giudizio induttivo fatto matchando un paio di dati oggettivi: a) non ha fatto grandi cagate e b) l’Inter non ha preso gol. Quindi, secondo un ragionamento di stampo parasocratico, ha fatto il suo oltre ogni aspettativa.

Ansaldi 10. Piace soprattutto alle mamme, con quel suo fare rude e quei suoi tratti fintamente angelici, e quel capello birichino che gli incornicia il viso, per non parlare di quella barbetta strappamutande che fa la gioia delle sciampiste.

Brozovic 12. De Boer era stato un pelino severo con lui e anche con se stesso. Cioè, uno ha un giocatore così e si complica la vita mobbizzandolo per un mese e mezzo per sciocche ragioni di principio. Mah. Forse gli avrebbe fatto comodo averlo in certe partite, diciamo il 90%. Ma era giusto raddrizzarlo, questi cialtroni di slavi bisogna tenerli sulla corda. Lui ha reagito bene a quelle 16-17 non-convocazioni consecutive: oggi vale da solo, più o meno, due terzi della squadra.

Kondogbia 11. Quanto è costato? Boh, nessuno lo ricorda più. Si sta lentamente sdebitando giocando bene una partita ogni quindici. Questa sera era quell’una. Comincia con la sua specialità – passaggi laterali da sbadiglio di max 5 metri -, poi deve aver mangiato gli spinaci di Braccio di Ferro perchè comincia a fare cose che noi interisti umani non avevamo mai visto, o forse sì, ma solo una volta ogni 15. I centrocampisti della Lazio stanotte se lo sogneranno con la faccia cattiva, e non dormirà nessuno.

Candreva 10. Patisce molto il confronto con i suoi ex compagni, quando vuole fare il fenomeno si impappina di brutto. Quando invece fa cose normali, si conferma un giocatorone che avercene, santa polenta. E’ da Nazionale. Dai, scherzavo.

Banega 11. Si presenta in campo con una pettinatura che ricorda la rizzollatura delle fasce laterali quando San Siro aveva un prato che faceva cagare. Si sbatte molto ma non ne azzecca molte nel primo tempo. Nel secondo tempo si sbatte uguale e fa un gol della madonna. Esulta e sorride. Non è una serata fantastica?

Perisic 10. Fa dimenticare Sassuolo evitando di tirare in porta alla cazzo centrando il portiere tipo orsetto del luna park, ma limitandosi a massacrare la Lazio sulla fascia sinistra. E’ adorabile, con quel faccino da anziano che destabilizza gli avversari che pensano che possa svenire da un momento all’altro, e invece.

Icardi 13. Scrive autobiografie di merda, diciamolo, ma se uno – nel solo secondo tempo – segna due gol, ne sfiora un terzo, prende un palo e si procura due rigori non dati, ecco, io sarei anche disposto a leggere una sua autobiografia tutti i mesi, e a venderla porta a porta come un piazzista della Folletto, e a promuovere la sua candidatura al Nobel e forse addirittura al premio Strega.

Gabigol 11. In cinque minuti fa un passaggio no look che non si vedeva dai tempi di Ibra (rischiando la distrazione al quadricipite), una rabona, un recupero alla Beckenbauer, uno smarcamento, un tiro fuori ma deviato che se non lo deviavano era nello specchio. In più aizza il pubblico sul 3-0 per noi, un atto di estrema inutilità ma altamente spettacolare, un’impresa da bimbominkia che ce lo restuituisce più umano e più vero. Forse siamo indietro noi, ma probabilmente è troppo avanti lui. Di sicuro, e questo è oggettivo, uno così non ce l’ha nessuno.

Pioli 10,5. Bene così.

Mazzoleni 10. E’ il Gabigol degli arbitri, persegue una sua linea creativa fino alla fine, in perfetta coerenza, e diverte per ogni sua decisione. Gomitate in faccia? Dai, pedalare. Rigori? Stasera non li do a nessuno, è inutile che vi inventate la qualunque. E comunque, figa, abbiamo vinto 3-0. Poteva arbitrare anche David Copperfield, andava bene uguale.

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Editoriale

E’ da questi particolari

pioliperisic

Stavamo per perdere un derby in maniera crudele, avendo prodotto di più di chi lo stava vincendo – a tratti molto di più – e pagando troppo care le nostre solite sciocchezze, come se a noi non fosse più concesso non dico avere culo, ma almeno ogni tanto godersi il lusso di fare una cagata e sfangarla, così, con leggerezza, e in piena coerenza con uno sport che si gioca con un accessorio sferico. Mi spiaceva perchè non era giusto, oggettivamente. E mi spiaceva soprattutto per Pioli, che i suoi tentativi di organizzare la squadra in un certo modo e, di slancio, di vincere la partita li aveva fatti. Che pessimo inizio sarebbe stato perdere immeritatamente un derby.

E quindi, mentre il tempo passava e addirittura scadeva, già ripensavo alla monetina gettata in aria da Cut the Wind prima del via e rimasta in bilico tra due fili d’erba, quelle cose che capitano una volta ogni diecimila lanci di monetina e che ti lasciano pensare che sì, è chiaro, è un segno, ti hanno fatto la fattura e sono cazzi. Pioli mette Medel centrale difensivo (l’uovo di Colombo) e Medel si infortuna. Entra er Pomata, fa un’immane cagata a centrocampo e i cacciaviti segnano il possibile gol partita. Mentre da noi le occasioni capitano quasi tutte sulla testa di Perisic (che in croato significa “testa a pera”) e così la tua mezz’ora iniziale, in cui manco gliel’hai fatta vedere, passa velocemente in cavalleria. Alla seconda occasione seria il Milan la mette. Li raggiungerai, ti puniranno subito dopo. Sembra già scritto.

Poi tutto si ricompone a tempo scaduto. E con il gol del pareggio, dopo avere scartabellato i tuoi peggiori pensieri, più che perplimerti per le due volte in cui sei andato in svantaggio,  festeggi una storica doppia rimonta; più che maledirli per i gol sbagliati e gli inutili cross morbidi, celebri la doppietta dei tuoi esterni extralusso;  più che rimuginare sulle quindici cose che ancora non vanno, ti concentri su quelle quattro  o cinque che hanno (ri)cominciato ad andare.

E quindi ti puoi incazzare per le mollezze di Ansaldi e Miranda sui gol, per le solite murillate, per un centrocampo inedito che va un po’ a sbalzi, per un Icardi che la vede poco e male. Ma poi stappi lo champagne per una squadra che ha cambiato passo, ha ritrovato il gusto di metterci cuore e palle oltre il minimo sindacale, ha pagato care le poche amnesie ma non si è mai depressa fino a rimediare con un piede già sotto la doccia, che vuol dire averci creduto.

Medel in difesa, il posto è quello. Kondogbia sbaglierà anche tanto, ma ha toccato più palloni che il tutto il 2016 (e nell’ultimo quarto d’ora più palloni lui da solo che gli altri 21 in campo).  Abbiamo ripreso a correre, in senso fisico. Si è rivisto lo stesso spirito di Inter-Juve, e ora ci smentiscano sul sospetto che  ci si concentri solo per le grandi occasioni. Pioli è partito col piede giusto: sarebbe stato più difficile dirlo se avessimo perso il derby invece di riacciuffarlo al 93′, e tra tante sfighe almeno godiamoci questo piccolo e tardivo segnale positivo. Avanti così, senza perdere altro tempo.

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Cronache

Memorabilia #6 – The return of Little Frog

ranocchia

Siccome la vita non è un film, il colpo di testa di Ranocchia al 95mo minuto non è entrato (cazzo). Peccato, perchè la sceneggiatura degli ultimi 10 secondi era ben fatta. Certo, un filino esagerata, al limite del fantasy, ma di grande effetto: Santon (Santon!) che spezza il possibile contropiede avversario e ruba palla con un anticipo alla Passarella, poi il cross – l’ultimo attacco della partita, l’ultimo pallone verso la porta del Bologna – su cui entra Ranocchia (Ranocchia!) in un perfetto movimento da centravanti e la prende piena di testa.

Se la vita fosse un film, la palla sarebbe entrata. E sarebbe venuto giù lo stadio.

Ranocchia, il nerazzurro più vituperato degli ultimi anni (due, tre, quattro? boh, non saprei nemmeno più dire), segna un gol decisivo al 95mo minuto di una partita altrettanto stupefacente, in quanto (rumore di tuoni) giocata bene. Pazzesco, no? E sarebbe stato un finale inimmaginabile, perchè nella distrazione generale dovuta ad altri importanti e concomitanti eventi – la giubilazione coram populo di Kondo, la fatica di stare senza Joao Mario, l’esordio tutta fuffa di Gabigol, il partitone degli esterni d’attacco, la freschezza mentale e fisica dei due ragazzini – a decidere il match sarebbe stato proprio lui, il difensore di cui anche il più giuggiolone degli interisti ha chiesto almeno una volta la deportazione in Nord Corea.

Ma la vita non è un film, appunto, e la palla è uscita.

Relativamente alla partita, è stata una discreta sfiga. L’Inter meritava di vincere, ha attaccato tanto, ha creato un sacco di occasioni: la tipica partita che alla fine di incazzi per il risultato ma ci metti quei 4-5 minuti a razionalizzare che vabbe’, è andata così, peccato, a abbiamo perso due titolari la domenica mattina (probabilmente un record), siamo andati sotto come quasi sempre, abbiamo rimediato, poi ci abbiamo provato e riprovato e niente, bòn, 1-1, giocando così  hai la coscienza sufficientemente a posto.

E forse va bene anche per Ranocchia. Che la vita non sia un film, dico.

Il colpo di testa che non ha deciso la partita (“L’ho presa troppo bene”) lo poteva elevare all’onore degli altari. In un unica mossa, dall’inferno (girone degli scarsoni irrimediabili) alla beatificazione eterna. Ecco, forse sarebbe stato eccessivo anche tutto questo, un carico emozionale ingestibile come quello – tutto al negativo – sopportato in queste stagioni grigie, giocate col gambino (l’equivalente del braccino del tennis) e contabilizzando i fischi e i mugugni a ogni tocco di palla un po’ così.

Ranocchia oggi è tornato a essere un giocatore dell’Inter. Nel corso di una partita senza disastri, in un crescendo di confidenza e di convinzione, ha anche riassaporato (nel secondo tempo, sotto la tribuna rossa) il gusto di un applauso a scena aperta per un numero che non gli si vedeva fare da tempo – taglio, anticipo, lancio di 40 metri preciso – e che no, non vale un gol al 95mo, però quasi.

Lo intervistano a fine partita, mentre la gente sfolla smoccolando ma anche applaudendo la buona volontà. Dice che gli dispiace da morire, che quel pallone l’ha preso troppo bene invece di spizzarlo e stop, e alla domanda “E’ iniziata una nuova vita per Ranocchia?” lui risponde “Sono d’accordo con te”. E noi tutti vorremmo essere d’accordo con quei due lì, lo spilungone sudato e l’intervistatore lungimirante. Non abbiamo vinto la partita, ma ci sono anche segnali da cogliere. E la partita di Ranocchia, perchè no?, potrebbe esserlo, e pure grande così.

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La Tattica

Frankie non si è fermato a Empoli (analisi tattica della partita del mercoledì)

di Michele Tossani – @MicheleTossani

Alla vigilia della trasferta di Empoli, Frank De Boer aveva chiesto ai suoi una prova di maturità che desse seguito all’ottima prestazione offerta contro la Juventus. E così è stato. Quella che si è vista all’opera allo stadio Castellani, nell’insidiosa trasferta in terra toscana, è stata un’Inter matura, consapevole (forse per la prima volta dopo tanto tempo) dei propri mezzi.

Dal punto di vista tattico, De Boer ha sopperito all’assenza di Banega cambiando il sistema di gioco e schierando i Nerazzurri con il 4-3-3: davanti ad una confermata linea difensiva, il tecnico olandese ha posizionato tre centrocampisti centrali con Medel vertice basso e con Kondogbia e Joao Mario ai suoi lati. In avanti, Candreva a destra e Perisic a sinistra erano posizionati a supporto di Icardi.

una delle azioni tipiche dell'Inter di De Boer è la sovrapposizione del terzino e centrocampisti che attaccano l'area.jpg

Il 4-3-3 ha dato le risposte che l’allenatore si attendeva. L’Inter ha controllato la partita, dominando il primo tempo a centrocampo e registrando un possesso palla del 54%. In fase offensiva, ancora una volta, si è vista quella spaziatura in campo che permette ai Nerazzurri di costruire dei triangoli intorno al portatore di palla, tipici del calcio olandese, in modo da garantire al giocatore cin possesso di palla almeno due opzioni di passaggio.

Il gioco si è sviluppato prevalentemente sugli esterni, altro tratto tipico dell’Inter di De Boer. La squadra interista è infatti stata addestrata alla ricerca della superiorità in zona laterale tramite le corse in sovrapposizione degli esterni bassi. Gli interni di centrocampo, invece, non sono solito allargarsi in fascia quanto lavorare a supporto dei giocatori esterni per completare il lavoro della catena laterale di cui fanno parte.

In questo senso, si sono avuti riscontri diversi in base alla fascia laterale nella quale si sviluppava l’azione offensiva. Infatti, mentre sulla destra la spinta dei nerazzurri è stata piuttosto continua ed efficace, con D’Ambrosio, Joao Mario e Candreva che hanno prodotto ben 11 cross (fra i quali l’assist per il primo gol di Icardi), non altrettanto positivo è stato il lavoro sul lato opposto dove la catena costituita da Santon, Kondogbia e Perisic ha creato solamente 3 cross. Questa differenza di produzione si deve molto probabilmente alle diverse caratteristiche dei giocatori che hanno composto le due catene laterali. Infatti, mentre Joao Mario è un giocatore chiaramente offensivo lo stesso non si può dire di Kondogbia. E anche Perisic e Candreva sono due sterni di versi con l’ex laziale più abile nel mettere palloni in mezzo e con il croato più abituato a cercare la soluzione personale nell’uno contro uno che la palla per gli attaccanti.

Le caratteristiche diverse fra le due catene ha favorito quindi la maggior ricerca, da parte della squadra, della catena di destra a discapito di quella di sinistra. Lo si evince anche da un altro dato, cioè dai palloni giocati dai due interni di centrocampo con Joao Mario che ha toccato 53 volte la palla a fronte delle 32 volte del francese. Questo squilibrio (dipendente, come detto, dalle caratteristiche die giocatori) non è inusuale: lo si riscontra ad esempio anche nel Napoli, dove la catena di sinistra è solita toccare più palloni rispetto a quella opposta.

In generale la squadra di De Boer ha giocato un calcio offensivo con un baricentro di 51,6 metri. L’offensività della squadra è stata evidente anche nel modo in cui i Nerazzurri attaccavano l’area in situazione di palla esterna. In questi frangenti infatti i centrocampisti venivano a rimorchio ad attaccare l’area empolese evitando così che la difesa dei padroni di casa dovesse occuparsi del solo Icardi.

la fase offensiva dell'Inter con l'esterno basso che accompagna l'azione in avanti e con gli inserimenti dei centrocampisti.jpg

Dal punto di vista difensivo gli uomini di De Boer hanno utilizzato un duplice atteggiamento. Nel primo tempo infatti la squadra è andata a pressare alto, difendendo in avanti anche al momento della perdita del pallone attraverso un organizzato gegenpressing. Nel secondo tempo e, in generale, quando l’Empoli era in fase di attacco organizzato, l’Inter è stata molto attenta a chiudere gli spazi nel corridoio centrale. De Boer ha studiato l’avversario: sapendo che l’Empoli è solito iniziare gli attacchi per vie centrali attraverso un accorto sistema di passaggi alternati avanti e indietro l’olandese si è preoccupato che i suoi difendessero a imbuto, chiudendo la zona centrale del campo e pressando i portatori di palla avversari, in particolare il vertice basso Diousse. Così facendo l’Inter ha ridotto notevolmente la pericolosità avversaria e, nel secondo tempo, pur lasciando l’iniziativa all’Empoli (appena il 40% di possesso palla per l’Inter nei secondi 45 minuti di gioco) non ha praticamente mai corso dei veri pericoli dalle parti di Handanovic.

in fase difensiva, una volta superata la prima linea di pressione, l'Inter ha difficoltà nel gestire il contropiede avversario. Questa azione si concluderà con l'ammonizione di Murillo.jpg

Le uniche difficoltà mostrate dall’Inter si sono avute nella gestione del contropiede empolese. Infatti, nelle rare volte in cui l’Empoli è riuscita a superare la prima linea di pressione interista ha trovato campo aperto costringendo la difesa nerazzurra ad affannose rincorse verso la propria porta. Oltre che all’abilità dei palleggiatori avversari questo problema è stato dovuto anche al fatto che la linea difensiva nerazzurra non accorciava sempre in avanti e non effettuava sempre correttamente le coperture preventive. In particolare quando di alzava in pressione anche Medel, accompagnando Joao Mario e Kondogbia, la difesa nerazzurra non si posizionava correttamente e rimaneva scoperta con troppo spazio lasciato nella zona compresa fra la linea difensiva e il centrocampo.

l'nter pressa alto e difende in avanti attaccando i portatori di palla empolesi.jpg

Una situazione tattica particolare sulla quale De Boer dovrà insistere nel processo di crescita di una squadra che ha comunque registrato la sua terza vittoria di fila.

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