Amarcord, Editoriale

Never Banega

Poteva andarsene in silenzio e invece no. Poteva mantenere il basso profilo che ha contraddistinto tutta la sua permanenza milanese, sia in campo che fuori, ma Ever Banega non ha retto alla tentazione di un intervista un po’ così, di quelle in cui dici e non dici. Non sono dispiaciuto di aver lasciato l’Inter, era il momento giusto. Banega fu accostato per la prima volta ai colori nerazzurri qualche anno fa. Centrocampista di manovra oppure no (guarda che faccia da malandrino, uno così può fare solo il trequartista o l’interditore). Il dramma è che la stessa incertezza lombrosiana ha afflitto il Banega interista fin dal primo giorno, da quello della firma.

Dove gioco? Ma soprattutto gioco? Chi sono, dove sono?

Attendevamo pieni di speranze il nuovo Cambiasso, il redentore delle nostre geometrie sciape, un altro parametro zero che entra nella storia del club, pronti ad amarlo per sempre: ForEver Banega.

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Niente di tutto ciò.

Banega ha vissuto e giocato a una lentezza esasperante. Pochi sprazzi di una classe eccezionale, dispensata però con l’avarizia del ragazzo stanco. Stanco di giocare, stanco di camminare, stanco. Il soprannome di Banega è El Tanguito, la promessa di momenti intensi, cambi di direzione, passione.

Mai visto il Tanguito. Never, Never Banega. Il ragazzo triste di Rosario ci ha abbracciati con il trasporto di un dopolavorista esausto, si è trascinato qua e là per il campo come convalescente da un’eterna mononucleosi, tanto da lasciarci di stucco quando nella partita casalinga contro la Lazio ha calciato forte, troppo forte per quelle gambette sfibrate e consumate dal dolor, ahi que dolor!

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Il Banega due volte campione dell’Europa League, oro alle Olimpiadi di Pechino e Campione del Mondo Under 20 con l’Argentina non è mai arrivato in Italia. Il funambolo degli ultimi 30 metri è rimasto a Siviglia e solo ora ha riabbracciato il suo doppelgänger, il sosia depresso che ha spedito a Milano. Si potrebbe obiettare che in una stagione nata male e proseguita peggio era davvero difficile giocare secondo le aspettative. Vero. Ma quelli come Banega, i centrocampisti di piede, visione e carisma dovrebbero invertire il flusso di stagioni sfortunate e cercare di mettere ordine, anche se non è il loro ruolo naturale. Oppure causare catastrofi a ripetizione, mostrando comunque personalità. Nulla. Banega se n’è andato senza mai essere davvero arrivato. Tre partite buone in un campionato, una buonissima (la trasferta a Roma), il resto un lungo sonno. Forse ha ragione lui, era il momento giusto per lasciare l’Inter, nessun rimpianto.

Nessun Banega.

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Editoriale

Avere la testa a domenica: anatomia di una cazzata

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Cioè: era meglio vincere con la Lazio e arrivare a Juve-Inter con 10 vittorie consecutive a spaventare l’avversario di default, o è meglio aver perso con la Lazio per non pensare di essere invincibili, per non dare tutto per scontato, per fare – tenetevi forte – quel salutare bagno di umiltà che eccetera eccetera?

Era meglio vincere con la Lazio perchè vincere porta altre vittorie e perchè vincere dà sicurezza, o è meglio aver perso perchè andare a giocare a Torino con troppa sicumera poteva essere un suicidio in partenza?

Era meglio vincere con la Lazio perchè la Coppa Italia poteva essere un buon obiettivo stagionale, o è meglio aver perso perchè il nostro solo obiettivo deve essere la Champions e aggiungere due partite con la Roma bla bla bla?

Esperienza del tutto personale, ma a giudicare dai pareri raccolti qua e là sembrerebbe che non fosse tanto l’Inter ad avere avuto la testa a domenica prossima, ma gli interisti. Nessuno che – al netto dei virtuosismi arbitrali – abbia ripensato seriamente e con un pochino di apprensione al peggio di Inter-Lazio, ma tutti a dire che “vabbe’, pazienza” e che “domenica, ragazzi, domenica…”.

Quindi non è successo niente, o quasi. Diciamo che quest’anno le coppe sono il nostro buco nero tecnico e concettuale. E diciamo, comunque, che vincerne nove e perderne una sarebbe un ritmo per il quale chiunque firmerebbe fino al 2025 minimo. Non è stata nemmeno stata una di quelle partite da cui esci a pezzi: le statistiche dicono che abbiamo tirato 19 volte (solo 3 nello specchio, vabbe’), non proprio un atteggiamento passivo, anzi. Epperò resti un po’ lì con il broncio proprio nel momento in cui il broncio sarebbe stato meglio non averlo, parlando puramente di mood. “Avevano già la testa a domenica”, già, classica formuletta diagnostica se cinque giorni dopo hai la Juve.

Può essere vero, per carità, e può eserlo per tutti. Anche per Pioli, che fa un turnover minimo ma perfettamente centrato, tecnicamente chirurgico (ne tengo fuori pochi, però i più forti). Forse sarebbe stato meglio il contrario: provo a sistemare le cose con i più forti e poi magari gli risparmio mezz’ora, ma sono quelle cosucce del senno di poi. Dopodichè mi sfugge da sempre il nesso tra la partita che stai giocando – specie se è importante, un dentro-fuori che si per sè è una motivazione seria, almeno in teoria – e quella di cinque giorni dopo in un’altra competizione, in un altro stadio e con un altro grado di strizzamento di palle. Tipo: Miranda pensava intensamente a Higuain mentre faceva quel paio di immani cazzate insolite per uno come lui? Ansaldi era sempre in ritardo di quei 5-10 metri sui contropiedi della Lazio perchè ripassava mentalmente i tagli e le sovrapposizioni da non sbagliare con la Juve e quindi si estraniava dall’azione?

Mah. Domenica servirà qualcos’altro, ma su questo converrà anche – chessò – Banega. Domenica è il big match e se ci abbiamo pensato con troppo anticipo non dobbiamo smettere più: se ci concentriamo molto, tipo tra le 20,45 e le 22,30 circa, faremo solo il nostro dovere. Domenica è la partita dell’anno e mica solo per noi. Fermare la Juve, o almeno provarci seriamente: è un Paese che ce lo chiede, facciamolo.

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Editoriale

Il Megapagellone: i centrocampisti (puntata 4)

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Tocca ai centrocampisti. Sul sito ufficiale ne sono segnati sette, di cui due in partenza. Cioè, praticamente siamo in emergenza. Ah no, arriva Gagliardini. Vabbe’, non pensiamoci.

MEDEL. Il caso è più unico che raro: arriva un nuovo allenatore, lo schiera in tutt’altro ruolo – difensore centrale – in una partita delicata come un derby, lui fa un figurone, tutti noi esultiamo increduli per avere risolto un paio di problemi e – tutto questo nel giro di mezz’ora – gli salta il menisco. Medel, comunque, anche se gli auguriamo un ritorno in grande spolvero a fianco di Miranda, in organico e a libro paga figura come centrocampista e come tale va ancora giudicato. In due stagioni e mezzo ha sempre dovuto cantare e portare la croce, inteso come “provare a fare il regista senza esserlo”. Non era lui a doverci nè poterci risolvere certe magagne strutturali. Da medianone frangiflutti e agonista incondizionato, invece, avercene. Voto: 7.

FELIPE MELO. Ogni tanto, come noto, gli parte l’embolo. Ci saluta con un’espulsione per doppia ammonizione così come resterà legata a una sua serata di pazzia l’immagine della precaria e vincente Inter di Mancini che si sgretola per non risollevarsi che mesi dopo. Del leader ha il fisico e la cazzimma, non il profilo di quelli di cui ti puoi fidare al cento per cento. Il suo 2016 è stato un vivacchiare anonimo, spesso ignorato da uno a caso degli allenatori, e il suo 2017 sarà in un altro emisfero. Grazie di tutto, non ci mancherai tantissimo. Voto: 5.

GNOUKURI. Finalmente, dopo 11 presenze in due anni e mezzo, la chance di giocare altrove. Il ragazzo ha i numeri e ognuno di noi giura di averli intravisti. Voto: S. V.

JOAO MARIO. Ecco, anche questo ha i numeri, e nel 2016 li abbiamo visti assai. Nel nostro procedere societario a sbalzi scomposti, segna per l’Inter un piccolo momento storico: agli Europei di luglio (che a 23 anni vince col Portogallo) è uno dei giocatori che spicca di più e ad agosto lo prendiamo noi e non, per dire, la Juve o il Real. Gli infortuni gli hanno tolto continuità, ed è stato un peccato perchè l’inizio era stato scintillante (palla rubata e assist, due gesti in un nanosecondo, a Pescara: ‘na sciccheria) e sembrava già una spalla sopra gli altri. Che poi è quello che gli auguriamo di dimostrare in scioltezza già da domenica. Per Pioli, tra lui e Banega ne può giocare preferibilmente solo uno. Voto: 7+.

KONDOGBIA. Caso tecnico e umano, al limite dell’antropologia criminale,  è del 1993 come Joao Mario ma fa incazzare molto più di lui. Quelle tre o quattro volte in cui, sistemato al posto giusto, ha saputo mettere il suo fisico al servizio del cervello è stato decisivo e ha spezzato ogni equilibrio a centrocampo. Il problema sono quelle venti-trenta volte in cui l’esercizio non gli è riuscito. Mobbizzato da De Boer (vedi anche alla voce Brozovic), con Pioli può tornare ai livelli a cui si narra giocasse in Francia. Voto: 5,5.

BANEGA. Poche balle: finora non è stato quello che ci immaginavamo. Certo, se arrivi in una squadra nuova e questa cambia quattro allenatori in cinque mesi, tu – presunto uomo-chiave della squadra – sei di fatto quello più sballottato di tutti. Però, nel nostro marasma autunnale, un pizzico di personalità in più lo poteva spendere, eh? E in Europa League, dove alcuni suoi colleghi erano fuori lista, non ha dato un briciolo di solidità. Peccato, perchè alcuni suoi lampi sono stati notevoli. Piuttosto stiamo sul chi vive: arrivato a parametro zero, è praticamente una plusvalenza che cammina. Voto: 5.5.

BROZOVIC. Ha 24 anni, è titolare di una nazionale forte, è un acquisto tra i più azzeccati del dopo Triplete. Eppure ad agosto abbiamo cercato disperatamente di venderlo e, nello stretto giro di poche settimane, De Boer lo ha messo fuori rosa e cosparso di pece e piume per una cazzata giustamente punita, per carità, ma poi amici come prima, no? (Per De Boer, no). E’ stato, anche a livello simbolico, il peggior errore del povero Frank. Da quando è rientrato in pianta stabile l’Inter ha cambiato volto. Lui ha la faccia da pazzo e la classica affidabilità del giovane slavo, ma una mobilità che in Italia hanno in due o tre e – quando è in forma – un tasso di efficacia da paura. Voto: 7,5.

 

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Cronache

Pagelle che a leggerle diventi cieco

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Handanovic 10. Non sbaglia nulla, dà sicurezza al reparto, racconta barzellette, è uomo spogliatoio, fa volontariato nel tempo libero. Bella in particolare la parata di perineo su Keita, ma oggi non gli avrebbe segnato nemmeno Cr7. Bella anche la sua dichiarazione rilasciata a un fotografo: “Non è vero che voglio andare in Champions, chi se ne frega?, sto benissimo qua, e sono contento che Beppe Sala sia rientrato nel pieno possesso della sue funzioni, questa città ha bisogno di lui”.

D’Ambrosio 12. Siamo la squadra che, secondo alcuni criticoni, avrebbe qualche problema nel reparto terzini. La gente non capisce una sega. No, dico, avete visto D’Ambrosio stasera? Primo tempo versione Enrico Toti, immola il proprio corpo ed evita un paio di gol. Perde un paio di organi interni, ma non demorde e domina sulla fascia. Un assist, forse due, sempre nel vivo del gioco. E’ da Nazionale, se pensiamo che ogni tanto ci va ancora Abate.

Miranda 10. Partita di ordinaria amministrazione, mantiene un aplomb invidiabile nel primo tempo quando la Lazio prova a metterne un paio e lui manco si sporca i pantalocini. Una sicurezza, un bell’uomo per chi ama il genere skinny.

Murillo 10. La miglior partita negli ultimi 12 mesi. Un giudizio induttivo fatto matchando un paio di dati oggettivi: a) non ha fatto grandi cagate e b) l’Inter non ha preso gol. Quindi, secondo un ragionamento di stampo parasocratico, ha fatto il suo oltre ogni aspettativa.

Ansaldi 10. Piace soprattutto alle mamme, con quel suo fare rude e quei suoi tratti fintamente angelici, e quel capello birichino che gli incornicia il viso, per non parlare di quella barbetta strappamutande che fa la gioia delle sciampiste.

Brozovic 12. De Boer era stato un pelino severo con lui e anche con se stesso. Cioè, uno ha un giocatore così e si complica la vita mobbizzandolo per un mese e mezzo per sciocche ragioni di principio. Mah. Forse gli avrebbe fatto comodo averlo in certe partite, diciamo il 90%. Ma era giusto raddrizzarlo, questi cialtroni di slavi bisogna tenerli sulla corda. Lui ha reagito bene a quelle 16-17 non-convocazioni consecutive: oggi vale da solo, più o meno, due terzi della squadra.

Kondogbia 11. Quanto è costato? Boh, nessuno lo ricorda più. Si sta lentamente sdebitando giocando bene una partita ogni quindici. Questa sera era quell’una. Comincia con la sua specialità – passaggi laterali da sbadiglio di max 5 metri -, poi deve aver mangiato gli spinaci di Braccio di Ferro perchè comincia a fare cose che noi interisti umani non avevamo mai visto, o forse sì, ma solo una volta ogni 15. I centrocampisti della Lazio stanotte se lo sogneranno con la faccia cattiva, e non dormirà nessuno.

Candreva 10. Patisce molto il confronto con i suoi ex compagni, quando vuole fare il fenomeno si impappina di brutto. Quando invece fa cose normali, si conferma un giocatorone che avercene, santa polenta. E’ da Nazionale. Dai, scherzavo.

Banega 11. Si presenta in campo con una pettinatura che ricorda la rizzollatura delle fasce laterali quando San Siro aveva un prato che faceva cagare. Si sbatte molto ma non ne azzecca molte nel primo tempo. Nel secondo tempo si sbatte uguale e fa un gol della madonna. Esulta e sorride. Non è una serata fantastica?

Perisic 10. Fa dimenticare Sassuolo evitando di tirare in porta alla cazzo centrando il portiere tipo orsetto del luna park, ma limitandosi a massacrare la Lazio sulla fascia sinistra. E’ adorabile, con quel faccino da anziano che destabilizza gli avversari che pensano che possa svenire da un momento all’altro, e invece.

Icardi 13. Scrive autobiografie di merda, diciamolo, ma se uno – nel solo secondo tempo – segna due gol, ne sfiora un terzo, prende un palo e si procura due rigori non dati, ecco, io sarei anche disposto a leggere una sua autobiografia tutti i mesi, e a venderla porta a porta come un piazzista della Folletto, e a promuovere la sua candidatura al Nobel e forse addirittura al premio Strega.

Gabigol 11. In cinque minuti fa un passaggio no look che non si vedeva dai tempi di Ibra (rischiando la distrazione al quadricipite), una rabona, un recupero alla Beckenbauer, uno smarcamento, un tiro fuori ma deviato che se non lo deviavano era nello specchio. In più aizza il pubblico sul 3-0 per noi, un atto di estrema inutilità ma altamente spettacolare, un’impresa da bimbominkia che ce lo restuituisce più umano e più vero. Forse siamo indietro noi, ma probabilmente è troppo avanti lui. Di sicuro, e questo è oggettivo, uno così non ce l’ha nessuno.

Pioli 10,5. Bene così.

Mazzoleni 10. E’ il Gabigol degli arbitri, persegue una sua linea creativa fino alla fine, in perfetta coerenza, e diverte per ogni sua decisione. Gomitate in faccia? Dai, pedalare. Rigori? Stasera non li do a nessuno, è inutile che vi inventate la qualunque. E comunque, figa, abbiamo vinto 3-0. Poteva arbitrare anche David Copperfield, andava bene uguale.

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Editoriale

Il marketing della cena di Natale

La settimana prima di Natale è quella del “Se non ci vediamo tanti auguri!“. Da oggi in poi questa frase è valida, più o meno a tutte le latitudini. A proposito di latitudini, i nostri eroi (ma sì chiamiamoli ancora così, c’è sempre bisogno di fanciullezza nel pallone) sono destinati a lunghi viaggi. Natale al caldo, tanto asado e un po’ di relax. In realtà non ci sarebbe, e non c’è, nulla di male. Non mi viene in mente un altro lavoro nel quale il divertimento venga considerato alla stregua di un lusso e debba essere necessariamente accompagnato da una performance vincente. Non vale solo per il Natale, sia chiaro. Nell’immaginario popolare – che brutta parola “popolare”, usiamo “collettivo“, un calciatore che perde una partita o va male in campionato dovrebbe restare chiuso in casa e nei limiti del possibile palesare la sua tristezza.

È una regola non scritta del calcio, per lo più del nostro calcio: se io tifoso sono triste perché ho perso, tu giocatore devi essere triste come me, non importa che tu abbia dato il massimo, non ti devi divertire, non devi sorridere, non devi farti selfie (Do you know Brozovic?) e in generale devi rinunciare, in cambio di un lauto stipendio – sia messo agli atti – ad essere quello che sei: un ragazzo tra i venti e i trent’anni. A Natale, quando siamo tutti più buoni (dove di preciso? E in quali giorni?), questa teoria tocca vette altissime di esasperazione. Una volta il Milan perse in casa contro l’Udinese l’ultima partita del girone di andata e Galliani disse che dall’anno dopo avrebbe proibito ai propri giocatori di arrivare allo stadio con le valige pronte per le vacanze.

La teoria, nemmeno troppo sbagliata, è quella per cui “i giocatori sono già mentalmente sull’aereo” e la partita che li separa dal loro paese, dalla picanha, dal mojito e dal bacio della mamma, è poco più che una formalità. Per fortuna noi non abbiamo questo problema: i nostri eroi non ci sono mai stati, o ci sono stati solo a tratti, per cui non ci sale più di tanto il sangue al cervello al pensiero di vederli partire per un po’, e credo che non ne sentiremo la loro mancanza in questi giorni. Chissà cosa farà durante le vacanze, ad esempio, Gabigol, certamente qualcosa di più costruttivo di quello che ha fatto in questi mesi a Milano: giocare alla Playstation e riscaldarsi invano.

Sempre secondo la teoria del “cazzo ridi che non c’è nulla da festeggiare?” sarebbe stata cosa gradita rendere più low profile la cena di Natale. Certo, l’immagine della società è importate, è ci rendiamo conto che il nerazzurro è più elegante del rossonero, per non parlare del giallorosso (mi sono sempre chiesto come si faccia a fare delle cravatte giallorosse eleganti), eppure per una volta non sarebbe stata una cattiva idea organizzare una festa con meno sfarzo, meno orpelli, pur mantenendo alto il livello dei sorrisi, sempre per non cadere nel tranello di cui sopra. Capiamo gli sponsor, siamo solidali con tutti, ma avremmo preferito vedere i nostri eroi vestiti con la divisa sociale, semmai con una tuta, piuttosto che liberi di esprimere la loro discutibile creatività in ardite combinazioni di look.

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È vero, ultimamente ci infastidiamo con poco, e di questo chiediamo venia. Ci infastidisce la pelliccia di Wanda, la cravatta di Banega, i baffi di Buffon anche se non ci riguardano, la sua compagna che va alle feste della Juve, perdoniamo a stento il gilet di Brozo giusto perché viene da una doppietta, e poi gli abbiamo già fatto pesare i selfie di settembre. Quelli per i quali “fa bene de Boer“, dopo la vittoria contro la Juve, “che errore de Boer“, ora che Brozovic è tornato ad essere fondamentale (stesso giornale).

Però possiamo assicurare che non siamo poi tifosi così intransigenti, che ai nostri eroi, anzi ai nostri ragazzi, abbiamo sempre dato tutta la comprensione del mondo, perché un tifoso dovrebbe giudicare solo l’impegno, mai i risultati. Gli scarsissimi risultati. Questo marketing della cena di Natale un po’ ci ammoscia, per il semplice motivo che si può fare marketing anche con la tuta dell’Inter o magari promuovendo altre iniziative che non dirò per evitare di passare per il moralizzatore di turno. E sinceramente l’unica morale che mi sento di fare è quella sulla cravatta di Banega. E no, non si può.

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Znedek Pioli

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8 gol fatti e 10 subiti in quattro partite: il bilancio di Pioli sarebbe da analizzare con una certa drammaticità se non fosse che neanche Kim Jong-Il si sentirebbe in animo di scaricargli addosso tutte le colpe. Il primo gol subito a Napoli spiega bene la situazione dell’Inter odierna: anche al primo minuto di gioco, a difesa schierata e a passaggi telefonati noi prendiamo gol, e allora non c’è speranza, nè è lecito nutrirla a breve termine. Sì, il supplizio (oltre che a noi) tocca in questo momento a Pioli, ma anche il colonnello Lobanowski non saprebbe spremere niente di più da una squadra impanicata dietro, sperduta in mezzo e facilona davanti. 8 gol fatti e 10 subiti: tanto valeva allora prendere Zeman, che al un discreto alibi: meno in conferenza stampa ci si divertiva di più.

Pioli ha un discreto alibi: oltre ad essere arrivato nel momento più moralmente imbarazzante degli ultimi decenni – giocatori con un tasso di garra che al confronto una suora orsolina è Valentina Nappi – ha visto durare 20 minuti il suo esperimento più azzeccato e probabilmente decisivo, cioè l’arretramento di Medel in difesa così da togliere quel tizio con la brillantina e aprire un’opzione in più a centrocampo e mettere chiunque. Ecco, questa è oggettivamente sfiga e il povero Pioli avrà sicuramente capito che razza di calvario – ben pagato, per carità – lo aspetta da qui a maggio se il suo uovo di Colombo si è rotto subito. Poi ha recuperato Brozo, ci sta provando con Kondo.

Sul resto, però, anche il piccolo Znedek ci ha messo del suo. Che è un po’ come accedere un cerino dentro una santabarbara: la situazione tecnico-psicopatologico-esistenzial-agonistico dell’Inter è oggi un immenso casino e tu, allenatore di medie capacità, qualche certezza la devi dare ai tuoi cerbiattoni che oggi andrebbero in crisi anche a palla-asino. Pioli ci ha provato – ci sta provando – ma non è facile, il materiale umano è di pessima qualità. Una volta a scuola quelli che andavano maluccio giocavano bene a pallone: oggi, all’Inter, quelli che giocano a pallone non ci capiscono più un cazzo. Ed è un problema serio, per una squadra di calcio.

Pioli si è trovato una squadra mezza sgretolata e adesso mi sembra di vederlo, il piccolo Znedek, girare sulle macerie con la sua ruspa in cerca di qualche superstite. Ma al momento della cacciata di De Boer qualche pilone era ancora in piedi, mentre ora si ha la netta impressione che nella foga di ricostruire Pioli stia facendo qualche danno: Banega e Joao Mario, per esempio, che prima andavano a sbalzi, adesso fanno cagare all’unisono e non è una bella cosa. Sembrano persi. Banega forse non lo abbiamo ancora visto davvero, ma certi sprazzi di Joao Mario sono ancora freschi nella memoria dei nostri poveri cervelli. Adesso sembra suo fratello, Pierao Mario, un centrocampista senza nè arte nè parte. Urgerebbe recuperarli. Almeno uno, santa madonna. Kondo, credo, lo stanno facendo giocare per dimostrare che è vivo prima di metterlo sul mercato: lui si è riguadagnato una chance vorrebbe anche mettercela tutta, ma perchè poi?

Sulla difesa non ci sono più parole. Se la prendi d’infilata, segni. Se la fai schierare, segni. Cioè: segni sempre. I centrali ballano, i laterali non so, non c’è un verbo adatto anche non richiami il sesso passivo. Un piccolo punto di orgoglio per il piccolo Znedek è che i 10 gol subiti nelle 4 sue partite sono arrivati tutti su azione: beh, son soddisfazioni. Mancano ancora tre giornate alle vacanze di Natale. La cosa non tranquillizza: di solito, dopo le vacanze andiamo anche peggio. Per fortuna ci sarà il mercato di gennaio. E, servirà soprattutto a vendere, ma sarà già un bel risultato: non vedere più alcune facce, quali che siano, sarà un piccolo grande passo verso un’Inter migliore. Vai piccolo Znedek, per vincere – ormai è chiaro – dobbiamo segnarne almeno quattro: oh, non è mica facile, però vuoi mettere?

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(nella foto, Valentina Nappi. O preferivate Joao Mario?)

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Cronache

L’Inter davanti e l’Inter dietro

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Tu, tifosotto, non ti puoi incazzare se nella partita che perdi a Roma con la Roma (dove non vinci in campionato da 8 anni e dove l’ultima vittoria fu sei anni e mezzo fa, in Coppa Italia, il primo pezzo del Triplete) hai creato 7-8 palle gol vere, nitide, qualcuna gigantesca: le partite per cui vai a dormire incazzato sono altre, non questa. L’aggettivo giusto sulla strada verso la branda è “preoccupato”, o forse “perplesso”, perchè in questa partita che a tratti sembrava una scazzottata di “Altimenti ci arrabbiamo” – occasioni di qua e di là a ripetizione – le chance concesse alla Roma sono almeno una decina, qualcuna clamorosa. Una partita che poteva finire in tanti mondi, una specie di 1X2 lungo novanta minuti, con una palla impazzita che pareva quella della roulette. Una partita che, secondo la statistica e il buon senso del padre di famiglia, è difficile da vincere se tu ti dai un gran daffare ma spalanchi la tua porta agli avversari per una decina di volte. O hai molto culo, o non la vinci.

La seconda che hai detto.

La partita di Roma, in questo tormentato inizio di stagione, segna per l’Inter un momento topico: una netta, importante differenza di rendimento tra i reparti. Finora avevamo fatto partite buone, discrete, modeste o disastrose a tutto tondo. Giusto qualche sfumatura, ma non così significativa. A Roma no, non può essere fatta la stessa pagella alla difesa, al centrocampo o all’attacco. O ancora meglio, all’Inter davanti e all’Inter dietro.

L’Inter davanti funziona. E dove ancora non funziona, o magari fa momentaneamente cilecca, sai che il meglio della tua squadra è lì, e te lo dicono i fatti, te lo dicono i numeri, te lo dicono le facce. L’Inter, l’Inter davanti, a Roma poteva vincere. Certo, metterne una su 7-8 è una media terribilmente bassa. Ma il gioco c’è, produce, crea, mette in condizione di.

L’Inter dietro non funziona. Roma-Inter poteva finire 7-4, 5-5, 6,7, 8-2. In ognuno dei risultati ipotetici, pensare che la nostra difesa potesse in qualche modo sfangarla sarebbe quantomeno disonesto. A Roma partita allucinante di Murillo, sulle fasce le solite incertezze, Handanovic ha fatto tre miracoli e tre miracoli sono tanti, sono tre quasi gol. In questo confronto tra due squadroni molto fuzzy, il ventre molle era il nostro.

Quindi, andiamo a dormire inquieti, ecco, inquieti. Un punto nelle ultime tre partite, tra campionato e coppa, ci riportano per terra dopo le tre vittorie consecutive in campionato. Roma ci ha detto delle cose, De Boer ne faccia tesoro. E anche Ausilio o chi per lui: per dirla alla Bersani, bisogna riempire i buchi del groviera.

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