Il Nero & L'Azzurro

Nove marzo mille novecento otto

Credo che l’Inter sia uno stato dell’animo. Devi avercela dentro, mica si sceglie. Almeno nel mio caso è stato così. Avevo sette anni e mio padre, appassionato di calcio, mi portò alla Standa di Bari per comprarmi la prima maglietta da calcio. All’epoca andavano quelle maglie in acrilico, aderenti e soffocanti, quelle con le quali ti ritraggono in una Polaroid. Tu, un pallone sgonfio, un taglio di capelli discutibile, la lana e un pantaloncino a fior di culo. Poi c’è sempre un calzettone fuori luogo in queste storie, ma poco importa. Avevo sentito parlare di Platini, all’epoca andava molto in voga il suo mito, e quello di una squadra per la quale vincere non era importante, ma l’unica cosa che contava.

Per me non è mai stato così. Vincere era importante, ma anche il modo con il quale si vinceva lo era. E quando mio padre, giocando a scopa, non prendeva il settebello per concedermi gioco e partita, io mi offendevo e me ne andavo. Ma all’epoca non ero capace di distinguere tali sfumature e così gli chiesi di comprarmi la maglia della Juventus. Alla Standa non c’era, e lui mi mise di fronte ad una scelta ben precisa: Milan o Inter. Non ero abbastanza informato, non sapevo nemmeno chi ci giocava nell’Inter. Avevo sentito parlare di Rummenigge, ma lo storytelling di mio padre prevalse: “Io tengo al Milan, e tuo fratello Alfonso anche”. “E Sergio?” gli chiesi per completezza di informazioni. “Sergio è nato a Bergamo, tifa per l’Atalanta”. Fu allora che decisi che io avrei tifato per il Bari, ma mi feci comprare quella maglia del Milan. Come mio padre e mio fratello, avrei simpatizzato per i rossoneri.

Il tempo di indossare la maglia, e fare un giro in cortile. Troppo stretta, quei colori non mi piacevano, e io mi sentivo inadatto ad una fotografia da archiviare. La tolsi prima che mio padre arrivasse con la Polaroid per la foto che mi avrebbe condannato per sempre. Feci un po’ come quei signori che nel 1908, al ristorante l’orologio decisero di dare vita ad un progetto meraviglioso, scissionista, visionario. Il mio scisma era familiare, confessai a mio padre che con il Milan non c’entravo nulla, e gli chiesi di portarmi per l’ultima volta alla Standa a cambiare la maglietta. Quando toccai, e poi indossai la maglia dell’Inter mi sentii subito a mio agio. Come se quei colori mi stessero aspettando. Non c’erano idoli, e per fortuna non c’erano nomi da scrivere sulle spalle, altrimenti temo che avrei dovuto scegliere Vincenzo Scifo. Ma poi arrivarono i tedeschi, Aldo Serena, Nicola Berti, lo scudetto dei record, e le prime rivincite in famiglia.

Durò poco, ma credo di aver accumulato tanta di quella pazienza, e orgoglio, da poterci sopravvivere due vite. Il 5 maggio, la semifinale beffa con il Milan e troppe altre notti insonni. In compenso ho vissuto la notte di Barcellona e quella di Madrid, nell’anno che vale dieci anni delle vite sportive degli altri. L’Inter è uno stato dell’animo. l’Inter ce l’hai dentro, perché a fondarla è stata un gruppo di artisti, intellettuali, studenti e stranieri, e in una di queste categorie ci devi stare – per merito o per aspirazione – per poterla portare addosso.

Mi piacevano i colori, mi piaceva la storia, la voce di Sandro Ciotti quando alla radio diceva “L’Internazionale“. Ci ho provato a farne a meno. Perché il mio amore per il Bari, la squadra della mia città, è tale che ad un certo punto ti chiedi: “Ma perché mai dovrei tifare per due squadre, e perché per una del nord?”. Dalle mie parti è molto sentito il tema del “doppiofedismo“, ed è difficile conviverci, finché non te ne fai una ragione. E capisci che l’Inter è una squadra dove l’unica bandiera che conta è quella del talento, come dicevano i fondatori, che è una storia di quelle che vorresti raccontare in continuazione, e in fondo è per questo che siamo qui. Per raccontare.

Per stringerci la mano e farci gli auguri, ricordandoci di come siamo diventati interisti, e di quel 9 marzo del 1908. Perché nessuno può contare su una fondazione così leggendaria, e su un manifesto così bello: “Nascerà qui al ristorante L’orologio, ritrovo di artisti, e sarà per sempre una squadra di grande talento. Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro sullo sfondo d’oro delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo“. Nove marzo mille novecento otto è il nome del nostro album, della nostra canzone, del nostro romanzo, del tema che avrei voluto consegnare il giorno della maturità.

Adesso raccontami di come sei diventato interista tu, fratello.

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