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Capire Spalletti (o almeno provarci)

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Alla sollecitazione del cronista “C’è un grande entusiasmo intorno alla squadra”, Mourinho probabilmente avrebbe risposto con un “Ci fa molto piacere il calore dei tifosi”, Mancini con un “Ottimo, siamo contenti, è un buon inizio”, Stramaccioni con un “Ahò, bene bene!”. Luciano Spalletti, nell’immediato post-partita di Inter-Villarreal, l’ultima amichevole, ha invece risposto così:

“Mi sembra giusto, stanno recependo la serietà dei ragazzi e di come lavorano, il messaggio che hanno mandato ogni volta che escono fuori dal recinto di casa nostra è che si dà a vedere che si vuol fare sul serio, si vuol fare quello quello che obbliga il professionismo, cioè la competenza, noi siamo competenti, vogliamo essere competenti per il nome che portiamo e la professione che facciamo”,

riassumibile con un:

“La squadra ha dato un segnale e il pubblico lo ha recepito”,

ma espresso con il quintuplo delle parole necessarie e con una carpiatura dei concetti che, complice l’ipnotico e suadente eloquio del nostro condottiero, non si riescono a cogliere in diretta ma solo dopo un’attenta rilettura. E siccome in diretta ci sembra sempre di capire qualcosa, cogliendo qua e là parole familiari (squadra, pallone, difesa, gol) che ci rassicurano, è piuttosto qui, nell’attenta rilettura, che ci si apre un mondo. Come parla Spalletti, e cosa vuole dirci esattamente?

Ora, noi potremmo accontentarci di un fatto sostanziale, che renderebbe tutto il resto davvero marginale: cioè che in quale modo, un modo qualsiasi, Spalletti si faccia capire dalla squadra e che la squadra capisca Spalletti. Possiamo nutrire la ragionevole certezza che, nel rude lavoro quotidiano, Spalletti alla Pinetina non urli da bordocampo qualcosa del tipo

“Nagatomo, ascoltami, il tuo movimento difensivo dovrebbe evolvere in una direzione che ti consenta di esprimere al meglio le tue doti di velocità e nel contempo alla nostra difesa di poter contrastare con efficacia la fase offensiva dei nostri avversari!”

ma un più sintetico

“Yuto, santiddio, la diagonale!”

Ecco, appunto: la sintesi. Diciamo che, davanti a telecamere e taccuini, non è la dote principale di Spalletti. E noi, tutti noi interisti, dovremo adeguarci. Senza necessariamente capire. Che in sè è una situazione non priva di un fascino perverso. Ci toccherà cioè affidarci a occhi chiusi a un flusso di parole non sempre traducibili. Ci toccherà fare, nel nostro intimo, quello che già molti siti fanno ora: sbobinare e mettere in bella copia, perchè l’elaborazione esatta dello Spalletti-pensiero (oltre ad affrontare il rischio di travisare concetti importanti e offrirne una versione non autorizzata) è superiore alle forze di tutti.

Torniamo brevemente alla frase post-Villarreal. Nel replicare alla più innocua e scontata delle domande, Spalletti esagera ed entra addirittura in un territorio inesplorato, come se a un chiterrista avessi chiesto un giro di do e quello ti rispondesse con l’assolo di “Little wing”. Spalletti parla di “competenza”. Ma chi, riferendosi a dei calciatori, si è mai azzardato a parlare di competenza? Per l’universo mondo i calciatori sono forti, fortissimi, scarsi, pippe, anarchici, disciplinati, straripanti, modesti, inadeguati eccetera eccetera. Ma competenti, quando mai si era sentito? Competenti. Rendiamocene conto: è straordinario.

Spalletti può regalarci emozioni concettuali che gli altri se le sognano. Prendiamo a titolo di esempio quest’altra frase eleborata in una delle conferenze stampa del tour in Oriente. In Italia esce il calendario e in sala stampa gli chiedono cosa ne pensa e come vede la corsa allo scudetto e alle coppe europee. Una domanda che avrebbe fatto un bambino dell’asilo. Ma Spalletti, in queste situazioni così scontate, sa trovare il modo di stupire:

“Abbiamo avuto la conferma anche di altre squadre che possono accorciare il gap che c’è ad oggi con la Juventus. Sarà il tempo a dire chi lavora nella maniera corretta per aspirare a quelle quattro posizioni ma noi vogliamo esserci”,

riassumibile con un:

“Puntiamo ai primi quattro posti, la Juve è favorita ma avrà vita dura”

ma il nostro mister aggiunge sempre il tocco del maestro. Per dire: da chi cazzo avrà mai avuto la conferma che ci sono altre squadre che possono accorciare il gap con la Juventus? C’è una intelligence che lavora per fornire informazioni sule ambizioni della squadre di vertice? Tutto ciò ci inquieta, e un po’ ci piace.

Scontiamo, a livello comunicativo, i recenti cambi societari. Abbiamo un padrone che si esprime con un elementare “Fozza Inda”, un presidente che parla per interposto interprete. E questo un po’ ci deprime, dopo una lunga stagione in cui potevano identificarci in un signore milanese perennemente disposto a rilasciare dichiarazioni e nei suoi concetti-base del tipo

“Non è una cosa simpatica nell’insieme”,

adattamento morattiano di un più grezzo

“Ci stanno proprio rompendo i coglioni”.

Che nostalgia. Ma adesso è arrivato lui, Spalletti, con le sue frasi senza virgole e con mille parole (di cui 950 superflue). E siamo solo all’inizio, ragazzi. Solo all’inizio.

 

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Voi e i vostri fottuti occhi da cerbiatto

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Il tifoso da curva non sa più come insultare, il tifosotto non sa più cosa dire e il blogghe non sa più cosa scrivere. Quello dell’Inter è il primo caso di encefalogramma piatto contagioso, come se la mancanza di reazioni vitali si propagasse tra consanguinei come una varicella. E’ una stagione così, bizzarramente disastrosa, dove solo il nome altisonante dell’avversario costringe i nostri beniamini a un’impennata di orgoglio e di professionalista (Juve, Milan, Roma: le tre partite migliori, peraltro quattro punti, non nove) e il resto è una bella spianata di merda tipo qua attorno, nel Pavese, quando spargono i fanghi nei campi per concimare. Qualche aiuola qua e là, qualche fiorellino, e il resto una robaccia puteolente (aggettivo che sognavo di scrivere da almeno 13 anni, senza averne mai l’occasione) (grazie Inter).

Del resto, cosa dire, pensare o scrivere di una partita come quella di giovedì? Sì, certo, puoi metterti a vomitare bile o a rovistare nelle tasche del tuo cervello alla ricerca di un residuo di ironia, ma a che pro? La peggior Inter europea della storia è passata agli archivi mentre mangiavo una pizza, in un ristorante dove ero arrivato sul 2-0 – e proprio mentre Icardi prendeva la traversa del quasi 3-0 e io ordinavo una margherita) e da cui sono uscito sul 2-3, e pioveva pure.

Ora, quello che è accaduto giovedì sera non è oggettivamente normale. Non è normale che una qualsiasi squadra che cerchi di darsi un tono si faccia rimontare una partita già vinta da una squadra israeliana, che con noi ha fatto sei punti e segnato cinque gol in due partite. Non è normale smettere di giocare 35 minuti prima della fine, quando avevi in mano il match e avevi allungato l’agonia europea alla sesta giornata di un girone demmerda, e magari con l’aiuto degli astri e di qualche suicidio altrui la sfangavi pure. Non è normale, e non so quante altre squadre avrebbero combinato un disastro del genere.

Diciamo che, dopo giovedì, siamo quantomeno arrivati alla quadratura del cerchio. Dopo mesi a cercare colpevoli, forse li abbiamo trovati. Abbiamo voluto testardamente incolpare la società, che di colpe ne ha – a partire da 6 mesi fa, nel non aver lasciato libero il Mancio. Abbiamo voluto pervicacemente accusare la dirigenza, che di colpe ne ha – a partire dalla scandalosa gestione di affari interni, tipo la gestione dei deliri di Icardi o la cottura a fuoco lento del povero Frank. Abbiamo voluto, l’abbiamo fatto. MA non eranbo i soli colpevoli, ce n’erano altri e facevamo finta di non vederli. Come quando si inizia uno di quei gialli scritti male, che dopo 50 pagine dici “no dai, troppo facile, non può essere lui” e allora vai avanti con la mappazza e alla pagina numero 500 ti rendi conto che avevi ragione e ormai non puoi nemmeno fare il reso su Amazon.

Il secondo tempo israeliano, sostanzialmente, i colpevoli ce li ha. In campo non c’erano Ausilio e Zanetti, in difesa non giocava Zhang, a centrocampo non giostrava Thohir. Non è colpa loro se la squadra smette di giocare, se otto-nove decimi si perdono in un bicchier d’acqua, se in porta c’è lo stuntman di “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”. Non è nemmeno colpa di quel pretino di Pioli, che cerca nobilmente di addossarsi colpe non sue, quando tutto quello che dovrebbe fare è appendere qualche scioperato all’attaccapanni, come ai bei tempi. Poche balle, la partita l’hanno persa i giocatori.

Poche balle, e poche seghe. La squadra è scarsa? Qui bisogna essere seri e relativizzare le affermazioni. Rispetto a Bayern, Barcellona, Chelsea, City ecc. la squadra è (più) scarsa. Ma se il confronto è con le tre squadre del gironcino del cazzo di Euroleague e con 18 squadre del campionato italiano (una purtroppo è fuori categoria, dopo che le due principali competitor le hanno ceduto il loro pezzo migliore), allora usciamo dall’equivoco: siamo al livello delle migliori e molto più in alto delle peggiori. Una posizione che oggi, serenamente, senza sforzi immani, avrebbe dovuto fruttarci una delle prime tre-quattro posizioni in campionato e una disinvolta qualificazione in Coppetta. Invece: 8 punti dal terzo posto in campionato in sole 13 partite, e ultimi (ultimi!) in Coppa.

Al netto delle colpe di tutti gli altri – società, dirigenti, allenatori (si noti il plurale) – forse è giunto il momento di prendere i giocatori per le palle e stringere forte. In campo ci vanno loro, le partite le perdono loro. I centomila cross sbilenchi li fanno loro – la miglior pattuglia di crossatori dell’emisfero boreale azzecca un cross ogni cinque; i movimenti difensivi con la labirintite li fanno loro – una difesa che leggi i nomi e ti chiedi il perchè faccia così incredibilmente cagare; le mollezze a centrocampo le fanno loro – filtro? what’s filtro? assist? what’s assist?; le minchiate in attacco le fanno loro – partite con zero occasioni e zero gol, partite con un’occasione e un gol, partite con centoventi occasioni e zero/un gol: siamo un caso di scuola a livello mondiale.

Tranquilli, ragazzi, in B non ci andiamo: ci sono alcune squadre che ci arriveranno dietro, quindi rilassatevi. E cercate di rimettere ordine alle vostre idee e di dare un senso ai vostri mostruosi stipendi. No, non è demagogia, usciamo anche da quest’altro equivoco: non è demagogia. Io posso anche andare a lavorare con il broncio, con le manie da persecuzione, con le ginocchia molli o entrando in ufficio come Bruce Lee tipo Handa, stendendo un collega che tarda a fare le fotocopie. Ma ci vado perchè devo portarmi a casa la pagnotta e cerco di fare del mio meglio, pur dovendo aspettare minimo cinque anni per mettere insieme la teorica cifra che il più sfigato dei nostri beniamini prende il 27 di un singolo mese. E’ demagogia pensare che tutti passeranno incopevolmente all’incasso anche dopo il secondo tempo in Israele?

I colpevoli sono i giocatori.

Ultimamente mi si è incerbiattato pure Miranda, per dire. Occhi da cerbiatto anche i suoi, come quelli degli altri, tutti ex tigri, bei tempi per chi se li ricorda. Incerbiattamenti alla minima difficoltà, incerbiattamento mentre vinci 2-0, quasi 3, con il più sconosciuto degli avversari di Europa League. Ecco, io sono stufo di questi sguardi adulti e ultramilionari che si perdono nel vuoto a ogni piè sospinto. Quello sguardo, ragazzi miei, tenetelo per i vostri momenti più intimi. Tipo quando siete sui vostri divani stilosi da diecimila euro con la vostra donna, lo sguardo vi si fa acquoso, inturgidite gli abbracci e sbatacchiate le palpebre nell’irresistibile, magico, dirompente momento in cui state percependo che lei ve la sta per dare. Ecco, lì sì, incerbiattatevi pure. Ma in campo, santiddio, tirate fuori i coglioni.

Cosa scrivere dopo la partita di giovedì? Ma no, niente, bisognerebbe stare solo zitti. Dico sono che di questi io non mi fido più, stop, fine. Mai occasione è stata più propizia per dire che i colori (che restano) e gli uomini (che passano) viaggiano tra cuore e cervello in binari paralleli. L’amore per i colori è eterno e non sarà mai in discussione. L’amore per tutto il resto – squadra, allenatore, società -, nessuno si offenda, può andare e venire, può essere sottoposto a verifiche, può balbettare se non corriposto. Si può amare una squadra come quella del secondo tempo in Israele, anche se veste la nostra maglia?

Quindi, a partire da domani: o questa squadra si fa amare (giocando, sudando, spremendo, smoccolando, mordendo, segnando, arando, travolgendo, anche sbagliando, ma sbagliando a fin di bene) oppure ciao, ci vediamo al prossimo giro. Voglio provare un esperimento inedito: tifare Inter senza tifare i giocatori. Praticamente farò come la Curva con Icardi, un tifo selettivo: esulterò per le vittorie e mi macererò per le sconfitte, come sempre, ma dopo aver assistito a partite di undici maglie nerazzurre senza nessuno dentro. Che, se ci pensiamo bene, è esattamente quello che è successo nel secondo tempo in Israele, il diretta mondovisione.

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L’Internazionale Football Club Milano spiegata a Zhang Jindong (prima che sia troppo tardi, faccia qualcosa di interista)

Caro Signor Zhang,

mi permetto di scriverle questa nell’eventualità sempre meno remota che di quel che accade in questi giorni a lei sfugga la dimensione grottesca e la grande sofferenza che sta procurando a tutti noi tifosi dell’Inter, la società ma soprattutto la squadra di cui lei è azionista di maggioranza e per la quale ha speso, sta spendendo e presumo che spenderà ancora una quantità di denaro enorme e imbarazzante.

Ci siamo lasciati qualche mese fa con quel suo Fozza Inda! buffo e benaugurante, perché l’incitamento è comunque un messaggio diretto e naturale, pazienza per la pronuncia. Poi sono successe cose, tante cose, troppe cose.

Prima mi permetta di raccontarle chi siamo noi. Userò una metafora semplice, la più semplice. L’Inter è la macchina che lei ha scelto di usare nel giorno del suo matrimonio. Una bella macchina, prestigiosa, magari un po’ agée, sicuramente non velocissima. Una macchina che ha visto giorni migliori e che pur tuttavia può farle fare un figurone. Noi siamo i barattoli. Ha capito benissimo, noi tifosi siamo i barattoli e gli addobbi, i festoni attaccati alla macchina, quelli che fanno una terribile e festosa caciara e che la rendono unica. La macchina ci trascina, noi trasformiamo la macchina in qualcosa di bello. Senza di noi è solo una macchina, forse anche un po’ triste. Lei ha comprato la macchina ma temo non le abbiano spiegato che in qualche modo che a lei sfugge, la macchina è anche nostra.

Non mi fraintenda, da queste parti la proprietà privata è ben tutelata e non da ieri, lei ha pagato profumatamente una serie di diritti garantiti e certi e nessuno mette in dubbio che il suo munifico sforzo abbia tecnicamente salvato l’Inter da destini ben più foschi, ma quello che forse non sa è che anche in quel caso, anche se fosse andato tutto a catafascio quei barattoli e quei festoni, noi tifosi saremmo rimasti attaccati alla macchina, ben saldi e rumorosi fino alla fine e anche oltre. Perché se nella sua antica cultura l’attesa e la pazienza sono valori assoluti, mi preme farle sapere che di pazienza noi ne abbiamo e ne abbiamo avuta in quantità industriali, rimarchevoli anche se misurate secondo i suoi millenari parametri.

La nostra pazienza e la nostra dignità sono state messe a durissima prova da altri prima di lei, siamo stati costretti a indossare gli abiti stazzonati e tristi dei perdenti prima, dei milionari fatui e un po’ fessi dopo, abbiamo assistito a sconfitte umilianti che son servite a rendere ancora più belli i trionfi successivi, quelli indimenticabili.

Ora Signor Zhang, se osserva con attenzione la macchina che ha comprato noterà che siamo ancora lì ma siamo un po’ meno festosi e parecchio più perplessi.

Le rubo altri cinque minuti per raccontarle cos’è l’Inter. Questo è il paese dei campanili, siamo capaci di detestarci a morte per il solo fatto di essere nati a pochi chilometri di distanza, figuriamoci quando nel mezzo c’è il calcio, il tifo e ci sono squadre amate da milioni di barattoli proprio come noi. Programmare e attendere sono una buona cosa, ma non bisogna mai dimenticarsi che competere e farlo nel quotidiano è la benzina che alimenta la sua macchina: la nostra passione. Poco razionale mi dirà, ma da queste parti va così. Al di là dell’importante questione del brand e delle sue infinite possibilità di espansione a oriente, quello che ci preme, quel che ha a cuore chi ama e segue una squadra è la possibilità di competere e di farlo con dignità, senza mettersi in ridicolo.

L’Inter è una squadra strana e bellissima Signor Zhang. Chi non la tifa la detesta, ma di loro non curiamoci, ci interessano poco (giusto lo scrupolo di non farli divertire e godere come in questi giorni, ma ci arriviamo), fatta di nevrosi collettive, pulsioni al bello per il bello, senso epico della sconfitta ed euforia pura nella vittoria. Non ci fa diversi tanto il Pazza Inter, che le squadre pazze sono inaffidabili e noiose, ma quella strana e inspiegabile spocchia che abbiamo e che avevamo anche quando non si vinceva da tanto, troppo tempo. Comprare l’Inter significa comprare anche questo magma di emozioni furibonde e rispettarlo come si rispetta un patrimonio vero e unico. Perché se lei ci mette il denaro, noi siamo quell’incalcolabile valore aggiunto senza il quale la squadra, il brand i progetti di internazionalizzazione non contano più nulla e valgono zero.

Quelli più informati sostengono che dietro la sua acquisizione e più genericamente a tutti gli investimenti cinesi nel calcio europeo ci sia un diktat molto chiaro e secco di Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese in cerca di un’inedita conferma al potere, di un prolungamento della sua sfera d’influenza da conquistare anche con strumenti non tradizionali (per la Cina). Uno di questi è la propaganda, arma fenomenale che si nutre di messaggi chiari, uno dei quali è sempre stato e sempre sarà la supremazia sportiva. Sempre quelli più informati sostengono che Xi Jinping abbia chiesto agli industriali più potenti e in vista di investire nel calcio europeo per costruire conoscenza e riportarla in patria, per costruire consenso in cambio di qualche solida facilitazione fiscale e della sua gratitudine. Di tutto ciò, anche se fosse vero, vorrei lei sapesse che ci interessa poco, pochissimo. L’altra squadra di Milano è stata usata nello stesso modo per un ventennio e i suoi tifosi son pasciuti e ancora soddisfatti. A una condizione, però.

Ci son tanti modi di investire il proprio denaro, l’equivoco sta solo nel risultato atteso e nelle modalità. Potrebbe anche essere che a lei di tutto ciò interessi pochissimo e che l’Inter sia una formalità assolta, in cui versare ogni tanto parte minima dei suoi enormi ricavi e da condurre come un piccolo fastidio lontano. Anzi, di cui delegare la guida a gente che conosce poco ma che in qualche modo le è stata raccomandata e segnalata da chi le ha ceduto la società.

Signor Zhang vorrei che questo non fosse un brusco risveglio ma le garantisco che siamo in  pessime mani.

Quello che sta succedendo in queste settimane, quello che succede da luglio è un piccolo incubo. Piccolo perché sportivo e irrilevante rispetto alle tragedie vere, ma pur sempre un incubo senza fine. Dirigenti inadeguati, spaventati, senza guida. Comunicazione allo sbando, il bullismo dei mezzi d’informazione accettato come fosse naturale e ora quest’ultima terrificante pirlata dei casting. Si dice così dalle nostre parti, pirlata e spero che esista una parola analoga nel suo vocabolario, si dice così quando si vuole definire qualcosa di stupido, puerile e inadeguato. Una scemenza ma un po’ peggio.

Ora Signor Zhang, né io né larghissima parte dei barattoli che stanno attaccati alla sua macchina, a quella che lei ha comprato per qualche centinaio di milioni di euro abbiamo le possibilità economiche per sollevarla dall’imbarazzo e nemmeno abbiamo la confidenza o il potere per interrompere questo scempio, ma lei sì. Avrà di certo considerato che un’azienda gestita così male rappresenta un danno economico enorme, bene ci metta pure quello morale e faccia la somma. Intervenga, usi il pugno di ferro che le ha permesso di trasformare Suning nel colosso che è, usi scaltrezza e applichi la sua imprenditorialità. Faccia qualcosa, faccia qualcosa di interista (per citare un film che di certo non avrà visto ma che in qualche modo rappresenta bene il nostro disagio).

Perché possiamo essere antipatici, ganassa, sbruffoni, nervosi, inquieti, possiamo sopportare le sconfitte ma lo squallore no.

Signor Zhang, questi sono forse i giorni peggiori e più angoscianti della nostra vita da interisti e se nessuno finora gliel’ha detto, eccoci. Faccia qualcosa o cerchi qualcuno, perché non necessariamente un matrimonio deve durare per sempre e le macchine si rivendono. Permettere alla stampa e ai giocatori di esonerare un allenatore (de Boer), non avere alcuna alternativa e far trapelare la notizia dei casting, permettere che un proprio stipendiato venga brutalizzato e minacciato (Icardi), permettere che quello stesso dipendente pubblichi un’autobiografia delirante, non accorgersi che chi dovrebbe guidare la società e occuparsi di tutto ciò latita sono segnali gravi. Non è importante come molti sostengono che lei o chi per lei sia qui, ma è fondamentale che le persone a cui lei delega la gestione e che vengono profumatamente pagate per farlo siano capaci e affidabili.

Siamo in pessime mani Signor Zhang, pessime mani.

I miei più cordiali saluti,

Un Barattolo Perplesso

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Non si fanno prigionieri (forza Zhang, è ora di sistemare le cose)

Di Hendrik van der Decken

Ci sono già stati momenti bui nella storia nerazzurra, come in quella di tutte le squadre. Prima o poi si passa attraverso il girone infernale di quello che sembra un circolo vizioso senza via d’uscita, finché l’uscita invece si trova. Quello che però non sfugge all’osservatore attento è che quando di solito capita ciò, c’è sempre un’azione o una strategia pianificata che porta il club incagliato in successive stagioni di sconfitte fuori dalle secche del fallimento. Personalmente, e per la mia esperienza professionale, non credo alla sfortuna: certo, questa esiste nel momento in cui la palla rotola sul campo e prendi un palo o subisci un’autorete con una deviazione completamente casuale, o magari il tuo giocatore migliore incappa in un lungo infortunio, e questi episodi magari ti fanno perdere un campionato o ti fanno uscire dalle coppe.

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Ma una stagione vincente, così come s’intende negli States – quindi non necessariamente una stagione con dei trofei vinti, ma anche soltanto una stagione dove la squadra rimane competitiva fino alla fine pur non vincendo – è sempre frutto di una serie di decisioni, quasi sempre strategiche più che tattiche, passando dalle azioni coordinate di uno staff, alla scelta delle persone giuste per portare avanti detta strategia (dirigenti, allenatori, giocatori) per finire al dispiegamento delle risorse a disposizione per eseguirla e portarla a compimento.

Vale in tutti i contesti organizzati, dalle aziende, alle squadre di calcio, alle bocciofile: il principio non muta, cambia semmai la sua declinazione e ovviamente la sua applicazione.

Quello che lascia letteralmente esterefatti nell’analisi dell’attuale situazione nerazzurra è la sequenza ininterrotta di pessime decisioni prese una dietro l’altra, quasi ad apparecchiare appositamente un disastro ampiamente annunciato. Ancora più sconvolgente per il tifoso-osservatore vedere situazioni, respirare atmosfere e vivere momenti che si ripetono con tremenda regolarità. Ma quello che lascia assolutamente terrorizzati è osservare come dette situazioni e atmosfere siano uguali a quelle già viste e provate dieci, quindici, venti anni fa.

E questo fa scattare una serie infinita di allarmi, perché in questo lasso di tempo sono cambiati non solo com’è nella natura delle cose i giocatori e gli allenatori, ma sono cambiati dirigenti, assetti organizzativi, presidenti e persino proprietari: questo ripetersi di situazioni va quindi capito, analizzato e possibilmente spiegato, perché se tutto cambia e niente cambia, c’è qualcosa di radicato e oserei dire atavico che va cercato e rimosso. Questa analisi non vuole essere quindi un’astiosa rassegna di colpevolezza né un tribunale, ma è una rassegna di eventi e di possibili rimedi futuri che deve essere fatta con spietata sincerità. Guardiamo cosa è successo, quindi, in rapida sequenza, chiarendo com’è doveroso che le valutazioni in merito sono totalmente personali e quindi opinabilissime.

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La stagione è stata compromessa la prima volta nel momento in cui hai un allenatore e non riesci né a chiudere con lui a giugno perché è evidente che le intenzioni delle parti non coincidono più, né a convincerlo ad andare avanti fino alla fine della stagione.

La stagione è poi compromessa per la seconda volta, ammesso che fosse rimediabile la prima, quando scegli un allenatore nel momento in cui il calendario dice che tra due settimane giocherai la prima partta di campionato, quando anche il più scalcinato follower dell’Eredivisie sa che egli ha certe caratteristiche (assoluta necessità di tempo per sé e per la squadra, conoscenza dell’ambiente e del campionato), incompatibili con i risultati immediati (o almeno con un’elevata improbabilità che li ottenga), sapendo invece che questi sono un “must” e un obiettivo imprescindibile, nonché parte fondamentale della strategia adottata dalla dirigenza.

Per finire, la stagione è compromessa per la terza e probabilmente definitiva volta, anche se la possibilità che non lo fosse era ormai diventata esponenzialmente infima, quando costringi l’allenatore a fare un gioco che non è il suo. Se sia stata la pressione dei dirigenti o della squadra a far abiurare Frank de Boer all’idea di gioco che stava cercando di importare all’Inter non lo so, e in fondo credo abbia un’importanza davvero relativa. Per quanto la classifica non avesse fino al match casalingo contro contro il Cagliari premiato il gioco prodotto anche a causa dei meccanismi difensivi decisamente insufficienti, la squadra aveva giocato male solo la prima partita contro il Chievo, mostrando dei progressi incoraggianti quasi ogni domenica. Ma se Frank de Boer deve snaturare la sua idea di calcio cercando di fare un calcio sparagnino e di conserva, ci sono millanta allenatori migliori di lui per portare in campo quel tipo di gioco.

Nel momento in cui scrivo, l’esonero del tecnico olandese sembra l’esito più probabile, per non dire certo, di questa vicenda. Quel che segue, rimane valido in ogni caso: sia che de Boer rimanga, come francamente spero, sia che venga rimpiazzato da qualcuno che punti a portare a termine la stagione nel modo più indolore possibile.

Voglio essere chiaro, perché la mia predilezione per il calcio Oranje può essere comprensibilmente fraintesa: ritengo senza tema di smentita che si può vincere in tanti modi, ed eccetto quelli in cui c’entrano SIM svizzere e slovene, tutti legittimi e con merito. “Bel gioco” è un’affermazione senza senso perché l’estetica non è oggettiva e i gusti sono insindacabili. Se a me piace un calcio fatto di possesso e a Michele Dalai il tiki-taka fa venire l’orticaria, le due valutazioni rimangono valide in assoluto per entrambi gli individui: ho ragione io, e ha ragione Michele. Vincere portando a casa tre punti ogni domenica tirando in porta una volta e difendendosi per 89′ è legittimo e meritevole quanto vincere giocando come il Barcellona, su questo non ci può essere il minimo dubbio. Ma alcuni allenatori praticano un tipo di gioco che richiede necessariamente, e senza eccezioni, un apprendistato. Non puoi arrivare ad essere nella condizione di poter vincere giocando quel calcio se prima non impari a giocare quel calcio. Semplicemente, quel modo non prevede scorciatoie. Sarri, Guardiola, van Gaal, Di Francesco, Sacchi, de Boer, Luis Enrique, Zeman… continuate voi l’elenco, possiamo andare avanti per un pezzo.

Tutto questo doveva e deve essere ben presente nella mente di ogni dirigente calcistico. Trascurare questo tipo di nozioni francamente elementari dà la misura dell’approssimazione grottesca che ha circondato il processo decisionale dell’FC Internazionale nel momento in cui si è scelto Frank de Boer per rimpiazzare Roberto Mancini. Perché è evidente che se l’allenatore è sotto accusa per i pochi punti portati dopo due mesi e mezzo scarsi di attività, con una squadra che lui non ha potuto scegliere in alcun modo, né sotto il profilo dei giocatori in rosa né sotto quello della preparazione atletica né tantomeno tattica, il suo profilo non poteva e non doveva essere preso in considerazione. Non in quel momento, non in quelle circostanze. Questa cosa è stata detta in tutti i modi e in tutte le salse da coloro, me compreso, che seguono assiduamente il campionato olandese e che hanno seguito il lavoro di de Boer all’Ajax. È assolutamente inconcepibile che questo concetto non fosse noto e assolutamente chiaro in chi ha preso la decisione di ingaggiare il tecnico quattro volte campione d’Olanda. Non c’è nessuna giustificazione.

Si può sbagliare un allenatore, non è questo il punto: si può pensare che abbia certe caratteristiche ma purtroppo, per vari motivi, queste si rivelano inadatte al compito. L’abbiamo visto tante volte dappertutto, non solo all’Inter: non si può sbagliare invece nel momento in cui quelle caratteristiche sono, con tutta evidenza, non consone alle esigenze che il club ha stabilito di avere in quel preciso momento. Se dobbiamo chiamare le cose col loro nome, questo si chiama dilettantismo, nel migliore dei casi; incompetenza, in quelli più seri.

E attenzione: ho sentito dire da tantissimi, davvero tantissimi tifosi che “noi possiamo vincere solo giocando in un certo modo”. Potrebbe essere vero, ma per come la vedo io anche questa è la certificazione che siamo ben lontani dal essere o dal poter diventare un grande club a breve. Nessun grande club si autolimita in questa maniera: caso mai ha delle preferenze e cerca di assecondarle, ma il Barcellona – se costretto ad assumere, che so, il Cholo – non rifiuterebbe mai di sostenere Simeone come proprio allenatore dicendo che “da noi non si può vincere giocando così”. Barcellona, Real, Bayern, Manchester e fate voi la lista. Di italiane non ne cito, ma purtroppo ci sono, e non sono l’Inter.

È quindi arrivato il momento, oserei dire il dovere, di essere chiari e senza mezzi termini, per quanto male possa fare in primis a me che scrivo: Oggi l’Internazionale è un club di medio-alto livello, anche per la storia gloriosa che gli appatiene, che però non fa parte dell’elite del calcio mondiale. E non è che non ne faccia parte per motivi puramente economici, ma piuttosto perché i limiti strutturali, organizzativi e dirigenziali sono tali e tanti da non poter in nessun modo far annoverare la società tra le grandi del calcio.

Questa è la cruda verità. La speranza è che la nuova proprietà lo capisca in fretta, azzerando completamente i ruoli di responsabilità all’interno e ripartendo con un roster dirigenziale completamente nuovo. Come accennato, l’evidenza ci dice che cambiare proprietà, presidenti, allenatori, giocatori, amministratori, non ha portato alcun cambiamento nelle tare storiche di questo ambiente. Va operata una ristrutturazione generale che porti all’interno del club menti fresche, non condizionate da una serie di situazioni stratificate nell’ambiente nerazzurro, e che a livello societario e dirigenziale non può ormai non essere considerato diversamente da un handicap che limita le prestazioni del club e, conseguentemente, un difetto da eliminare.

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Ogni visione più morbida di questa darebbe la misura chiara di non aver compreso il problema, le soluzioni necessarie, ma soprattutto quanto in profondità la radice del disastro tecnico-sportivo sia profonda. Perché tutto questo, fratelli di tifo, non è teoria e non rimane confinato in un’analisi più o meno accurata delle strategie dirigenziali e degli errori organizzativi: tutto questo si traduce in ciò che vediamo in campo e che ci fa esplodere il fegato ormai con frequenza insostenibile, né più né meno di quanto accada in aziende malamente organizzate e senza strategia, le quali vedono riflesse alla fine del mese nei loro pessimi risultati di fatturato le conseguenze delle tare che hanno a monte.

Quello che possiamo fare da tifosi è ciò che facciamo sempre: tifiamo, magari ci accapigliamo – e noi interisti siamo specialisti nel dividerci sempre a metà o quasi – ma rimaniamo compatti dietro la squadra e la società. Ma stavolta leggo e sento qua e là uno scoramento che sta incrinando seriamente la passione nerazzurra in molti, moltissimi interisti.

Questo è un segnale disastroso, ed è per questo che lo scritto che state leggendo vuole essere anche un appello rivolto a Jindong Zhang a fare presto, prestissimo: che dia un assetto all’Inter il più velocemente posibile in modo da attuare la sua strategia, qualunque sia. Perché solo di una cosa possiamo essere certi: Suning non può permettersi un’immagine dell’Inter perdente o dilettantistica, quindi qualunque sia la strategia avrà un solo scopo: portare l’Inter stabilmente nell’elite del calcio italiano ed europeo.

Solo così possiamo confidare in un veloce recupero di competitività. Che Zhang non faccia prigionieri, se necessario, e prenda le decisioni che servono, anche se dolorose. Poi cominci a lavorare duramente con i dirigenti che sceglierà e che siano presenti costantemente attuando e difendendo a spada tratta le decisioni prese, qualunque siano, dall’allenatore al DS, dai giocatori all’amministratore delegato. Ma faccia presto, per amor del cielo, perché ho la netta sensazione che questa sia l’ultima chiamata.

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Come stai? Bene ma malissimo, grazie (lo strano caso di Brozo e Kondò visto dai quotidiani sportivi)

Non che si pretenda l’obiettività assoluta, quella sarebbe una cosa troppo degna e intelligente per il calcio italiano in genere e per le categorie critiche applicate all’Inter nello specifico. I giornali devono vendere copie e anche se non le vendono più ne devono vendere lo stesso. Quindi che si fa? Meglio il racconto di una squadra in armonia che tenta di recuperare il terreno perduto o il ritratto a tinte fosche di un gruppo disunito e con qualche mugugno di troppo? Ovviamente la seconda, inutile chiederselo. L’Inter di Frank de Boer non ha fatto a tempo a mettere le gambe sotto il tavolo dopo la bellissima vittoria di domenica che Radio Serva e l’Inquisizione hanno ripreso il loro serissimo lavoro.

Sono tutti a cena tranne Brozovic e Kondogbia, è evidente che i due siano fuori dal progetto di de Boer
quindi
lo spogliatoio è in crisi e ci sono due possibili cessioni in vista, cessioni che con tutta probabilità saranno dolorose e al ribasso

Non conosciamo i motivi ufficiali dell’assenza dei due alla cena cinese del dì di festa ed è del tutto probabile che siano legati alle scelte tecniche di de Boer. Brozovic offeso e Kondogbia depresso, entrambi ai margini di una festa bellissima e inattesa. Assenti, vero, ma non necessariamente ingiustificati. Succede, non è una gran cosa ma succede. Ora, se esiste una prova di coesione, unità e forza del gruppo è quella che l’Inter ha dato domenica sera contro la Juventus. Hanno corso tutti, hanno corso l’uno per l’altro, si sono battuti senza risparmiare una stilla di sudore, uno spettacolo bellissimo (checché ne dica Allegri, che pure in principio aveva parlato di ottima prova dell’Inter), ma soprattutto hanno giocato per de Boer, cosa nient’affatto scontata.

Tra le tante chiavi di lettura disponibili, tra le mille cose che si sarebbero potute scrivere e dire lunedì confesso che mai mi sarei aspettato questa, mai avrei pensato di trovare la notizia dei due dissidenti in rilievo, data come se potesse rappresentare veramente un problema, come se la società fosse gestita da bimbi delle elementari alle prese con un’equazione complessa e incomprensibile. Non è così. Va bene non leggere l’ombra di una retromarcia dei catastrofisti di settimana scorsa, passi anche la poca eleganza di chi titola più o meno Vergognatevi e dimentica di scrivere Scusateci, passi anche la follia secondo cui l’Inter avrebbe battuto la Juve perché ha giocato da Juve, ma arrivare allo spogliatoio spaccato mi pare un po’ troppo.

Non volevamo festeggiare a lungo, siamo gente sobria, ma tra una pacca sulla spalla e un dito nell’occhio ci passa parecchio. Quasi la distanza tra Joao Mario e Kondogbia.

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