Editoriale

Il Megapagellone: i centrocampisti (puntata 4)

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Tocca ai centrocampisti. Sul sito ufficiale ne sono segnati sette, di cui due in partenza. Cioè, praticamente siamo in emergenza. Ah no, arriva Gagliardini. Vabbe’, non pensiamoci.

MEDEL. Il caso è più unico che raro: arriva un nuovo allenatore, lo schiera in tutt’altro ruolo – difensore centrale – in una partita delicata come un derby, lui fa un figurone, tutti noi esultiamo increduli per avere risolto un paio di problemi e – tutto questo nel giro di mezz’ora – gli salta il menisco. Medel, comunque, anche se gli auguriamo un ritorno in grande spolvero a fianco di Miranda, in organico e a libro paga figura come centrocampista e come tale va ancora giudicato. In due stagioni e mezzo ha sempre dovuto cantare e portare la croce, inteso come “provare a fare il regista senza esserlo”. Non era lui a doverci nè poterci risolvere certe magagne strutturali. Da medianone frangiflutti e agonista incondizionato, invece, avercene. Voto: 7.

FELIPE MELO. Ogni tanto, come noto, gli parte l’embolo. Ci saluta con un’espulsione per doppia ammonizione così come resterà legata a una sua serata di pazzia l’immagine della precaria e vincente Inter di Mancini che si sgretola per non risollevarsi che mesi dopo. Del leader ha il fisico e la cazzimma, non il profilo di quelli di cui ti puoi fidare al cento per cento. Il suo 2016 è stato un vivacchiare anonimo, spesso ignorato da uno a caso degli allenatori, e il suo 2017 sarà in un altro emisfero. Grazie di tutto, non ci mancherai tantissimo. Voto: 5.

GNOUKURI. Finalmente, dopo 11 presenze in due anni e mezzo, la chance di giocare altrove. Il ragazzo ha i numeri e ognuno di noi giura di averli intravisti. Voto: S. V.

JOAO MARIO. Ecco, anche questo ha i numeri, e nel 2016 li abbiamo visti assai. Nel nostro procedere societario a sbalzi scomposti, segna per l’Inter un piccolo momento storico: agli Europei di luglio (che a 23 anni vince col Portogallo) è uno dei giocatori che spicca di più e ad agosto lo prendiamo noi e non, per dire, la Juve o il Real. Gli infortuni gli hanno tolto continuità, ed è stato un peccato perchè l’inizio era stato scintillante (palla rubata e assist, due gesti in un nanosecondo, a Pescara: ‘na sciccheria) e sembrava già una spalla sopra gli altri. Che poi è quello che gli auguriamo di dimostrare in scioltezza già da domenica. Per Pioli, tra lui e Banega ne può giocare preferibilmente solo uno. Voto: 7+.

KONDOGBIA. Caso tecnico e umano, al limite dell’antropologia criminale,  è del 1993 come Joao Mario ma fa incazzare molto più di lui. Quelle tre o quattro volte in cui, sistemato al posto giusto, ha saputo mettere il suo fisico al servizio del cervello è stato decisivo e ha spezzato ogni equilibrio a centrocampo. Il problema sono quelle venti-trenta volte in cui l’esercizio non gli è riuscito. Mobbizzato da De Boer (vedi anche alla voce Brozovic), con Pioli può tornare ai livelli a cui si narra giocasse in Francia. Voto: 5,5.

BANEGA. Poche balle: finora non è stato quello che ci immaginavamo. Certo, se arrivi in una squadra nuova e questa cambia quattro allenatori in cinque mesi, tu – presunto uomo-chiave della squadra – sei di fatto quello più sballottato di tutti. Però, nel nostro marasma autunnale, un pizzico di personalità in più lo poteva spendere, eh? E in Europa League, dove alcuni suoi colleghi erano fuori lista, non ha dato un briciolo di solidità. Peccato, perchè alcuni suoi lampi sono stati notevoli. Piuttosto stiamo sul chi vive: arrivato a parametro zero, è praticamente una plusvalenza che cammina. Voto: 5.5.

BROZOVIC. Ha 24 anni, è titolare di una nazionale forte, è un acquisto tra i più azzeccati del dopo Triplete. Eppure ad agosto abbiamo cercato disperatamente di venderlo e, nello stretto giro di poche settimane, De Boer lo ha messo fuori rosa e cosparso di pece e piume per una cazzata giustamente punita, per carità, ma poi amici come prima, no? (Per De Boer, no). E’ stato, anche a livello simbolico, il peggior errore del povero Frank. Da quando è rientrato in pianta stabile l’Inter ha cambiato volto. Lui ha la faccia da pazzo e la classica affidabilità del giovane slavo, ma una mobilità che in Italia hanno in due o tre e – quando è in forma – un tasso di efficacia da paura. Voto: 7,5.

 

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Editoriale

Znedek Pioli

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8 gol fatti e 10 subiti in quattro partite: il bilancio di Pioli sarebbe da analizzare con una certa drammaticità se non fosse che neanche Kim Jong-Il si sentirebbe in animo di scaricargli addosso tutte le colpe. Il primo gol subito a Napoli spiega bene la situazione dell’Inter odierna: anche al primo minuto di gioco, a difesa schierata e a passaggi telefonati noi prendiamo gol, e allora non c’è speranza, nè è lecito nutrirla a breve termine. Sì, il supplizio (oltre che a noi) tocca in questo momento a Pioli, ma anche il colonnello Lobanowski non saprebbe spremere niente di più da una squadra impanicata dietro, sperduta in mezzo e facilona davanti. 8 gol fatti e 10 subiti: tanto valeva allora prendere Zeman, che al un discreto alibi: meno in conferenza stampa ci si divertiva di più.

Pioli ha un discreto alibi: oltre ad essere arrivato nel momento più moralmente imbarazzante degli ultimi decenni – giocatori con un tasso di garra che al confronto una suora orsolina è Valentina Nappi – ha visto durare 20 minuti il suo esperimento più azzeccato e probabilmente decisivo, cioè l’arretramento di Medel in difesa così da togliere quel tizio con la brillantina e aprire un’opzione in più a centrocampo e mettere chiunque. Ecco, questa è oggettivamente sfiga e il povero Pioli avrà sicuramente capito che razza di calvario – ben pagato, per carità – lo aspetta da qui a maggio se il suo uovo di Colombo si è rotto subito. Poi ha recuperato Brozo, ci sta provando con Kondo.

Sul resto, però, anche il piccolo Znedek ci ha messo del suo. Che è un po’ come accedere un cerino dentro una santabarbara: la situazione tecnico-psicopatologico-esistenzial-agonistico dell’Inter è oggi un immenso casino e tu, allenatore di medie capacità, qualche certezza la devi dare ai tuoi cerbiattoni che oggi andrebbero in crisi anche a palla-asino. Pioli ci ha provato – ci sta provando – ma non è facile, il materiale umano è di pessima qualità. Una volta a scuola quelli che andavano maluccio giocavano bene a pallone: oggi, all’Inter, quelli che giocano a pallone non ci capiscono più un cazzo. Ed è un problema serio, per una squadra di calcio.

Pioli si è trovato una squadra mezza sgretolata e adesso mi sembra di vederlo, il piccolo Znedek, girare sulle macerie con la sua ruspa in cerca di qualche superstite. Ma al momento della cacciata di De Boer qualche pilone era ancora in piedi, mentre ora si ha la netta impressione che nella foga di ricostruire Pioli stia facendo qualche danno: Banega e Joao Mario, per esempio, che prima andavano a sbalzi, adesso fanno cagare all’unisono e non è una bella cosa. Sembrano persi. Banega forse non lo abbiamo ancora visto davvero, ma certi sprazzi di Joao Mario sono ancora freschi nella memoria dei nostri poveri cervelli. Adesso sembra suo fratello, Pierao Mario, un centrocampista senza nè arte nè parte. Urgerebbe recuperarli. Almeno uno, santa madonna. Kondo, credo, lo stanno facendo giocare per dimostrare che è vivo prima di metterlo sul mercato: lui si è riguadagnato una chance vorrebbe anche mettercela tutta, ma perchè poi?

Sulla difesa non ci sono più parole. Se la prendi d’infilata, segni. Se la fai schierare, segni. Cioè: segni sempre. I centrali ballano, i laterali non so, non c’è un verbo adatto anche non richiami il sesso passivo. Un piccolo punto di orgoglio per il piccolo Znedek è che i 10 gol subiti nelle 4 sue partite sono arrivati tutti su azione: beh, son soddisfazioni. Mancano ancora tre giornate alle vacanze di Natale. La cosa non tranquillizza: di solito, dopo le vacanze andiamo anche peggio. Per fortuna ci sarà il mercato di gennaio. E, servirà soprattutto a vendere, ma sarà già un bel risultato: non vedere più alcune facce, quali che siano, sarà un piccolo grande passo verso un’Inter migliore. Vai piccolo Znedek, per vincere – ormai è chiaro – dobbiamo segnarne almeno quattro: oh, non è mica facile, però vuoi mettere?

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(nella foto, Valentina Nappi. O preferivate Joao Mario?)

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La Tattica

Frankie non si è fermato a Empoli (analisi tattica della partita del mercoledì)

di Michele Tossani – @MicheleTossani

Alla vigilia della trasferta di Empoli, Frank De Boer aveva chiesto ai suoi una prova di maturità che desse seguito all’ottima prestazione offerta contro la Juventus. E così è stato. Quella che si è vista all’opera allo stadio Castellani, nell’insidiosa trasferta in terra toscana, è stata un’Inter matura, consapevole (forse per la prima volta dopo tanto tempo) dei propri mezzi.

Dal punto di vista tattico, De Boer ha sopperito all’assenza di Banega cambiando il sistema di gioco e schierando i Nerazzurri con il 4-3-3: davanti ad una confermata linea difensiva, il tecnico olandese ha posizionato tre centrocampisti centrali con Medel vertice basso e con Kondogbia e Joao Mario ai suoi lati. In avanti, Candreva a destra e Perisic a sinistra erano posizionati a supporto di Icardi.

una delle azioni tipiche dell'Inter di De Boer è la sovrapposizione del terzino e centrocampisti che attaccano l'area.jpg

Il 4-3-3 ha dato le risposte che l’allenatore si attendeva. L’Inter ha controllato la partita, dominando il primo tempo a centrocampo e registrando un possesso palla del 54%. In fase offensiva, ancora una volta, si è vista quella spaziatura in campo che permette ai Nerazzurri di costruire dei triangoli intorno al portatore di palla, tipici del calcio olandese, in modo da garantire al giocatore cin possesso di palla almeno due opzioni di passaggio.

Il gioco si è sviluppato prevalentemente sugli esterni, altro tratto tipico dell’Inter di De Boer. La squadra interista è infatti stata addestrata alla ricerca della superiorità in zona laterale tramite le corse in sovrapposizione degli esterni bassi. Gli interni di centrocampo, invece, non sono solito allargarsi in fascia quanto lavorare a supporto dei giocatori esterni per completare il lavoro della catena laterale di cui fanno parte.

In questo senso, si sono avuti riscontri diversi in base alla fascia laterale nella quale si sviluppava l’azione offensiva. Infatti, mentre sulla destra la spinta dei nerazzurri è stata piuttosto continua ed efficace, con D’Ambrosio, Joao Mario e Candreva che hanno prodotto ben 11 cross (fra i quali l’assist per il primo gol di Icardi), non altrettanto positivo è stato il lavoro sul lato opposto dove la catena costituita da Santon, Kondogbia e Perisic ha creato solamente 3 cross. Questa differenza di produzione si deve molto probabilmente alle diverse caratteristiche dei giocatori che hanno composto le due catene laterali. Infatti, mentre Joao Mario è un giocatore chiaramente offensivo lo stesso non si può dire di Kondogbia. E anche Perisic e Candreva sono due sterni di versi con l’ex laziale più abile nel mettere palloni in mezzo e con il croato più abituato a cercare la soluzione personale nell’uno contro uno che la palla per gli attaccanti.

Le caratteristiche diverse fra le due catene ha favorito quindi la maggior ricerca, da parte della squadra, della catena di destra a discapito di quella di sinistra. Lo si evince anche da un altro dato, cioè dai palloni giocati dai due interni di centrocampo con Joao Mario che ha toccato 53 volte la palla a fronte delle 32 volte del francese. Questo squilibrio (dipendente, come detto, dalle caratteristiche die giocatori) non è inusuale: lo si riscontra ad esempio anche nel Napoli, dove la catena di sinistra è solita toccare più palloni rispetto a quella opposta.

In generale la squadra di De Boer ha giocato un calcio offensivo con un baricentro di 51,6 metri. L’offensività della squadra è stata evidente anche nel modo in cui i Nerazzurri attaccavano l’area in situazione di palla esterna. In questi frangenti infatti i centrocampisti venivano a rimorchio ad attaccare l’area empolese evitando così che la difesa dei padroni di casa dovesse occuparsi del solo Icardi.

la fase offensiva dell'Inter con l'esterno basso che accompagna l'azione in avanti e con gli inserimenti dei centrocampisti.jpg

Dal punto di vista difensivo gli uomini di De Boer hanno utilizzato un duplice atteggiamento. Nel primo tempo infatti la squadra è andata a pressare alto, difendendo in avanti anche al momento della perdita del pallone attraverso un organizzato gegenpressing. Nel secondo tempo e, in generale, quando l’Empoli era in fase di attacco organizzato, l’Inter è stata molto attenta a chiudere gli spazi nel corridoio centrale. De Boer ha studiato l’avversario: sapendo che l’Empoli è solito iniziare gli attacchi per vie centrali attraverso un accorto sistema di passaggi alternati avanti e indietro l’olandese si è preoccupato che i suoi difendessero a imbuto, chiudendo la zona centrale del campo e pressando i portatori di palla avversari, in particolare il vertice basso Diousse. Così facendo l’Inter ha ridotto notevolmente la pericolosità avversaria e, nel secondo tempo, pur lasciando l’iniziativa all’Empoli (appena il 40% di possesso palla per l’Inter nei secondi 45 minuti di gioco) non ha praticamente mai corso dei veri pericoli dalle parti di Handanovic.

in fase difensiva, una volta superata la prima linea di pressione, l'Inter ha difficoltà nel gestire il contropiede avversario. Questa azione si concluderà con l'ammonizione di Murillo.jpg

Le uniche difficoltà mostrate dall’Inter si sono avute nella gestione del contropiede empolese. Infatti, nelle rare volte in cui l’Empoli è riuscita a superare la prima linea di pressione interista ha trovato campo aperto costringendo la difesa nerazzurra ad affannose rincorse verso la propria porta. Oltre che all’abilità dei palleggiatori avversari questo problema è stato dovuto anche al fatto che la linea difensiva nerazzurra non accorciava sempre in avanti e non effettuava sempre correttamente le coperture preventive. In particolare quando di alzava in pressione anche Medel, accompagnando Joao Mario e Kondogbia, la difesa nerazzurra non si posizionava correttamente e rimaneva scoperta con troppo spazio lasciato nella zona compresa fra la linea difensiva e il centrocampo.

l'nter pressa alto e difende in avanti attaccando i portatori di palla empolesi.jpg

Una situazione tattica particolare sulla quale De Boer dovrà insistere nel processo di crescita di una squadra che ha comunque registrato la sua terza vittoria di fila.

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Cronache, Editoriale

Memorabilia #3 – Non mi togliere

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Quando vinci, scegliere il gesto (il momento, il punto di svolta) simbolo della partita è più facile. Ripensando a Pescara, sarebbe scontato esaltare la splendida torsione di Icardi per il gol del pari (che se non avesse trascorso un’estate da Wando e si chiamasse Hicardin o Icardowski, forse qualche titolo in più l’avrebbe guadagnato). Oppure, il miracolo in uscita di Handanovic sul possibile 0-2 (quando si tuffa, le prende), o quella meravigliosa scivolata di Miranda che ha evitato un prematuro (e forse letale, chissà) gol dello 0-1 a partita iniziata non da molto.

Ripensandoci, però, l’attimo da cogliere è un altro. E’ un’espressione facciale catturata da una telecamera nel momento esatto in cui, di fianco alla panchina dell’Inter, sembrava di stare al luna park. Il tabellone delle sostituzioni cambiava continuamente numero, tipo videolottery, una folla di giocatori con maglia nerazzurra si accalcava di fianco al quarto uomo. De Boer si giocava tutto con una mossa inconsueta e discretamente folle: tre cambi, dentro tre attaccanti.

Icardi guarda la scena, sgomento. Sembra non capire bene. Guarda verso la panchina. Stanno entrando Jovetic, Eder e Palacio. A meno che non si giochi con il 4-0-6 qualcuno deve uscire.

Nella sarabanda di numeri sul tabellone della sostituzioni, il 9  però non compare.

Icardi sa che non sarebbe stato uno scandalo sostituirlo, proprio no. L’Inter perde 1-0 a Pescara, manca un quarto d’ora più recupero alla fine e lui, in 75 minuti, si è visto per un colpo di testa fuori di un pelo, stop. Comunque escono Perisic, Candreva e Medel. Lui no.

La telecamera non inquadra il sospiro di sollievo. Quello possiamo solo immaginarlo. Così come possiamo solo immaginare che l’aver evitato la gogna gli abbia dato una mossa. Due minuti dopo, la telecamera inquadrerà infatti Icardi volare a centro area per il primo gol. Sedici minuti dopo, lo inquadrerà avventarsi su una palla vagante e segnare la rete della vittoria. Noi che sedici minuti prima avremmo tranquillamente avallato il suo cambio, saltando sul divano lo esaltavamo come il miglior centravanti dell’universo.

Ma questo è normale, in ambito tifosotti. Meno normale – cioè eccezionale – è il rendimento di un giovane attaccante (giova ricordare, ogni tanto, che è del 1993, che è titolare in Italia da qualche stagione e che una volta ha pure vinto la classifica cannonieri) cui si chiede – giustamente – un’evoluzione tecnica (tornare, partecipare, imbrattare la divisa) ma che nel mentre tiene la media in carriera di un gol ogni due partite, nel presente campionato viaggia a un gol al partita (tutti i gol dell’Inter), che in stagione te ne garantisce minimo una ventina.

Prendere o lasciare, questo è Icardi. Ti chiedi dove si sia imboscato, poi gli arrivano tre palloni e mette due. In my opinion, è da prendere centomila volte. Pazienza se è sempre a portata di selfie e ha la moglie invadente: se la deprimente pantomima dei mesi scorsi è servita almeno a fissare una mostruosa clausola rescissoria, sono contento. Ora come ora, non ne possiamo fare a meno. Così, a occhio, la pensa anche De Boer se mette tre attaccanti e non toglie lui. E chissà che da quel faccino angosciato del nostro capitano, nell’attesa di vedere comparire o meno il 9 nel tabellone, il nostro campionato abbia già preso un altro passo.

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La Tattica

Pescara val bene una mossa (anzi 5)

Due settimane non sono il tempo di cui Frank de Boer aveva bisogno per costruire la squadra dei suoi desideri, due settimane passano in un soffio soprattutto se i nazionali se ne vanno in giro per il mondo e allora tutto si complica e quel tempo si riempie di preoccupazioni e pensieri cupi. Perché il mercato esotico e indecifrabile dell’Inter ha reso indispensabile la presenza di alcuni e superflua quella di altri, tradotto: bisogna sperare che i due centrali difensivi non abbiano mai un raffreddore, almeno finché Ansaldi non si rimette in piedi o FdB non sceglie Medel come terzo della rotazione, bisogna sperare che Icardi non abbia mai due linee di febbre perché davanti ci sono mille esterni e solo una prima punta (più Eder, adattabile al ruolo). Tuttavia i progressi registrati nella partita con il Palermo fanno sperare in una convalescenza veloce, a patto che si sciolgano i 5 nodi delle prime due partite.

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La difesa

Stabilito che non si può (e non si deve), giocare a tre in mancanza di un terzo centrale affidabile, nello schieramento preferito da de Boer il ruolo di Ministro della Difesa è saldamente nei piedi di Miranda, che ha esperienza e capacità di lettura. Nonostante i 32 anni il brasiliano è integro e molto mobile lungo le diagonali in copertura. Murillo è un marcatore muscolare con ottimi margini di miglioramento e la coppia è ben assortita, come già visto per una buona metà della passata stagione. Se decentemente coperti dal centrocampo (cosa per nulla scontata), se non costretti ad affrontare troppi 1 vs 1 a campo aperto i due sono in grado di reggere l’urto di attacchi organizzati e di far valere le loro qualità in marcatura. Il primo problema è una forte propensione all’anticipo e al gioco fisico che spesso li carica di cartellini gialli e rossi (Miranda 6 ammonizioni e 2 espulsioni, Murillo 3 ammonizioni e 3 espulsioni), e che più volte ha messo in crisi la rotazione dei centrali, nonostante la presenza di Jesus. Il secondo problema nasce in fase di impostazione e giro palla basso, perché nessuno dei due ha una naturale predisposizione al controllo del gioco e l’azione si inaridisce troppo presto quando gestita da loro. Spesso il tutto si conclude con un lancio lungo un po’ a casaccio di Miranda o con uno scriteriato tentativo di discesa in slalom centrale di Murillo. Per il sistema di gioco ricercato da de Boer, squadra lunga e propositiva, serve una rivoluzione radicale della partenza dell’azione e la consapevolezza che il giro palla nella propria trequarti può e deve essere una soluzione sempre disponibile.

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Banega

Ever Banega è un dono, non un problema. Nelle prime due uscite si è adeguato a un ruolo non suo. Per carità, Banega ama ricevere e passare a un tocco, massimo due, ma collocarlo appena sopra la linea della difesa è stato un azzardo, un po’ per la sua propensione naturale a salire in verticale, un po’ per quella forma di sublime anarchismo che da sempre lo contraddistingue. Meglio contro il Palermo, meglio tatticamente, ma ancora troppo confusa la sua partecipazione al gioco e del tutto inaffidabili i suoi colleghi di primo passaggio. L’arrivo di Joao Mario potrebbe aver risolto almeno in parte l’equivoco, Banega è un dono, non un problema

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Perisic e Candreva

Qui il punto è elementare: devono giocare insieme perché insieme formano la miglior coppia di esterni del campionato (insieme ad Alves ed Alex Sandro), e perché insieme sono in grado di costruire superiorità sulla fascia grazie al mestiere più antico del mondo del calcio (dopo la velina, s’intende): saltare l’uomo. Se il modulo scelto è il 4-3-3, FdB deve trovare la chimica perfetta per non sbilanciare completamente la squadra, perché due così forti e follemente votati all’attacco te li puoi permettere se la mediana è registrata e gi spazi sono presidiati adeguatamente e non à la Kondò o alla Medel (andale, andale!)

Inter - Atalanta

Foto LaPresse – Spada 23 agosto 2015 Milano ( Italia) Sport Calcio Fc Inter – Atalanta Campionato di Calcio Serie A TIM 2015 2016 – Stadio “S.Siro , Meazza ” Nella foto: kondogbia Photo LaPresse – Spada 23 August 2015 Milan ( Italy) Sport Soccer Fc Inter – Atalanta Italian Football Championship League A TIM 2015 2016 – ” Mezza , S.Siro ” Stadium In the pic: kondogbia

Kondogbia

Kondò è forte ma non è forte. Nel calcio tecnico e organizzato di FdB il signor 35 milioni rischia di affogare più di tutti gli altri, perché manca in alcuni dei fondamentali imprescindibili per l’olandese. Non ha tiro, non ha visione di gioco e non ha i tempi dell’inserimento. Ma corre come un pazzo e recupera palloni, in più ha l’imprevedibile dono del dribbling. L’orientamento degli ultimi giorni lo vede seduto in panchina, ma se solo si riuscisse a piantarlo nel mezzo di Joao Mario e Banega, se solo de Boer riuscisse a instillargli un minimo di saggezza e di senso del gioco, Kondò quei 35 milioni potrebbe valerli tutti e farci maturare anche un po’ di interessi. Se diventa un interditore, diventa il miglior interditore del campionato. Nessun compito che non sia la distruzione dell’azione avversaria e la consegna del pallone a piedi più educati, tranne che nei break più furibondi e improvvisati, quelli che spezzano la partita in due

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Icardi

Il numero di palloni giocabili recapitati a Maurito nelle prime due partite è pari a quello degli abitanti di Marte. Contestarlo, mettere in dubbio la sua dedizione alla causa, rivangare i veleni e i miasmi di un mese di calciomercato orribilmente gestito è stupido e serve a poco, ora. Mauro è un 9 fenomenale negli ultimi 15 metri. Può migliorare in appoggio, ma chiedereste a Bruce Springsteen di imparare a suonare come Skrillex perché alle feste ogni tanto può servire? No, forse comprereste un impianto decente per far rendere al meglio la Telecaster del Boss. Ecco ora le casse le abbiamo, Banega e Joao Mario per le verticalizzazioni e Perisic e Candreva per i cross e i tagli dalle fasce. Usiamoli, diamo a questo ragazzo la possibilità di fare quello che sa fare meglio.

 

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Editoriale

Tutto il caldo minuto per minuto (Inter – Palermo vista da molto vicino)

di Tommaso de Mojana

28 agosto

Il pomeriggio è talmente caldo che lo accusa anche chi è appena atterrato dalla Cambogia, ma la facile occasione di agguantare i cugini mettendosi contemporaneamente alle spalle lo scivolone di Verona lo rende quasi gradevole.
È tempo di riprendere possesso dell’amato seggiolino che ci ha reso meno pesante il funesto rientro, al punto che alcuni l’hanno anticipato per non mancare.

17,37
Gli spalti lentamente si riempiono. Clima sereno: a breve in campo tutti insieme il 433, Joao Mario e il Palermo: entusiasmo.

17,46
Arriva Joao Mario, palloni scagliati in curva e applausi scroscianti dei tifosi, a Medel non par vero.
Saltella con Zanetti senza avere una minima idea del perché, capirà.
Ha scelto la 6: no, non è un’ala.

17,59
Banega insulta Kondogbia perché è fuori posizione.

18,00
Si comincia, è 433. Poveri rosanero.

18,05
Prima combinazione Medel-D’Ambrosio: io la perdo e tu lo stendi. Sugli spalti si sorride, dai è il Palermo…

18,14
Combinazione da calcio d’angolo per liberare al tiro Medel.
La ciabattata pesca Miranda in fuori gioco. “che sfiga proprio a Medel…dai però ragazzi!”

18,15
Finalmente la moviola in campo: doppio passo di Santon.

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18,17
Ancora schema da corner a liberare Medel (“vuoi vedere che…ma va, impossibile”), il cui cucchiaio è leggermente fuori misura per tutti e 6 i compagni in offside.

18,24
Perché il 19 del Palermo è meglio degli ultimi 26 terzini che abbiamo comprato?

18,27
D’Ambrosio salta un uomo. Deve fare molto caldo, vai col time-out.

18,32
Scopriamo l’undicesimo uomo in campo: è Eder.

18,34
Prima vera occasione con un bel destro incrociato salvato sulla linea. No, non era Banega quel nostro centrocampista bassottello.

18,37
Coast to coast di Eder, che dall’out di destra arriva a quello opposto.

18,41-18,42
Kondogbia tocca ininterrottamente il pallone senza guadagnare un metro.

18,43
Bella combinazione Eder-Icardi: Medel sfoga la sua rabbia contro i tabelloni pubblicitari. “Sempre a me la date, carajo”

18,45-19,00
Birra fresca e racconti delle vacanze.

19,00
“Dai, ora si fa sul serio.”

19,03
Gol. +1 per Santon al Fanta.
Ha segnato Rispoli, uno dei tre che avevamo sentito nominare prima di oggi. Pensavamo fosse un difensore. Ah, lo è?

19,07
Colpo di testa troppo centrale di un egoista Perisic, che ignora Medel solissimo in area.

19,13
Terzo tempo di Medel, alto di poco (il pallone).

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19,22
Entrano Candreva e Senna. Mezzo stadio si candida per lo Zelig.

19,24
Icardi fuori di un soffio di testa. E’ il primo cross perfetto che riceve in carriera, imparerà.

19,26
Ha imparato. Secondo cross e 1-1. È fatta.

19,30
Terza cosa di fila giusta per Candreva. I meno giovani si commuovono pensando alla Grande Inter e al Mago Herrera.

19,38
Gabigol chiede altri 4 milioni all’anno.

19,39
Quattordicesima ammonizione nelle fila del Palermo. Il pubblico inizia a sfollare, che oggi danno bollino nero…

19,41
Sì, Frank, qua il portiere del Palermo, sull’1-1, ci mette tre quarti d’ora a rinviare.

19,42-19,49
Un paio di tiri “verso la porta”, qualche mischia (ma perché c’è sempre Medel a fare il centravanti?), 35 palle perse di Kondogbia, D’Ambrosio apre il cranio allo sventurato avversario che gliela contende in fascia.
Poi fischiano: l’arbitro tre volte, altri di più.

“Banega non può fare il regista basso”, “30 milioni per Kondogbia (quali cazzo erano i bonus?) buttati nel cesso”, “il campionato olandese non vale la nostra Lega Pro”, “4231”, “ma perché non ha fatto il terzo cambio?”

Ora è tempo per voi, per almeno un paio di settimane, le stesse che dovrebbero almeno dimezzare il famoso mese di Frank.
Sarà un mese lunghissimo, noi ci saremo. Come sempre.

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La Tattica

L’istantanea (Medel e i Mulini a vento)

Nei minuti finali l’Inter ha avuto parecchi calci da fermo a favore. Calci d’angolo, punizioni dalla trequarti, buone occasioni di muovere la palla senza dover mettere in mostra la più micragnosa manovra di sempre. Su una delle palle più interessanti la squadra ha cercato il tutti-dentro, con Banega che temporeggiava per permettere ai centrali di salire. Murillo (non Ruud Krol, Murillo), si è accorto che mancava copertura ed è restato sulla trequarti. Medel si è agitato e ha pensato di esercitare la sua influenza da capitano morale e allenatore in campo e ha chiesto a Murillo di inserirsi, facendogli capire ad ampi gesti che avrebbe coperto lui l’eventuale ripartenza del Palermo. Bene, la punizione di Banega è stata respinta, il Palermo è ripartito e Medel era nella posizione peggiore per chiudere in diagonale. La morale della favola è che la leadership a cui eravamo abituati è quella di Cambiasso ma siamo consapevoli di non poterla chiedere a Medel. Però, c’è un però. Passino gli errori tecnici più squallidi, passino le occasioni sbagliate grossolanamente, passi l’inadeguatezza al ruolo (non dovrebbero passare, per me Medel non è un giocatore da squadra con ambizioni). Ma mettere in difficoltà i compagni per presunzione e faciloneria no. Quello no. Meglio, mille volte meglio gli errori di un ragazzino come Gnoukouri delle cose mediocri viste da Medel e Kondogbia oggi.

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