Editoriale

Il NOI al posto dell’IO. Ciao, Rodrigo

 

Rodrigo Sebastian Palacio, detto il Trenza, non è mai stato un tipo da folle roboanti. Non un leader da spogliatoio, per sua stessa ammissione, o un trascinatore in campo. Niente selfie mossi alla Gue Pequegno. È stato sempre discreto, mimetico, poco ingombrante. Forse anche per le sue caratteristiche fisiche, esile, elastico, quasi fragile, o per la sua posizione in campo, in eterna altalena tra prima e seconda punta. Ha sempre viaggiato a fari spenti, navigando a vista con le stelle. Non una parola di troppo, non un sospiro fuori posto. Talmente garbato da far coincidere il giorno del suo addio con quello più caciarone di un altro gigante del pallone, forse più talentoso, di certo meno raziocinante.

rodrigo 2014-15

Rodrigo Sebastian Palacio, detto il Trenza, con la nostra maglia, 167 partite, non ha vinto una competizione, non è entrato mai in Champions (nonostante molti credono ancora che facesse parte della spedizione del Triplete), non si è mai piazzato sopra il quarto posto e ha realizzato “appena” 56 gol (in attesa di stasera), uno ogni tre gare.

Palacio-tacco-inter-milan

Eppure, nonostante questo, io lo considero come un talento calcistico autentico. Non genio e sregolatezza, né forza o potenza, ma attitudine e indole, mente e intelletto, cervello e inclinazione. Uno che ha sempre saputo vedere il calcio, il suo sviluppo, la sua evoluzione, capendone i movimenti, annusandone l’essenza. Ogni suo spostamento, è stato declinato al gioco, alla conquista degli spazi, agli inserimenti dei compagni, al NOI più che all’IO, all’armonia più che all’estetica. Eleganza e fascino.

Per questo l’ho sempre ammirato. Perché ogni volta che gioca o, meglio, giocava, io ci ho visto la logica di questo sport, la sua esaltazione, il suo trasporto. Perché mi ha sempre ricordato che anche in quest’epoca di muscoli, la ragione ha una sua metrica incantatrice, una bellezza fatta di gesti semplici. E che questa bellezza è e sarà la custode dell’entusiasmo del bambino che è sempre stato in me.

palacio-palermo

E poco importa se Rodrigo Sebastian Palacio, detto il Trenza, non è mai stato un predestinato, se la sua dimensione calcistica è stata più brezza che tempesta, se le sue vittorie si sono fermate agli anni del Boca, quelli accanto a “El Loco” Martin Palermo (2 edizioni della Recopa Sudamericana, 3 scudetti, due di Apertura e uno di Clausura, e 1 Coppa Libertadores), se la fortuna gli ha voltato le spalle in occasione della finale dei Mondiali del Brasile, persi con la Germania. Non importa e non mi importa, perché ci sono carriere che si misurano a trofei, altre per il ricordo che lasci.

rodrigo inter.jpg

E quello che conservo di Rodrigo Sebastian Palacio, detto il Trenza, è quello di un giocatore che non è mai stato “disperatamente convinto di aver capito già tutto della vita, di cosa è più importante a questo mondo, degli altri e di sé” ma di rimanere alla continua ricerca dell’essenza, fonte di sostanza. Il suo modo di giocare ha sempre conservato, razziando Vittorio Sermonti, “un coriandolo di ragazzità” che ne ha fatto, ai miei occhi, un giocatore diverso e migliore.

palacio portiere.jpg

Di Rodrigo Sebastian Palacio, detto il Trenza, ci sono stati gol magnifici ed esaltanti, il tacco nel derby del 2013 è stato sublime. Per un attaccante è naturale. Ma io voglio ricordarlo mentre si mette la maglia rossa del portiere contro il Verona in Coppa Italia 2012, sostituendo un infortunato Castellazzi a dieci minuti dalla fine (vincemmo 2 a 0). NOI invece di IO. Ecco quello che ci lascia.

Rodrigo Sebastian Palacio, detto il Trenza, se ne va in punta di piedi. Come era entrato e come lo ricorderemo.

Ciao amico mio, l’eterno bambino che è in me ti ringrazia.

Standard
Editoriale

Calci in culo & tabella scudetto

No eh?, astenersi decoubertiniani e suffragette e pacifisti e dame di San Vincenzo. Fa bene la societá a prendere provvedimenti contro la squadra e a sputtanarla con un comunicato scritto in collaborazione con Kim Jong-un. A parte che, santa madonna, questi imbecilli bisognerebbe prenderli tutti a calci in culo da Appiano Gentile a Nanchino, e bòn. Ma la questione è un’altra e molto più terra a terra. Mancano ben cinque partite alla fine del campionato e la tensione nella squadra va tenuta alta perchè gli obiettivi sono ancora tutti possibili. Vediamo come.

Qualificazione Europa League.

L’Inter, pur facendo profondamente ca-ca-re da un mese e rotti, è ancora in grado di acciuffare la qualificazione alla competizione che abbiamo profondamente onorato nella prima parte di questa stagione. Possiamo arrivare quinti se

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

e addirittura arrivare quarti se la Lazio non fa più di 6 punti.

Cioè, è praticamente fatta. Ma non finisce qui, uomini di poca fede.

Qualificazione preliminari Champion League

Non ingannino i 19 punti di distacco dalla Roma e i 15 dal Napoli. L’Inter può qualificarsi per i preliminari di Champions League se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto.

Ma attenzione.

Qualificazione diretta Champions League

L’Inter può ancora arrivare seconda se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto

– la Roma si ritira dal campionato oppure le perde tutte e viene penalizzata con effetto immediato di 2 punti per una qualsiasi cazzata che al momento, per scaramanzia, non precisiamo ma che sicuramente la Roma è in grado di fare.

Ma attenzione.

Scudetto

Non ingannino i 27 punti di distacco dalla Juve. La vittoria in campionato è ancora possibile se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto, e comunque per sicurezza viene penalizzato di un punto per dichiarazioni di De Laurentiis lesive dell’onorabilità di qualcuno o per la mancanza di acqua calda nello spogliatoio degli arbitri al San Paolo (promemoria per Zanetti: contattare un idraulico compiacente in zona Napoli)

– la Roma si ritira dal campionato in solidarietá con Totti che si ritira, e viene penalizzata di 2 punti per essersi ritirata dal campionato per futili motivi, presenta ricorso ma lo ritira

– la Juventus per prepararsi al meglio per la Champions non si presenta alle ultime 5 partite e viene penalizzata ogni volta di 3 punti

– Vettel vince, o arriva secondo ed Hamilton arriva terzo, o arriva terzo ed Hamilton arriva quarto, o arriva quarto ed Hamilton arriva quinto

– che al mercato mio padre comprò.

Quindi, ragazzi, adesso andatevene in ritiro alla Cayenna e poi sguainate i coglioni. Tutto è ancora possibile, nonostante voi. Forza Inter, viva Suning, ok alle pene corporali, abbasso tutte le altre a parte la Juve (nel senso che per questo caso particolare il blando “abbasso” va rimpiazzato dal suffisso “merda”).

Standard
Editoriale

Cosa resterà, di quest’anno lungo come ottanta? (Il tenero Pioli, le rulete e la notte che non finisce mai)

Hanno festeggiato come fosse una finale di Champions League, vinta e non pareggiata. Fatta pace con il fastidio iniziale, penso abbiano ragione loro. Mica perché mi piaccia in qualche modo la teoria dello sfottò con tutte le minchiate che l’accompagnano (sono uno di quelli che non ha mai usato il telefono dopo vittorie nostre o sconfitte altrui, mi sembra una gran perdita di tempo, mi sembra di sottrarre minuti alla gioia), ma perché penso che l’impresa l’abbiano fatta eccome e che vada ben oltre il 2 a 2 conquistato alla fine del recupero più lungo di tutti i tempi. Il Milan è una squadra incollata con lo sputo, lo dico con bonomia e ammirazione, messa insieme da gente che sa di calcio ma che non aveva più denaro da spendere, un Frankenstein di pezzi difficili da assemblare e motivare, tra prestiti e parametri zero, stranieri bolsi a fine corsa e ragazzini della Primavera che ti chiedi se si siano mai fatti la barba o è ancora troppo presto.

Ebbene quella squadra che in potenza e sulla carta sarebbe orribile ha giocato e continua a giocare un campionato eccellente, un po’ come il calabrone che vola nonostante le leggi della fisica. Il merito è dell’allenatore, che non è simpatico e sta interpretando al meglio il suo ruolo di nemico (i commenti dopo i due derby, andata e ritorno, sono pessimi e ci vuole tutta la lucidità del mondo per continuare a parlare bene di Montella fingendo che non abbia rilasciato quelle interviste), ma che sa come motivare guidare un gruppo di improvvisati.

Pioli.Inter_.2016.17.sconsolato.750x4501-e1492267410820-610x400.jpg

Intendiamoci, al di là dell’astiosa interpretazione delle partite di Montella e della gestione divina del tempo dell’innovatore Orsato, il Milan sabato non avrebbe dovuto pareggiare, meritava la sconfitta e forse l’onore delle armi per il quasi assedio finale (senza mai tirare in porta, un 2 su 2 perfetto). Ma le partite son fatte anche di rabbia e voglia e lì, amici miei nerazzurri, cascano tutti i nostri numerosissimi asini. Prendiamo ad esempio l’ingresso in campo di Lapadula ed Eder. Il milanista è uno di quelli che ai tempi di Ciccio Graziani avremmo definito generoso ma sega. Corre e picchia come fosse un difensore ed è entrato con la faccia di chi potrebbe uccidere a mani nude e si è dannato l’anima per i pochi minuti della sua partita. Eder no, sembrava un dopolavorista al calcetto del giovedì, ha sbagliato i primi tre tocchi, inspiegabilmente molli, e si è spento subito. L’Inter di quest’anno, al netto degli allenatori, è un gruppo di giocatori che faticano a diventare una squadra, in cui le pulsioni del solista spesso distruggono il lavoro del coro. Ho contato almeno due rulete (Miranda e Candreva), in momenti in cui c’era da pedalare e sudare, ho visto centrocampisti che nel momento più difficile della partita facevano un metro in meno piuttosto che farne uno in più e in generale una condizione fisica disastrosa (da Torino l’Inter non corre più). Ho visto nazionali brasiliani e cileni spazzare a campanile a 10 minuti dalla fine, invitando il Milan a piantare le tende troppo vicino all’area di Handanovic perché finisse bene.

180548790-41d7e3b0-ed68-494d-a0fe-37c6832df94b.jpg

Non sono un tecnico, non ho studiato a Coverciano ma il buon senso mi impone una domanda a Pioli: perché giocare la partita perfetta per 60 minuti, perché pressare alto e imporre un ritmo elevatissimo se poi si è consapevoli di non aver benzina per arrivare alla fine? Perché a quel punto rinunciare al gioco e accettare l’assedio disperato (Montella gioca gli ultimi 10 minuti con un mostruoso e scellerato 4 – 1 – 5)? Perché in campo nessuno sembrava aver idea di come gestire quel pericolosissimo arretramento e arroccamento sulla linea della trequarti difensiva? Perché questa condizione fisica penosa? Son tutte domande alle quali sono certo che Pioli abbia buone risposte, il fatto è che non è più tempo di risposte. A ottobre l’Inter ha battuto la Juventus in una delle uniche partite di vera sofferenza per la squadra che presumibilmente porterà a casa almeno due dei tre trofei che insegue. Frank de Boer ha mostrato che esistono tanti modi di attaccare nonostante una rosa inadeguata (per le scelte di ruolo e non certo per i milioni bruciati come ogni anno, compreso i due della transizione di Thohir), e non solo un diluvio di cross per l’unica punta. De Boer è stato esonerato perché stava svalutando la rosa (sic), aveva messo fuori squadra Brozovic (quello delle ultime partite disgustose, quello del selfie nella tinozza poche ore dopo la fine del derby), e non capiva Kondogbia (che magari non è il disastro che pensava lui ma di certo nemmeno il fuoriclasse che pensavamo noi). Per imparare a giocare bisogna avere il tempo di farlo, all’olandese non è stato dato e pazienza, inutile continuare a piangerlo, a suo demerito partite sbagliate come quelle casalinghe con Palermo, Cagliari e Bologna.  Pioli è stato presentato come un normalizzatore, quello che avrebbe riportato i volumi al loro naturale livello, quello che avrebbe ricostituito una situazione tranquilla da cui ripartire.

via-normale.jpg

Ma se in un gruppo di giocatori come il nostro di normale non c’è niente, il compito di Pioli e la sua permanenza all’Inter rischiano di diventare una gran perdita di tempo per tutti. Se per cavare sangue dalle rape servono miracoli, forse è il caso di affidarsi a qualcuno che abbia idea di come farli. 10 allenatori in 8 anni son troppi? Può darsi, ma la confusione di questi ultimi due mesi mostra che all’Inter il basso profilo e l’understatement non funzionano e che ci vuole qualcuno che da subito sappia integrare più funzioni e occuparsi anche del mercato, senza accettarlo passivamente, perché se è vero che Ausilio sa fare piccoli miracoli in entrata (pagandoli comunque a caro prezzo), in uscita è un mezzo disastro e il suo ruolo in società è diventato un po’ troppo ampio in un tempo non sufficiente a farlo crescere professionalmente.

L’Inter è una squadra pensata male e non può essere una colpa degli allenatori, non degli ultimi due.

Ma non uccidiamoci di autoanalisi e autocritica. Con tutta probabilità non giocheremo  l’Europa League, che è un peccato nonostante l’atteggiamento imbarazzante della squadra nella stagione passata. Pazienza, di nuovo. Che sia un altro (cosa forse auspicabile a questo punto), o il mite Pioli la sostanza non cambia, serve un corposo mercato in uscita e un po’ di acume in entrata, ma soprattutto serve costanzaAbbiamo una società strutturata, seria. Dirigenti che devono solo imparare a stare vicino ai giocatori, mostrare loro un modello aziendale solido che ne ispiri uno comportamentale. Ma rispetto alle ombre di 4 anni fa siamo in una situazione ideale. Il futuro è un posto bellissimo a patto di intervenire radicalmente sul materiale umano a disposizione e scegliere uno staff sportivo all’altezza di quello manageriale.

La rabbia resta. Abbiamo concesso a una società in terribile crisi, tenuta in piedi da una stagione all’arma bianca di tecnico e giocatori, di festeggiare un pareggio come fosse una vittoria. L’acquisto più caro della campagna estiva del Milan lo scorso anno? Proprio Lapadula, 9 milioni di euro. Le decine di milioni spese dall’Inter comportavano almeno la responsabilità di una stagione gagliarda, diversa da quella che si sta afflosciando nel finale e non come un incubo, nemmeno quello. Al limite una brutta pennica disturbata dalla digestione, svegliarsi più stanchi di come ci si è addormentati.

Perché più del 2 a 2 al 97′ a far male è l’indolenza, la remissività e l’aver pensato che si giocasse a figurine, che bastassero i nomi messi in fila con eleganza a vincere un derby, la partita di lotta per eccellenza.

Bravi loro, fessi noi (ripetere a piacimento).

 

 

Standard
Editoriale

“O fero o piuma?”. Inter-Pescara (pensando alla Juve)

Inter - Pescara.jpg

Ribelli come il ciuffo di Trump, tenaci come un mitilo bivalve. Ne abbiamo inanellate sette di fila, roba da far invidia al migliore John Holmes. E siamo lì, in quella parte di classifica dove non costa nulla sognare ma è ancora presto per progettare.
Siamo alla ricerca di sapere che cosa potremmo diventare, un po’ come Bersani è alla ricerca di un giovane Prodi. Anche se, pensandoci bene, noi siamo messi molto, molto meglio.
Domenica sapremo la portata delle nostre ambizioni. Sarà la madre di tutte le partite. Per dirla alla Mario Brega, sapremo se saremo “fero o piuma”.

Intanto salutiamo Ranocchia. Lui va (all’Hull), il suo contratto resta. È giusto. Noi non siamo per gli addii improvvisi e laceranti.

Nel frattempo sabato abbiamo giocato con il Pescara.

Handa
Potrei raccontarvi di quante volte l’ho maledetto per aver fornito l’assist a Verre. Ma non lo farò. Quello che faccio è lanciare un appello perché la Nike cambi il colore faggio giovane della sua maglia. È triste come una lunga sequenza di Kiarostami.

Nagatomo
Fresco come una sogliola del Pacifico, reattivo come un peto di mezzanotte, lo si apprezza soprattutto per la sua voglia di maritarsi con una giovane attrice giapponese. Alle nozze, si spera, seguirà anche una lunga luna di miele. Tre o quattro anni potrebbero bastare.

Miranda
Ha una faccia da maggiordomo. Se il campanello suona c’è sempre. L’attacco del Pescara è poca cosa per uno della sua esperienza. Potrà sbizzarrirsi con Higuain e Dybala.

Medel
È veloce, ha i tempi giusti, è solido come una volta a crociera, ha un grande anticipo. Se a centrocampo avevo qualche imbarazzo nel vederlo razzolare, in difesa è tutta altra roba. Pioli ha avuto il merito di rimettergli addosso un ruolo che gli calza a pennello.

D’Ambrosio
Sarà il freddo stagionale, ma ha un atteggiamento sempre più sbarazzino. È come se si fosse scrollato di dosso molte delle sue paure. Cavalca la fascia come una giumenta, sa che non sarà mai un Mustang o un Frisone ed è per questo che mi sta ogni giorno più simpatico (il che non vuol dire che qualche volta lo strozzerei). Alex Sandro trema!

pescara inter 2.jpg

Jm
Chi lo critica non capisce nulla di pallone. Punto. Lui è il calcio.

Gagliardini
S’i fosse fuoco, arderei ‘l mondo; s’i fosse vento, lo tempestarei; s’i fosse acqua, i’ l’annegherei; s’i fosse Dio, mi rincarnerei: in Gagliardini. Tutto quello che da calciatore non sono mai stato e avrei sempre voluto essere.

Brozo
È come l’amico che arriva sempre tardi agli appuntamenti. Se lo sai non ti incazzi e gli vuoi bene lo stesso.

Candreva
Nella teoria musicale, la sincope è un effetto che interrompe o disturba il flusso regolare ritmico o armonico di un passaggio di una composizione. Può generare confusione ma può anche creare un grandioso ritmo jazz. Ecco, Candreva è così.

Perisic
Rincorre le palle come un Saluki il coniglio meccanico nelle gare fra cani. Forse è anche più veloce, sicuramente più tecnico.

Icardi
Se lo è tenuto per la Juve, non spaccate i maroni.

Eder
Se il suo destino è entrare e segnare chi sono io per dirgli di smettere?

Gabigol
Immenso. Come sempre. Con il Pescara il suo talento si è visto poco. Lui, solitamente, lo riserva per le grandi partite.

 

Standard
Editoriale

Il Megapagellone: portieri e difesa (puntata 3)

I Portieri

In questo caso il cappello introduttivo è inutile essendo il giudizio sul reparto indissolubilmente legato ad un uomo solo. Lui.

handanovic parata con una mano in tuffo.jpg

Samir Handanovic – Dipende da come lo vuoi considerare. Se lo consideri un kolossal, allora anche il Samir di quest’anno è un gran brutto film, pieno di sbavature e di comparse con l’orologio come solo alcune sfortunate pellicole in costume. Se invece lo guardi come un film indipendente, un film di culto allora Samir è un portiere eccezionale. Dipende dalle aspettative, ormai è chiaro. Arrivato all’Inter ormai troppi anni fa per avere ancora qualche asso nella manica, Samir Handanovic è un giocatore dai mezzi atletici fenomenali, dalla tecnica di base non fenomenale e dagli umori ondivaghi. Nella prima parte della stagione ha alternato parate formidabili a momenti di inspiegabile abulia. La partita casalinga con la Fiorentina deve rappresentare per lui un oscuro tabù, perché per due anni di fila ha cercato di mettersi in porta anche palloni innocui e di lasciare sempre aperta la partita. Né croce né delizia, la verità resta che Samir è un buon portiere ma non all’altezza di chi è venuto prima e si spera di chi verrà dopo. Voto 6

carrizo-624x300.jpg

Juan Pablo Carrizo – Gioca pochissimo, quando entra si toglie lo sfizio di qualche mezzo miracolo e di un rigore parato. Pare sia un fortissimo asadero e si sa che all’Inter son cose che contano molto Voto sv

Tommaso Berni – Chi? Tommaso Berni. Chi? Tommaso Berni. Chi? Il terzo portiere dell’Inter. Ah ok. Tommaso Berni. Chi? Voto sì, ma a chi?

Ionut Andrei Radu – Pazzesco come uno possa fare bene due lavori. Terzino nella Lazio e portiere nell’Inter, deve aver davvero bisogno di denaro questo ragazzo. Ah, non è lui? Voto sì, ma a chi?

 

I difensori

Ci sono tre fasi diverse del lungo autunno della difesa nerazzurra. La prima è quella manciniana in cui con buona, ottima probabilità nessuno ha fatto una mazza, troppo occupati a seguire il lungo addio dell’allenatore che non voleva più allenare. Così è capitato che chi sapeva giocare ha continuato a saperlo fare, solo un po’ più lento e appesantito e chi invece aveva limiti tattici e tecnici se li è tenuti, peggiorati da una condizione fisica drammatica. Poi c’è stato il periodo deboeriano, quello in cui un allenatore che voleva giocare con la squadra lunga e mantenendo il possesso palla, alternato per fascia, si è visto rimproverare l’idea di giocare con la squadra lunga e di mantenere il possesso palla troppo alto. C’è chi ha aiutato FdB fino alla fine, chi l’ha abbandonato per troppa fatica (Miranda, il miglior difensore dell’Inter post Samuel), e chi non ha capito nemmeno da dove iniziare (Murillo, l’uomo con i piedi montati al contrario). Infine è arrivata l’era di Pioli, che ha il merito di non pretendere che ghirlande di fiori nascano dal concime e che più realista del Re sta cercando di tirare fuori il meglio da una difesa che andrebbe più reinventata che non registrata. In attesa di un mercato intelligente (soprattutto in uscita e sulle fasce), ecco le pagelle.

 

Joao Miranda – Quelli forti li riconosci dal passo e dal piglio, nel bene e nel male. Miranda è arrivato all’Inter sperando in una terza età calcistica molto più serena e potenzialmente vincente e si è ritrovato a correre più di prima, a piazzare diagonali di 40 metri per coprire Nagatomo e a lottare da ultimo uomo contro attaccanti più smaliziati e fisici di quelli della Liga. Resta un manuale di tattica e anche se ogni tanto si è fatto mettere in difficoltà da giocatori semi sconosciuti in Europa League, la sua stagione fino a oggi è da 6,5 almeno. Un piacere vederlo giocare, una grande frustrazione vedere che nemmeno uno come lui riesce a trasmettere qualcosa di buono a Ranocchia e Murillo

lapr0055-k3mh-u1401050668650lpi-620x349gazzetta-web_articolo

Jeison Murillo – E qui ci sono due scuole di pensiero. Chi scrive appartiene ai mezzovuotisti. Murillo è arrivato con le stigmate del campione e a oggi è il giocatore che ha collezionato più brutte figure nell’Inter degli ultimi due anni. Solo che le sue sono meno plateali di quelle di Ranocchia, che ha anche la sfortuna di una fisicità diversa. Tiene in gioco chiunque, sbaglia un passaggio su due in fase di ripartenza, perde l’uomo nell’area piccola, costringe il giocatore che scala sul suo uomo a un lavoro sfibrante e in più, dramma vero, è convinto di essere molto forte. Non lo è, potrebbe diventare un ottimo difensore se giocasse con determinazione e attenzione, consapevole dei propri limiti e non convinto del talento. Il margine per migliorare c’è, di tanto in tanto gioca partite confortanti, sarebbe auspicabile una costanza maggiore e meno spocchia. Ma con Walter Samuel dietro le quinte tutto è possibile voto 5

Andrea Ranocchia – Caro Mental Coach, a questo punto il voto tocca a te. Perché i limiti di Anderone nostro li conoscevamo bene anche prima che tu arrivassi e ormai c’eravamo rassegnati. Sei tu che lo hai convinto che le cose sarebbero migliorate e lui ha tentato di convincere noi. Quindi il voto te lo prendi tu, lui non c’entra niente. Mental Coach di Ranocchia voto 4

Marco Andreolli – Bel ragazzo, elegante, alto, educato. Porta la maglia dello Zio, cita spesso Giacinto. Sarebbe un ottimo ufficio stampa o un buon dirigente. Voto sv

Danilo D’Ambrosio – Il Perfezionista (così si è definito lui in una bellissima intervista dell’anno scorso), è uno a cui non puoi non voler bene. Si sbatte tantissimo, lotta come un leone e ci mette la voglia che spesso gli altri dieci non hanno. I limiti tecnici sono quelli di molti giocatori di corsa e sostanza, ma partita dopo partita la sua abnegazione ci ha conquistati tutti. Che sia un buon panchinaro e non un titolare di una squadra che lotta per il primato è una questione di lana caprina, perché per l’Inter di questi anni lui va più che bene. voto 6,5

Cristian Ansaldi – Non è il difensore duttile e formidabile che ci aspettavamo. Non è una delusione. Un giocatore normale, concetto raro all’Inter. Col passare delle giornate l’infortunio si allontana e la gamba comincia a girare meglio, potrebbe finire in crescendo. Un crescendo normale. voto 6

Yuto Nagatomo – La cosa migliore che ha fatto in quasi sei anni a San Siro è stata la proposta di matrimonio a stadio chiuso. La cosa peggiore che ha fatto a San Siro sono i quasi sei anni a San Siro. Nulla di nuovo in questi mesi. Sempre gli stessi errori, sempre gli stessi buchi, sempre la solita disperata impotenza di noi che ci chiediamo perché lui si e il nostro amico che giocava bene all’oratorio no. Tra i principali carnefici di FdB, che pur lo aveva relegato alla panchina preferendogli un centrale alto sei metri e ventidue. Tutti tranne Yuto, ma alla fine resta sempre lui. Voto Aiuto!

Davide Santon – Ad agosto ha sostenuto più visite mediche lui di quelli che cercavano di saltare la naja e giravano cento ospedali prima di finire, irrimediabilmente, a Baggio all’ospedale psichiatrico. Il suo ospedale psichiatrico purtroppo è l’Inter. Gioca partite decenti e all’improvviso le rovina con tocchi e amnesie scellerate. Alterna periodi in cui gli allenatori lo amano alla follia ad altri in cui lo vorrebbero eliminare fisicamente. Nel mezzo non c’è nulla, la mediocrità non fa per Santon. O niente o niente. voto 5

Senna Miangue – Il vento della rivoluzione orange ce l’aveva proposto come ala marciante del nuovo corso. alto, forte e intelligente (si dice parli almeno sei lingue, alcune anche al contrario). È un centrale difensivo prestato alla fascia ma quando è sceso in campo contro avversari ben più titolati ha saputo fare il suo. Lui e Gnoukouri sembravano esperimenti riusciti. Ora langue in panchina, nonostante qualche minuto nel triangolare di Marbella pare che per lui non ci sia molto spazio. Per quello che abbiamo visto, voto 6

Guy Eloge Yao – Ceduto. Anzi no. Prestato. Anzi no. Ceduto. Forse ma no. Prestato. No dai, non lo prestiamo. I tormenti del giovane Yao Voto sv

 

 

 

Standard
Editoriale

Voi e i vostri fottuti occhi da cerbiatto

beersheva

Il tifoso da curva non sa più come insultare, il tifosotto non sa più cosa dire e il blogghe non sa più cosa scrivere. Quello dell’Inter è il primo caso di encefalogramma piatto contagioso, come se la mancanza di reazioni vitali si propagasse tra consanguinei come una varicella. E’ una stagione così, bizzarramente disastrosa, dove solo il nome altisonante dell’avversario costringe i nostri beniamini a un’impennata di orgoglio e di professionalista (Juve, Milan, Roma: le tre partite migliori, peraltro quattro punti, non nove) e il resto è una bella spianata di merda tipo qua attorno, nel Pavese, quando spargono i fanghi nei campi per concimare. Qualche aiuola qua e là, qualche fiorellino, e il resto una robaccia puteolente (aggettivo che sognavo di scrivere da almeno 13 anni, senza averne mai l’occasione) (grazie Inter).

Del resto, cosa dire, pensare o scrivere di una partita come quella di giovedì? Sì, certo, puoi metterti a vomitare bile o a rovistare nelle tasche del tuo cervello alla ricerca di un residuo di ironia, ma a che pro? La peggior Inter europea della storia è passata agli archivi mentre mangiavo una pizza, in un ristorante dove ero arrivato sul 2-0 – e proprio mentre Icardi prendeva la traversa del quasi 3-0 e io ordinavo una margherita) e da cui sono uscito sul 2-3, e pioveva pure.

Ora, quello che è accaduto giovedì sera non è oggettivamente normale. Non è normale che una qualsiasi squadra che cerchi di darsi un tono si faccia rimontare una partita già vinta da una squadra israeliana, che con noi ha fatto sei punti e segnato cinque gol in due partite. Non è normale smettere di giocare 35 minuti prima della fine, quando avevi in mano il match e avevi allungato l’agonia europea alla sesta giornata di un girone demmerda, e magari con l’aiuto degli astri e di qualche suicidio altrui la sfangavi pure. Non è normale, e non so quante altre squadre avrebbero combinato un disastro del genere.

Diciamo che, dopo giovedì, siamo quantomeno arrivati alla quadratura del cerchio. Dopo mesi a cercare colpevoli, forse li abbiamo trovati. Abbiamo voluto testardamente incolpare la società, che di colpe ne ha – a partire da 6 mesi fa, nel non aver lasciato libero il Mancio. Abbiamo voluto pervicacemente accusare la dirigenza, che di colpe ne ha – a partire dalla scandalosa gestione di affari interni, tipo la gestione dei deliri di Icardi o la cottura a fuoco lento del povero Frank. Abbiamo voluto, l’abbiamo fatto. MA non eranbo i soli colpevoli, ce n’erano altri e facevamo finta di non vederli. Come quando si inizia uno di quei gialli scritti male, che dopo 50 pagine dici “no dai, troppo facile, non può essere lui” e allora vai avanti con la mappazza e alla pagina numero 500 ti rendi conto che avevi ragione e ormai non puoi nemmeno fare il reso su Amazon.

Il secondo tempo israeliano, sostanzialmente, i colpevoli ce li ha. In campo non c’erano Ausilio e Zanetti, in difesa non giocava Zhang, a centrocampo non giostrava Thohir. Non è colpa loro se la squadra smette di giocare, se otto-nove decimi si perdono in un bicchier d’acqua, se in porta c’è lo stuntman di “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”. Non è nemmeno colpa di quel pretino di Pioli, che cerca nobilmente di addossarsi colpe non sue, quando tutto quello che dovrebbe fare è appendere qualche scioperato all’attaccapanni, come ai bei tempi. Poche balle, la partita l’hanno persa i giocatori.

Poche balle, e poche seghe. La squadra è scarsa? Qui bisogna essere seri e relativizzare le affermazioni. Rispetto a Bayern, Barcellona, Chelsea, City ecc. la squadra è (più) scarsa. Ma se il confronto è con le tre squadre del gironcino del cazzo di Euroleague e con 18 squadre del campionato italiano (una purtroppo è fuori categoria, dopo che le due principali competitor le hanno ceduto il loro pezzo migliore), allora usciamo dall’equivoco: siamo al livello delle migliori e molto più in alto delle peggiori. Una posizione che oggi, serenamente, senza sforzi immani, avrebbe dovuto fruttarci una delle prime tre-quattro posizioni in campionato e una disinvolta qualificazione in Coppetta. Invece: 8 punti dal terzo posto in campionato in sole 13 partite, e ultimi (ultimi!) in Coppa.

Al netto delle colpe di tutti gli altri – società, dirigenti, allenatori (si noti il plurale) – forse è giunto il momento di prendere i giocatori per le palle e stringere forte. In campo ci vanno loro, le partite le perdono loro. I centomila cross sbilenchi li fanno loro – la miglior pattuglia di crossatori dell’emisfero boreale azzecca un cross ogni cinque; i movimenti difensivi con la labirintite li fanno loro – una difesa che leggi i nomi e ti chiedi il perchè faccia così incredibilmente cagare; le mollezze a centrocampo le fanno loro – filtro? what’s filtro? assist? what’s assist?; le minchiate in attacco le fanno loro – partite con zero occasioni e zero gol, partite con un’occasione e un gol, partite con centoventi occasioni e zero/un gol: siamo un caso di scuola a livello mondiale.

Tranquilli, ragazzi, in B non ci andiamo: ci sono alcune squadre che ci arriveranno dietro, quindi rilassatevi. E cercate di rimettere ordine alle vostre idee e di dare un senso ai vostri mostruosi stipendi. No, non è demagogia, usciamo anche da quest’altro equivoco: non è demagogia. Io posso anche andare a lavorare con il broncio, con le manie da persecuzione, con le ginocchia molli o entrando in ufficio come Bruce Lee tipo Handa, stendendo un collega che tarda a fare le fotocopie. Ma ci vado perchè devo portarmi a casa la pagnotta e cerco di fare del mio meglio, pur dovendo aspettare minimo cinque anni per mettere insieme la teorica cifra che il più sfigato dei nostri beniamini prende il 27 di un singolo mese. E’ demagogia pensare che tutti passeranno incopevolmente all’incasso anche dopo il secondo tempo in Israele?

I colpevoli sono i giocatori.

Ultimamente mi si è incerbiattato pure Miranda, per dire. Occhi da cerbiatto anche i suoi, come quelli degli altri, tutti ex tigri, bei tempi per chi se li ricorda. Incerbiattamenti alla minima difficoltà, incerbiattamento mentre vinci 2-0, quasi 3, con il più sconosciuto degli avversari di Europa League. Ecco, io sono stufo di questi sguardi adulti e ultramilionari che si perdono nel vuoto a ogni piè sospinto. Quello sguardo, ragazzi miei, tenetelo per i vostri momenti più intimi. Tipo quando siete sui vostri divani stilosi da diecimila euro con la vostra donna, lo sguardo vi si fa acquoso, inturgidite gli abbracci e sbatacchiate le palpebre nell’irresistibile, magico, dirompente momento in cui state percependo che lei ve la sta per dare. Ecco, lì sì, incerbiattatevi pure. Ma in campo, santiddio, tirate fuori i coglioni.

Cosa scrivere dopo la partita di giovedì? Ma no, niente, bisognerebbe stare solo zitti. Dico sono che di questi io non mi fido più, stop, fine. Mai occasione è stata più propizia per dire che i colori (che restano) e gli uomini (che passano) viaggiano tra cuore e cervello in binari paralleli. L’amore per i colori è eterno e non sarà mai in discussione. L’amore per tutto il resto – squadra, allenatore, società -, nessuno si offenda, può andare e venire, può essere sottoposto a verifiche, può balbettare se non corriposto. Si può amare una squadra come quella del secondo tempo in Israele, anche se veste la nostra maglia?

Quindi, a partire da domani: o questa squadra si fa amare (giocando, sudando, spremendo, smoccolando, mordendo, segnando, arando, travolgendo, anche sbagliando, ma sbagliando a fin di bene) oppure ciao, ci vediamo al prossimo giro. Voglio provare un esperimento inedito: tifare Inter senza tifare i giocatori. Praticamente farò come la Curva con Icardi, un tifo selettivo: esulterò per le vittorie e mi macererò per le sconfitte, come sempre, ma dopo aver assistito a partite di undici maglie nerazzurre senza nessuno dentro. Che, se ci pensiamo bene, è esattamente quello che è successo nel secondo tempo in Israele, il diretta mondovisione.

Standard
Editoriale

Non il lavoro sul campo ma il duro lavoro nei campi (lettera a un gruppo di giocatori senza orgoglio)

Siete dei privilegiati.

Ma mica perché guadagnate milioni, schiantate le vostre Lamborghini contro i muretti della Martesana o uscite con donne meravigliose. Siete dei privilegiati perché giocate con la maglia con cui alcuni milioni di noi sono sposati da anni, fidanzati da sempre, con la maglia che amiamo senza riserve.

Solo che a voi non piace.

Non vi interessa, non provate alcun trasporto, non significa nulla di particolare. Una maglia, delle righe verticali, una stagione in più o solo una in meno prima della lunga era dorata e noiosa del ritiro. Farete altro, avremo altri giovani beniamini. L’indifferenza, la vostra aridità emotiva è incomprensibile per noi innamorati ma ha un senso nel vostro caso, l’idea del giocatore-tifoso, quella del giocatore-bandiera è tanto romantica quanto ormai finita nell’album dei ricordi più belli. Di certo lo è dalle nostre parti.

Siete dei privilegiati ma non apprezzate la fortuna che milioni di noi vorrebbero avere.

Bene, anzi malissimo, ma potremmo farcene una ragione a patto che almeno vi comportaste da professionisti. L’hanno fatto altri, in passato. Arrivi all’Inter, guadagni quel che il mercato ti riconosce, giochi senza risparmiarti e quando s’è fatto tardi e sei stufo te ne vai.

Niente moine, niente smancerie, duro lavoro ben pagato.

Perché con tutte le riserve del caso, con tutte le enormi pressioni ambientali e la giustificazione della giovane, giovanissima età il vostro è un lavoro. Parliamo dell’Hapoel Bee’er Sheva. Mettiamo per un attimo che il vostro sia un lavoro di servizio.

Il barista, il muratore, tutti quei lavori duri e dignitosi che il talento e la buona sorte vi hanno evitato (almeno fino a oggi). Avete giocato un tempo, poi eravate stanchi, deconcentrati, sulle ginocchia. Ma se non foste calciatori, se non foste quelli che hanno fatto esonerare un allenatore usandolo come capro espiatorio, se foste costretti a lavorare ed essere pagati secondo la qualità del vostro servizio, rispettare le consegne per mantenervi, come sarebbe andata?

Metà prestazione.

“Scusi mi fa un caffè?” – “No guardi, sono stanco, posso fargliene solo metà”

“Scusi, ma la parete del bagno è stata lasciata a metà…” – “Certo, sa, ero stanco e l’ho lasciata così, ma guardi il lato positivo: se vuole parlare con sua moglie anche mentre fa il bisogno grosso è perfetta!”

Pensate sia possibile? Pensate sia possibile continuare a sbagliare le stesse cose, sistematicamente, senza mai migliorare, senza mai dare segni di una vitalità accettabile o almeno di voler imparare, di volervi correggere?

Non è possibile, ve lo diciamo noi. Siete retrocessi all’ultimo posto della classifica mondiale degli sportivi, al primo di quelli senza orgoglio e dignità. Ve la giocavate con quelli che bagnano le maglie da calcetto, che bagnano gli asciugamani per fingere di averli usati e che invece in quell’ora e mezza portano le amanti in un Motel.

Siete imbarazzanti.

Quindi non vi diremo, non vi canteremo: “Andate a lavorare”, perché purtroppo quell’oscenità di ieri sera secondo il vostro punto di vista era lavoro, un lavoro che non rispettate, che non amate. Piuttosto vi suggeriremo un altro tipo di lavoro, sempre all’aria aperta ma dal forte, fortissimo valore educativo. Lavorare nei campi, vivere della propria produzione, dipendere dalla zappa e dall’aratro.

Così, se siete stanchi e occupate solo metà del campo, se siete stanchi e lasciate il campo a metà, il problema è solo vostro.

Chissà che dove non arriva la dignità riesca ad arrivare la fame.

083.jpg

Standard