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Il marketing ai tempi del colera

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E’ più facile, secondo una consunta metafora, vendere un frigorifero agli esquimesi del Polo Nord, o un abbonamento alla nuova stagione dell’Inter a gente – cioè tutti noi – devastata dalle ultime sette orripilanti esibizioni, al culmine di una stagione che (fatto un meticoloso rapporto squadra/qualità/ambizioni/classifica reale) si è trasformata nel corso della primavera da “mezzo miracolo” a “peggior momento in assoluto dopo il Triplete?”

Il marketing ha le sue scadenze, indipendenti dagli sprofondi della squadra e dai suoi ammutinamenti morali, ma l’effetto di far partire la campagna abbonamenti subito dopo Genoa-Inter è stato decisamente comico. Schermata dopo schermata, un crescendo: “Rinnova e risparmia!” (sì, ma devo risparmiare proprio tanto tanto!), “I vantaggi di essere abbonato” (tipo: doverle vedere tutte?), “Abbonarsi è solo il calcio d’inizio” (magari…), “Acquista come vuoi, quando vuoi” (anche no?), fino al capolavoro d’umorismo dell’help desk: “Hai bisogno di aiuto? C’è una squadra qui per te”.

Dio mio, è terribile.

Battute a parte, il sincronismo non è stato dei migliori. E del resto è tutta una questione di tempi da rispettare. Che tu abbia battuto la Juve o perso con il Crotone, la campagna abbonamenti 2017/2018 deve pur partire. E così è stato. Con il freddo automatismo di un clic, con la noncuranza burocratica di una data fissata da chissà quanto, dopo un mese e mezzo di apocalisse l’Inter non si scusa ma rilancia: chiede ai suoi tifosi l’ennesima apertura di credito, l’ennesimo atto di sperticata fiducia.

Da un lato, verrebbe da pensare che dopo la fantastica serie Torino-Samp-Crotone-Milan-Fiorentina-Napoli-Genoa qualcuno l’abbonamento se lo sia masticato e ingoiato o l’abbia bruciato in un falò davanti a un gruppo di familiari e amici increduli. E verrebbe anche da pensare che forse, all’epoca, sarebbe stato più facile vendere vino dopo lo scandalo del metanolo, o carne dopo lo scoppio di Mucca pazza. Una sorta di marketing temerario, questa campagna abbonamenti.

Poi però succede qualcosa, e succede subito, nel giro di qualche ora. No, non prendiamo Messi. Ci limitiamo a esonerare l’allenatore – per il quinto cambio stagionale in panchina – e a ingaggiare un super ds di gruppo. E a diffondere, sollevando Pioli dall’incarico, un comunicato che termina così:

(…) La società inizierà fin da ora a lavorare in vista della prossima stagione sportiva.

Che è una frase potente, quasi rivoluzionaria, il vero claim della campagna abbonamenti. “Io mi sto preparando, è questa la novità”, cantava Dalla. Oh, anche l’Inter. Che – un’enorme novità – ci certifica che ben prima della metà di maggio sta lavorando per il futuro ormai alle porte. Al pensiero di cosa è successo lo scorso anno tra maggio e novembre, la sola prospettiva di partire con un’idea – una qualunque, purchè con contorni definiti – ci fa mettere in coda per il rinnovo, pensando che con la Samp vabbe’ può capitare, a Crotone è stato un approccio sbagliato, che la Fiorentina non è poi così male, che il Genoa era più motivato, che con il Napoli due ritocchi e siamo lì.

Perchè, anche se a volte è dura ammetterlo, lei ci fa girar come fossimo bambole. E noi sempre lì, come un mantra, a dire che l’amiamo. E ci abboniamo, cascasse il mondo o le perdessimo tutte (sì, tipo adesso).

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E il pañolar non m’è dolce in questo mare (fermiamoci prima che sia troppo tardi. Post impopolare su Inter e arbitri)

Vi rubo qualche minuto e so che per alcuni sarà una lettura sgradevole. Nella millesima giornata del complotto arbitrale sento forte la necessità di condividere una riflessione sull’isteria con cui da tempo ormai immemorabile accogliamo le scelte arbitrali e più in genere gli arbitraggi. Non voglio scrivere cose ecumeniche né di buon senso scontato, sono un tifoso anche io e ieri sera a San Siro ho passato buona parte dei Novanta minuti a contestare Tagliavento e il suo insopportabile approccio alla direzione di gara. Ci sono arbitri che sanno comunicare e altri che per un mero meccanismo difensivo prediligono quell’atteggiamento autoritario e un po’ sprezzante che certo non si concilia con un pubblico come il nostro, vocato da sempre al ruolo della vittima sacrificale. Come gli disse bene Antonio Cassano nell’intervallo della memorabile vittoria allo Stadium: Tagliavento, io ti parlo con educazione, perché fai il fenomeno? 

Ma proviamo a ragionare ciascuno secondo la propria esperienza e considerando i numeri. Ci son quelli che dicono che Tagliavento arbitra sempre contro l’Inter. Errore. Prima di ieri sera l’arbitro di Terni aveva diretto l’Inter 32 volte. Con quali risultati? 20 vittorie, 5 pareggi e 7 sconfitte. Non il bilancio di un persecutore, insomma. Quest’anno ha arbitrato, molto bene, la partita di andata contro la Juventus, quella che abbiamo vinto per 2 a 1 in casa imponendo il gioco del povero FdB.

Tagliavento è simpatico? No, nemmeno per sogno ma questo non dovrebbe influire sul giudizio che diamo di un arbitro esperto. Tagliavento ha arbitrato bene ieri sera? No, almeno in due episodi chiave ha sbagliato o i suoi assistenti lo hanno aiutato a sbagliare. Possiamo dire che il suo arbitraggio ha influenzato il risultato finale? Forse sì, di certo numericamente, ma nella sostanza no e per fortuna abbiamo giocatori come Gagliardini che nonostante l’età e la poca esperienza sanno parlare chiaro con i giornalisti ed evitare il piagnisteo: «Ci manca ancora qualcosa per stare lì davanti. L’arbitraggio? Non ha inciso sull’andamento della gara».

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So che da un blog tifoso ci si aspetta una posizione drasticamente tifosa e che sarebbe più facile mettere in scena la tragedia dei derubati, ma farlo oggi sarebbe una vera fesseria. La Roma ieri sera ha giocato meglio, molto meglio e ha mostrato che due anni di lavoro e il completamento progressivo di una rosa possono produrre grandi risultati. Siamo sula buona strada ma c’è ancora una categoria di differenza. Avremmo potuto pareggiare, che poi è sempre tutto da dimostrare perché i rigori si sbagliano o comunque vanno segnati, ma sarebbe cambiato qualcosa nel giudizio complessivo sulla partita? No.

Credo che per crescere si debba fare un passo indietro, noi tutti. Siamo diventando un’armata di isterici e i primi minuti della partita di ieri sono stati un calvario. Pur non conoscendo il regolamento e non sapendo quindi come giudicare l’errore di Perisic, c’è mancato poco che partisse una nuova pañolada. Lo stesso è accaduto sul sacrosanto rigore a favore della Roma (quello altrettanto sacrosanto su Eder, negato all’Inter, è un errore enorme di Tagliavento). Siamo nervosi, condizionati dal passato e abbiamo completamente perso la misura delle nostre reazioni (attenzione e valga come disclaimer per i non interisti che qui cercheranno tracce di pentimento per le polemiche post Juventus – Inter: nemmeno per sogno, sto ancora aspettando che qualcuno mi spieghi la bestialità di Rizzoli sulla punizione sbagliata da Chiellini. Non ci provate, quella partita è un caso a parte e comunque io parlo solo di arbitraggio mediocre e non di complotti). Solo che così facendo, sia noi che la società, creiamo una serie di precedenti e pregiudizi dell’AIA nei confronti dell’Inter da cui diventa sempre più difficile risalire. Più che pensare, pañoliamo e passa la paura.

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Proviamo a scrivere chiaro: dopo Calciopoli alcuni arbitri si sono sentiti danneggiati dall’inchiesta e dall’esito, umiliati e offesi. Affari loro penserete e in parte è così, perché almeno su calciopoli il tema della parte lesa è molto chiaro al di là delle manipolazioni e delle scelte (anche della proprietà dell’Inter), di quei mesi. Solo che arbitri con cui il dialogo era difficile sono diventati platealmente ostili, quindi anche affari nostri. Non ostili nelle decisioni ma negli atteggiamenti, nelle scelte minime, nel linguaggio del corpo che mostra insofferenza. Arbitrare l’Inter non è cosa che i direttori di gara fanno con piacere o serenità e purtroppo è sempre più evidente. Perché se sbagliare è umano, farlo contro l’Inter porta sempre il fumo della persecuzione, l’idea che ogni fischio sia diretto a danneggiare la squadra e rendere impossibili gli obiettivi. Gli arbitri arrivano a San Siro nervosi, pronti a contestazioni plateali e nevrotiche e come risultato più ovvio non lavorano sereni e sbagliano il doppio. Lo stesso accade fuori casa, nelle partite di cartello. Come se giocassimo (noi tifosi, chi scende in campo per fortuna no), pronti a quel momento, a quello in cui qualcuno ci priverà di vittorie, punti, rigori e gol legittimi. Potessi suggerire alla nuova proprietà un passaggio obbligato, mi permetterei di indicare l’indirizzo dell’AIA e di Nicchi per una bella chiacchiera costruttiva e per sancire una pace che oggi pare lontana. Far pace non significa chiedere un trattamento speciale, far pace significa comunicare ai vertici della classe arbitrale che si può collaborare per cercare di rasserenare un clima impossibile. Lo hanno fatto benissimo Pioli ieri dopo la partita (e non prima, quando aveva ripetutamente parlato di favori alla Roma), e Gagliardini. Lo ha fatto la società non lamentandosi pubblicamente e accettando il risultato del campo, che è stato molto netto e che ci insegna qualcosa, almeno in termini di qualità e costanza. Poi è più facile attribuire la colpa della sconfitta e delle nostre mancanze a Tagliavento ed è comodo vivere in questa modalità afflitta.

Dall’altra parte, dal lato degli arbitri tutto bene? No, per nulla. Il tango si balla in due e che al momento la coppia AIA-Inter sia mal assortita è del tutto evidente. anche agli arbitri, che non riescono a dialogare civilmente con i nostri giocatori, che sentono insulti e percepiscono aggressioni con una sensibilità che altrove non sempre mostrano. Ma insisto, siamo nel pieno di una nevrosi che va interrotta, per il bene dello spettacolo certo ma soprattutto per il bene dell’Inter, che poi è l’unica cosa che davvero conta. Calma e sangue freddo, freddissimo. C’è bisogno di parlare e aprire porte, non di chiudersi nel recinto e piangere. L’autarchia dei giocatori è impossibile e finché saranno necessari gli arbitri sarà utile e decente avere con loro un rapporto dialettico e non questa pazzia fatta di cose umilianti come lo sventolio di fazzoletti a Inter-Empoli o il pianto isterico collettivo per un cambio rimessa. Lo dico per noi, non per i tifosi di squadre minori che leggeranno queste righe trovandoci qualche spunto per continuare a darci dei piangina, salvo poi mancare completamente di autocritica quando la lente si sposta sulle loro reazioni.

Dobbiamo solo scegliere se il tifo è suolo questione irrazionale e di sentimenti forti o se di calcio si può tentare di ragionare ed evolvere, per salvare il bello del Gioco. Tutto qua, nella speranza di dover scrivere sempre meno di arbitri e sempre più di Inter.

 

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La vergogna è quella cosa che

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In cinque mesi ne son successe di cose (tipo cambiare quattro allenatori, per dire, o fare i casting in albergo, o presentare hollywoodianamente un marziano, o battere la Juve e farsi arrotare due volte da una squadra mai sentita) e ciononostante troviamo sempre qualche spunto nuovo. Possiamo lamentarci di un sacco di cose, noi interisti, ma non della varietà delle situazioni. Magari ci giranole palle, ma non ci annoiamo.

Prendiamo Inter-Sparta Praga. Si comincia con una bella contestazione in piena regola. Nella più inutile delle partite del nostro peggior girone di coppa ever, la curva è rimasta vuota. Tutti al Baretto. Sugli spalti solo un chilometrico striscione: “4 sconfitte in 5 partite… Questo è quello che vi meritate per il vostro impegno indecoroso… Vergognatevi!!!” Bello preciso, circostanziato, inappuntabile.

Curioso, però. Tre mesi fa – bei tempi, c’erano ancora 30 gradi e speranze ancora intatte – sull’uso del verbo “vergognarsi” il mondo interista si era clamorosamente ribellato. Fu la Gazza a titolare “Inter, non ti vergogni?” dopo Inter-Beer Sheva 0-2 (in effetti, insomma, per dire, io mi ero chiuso in casa e avevo staccato il telefono) e noi a mettere giù il muso. E fu la Gazza, 15 dopo, non paga, a fare dopo Sparta Praga-Inter 3-1 un giochino peloso su Twitter con il concetto di vergogna (del tipo: “Avete visto che avevamo ragione, cari followers? Dai, fate un bel titolo sull’Inter che ci divertiamo”) e noi a incazzarci di brutto.

Tre mesi appena, e la vergogna è diventata un affare interno. Non c’è bisogno che la Gazza ci scarichi addosso la solita razioncina di letame (altri al primo pezzo ostile tolgono gli accrediti – vergognoso pure quello eh? – e noi incassiamo tutto, sempre). Stasera la Curva ha ribadito il concetto con la forza dei numeri e dell’evidenza, uno striscione “specifico” (la vergogna è da riferirsi, come da statistica, all’Europa League) anche se in campionato le cose non è che vadano alla stragrande. Ma ok, una vergogna per volta.

A proposito di vergogna. Su Wikipedia – sotto la voce Psicologia – la definizione è illuminante:

La vergogna è un’emozione che accompagna l’auto-valutazione di un fallimento globale nel rispetto delle regole, scopi o modelli di condotta condivisi con gli altri. Dunque, va spezzata una lancia in favore della cara vecchia Gazza. In effetti non aveva titolato “Inter vergognosa”, che era un giudizio tranchant. Ci poneva invece correttamente un problema di auto-valutazione: “Inter, non ti vergogni?”. Tre mesi dopo eccola, l’autovalutazione. Era giusto pensarci su, è stato giusto contestare ‘sti quattro scioperati.

Da una parte è un’emozione negativa che coinvolge l’intero individuo rispetto alla propria inadeguatezza, dall’altra è il rendersi conto di aver fatto qualcosa per cui possiamo essere considerati dagli altri in maniera totalmente opposta rispetto a quello che avremmo desiderato. Sul fatto che i nostri beniamini di sentano inadeguati, mmmh, avrei qualche dubbio. Che si rendano conto di essere considerati in maniera opposta a quello che vorrebbero, ecco, lì ci siamo. Un titolo efficace della Gazza a tale proposito potrebbe essere: “Inter, non ti ci ha mai mandato nessuno a fare in culo?”

A differenza dell’imbarazzo, che si sperimenta esclusivamente in presenza degli altri, ci si può vergognare da soli e per lungo tempo. Questo noi non lo sappiamo. Li giudichiamo male, ma magari si vergognano nell’intimo. Ovvio, mica te lo vengono a dire. Però lo fanno. Riflettiamo. Forse sono migliori di quello che crediamo.

Inoltre, mentre l’imbarazzo sorge per l’infrazione di regole sociali che possono anche non essere condivise, la vergogna è il segnale della rottura di regole di condotta alle quali personalmente si aderisce. In effetti, amici, voi dovreste giocare bene, segnare, vincere, sudare, muovervi a tempo, entrare decisi su qualche caviglia, meritarvi lo stipendio, trascinarci allo stadio, onorare la maglia. E non vi dovete offendere se il segnale di rottura arriva dai nostri coglioni, perchè è così dalla notte dei tempi, è anche questa una regola del gioco.

A proposito: Inter-Sparta Praga 2-1, doppietta di Eder, sai, tipo la maxi-luna, cose che accadono ogni tot. Da giovedì prossimo possiamo guardare più tranquilli Rischiatutto.

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Il Signor Bonaventura (storia del grande assente Bolingbroke e del suo ricchissimo ingaggio)

1.964.986,66, ai quali vanno aggiunti bonus e accessori. Proviamo a scriverlo in lettere: un milione novecentosesantaquattromila e novecentottantasei euro più qualche decimale. A tanto ammonta la retribuzione lorda annuale dell’amministratore delegato dell’Inter. Fissa e annuale.

Come si compone? Euro 1.413.524,68 per il periodo dal 1 luglio 2016 al 30 giugno 2017
euro 55.461,98 per il periodo dal 1 luglio fino alla data di approvazione del bilancio chiuso al 30 giugno 2017.

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Oltre a questi, nel contratto sono brevisti anche alcuni bonus:

l’1% dell’aumento dell’EBITDA della società rispetto all’esercizio precedente (se tale aumento viene riscontrato, ovviamente);
euro 506.520,00 in caso di qualificazione dell’Inter alla prossima Champions League;
euro 189.945,00 in caso di qualificazione dell’Inter alla prossima Europa League (fonte FCInter1908).

Michael Bolingbroke è uno che sorride spesso, quasi sempre. Ci mancherebbe pure non sorridesse, viene da pensare a leggere la mostruosità di stipendio che percepisce, a livello di quello dei migliori nel suo ruolo. Bolingbroke se la gioca con Marotta, giusto per fare un esempio. Solo che Marotta è appunto uno dei migliori nel suo ruolo, competente, preparatissimo e duro. Bolingbroke?

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Lui ride. Avete presente la vicenda Icardi? Le continue aggressioni mediatiche a Frank de Boer? La gestione dissennata della comunicazione dell’Inter? L’andamento isterico dei mercati nerazzurri? L’immagine delirante di una società piena di coda ma senza capo?

Ecco, Michael Bolingbroke dovrebbe essere da almeno due anni quel capo, la persona che nei momenti di difficoltà si assume le responsabilità di quel ruolo e che uno stipendio folle come il suo dovrebbero comportare. Non solo nei confronti dei soci, perché il calcio non è questo, ma anche e soprattutto il termini di accountability pubblica, di credibilità nei confronti dei tifosi e di quell’enorme patrimonio emotivo e sportivo che una squadra, che una società come l’Inter rappresenta. Tracce di Bolingbroke? Poche, lui ride.

 

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E così solo oggi, solo dopo un mese di veleni su de Boer che pareva ormai irrimediabilmente abbandonato al suo destino, solo oggi Bolingbroke interviene e dice che la società è salda e crede nel suo allenatore. Bene, grazie, applausi. Ma chi è Michael Bolingbroke? Londinese, un Master in Business Administration alla London Business School e poi una carriera spesa tra i pupazzi dei Muppet e il Cirque du Soleil. Un passaggio al Manchester United come direttore organizzativo, disastroso a sentire gli insider e comunque molto poco proficuo, poi la chiamata all’Inter.

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Cosa fa Michael Bolingbroke? Ride nelle foto. Almeno sappiamo che nonostante la situazione grottesca, lui è di buon umore. Con un conto in banca del genere, forse ha ragione lui.

 

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Si sta come d’autunno sugli alberi De Boer

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Da ore, anzi, da giorni sto digitando compulsivamente De Boer su Google per informarmi sull’esonero. Se l’Inter esonera l’allenatore io lo devo sapere subito. E allora tic tic tic, a nastro. Lo faccio sul pc fisso, sul tablet e sul telefonino. Lo faccio a tavola, in ufficio, a letto, mentre passeggio, mentre mi riposo e ovviamente anche sulla tazza, luogo deputato alle ricerche più complesse e approfondite.

Tic tic tic “De Boer” invia.

Nella cronologia delle mie ultime cento ricerche, ci sono “Pavia meteo” (1 volta), “cimici cosa fare” (1 volta), “stasera in tv” (1 volta), “Diletta Leotta vestita” (1 volta) e “De Boer” (96 volte).

L’Inter (non è la prima volta, non sarà l’ultima) mi sta causando disturbi della personalità ormai da ore. Anzi no, da giorni. Praticamente dal primo tempo di Atalanta-Inter, tra le 15 e le 15,45 di domenica 23 ottobre, durante il quale bisteccato sul mio divano mi sentivo in imbarazzo anche con me stesso.

“Minchia se gioca l’Inter”, mi dicevo.
“Quelli nerazzurri sono gli altri”, mi rispondevo.
“Ma tu sei interista?”, mi chiedevo.
“Chi, io?”, mi rispondevo.

Erano i primi sintomi della dissociazione. Chi siamo, dove andiamo e , soprattutto, chi ci allena? No, perchè nel tardo pomeriggio di domenica De Boer era già un morto che camminava e io mi sentivo sprofondare nel limbo, quella fase di mezzo in cui hanno cacciato il tuo allenatore e quello nuovo non c’è ancora, e soprattutto tu non ne sei informato. E quindi la domenica sera spegni la luce e dici bòn, basta, fuck you, avvertitemi quando decidete, anzi no, aspetta, riaccendi.

Tici tic tic “De Boer” invia.

Esonerato, dicono. Spegni va’.

Dormo male. Lunedì mi sveglio confuso e la giornata non mi aiuta. Si concretizzava di ora in ora l’inedita formula dell’esonero punitivo: ti faccio allenare la squadra e andare in panchina con il Torino, ma sappi che ti ho già esonerato. Lo cosa non mi appariva chiara nemmeno dal punto di vista sindacale, ma la certezza era che De Boer era finito, kaputt, arrivederci e grazie per la dedizione, auguri per i nuovi impegni professionali. Su giornali, tv e web la situazione era ben chiara: De Boer è un’illusione, c’è ma non esiste più, siamo già al dopo De Boer e il nuovo allenatore sarà scelto tra uno di questi (segue lista di nuovi allenatori dell’Inter con curricula, stipendi, schermi, desiderata, curiosità).

Dormo male. Al che si arriva a martedì, quando mi sveglio tutto sudato e mi dico:

“Sono senza allenatore!”

Faccio colazione in stato catatonico, immaginandomi De Boer con la barba lunga e le occhiaie nello scompartimento di una tradotta diretta ad Amsterdam, insieme alla moglie e alle tre figlie che io non ho ancora imparato a distinguere (anche la moglie dalle figlie, per dire). Anzi no, una è vestita da pallamano. Vabbe’, le altre due e la moglie sono uguali. De Boer ha la polo dell’Inter con un buco al centro del petto: gli hanno strappato le iniziali con le forbici. Alla frontiera con la Svizzera controllano i documenti. Frank allunga i cinque passaporti. Una lacrima gli riga il viso.

Tic tic tic “De Boer esonerato” invia.

Appaiono diciassette articoli in cui De Boer viene dato per esonerato, però non lo è ancora, però fidatevi che lo esonerano a breve, questione di ore, figuratevi se tengono una ciofeca del genere. Probabilmente gli faranno fare ancora Inter-Torino, ma solo per umiliarlo.

E’ stato un brutto martedì, vissuto in empatia con De Boer. Che però vedo allenare la squadre e partecipare alla conferenza stampa, solo come un cane e rispondendo in varie lingue. E’ vivo. Esonerato, ma vivo. Sono contento per lui, ma incerto per il futuro. Vado a letto.

Dormo male. Mercoledì è il giorno della partita, che però è in secondo piano, o forse terzo. Sui giorni e sui siti leggo solo che De Boer è stato esonerato e sarà in panchina solo in quanto dipendente dell’Fc Inter fino a prova contraria, mentre il toto-allenatori si allarga a nomi mai sentiti. Altro particolare interessante è: chi esonera De Boer, e chi assume il prossimo allenatore? Non ci capisco una sega e su un foglietto a parte mi appunto le varie possibilità: Suning esonera, Thohir sceglie; Thohir esonera, Suning sceglie; Suning e Thohir esonerano, Moratti sceglie; Suning e Thohir e Moratti esonerano, Paolo Bonolis sceglie.

A metà giornata, in totale confusione, cerco su Google:

“Inter-Torino si gioca?”
“Inter-Torino rinvio”
“Inter-Torino orario”
“Inter-Torino allenatore Inter”

Al che, in pieno sbando, chiamo mia mamma, ma per non fare una figura di merda la prendo alla larga:

“Mamma, stasera guardi l’Inter?”
“Sì. Che cazzo di domanda è?”
“No, cioè, volevo vedere se ti ricordavi che c’era il turno infrasettimanale e…”

E ho messo giù prima che mi rispondesse. Boh, giocheranno davvero? De Boer è ancora a Milano? E’ ancora vivo? Le ore passano e alle 20.43 in effetti vedo iniziare regolarmente  il collegamento con San Siro. Alle 20.44 inquadrano la panchina dove è seduto De Boer.

“Sarà mica Ronald?”
“Scusa?”
“No, perchè questo complotto plutocratico…”

La partita ha inizio. Dopo 4 minuti ho già divorato 5 Choco Leibniz della ditta Balzen, l’alto di gamma degli Orociok. L’Inter segna addirittura un gol di culo, e mi sembra un segno preciso. Poi subisce un gol di contro-culo (difensori dell’Inter che si falciano tra di loro, attaccante del Torino che ne approfitta) e mi sembra un segno preciso.

“E’ un segno preciso!”

dico alzandomi in piedi sul divano dopo aver divorato il nono dei nove Choco Leibniz della confezione e sentendo una fitta – psocosomatica, è chiaro – all’altezza dell’appendice. A un certo punto, mentre è ormai chiaro che De Boer è fottuto – del resto tutti lo dicevano da tre giorni -, Icardi segna un gol della madonna, al quale esulto con misura.

“(farfugliamento a bassa voce con le braccia al cielo)”
“Cosa?”
“GOL!”
“Ah.”
“Ok, gol, 2-1, ok. E adesso?”

Sono in piena crisi. Dovrei scrivere un pezzo sul blog, ma che cazzo lo scrivo a fare? Abbiamo vinto ed esoneriamo l’allenatore, credo, e quindi? Oppure non lo esoneriamo, e quindi? Ho bisogno di certezze. Non ne ho. Accendo il pc, vado su WordPress, sto per scrivere un pezzo purchessia, e anzi decido di intitolarlo “Purchessia”, ma non mi viene niente da scrivere che poi non possa essere usato contro di me. Sudo, ho freddo, mi copro, sudo. Alle due vado a dormire.

Dormo male. Giovedì, oggi, non rilascio alcuna dichiarazione a me stesso prima delle ore 16. Alle 17 decido di scrivere un pezzo e ora, prima che caccino De Boer e lo debba buttare via – il pezzo, dico – lo salvo e pubblico. Ecco, ho finito. Aspetta.

Tic tic tic “De Boer esonerato”.

Mi compare un pezzo della Gazza. Il cui tenore è: sì, ok, ha vinto con il Toro, ma vi spieghiamo le cinque ragioni per cui l’Inter dovrebbe tenere De Boer e le cinque ragioni per cui dovrebbe cacciarlo.

Cinque più cinque, dieci ragioni. Troppe. Non lo leggo. Invia.

(e chiedo all’Inter il danno biologico. Non si può andare avanti così, dai)

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Girarsi e non trovare nessuno

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A un certo punto – guardavo Mediaset Premium, dopopartita – quando De Boer durante l’intervista si è girato verso la sua sinistra per farsi suggerire la parola che non gli veniva in italiano, e a sinistra non c’era nessuno, e la parola gliel’ha suggerita il conduttore dallo studio, ho avuto la palpabile impressione che il destino del nostro caro – e assai confuso – Frank sia già segnato, già deciso, questione solo di dettagli, di tempi tecnici, di passaggi burocratici. Il segnale, l’ultimo, che tutto il bel castello che ci eravano trovati di fronte dopo Inter-Juve sia lì lì per crollare. O che forse è già crollato: resta un cartonato davanti, dietro è tutto una maceria.

Inter-Juve (18 settembre 2016) sembrava essere lo spartiacque della stagione: sciambola, già superata la crisi da cambio di allenatore e via, con un’autostrada davanti. De Boer era arrivato da poco più di un mese, e poco più di un mese (35 giorni) è trascorso nel frattempo da Inter-Juve. In questo lasso di tempo abbiamo giocato 7 partite, vincendone 2 (di cui una, col Southampton, con un tiro in porta), pareggiandone una e perdendone quattro, 8 gol fatti e 10 subiti. Passando quattro volte in svantaggio per primi, prendendo quattro volte gol negli ultimi 5 minuti, tenendo una media gol ridicola per una squadra che vorrebbe essere catalogata come offensiva.

Un punto nelle ultime quattro partite in campionato.

In tutto questo, siamo al 23 ottobre. Ad agosto, dopo Chievo-Inter, e anche dopo Inter-Palermo, ammantati di un lodevole deboerismo tutti noi – tifosi e tifosotti – ci auto-predicavamo pazienza e buon senso. Non giudichiamo, non rompiamo i coglioni fino a ottobre, macchè, fino a novembre, serve tempo, diamo tempo. Peccato che poi sia arrivata la sbornia di Inter-Juve, la partita che non ci aspettavamo, il segno che tutto si stava componendo con grande anticipo e che l’era Suning iniziava come meglio non ci si poteva augurare.

(sospiro)

35 giorni dopo, una cosa è purtroppo chiara: in uno score stagionale che dice 4 vinte, 2 pareggiate e 6 perse su 12 partite, la vittoria con la Juve è stata più che mai un’eccezione e la regola si è rivelata purtroppo un’altra. Che poi sarebbe la regola che avevamo messo in conto: quella di una stagione che poteva iniziare in un certo modo – con tante possibili difficoltà, quelle che sappiamo a memoria – e per la quale ci eravamo diligentemente messi nell’ordine di idee di aspettare, pazientare, prendere il tempo che ci voleva.

Oh, qui non si tratta di saltare o scendere da carri, nè di rimangiarsi cose dette o pensate. Perchè tutte le migliori intenzioni sbandano quando accadono cose che escono dai binari di tutta la nostra bella, nobile e teorica costruzione.

Tipo, il primo tempo di Atalanta-Inter.

Che oggettivamente non è accettabile. Nè da noi poveri utenti finali, nè dalla società, nè da De Boer, nè dai giocatori, nè dal dio del calcio. Così come le partite di Coppa – anche quella vinta – e altre esibizioni che ti fanno vacillare pesantemente. Stavamo per bollare frettolosamente De Boer come il nuovo Zeman, ma per essere offensiva – o addiritura troppo offensiva – una squadra dovrebbe tirare in porta un tot. Essere zemaniano e non tirare in porta è un po’ come dichiararsi un play boy e non uscire la sera.

Quindi, chi siamo?

Mah, non è ben chiaro. E finchè ce l’abbiamo poco chiaro noi, bòn, chi se ne frega? Non siamo tutti allenatori dell’Inter nel profondo delle nostre povere sinapsi, pur sapendo di non contare un’emerita cippa nell’immane disegno del destino nerazzurro? Il problema è che non ce l’hanno chiaro tutti quelli che compaiono nella distinta. Anche De Boer, sempre più in balia di se stesso e degli eventi (non si spiegherebbero certe scelte di formazione e certi cambi).

Se il problema fosse “solo” De Boer e se tutto intorno ci si muovesse nella stessa direzione, potrebbe essere solo questione di tempo, di fortuna, di sincronia. Ma intorno, a corto e lungo raggio, c’è confusione. C’è la solita maledetta aria da ammutinamento o da scoglionamento. C’è il primo tempo di Atalanta-Inter (un obbrobrio) a dirti che c’è qualcosa di pesante che non va.

Già. De Boer si gira e non c’è nessuno.

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L’inadeguatezza sai, è come il vento (5 orrori di Sparta Praga – Inter di cui parlare una volta per tutte)

In serate come questa le pagelle servono a poco, è infinitesimale la distanza tra chi ha giocato malissimo e chi male. Dovessimo salvarne uno, solo Mauro Icardi ha tenuto il campo per 20 minuti da calciatore del suo livello, toccando due palloni di prima che avrebbero potuto (in condizioni normali e se i suoi compagni di squadra non fossero stati ormai in piena crisi psicotica), riaprire la partita. Niente pagelle quindi, solo qualche riflessione su un 90 minuti troppo brutti per essere veri ma anche troppo veri e simili alla sconfitta casalinga con l’Hapoel per essere un caso.

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  1. L’Inter ha una rosa corta, cortissima. Sciocco cadere nell’equivoco del numero e degli ingaggi, questa squadra ha 11 titolari e 3 sostituti decenti, il resto è una preoccupante accozzaglia di limiti tecnici e carte d’identità ingiallite. Prenderne atto è un dovere morale, poi si capirà chi ha farcito la squadra di questi spaventati e spaventosi ex giocatori ma prima bisogna intervenire reparto per reparto. Meglio le ingenuità di Senna che la serie infinita di porcherie ed errori di piazzamento di D’Ambrosio e Ranocchia o il funebre arrancare di Melo.
  2. Ranocchia ha un problema, Ranocchia è un problema. Grave aver fatto passare la balbettante prova contro il Bologna per una buona partita. I primi 10 minuti contro Destro, Verdi e Krejici sono stati un incubo, l’ex capitano se l’è cavata sui palloni alti e con qualche chiusura coreografica, ma nel complesso nemmeno domenica ha saputo dare sicurezza ai compagni. Stasera è stato grottesco e tenero al tempo stesso. Grottesco perché non ne ha mai strusciata una, si è fatto prevaricare da dei bulli 18enni che son passati ovunque, tenero perché ormai lui stesso ha la percezione esatta della catastrofe e gioca come un condannato a morte. Pare abbia un buon motivatore, sappia il buon motivatore che ha tutta la nostra solidarietà. Era in campo contro il Chievo, con l’Hapoel, con il Bologna e stasera: 1 punto in 4 partite giocate dall’inizio. Non può essere un caso.
  3. Senza Miranda siamo smarriti. Il che significa che Murillo è un giocatore enormemente sopravvalutato e che forse sarebbe il caso di arretrare Gary Medel sulla linea dei difensori, provando a ignorare statura e gap fisico e puntando piuttosto su leadership e attitudine al ruolo. Murillo e Ranocchia sono comunque improponibili insieme, un concentrato di vigore fisico speso a caso ed errori tecnici e tattici spaventosi. Il problema è che Miranda ha 32 anni e non si è mai risparmiato, quindi Medel o non Medel si torna al punto 1: la rosa è corta.
  4. Banega è lentissimo, ma soprattutto senza JM è smarrito, perde posizione ed efficacia e diventa confusionario e problematico. Troppi palloni persi e messi in galera, ripartenze concesse allo Sparta e tempi di gioco smarriti per puro individualismo o indolenza. Stasera ha messo in enorme difficoltà Gnoukouri ed ha ulteriormente amplificato la colossale inadeguatezza di Felipe Melo, che in serate come questa è un paracarro sgradevole, falloso e ingombrante. Un centrocampo del genere è un regalo per avversari dinamici, che lo hanno tagliato a fette dall’inizio alle fine.
  5. L’involuzione di Eder, la sua trasformazione in arcigno terzino d’attacco è quasi completa. Non vede la porta e quando la vede (gliela spalanca Icardi), s’incarta e sbaglia cose impensabili. Corre, sbuffa, contrasta e recupera, cuce decine di metri di campo ma con la palla tra i piedi e in fase di costruzione sta diventando imbarazzante. Arrivato con le credenziali di seconda punta capace di occupare anche il centro dell’area, si candida ormai a un posto nella rotazione dei tanti e mediocri terzini nerazzurri.

ps Il secondo gol è una delle più incredibili e gravi catene di errori e supponenza mai viste nella mia storia di interista. si può sbagliare ma non si può sbagliare a quel modo, come ci si fa fregare all’oratorio. Il professionismo comporta un livello di attenzione e concentrazione sulle fasi di gioco che non solo è mancato, ma anche in modo eclatante, grave e inammissibile per gente che gioca una competizione europea. Il primo gol è invece umiliante per l’errore tecnico di Ranocchia prima e di Melo poi, più imbarazzante e triste il secondo, figlio di una memoria del proprio fisico che evidentemente è del tutto inattuale. Possono sembrare giudizi severi e lo sono, sono comunque riferiti alla prestazione in campo e al momento della squadra e non certo alla qualità umana delle persone, che supponiamo ottima (al limite sbagliando per eccesso di fiducia nel prossimo). Di Frank de Boer c’è poco da dire ma qualcosa s’è notato: ci sono giocatori che rifiutano il contagio positivo della sua etica del lavoro. Una volta si studia il fenomeno, la seconda lo si verifica ma sarebbe opportuno non arrivare al terzo episodio di questo scempio. Siamo l’Inter, non la cosa patetica vista in campo per 60 minuti stasera. Poi è vero che nonostante tutto il 4-2-4 stava per funzionare di nuovo, ma se hai Ranocchia nel motore del domani non v’è certezza ma dell’oggi sì: si perde.

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