La Tattica

Contro il Contropiede (in bocca a lupo Frank!)

di Michele Tossani

E così Frank de Boer torna in pista: sarà l’ottavo manager in sette stagioni a Selhurst Park, dove sostituisce Sam Allardyce, dimessosi al termine di questa stagione dopo aver guidato le Eagles alla salvezza. Dopo aver toccata il suo apice recente sul finire della stagione 2015/16 (quando la squadra si era trovata in vantaggio sul Manchester United nella finale di FA Cup), il Palace ha ottenuto appena quattro punti sui possibili 30 all’inizio della stagione 2016/17 Season, con il conseguente licenziamento di Pardew poco prima di natale. Allardyce compì il miracolo sportive di centrare una salvezza a quel punto insperata, ottenuta alla penultima giornata. Dopodiché, come detto, Big Sam ha rassegnato le dimissioni. La scelta di De Boer è interessante per almeno due motivi. Il primo perché, con l’ex Ajax, il Palace fa una scelta in controtendenza rispetto alla sua storia che ha visto il club come una casa per allenatori britannici, tanto è vero che (se si eccettua il breve interregno di Curtis Fleming nel 2012) l’unico allenatore non proveniente da quelle latitudini è stato Attilio Lombardo, allenatore per 7 partite nel 1998.

Il secondo motivo è dato invece dal fatto che il 47enne vincitore di quattro Eredivisie sulla panchina dell’Ajax ha intenzione di provare a portare il calcio totale olandese a Selhurst Park. Proprio questa idea di calcio è quella che ha convinto il presidente del club, Steve Parish, e gli azionisti di maggioranza, gli americani David Blitzer e Josh Harris, a preferire FdB ad altri candidati, come ad esempio al manager del Burnely, Sean Dyche. Il lavoro di De Boer dovrà concentrarsi anche sull’Academy del Palace nella quale l’ex aiacide cercherà di replicare i successi ottenuti ad Amsterdam, dove ha contribuito a forgiare parte dell’ultima nidiata di talenti de Lancieri, a partire dai vari Christian Eriksen, Daley Blind e Toby Alderweireld.

Influenzato dal pensiero tattico di Louis van Gaal e di Johan Cruyff, chiamato proprio dal grande numero 14 a riportare in vita all’Amsterdam Arena quei principi di gioco che si erano un po’ smarriti nelle stagioni precedenti, De Boer è rimasto fedele a quegli storici dettami tattici durante tutta la sua giovane parabola da allenatore. Così, partendo da un 4-3-3 che poggiava molto sulle ali, FdB ha cercato di organizzate le squadre in modo da essere ordinate tatticamente abili a portare un pressing ultra-offensivo che favorisse veloci transizioni. Sono questi gli stessi ingredienti che De Boer ha utilizzato in Olanda e che ha cercato di riproporre con l’Inter. Con scarso successo in verità, dato che la sua esperienza in Serie A si è chiusa senza troppi rimpianti dopo appena 84 giorni. Chiamato infatti in fretta e furia a sostituire Roberto Mancini, De Boer ha cercato fin dall’inizio di trasmettere una nuova mentalità e un nuovo stile di gioco. Tuttavia, i giocatori interisti, hanno fin da subito mostrato di non gradire il tipo di calcio proposto dall’olandese e di trovarsi a disagio di fronte alle richieste offensive, con tanto di linea difensiva alta, proposte da De Boer. Tutto questo, unito ad un certo stile naif nella cura della fase di non possesso palla, ha portato l’Inter deboeriana ad avere una certa identità tattica in fase offensiva ma a risultare lunga e incapace di difendere quando la palla entrava in possesso degli avversari.

Una rivoluzione fallita, come spesso accade nella storia e che ha visto FdB combattere anche contro gran parte delle stampa (con Caressa sugli scudi), per un malcelato senso di superiorità nei confronti dell’ex Ajax, ha finito per criticarlo al limite della denigrazione personale (ricordiamo le battute sullo stentato italiano di De Boer, quando i nostri allenatori all’estero parlano solitamente un inglese a dir poco risibile), senza mostrare la pazienza necessaria prima di valutare gli eventuali frutti di questa rivoluzione culturale prima che tattica. Per di più, con il risultato di incensare oltre ogni limite il suo successore e senza nessuna autocritica verso la damnatio memoriae orchestrata verso De Boer quando, finiti gli effetti benefici solitamente determinati dal cambio di allenatore, la squadra nerazzurra è ricaduta in quei limiti tecnici e tattici che, evidentemente, non erano colpa di FdB ma strutturali alla rosa interista.

Ora, messe da parte le difficoltà milanesi, ancora una volta, De Boer si lancia in una sfida nella quale è chiamato a invertire il modus operandi di una squadra che, fin dai tempi di Neil Warnock e Tony Pulis, è abituata a giocare di rimessa. In questa ricercar di una transizione favorevole, l’ex Inter potrà contare sul talento degli esterni Wilfried Zaha e Andros Townsend, e sulla fisicità del numero 9 Christian Benteke. Questi tre giocatori (soprattutto il 24enne Zaha) rappresentano sulla corta il prototipo del giocatore che serve a De Boer per trasformare gli Eagles in una squadra prettamente offensiva, cioè un giocatore veloce, abile tecnicamente e in grado di destabilizzare il sistema difensivo avversario con le proprie incursioni. Se De Boer riuscirà a tirare fuori il meglio da questo trio e a sistemare le falle difensive degli Eagles (magari risolvendo anche la questione portiere, con Wayne Hennessey reduce da stagioni di incertezze) quella al Palace potrebbe rivelarsi come la stagione del rilancio del tecnico olandese dopo il flop interista.

In bocca a lupo, Frank. Qui ti abbiamo sempre voluto bene.

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“È stato un anno importante, con questo terzo posto abbiamo gettato le basi per un grande futuro”, intervista a Frank de Boer sulla sua prima stagione nerazzurra

Frank de Boer è un uomo soddisfatto, i soliti modi posati e sobri non riescono a mascherare la felicità per quella che a tutti gli effetti è una piccola impresa. Partito con l’affanno di chi sale in corsa, osteggiato dalla critica e non sempre seguito da una parte della squadra (quella stessa che è costata il posto ad altri buoni allenatori prima di lui), l’olandese è riuscito a convincere società e tifosi che la strada del gioco e della programmazione è praticabile anche quando le aspettative sono alte e la tensione eccessiva. Il terzo posto non garantisce l’accesso alla Champions League ma la vittoria in Coppa Italia è un primo passo verso quella guarigione lungamente attesa e invocata fin dal 2011.

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Ha mai pensato di gettare la spugna, di non farcela? 
Confesso che è capitato. Più che altro non riuscivo a capacitarmi di tanta ferocia e di tutti quei pregiudizi. Sono un allenatore giovane ma ho una lunga esperienza internazionale come giocatore e confesso che una cosa del genere non l’avevo mai vista. Come se fosse un intero sistema a reagire, come se fosse qualcosa di personale. Confesso di esserci restato male.

A chi si è aggrappato in quei giorni? 
Alla mia famiglia e alla società. È stata una vera sorpresa scoprire persone così professionali ma allo stesso tempo capaci di essere leali, di un continuo slancio umano. Non so in quante altre squadre mi sarebbe stata confermata la fiducia dopo una sconfitta sconfortante come quella contro la Sampdoria. Eppure sono stati di parola, hanno convocato una conferenza stampa per ribadire il sostegno della società e così è stato.

Cos’è mancato nelle prime giornate? 
L’esperienza e la conoscenza del gruppo. Il calcio italiano è duro e speculativo, si giocano partite di scacchi e tutti gli allenatori sono preparati a imbrigliare l’avversario. Ho ereditato una squadra demotivata e confusa e in principio ho pensato che sbilanciarla offensivamente fosse una soluzione. Non ha pagato e allora grazie ai correttivi studiati con i ragazzi abbiamo trovato una formula. Non è un caso che la nostra partita migliore del girone di andata sia arrivata contro la Juventus. Giocare contro squadre propositive aiuta, anche solo a gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Quanto è stato importante il mercato di riparazione? 
Non amo parlare male dei giocatori che alleno o ho allenato. Diciamo che più che per gli acquisti nelle zone più fragili della nostra manovra, gennaio è stato cruciale per lo sfoltimento di una rosa costruita all’accumulo. Troppi giocatori con caratteristiche simili, una competizione interna malsana e l’abitudine sbagliata di considerare l’allenatore un ostacolo aggirabile. Non amo punire platealmente i miei giocatori, è una sconfitta per tutti, ma quest’anno è stato fondamentale.

Il terzo posto era il traguardo minimo per questa stagione. Si sente appagato? 
Il mio risultato non era un piazzamento. Il mio obiettivo era ed è giocare un calcio intelligente. Occupare gli spazi e costruire un predominio che nelle due fasi sfrutti la stessa arma: il possesso palla. Amo le squadre lunghe e la velocità nelle ripartenze. Mi sono molto divertito ascoltare quel giornalista, quello molto popolare per le sue telecronache, dire che pretendevo di insegnare calcio agli italiani. Il mio non è calcio olandese, studio e lavoro per prendere il meglio di tutto quel che ho visto, da giocatore e da tecnico. Il contropiede può essere disorganizzato o perfettamente organizzato, ordinato e lucido. Questo non lo voglio insegnare io.

Questa squadra può già competere in Europa o ha bisogno di grandi acquisti? 
Al di là degli acquisti, quello che ho voluto fosse chiaro da subito con i miei giocatori è che l’esperienza internazionale si accumula solo affrontando con serietà ogni partita di ogni competizione. Per questo sono felice del nostro cammino in Europa League. Siamo usciti in semifinale dopo un inizio di torneo da incubo. Oltre a rischiare di perdere dignità e faccia, oltre al blasone di una squadra come l’Inter messo in crisi da squadre davvero minori, ero preoccupato dalla mollezza e dalla superficialità con cui alcune sconfitte venivano catalogate e messe in cantina. Perdere si può perdere, ma deve essere parte di un percorso formativo. quest’anno abbiamo giocato partite, in Italia e in Europa, in cui il risultato ci ha penalizzato nonostante una mole impressionante di gioco e occasioni. Perdere come stavamo facendo in Europa League no, quello non va bene.

Rifarebbe questa scelta, salirebbe di nuovo su una macchina che sbanda pericolosamente per portarla fino al traguardo? 
A costo di ripetermi rispondo sì e aggiungo che la società, i tifosi e i giocatori mi hanno coperto d’amore e dimostrazioni di stima. Mi son sentito orgoglioso di allenare l’Inter. Ma non abbiamo ancora fatto nulla, siamo un cantiere aperto. Solo che abbiamo un gioco, sappiamo quali giocatori servono per il nostro sistema e abbiamo obiettivi chiari. Quindi sì, lo rifarei mille volte.

Le grandi distopie de Il Nero e l’Azzurro 

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Fate largo ai sognatori, purché siano bei sogni (e sappiano spiegarmi cosa vedevano in de Boer)

di Alcide Ghiggia

Fate largo ai sognatori.

A chi vede oltre le apparenze, a chi sa immaginare, a chi entra nel futuro senza sapere che cosa ci sta a fare.

Fate largo a chi si innamora di un’idea, a chi scambia i desideri per realtà, a chi non si accorge che il re è nudo.

Sia chiaro, non voglio prendere in giro nessuno, credo in maniera convinta che la storia del calcio sarebbe una noia infinita se non ci fossero in giro cavalieri sbruffoni capaci di indicare una strada (magari non di percorrerla, ma a volte questo è un dettaglio) e di farci credere che alla fine del cammino troveremo coppe e scudetti, vittorie e trionfi, applausi e onori. Ci siamo cascati tutti, qualcuno con un profeta boemo, qualcuno con un professore siciliano, qualcuno con un santone argentino. C’è chi ha creduto in ex venditori di champagne e in ex professori di ginnastica. Io, per esempio, lo confesso, ero rimasto abbagliato da un giovanotto romano simpatico e un po’ fenomeno, elegante e distinto. Laureato in legge, addirittura. Io credevo in Andrea Stramaccioni, pensa te, quindi, lo ripeto, non voglio scherzare con nessuno. Soprattutto con chi si è infiammato per Frank de Boer.

Però è arrivato il momento di fare una domanda semplice semplice a tutti voi: perché?

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De Boer è certamente un’ottima persona, vincente in casa anche se ancora vergine all’estero ma non può essere una colpa perché da qualche parte bisogna pur iniziare, non un parolaio, anzi. Non ha mai promesso di cambiare la storia, non ha ipotizzato rivoluzioni, non è venuto qui a dirci che avrebbe bruciato il calcio italiano e che avrebbe fondato una nuova chiesa. Sembrava tutto buon senso e tentativi di bel gioco. Ma chi mai è arrivato in una squadra nuova e ha promesso di giocare male?

Eppure in tanti si sono illanguiditi. Forse perché basta essere olandesi e quindi è subito calcio totale, donne in ritiro, Johann Cruijff e Amsterdam e quei bei viaggi che a diciott’anni sono una figata e a quaranta un po’ patetici. Forse perché chiunque avrebbe ricevuto abbracci e baci da chi si sentiva naufrago dopo mesi di tempesta fra proprietari lontani, allenatori disamorati, centravanti che sembravano distratti e mercenari (sembravano, ma questo è un altro discorso e non ho voglio di aprirlo qui, scusali Maurito e andiamo avanti). Forse è stato istinto di protezione davanti a critiche spesso gratuitamente feroci, forse gratitudine per l’evidente sforzo che ci stava mettendo, sul campo come nelle interviste televisive.

Il dato di fatto è che per alcuni (tanti? pochi?) improvvisamente de Boer è diventato una religione. Mezza partita buona e il vicino di posto ci dava di gomito: hai visto come si gioca? Una striminzita vittoria e lo stesso vicino gonfiava il petto e ci guardava come infedeli che non capivano. Poi le colpe erano di terzini inadeguati, di centrocampisti distratti, sempre di qualcun altro e mai sue. Guru a sua insaputa, direi.

È finita come è finita, ci siamo svegliati tutti quanti, scettici e sognatori, è stato chiamato l’idraulico ad aggiustare le perdite e ovviamente nessuno si è innamorato a prescindere di uno che doveva stare lì solo a scaldare il posto per Simeone o Guardiola o Mourinho (in ordine di santità, ovvio). È arrivato Stefano Pioli e con lui la realtà: una squadra medio buona, che può giocarsi il terzo posto e sperare in qualcosa di più, che non avrebbe dovuto fare figuracce in Europa, che ieri ha battuto il Bologna in coppa Italia anche con Gabigol in campo (a proposito di fantasie…).

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Si sa che quando la testa è piena di sogni puoi vedere il cambiamento che desideri, ma che sul boulevard dei broken dreams ci si ritrova a camminare da soli (doppia cit.). Quindi ripeto: qualcuno ha voglia di rispiegarmi, a mesi di distanza, che cosa aveva visto in de Boer e come la pensa oggi?

Grazie. A chi ha voglia di rispondermi, a Stefano Pioli che ha aggiustato tutto e anche a Frank de Boer, che almeno ci ha provato.

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Strategia, strategia, per piccina che tu sia…

di Hendrik van der Decken

A fine dello scorso ottobre, in preda ad una arrabbiatura cosmica causata tanto per cambiare dalla nostra Beneamata, avevo cercato di analizzare in maniera più fredda possibile la causa prima dei disastri cui stavamo assistendo da troppi anni, culminati con il balletto agostano della panchina e la via crucis arancione di un Frank de Boer più vittima che colpevole dei risultati della squadra, per quanto come era ovvio date le circostanze, di errori ne abbia fatti parecchi anche lui. In quel pezzo avevo solo dato voce a ciò che tantissimi tifosi interisti pensavano già: senza una coerente strategia applicata dal vertice societario, avremmo continuamente rivissuto le stesse situazioni fomite di incazzature (erano anni che sognavo di scrivere “fomite”, non lo faccio più, lo giuro) ed al contempo proponevo dal basso della mia ignoranza ciò che la proprietà avrebbe dovuto fare.
Ora, a distanza di qualche mese, e sicuramente complice qualche vittoria consecutiva che ha dato di nuovo fiducia all’ambiente e speranza di non aver buttato via del tutto la stagione, l’atmosfera sembra migliore e molte piccole cose emergono alla superficie, indicando che forse siamo finalmente sulla strada giusta. E parlo più della società che del campo, nonostante i punti fatti nella gestione Pioli finora siano decisamente tanti.
Personalmente, almeno in modo razionale, non credo in alcun modo nella possibilità di agganciare il terzo posto. Poi come sempre il tifoso che è in me e per definizione (e giustamente, aggiungerei) razionale non è, spera di vincerle tutte da qui a giugno, compresa coppa Italia e partitelle del giovedì. Però ciò che vorrei dire oggi è abbastanza slegato dai risultati: scrivo infatti alla vigilia di Inter-Chievo, e per tutto quanto brevemente accennato la ritengo ininfluente ai fini del discorso. Vediamo.

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Abbiamo assistito a un cambio netto di direzione societaria, anche se nella pratica il cambio ai vertici non è stata una rivoluzione totale: l’amministratore delegato Bolingbroke è stato sostituito all’inizio di novembre, rimpiazzato da un uomo di fiducia di Jindong Zhang, Jun Lio, segno inequivocabile che il tempo della transizione morbida tra il vecchio presidente Thohir e il nuovo era finito. Approfitto qua per chiarire una delle cose che sin dal principio erano state imputate alla nuova proprietà cinese, vale a dire quella di aver lasciato al timone della gestione esecutiva Thohir ed i suoi uomini: con molto buon senso e dimostrando un’ammirevole mancanza di arroganza, Jindong Zhang era ed è molto consapevole della differenza di gestione di un club come l’Inter rispetto alle esperienze cinesi vissute dal suo gruppo fino ad allora, senza contare l’ovvia mancanza di conoscenza dell’ambiente nerazzurro e del calcio italiano. Lasciare momentaneamente chi era già alla guida del club da due anni era quindi la cosa più logica da fare in quel momento, anche se poi come abbiamo visto la cosa ha causato dei problemi, e non di poco conto.
Dopo il fallimento dell’avventura di de Boer sulla panchina interista, la proprietà non ha esitato a prendere in mano con più decisione l’Inter, piazzando in pianta stabile a Milano non solo il nuovo amministratore delegato ma anche il figlio del presidente, Steven Zhang. Sarà un caso oppure no (e io, come molti altri, credo di no), ma da quel momento in poi, insieme ad una gestione migliore della squadra dal punto di vista mentale e atletico, più che tecnico, operata da Stefano Pioli, le cose sono decisamente migliorate sul piano dei risultati.
Ma più di quelli, che risentono sempre in ogni caso di una certa dose di aleatorietà, ci sono altre azioni che sono chiarissimi indicatori di una strategia ben precisa, ad esempio l’acquisto di Gagliardini dall’Atalanta (en passant: un saluto agli espertoni dei giornali sportivi e non che davano per impossibile l’acquisto causa limiti imposti al Biscione dagli accordi stipulati sul Financial Fair Play).
Ora, cerchiamo di chiarire subito un punto: avere una strategia non vuol dire automaticamente avere successo grazie a quella strategia. Può andar bene o può andar male: banalmente, dipende dalla bontà della strategia adottata, dalle modalità di esecuzione e da chi la esegue. Però la differenza col recente passato in cui i mezzi e i modo per raggiungere l’obiettivo dichiarato erano palesemente insufficienti e inadatti, mi sembra evidente (risparmio a chi legge la pena di ricordare gli ultimi cinque anni, rievocando acquisti e obiettivi dichiarati senza il minimo senso del reale).
Se n’è parlato tra tifosi, in giro per la rete, mille volte nell’ultimo quinquennio con moltisime divergenze di opinione, che alla fine è il bello del parlare di calcio guardandolo dagli spalti o dalla poltrona: se non hai i mezzi economici per costruire una squadra competitiva nell’immediato, devi avere la pazienza e l’abilità di costruirla con meno soldi in un tempo più lungo. Per fare questo hai bisogno di un programma e di gente capace: strategia, appunto.
Il Real Madrid ha una strategia semplice: compro chi voglio e se metto insieme gli undici più forti, vinco. Semplice, lineare, costoso. Ma è comunque una strategia precisa. All’opposto, abbiamo visto come negli anni squadre con meno risorse abbiano costruito in altro modo la loro competitività (Borussia Dortmund e Atletico Madrid, ad esempio). In Italia, l’Inter di Massimo Moratti ha cercato attraverso una potenza di fuoco economica con pochi paragoni (e tutta di tasca propria…) di sopperire a certi handicap telefonici e arbitrali: in fondo, anche questa è stata una strategia precisa, ed è anche per questo che nessun tifoso dell’Inter degno di questo nome potrà mai esimersi dal dire grazie all’ex presidente nerazzurro.
Qual è la strategia della proprietà Suning? A parte lo scopo primario di marketing sottostante l’acquisto del club, ancora non mi è chiaro cosa esattamente abbiano in mente per tornare ai vertici in poco tempo, a parte avere delle risorse economiche apparentemente spaventose, ma bisogna considerare che sono un po’ duro di comprendonio. Si parla molto di acquisti che abbiano certe caratteristiche ben precise: giovani, italiani, che siano molto forti o molto promettenti, e Gagliardini sembra il primo di una discreta serie, almeno stando alle voci che girano. Perché questo tipo di giocatori? Non ne ho idea. Storicamente, e nella maggioranza dei casi, il tifoso interista ha bellamente mostrato grande indifferenza (eufemismo) per il passaporto dei propri giocatori.
Personalmente, sono uno di quelli: datemi undici fuoriclasse col passaporto delle Isole Fiji e sarò un tifoso ultra-felice. Mi sento decisamente vicino a ciò che Ivan Ramiro Cordoba disse in un’intervista di qualche anno fa, dove al solito aveva ricevuto una domanda riguardo all’assenza di giocatori italiani di rilievo tra le fila nerazzurre (domande che ora non fa più nessuno, chissà perché: adesso va benissimo che l’Udinese affronti l’Inter senza un italiano nell’undici titolare). Cordoba rispose che “a parte che qua il passaporto italiano ce l’abbiamo in tanti, io credo che quando vieni qui a giocare conti solo se tu sei da Inter o se non lo sei. Se lo sei, non è importante da dove vieni”.
Ma rispetto in maniera assoluta chi ha il piacere di vedere giocatori italiani nella squadra, e chi tifando la nazionale pensi (ad assoluta ragione, tra l’altro) che avere molti giocatori italiani nelle squadre di vertice permetta loro di acquisire un’abitudine al giocare partite ad alto livello che può, conseguentemente, permettere a questi giocatori di poter fare molto meglio anche quando indosseranno la maglia azzurra.
Si dice che in uno degli ultimi confronti con la dirigenza, de Boer abbia incoraggiato la costruzione di un nucleo di giocatori giovani e italiani in modo da stabilire una base solida e duratura che potesse sviluppare non solo un senso di appartenenza più forte ma anche in modo più rapido grazie alla comunanza di lingua e cultura. Non so se sia vero, per quanto conoscendo ciò che ha fatto all’Ajax l’allenatore olandese la cosa mi sembra plausibile. Può darsi che la società abbia comunque ritenuto un punto valido quello sollevato dall’ex allenatore nerazzurro ed abbia deciso di dare seguito alla cosa, cominciando a mettere in atto le mosse necessarie per poter arrivare ad avere quella base di giocatori italiani, e quindi alla fine la strategia dell’acquistare giocatori italiani forti o di grande prospettiva avrebbe senso.
Il punto, però, non è neanche quello di capire esattamente cosa c’è dietro, almeno per me: il punto è che finalmente abbiamo una strategia! Cioè abbiamo una serie di azioni e programmi coordinati per un fine ben preciso che vengono messe in atto ed eseguite coerentemente. Negli ultimi cinque anni non ho visto nulla del genere, e men che meno negli ultimi cinque mesi: allenatori che mollano dopo un mese di ritiro, allenatori scelti con superficialità (eufemismo) e cacciati dopo meno di tre mesi, mercato fatto con criteri misteriosi, e negli ultimi cinque anni senza criterio alcuno, se non quello del nome buono a poco prezzo e se poi non è funzionale al gioco, pazienza.
Sono talmente felice di sapere che c’è un disegno dietro le azioni della società che non me ne frega neanche nulla di sapere esattamente qual è: lo scopriremo solo vivendo, e speriamo di scoprirlo vincendo. Insomma, alla fine ecco quel che volevo dire: mi sembra che finalmente ci sia del criterio, ci sia un’idea che si muove dietro a ciò che vediamo in campo. E poiché, so di ripetermi, non penso che si potrà mai tornare ai massimi livelli senza una società che abbia le idee chiare su ciò che vuole e su come ottenerlo, tutto ciò mi rende contento quasi come se fossimo già arrivati tra i primi tre. Il bello, davvero stavolta, sembra che debba ancora venire, e io non vedo l’ora.

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Breve storia triste: Gabigol (fine)

Se digitate Gabigol su Google, come proposta di ricerca appariranno nell’ordine “Gabigol”, “Gabigol Fifa 17”, “Gabigol fantacalcio” e “Gabigol perché non gioca”, e la combinazione di queste tre frasi costituisce la cosa più calzante che mi sia capitata di leggere su Gabigol negli ultimi cinque mesi, da quando cioè è entrato in orbita Inter.

Gabigol, secondo quanto in effetti ci suggerisce Google al solo digitare il nome nell’apposita barra, oggi in effetti è un non-giocatore, che ha una sua dimensione su Fifa 17 (dove gioca per una scelta tecnica individuale esercitata in un mondo parallelo), una sul Fantacalcio (dove costa un cazzo, puzza di affarissimo ma è inservibile) e una nel nostro immaginario collettivo (“Perchè non gioca? Ha ciulato una cinese, un’indonesiana o un’olandese che non doveva?”). Poi appare “Gabigol Wikipedia” dove invece, cliccando sulla url della sua pagina, sfoci in un reale che sembra romanzato eppure dev’essere vero: leggi numeri che testimoniano che in effetti nella sua pur breve vita ha giocato e segnato, ha vestito 4 volte la maglia della nazionale brasiliana maggiore, ha vinto con quella della Olimpica l’oro a Rio, era un giovanissimo idolo del Santos, detiene il record del rapporto età/clausola rescissoria (l’unica cosa che conta nel calcio moderno), e ti accorgi en passant che è del 1996 e dunque ha soli venti fottutissimi anni.

Oggi, nei 4 minuti in cui lui è stato in campo e io addentavo Orociok sperando che i suddetti minuti scorressero in fretta, mi ha suscitato una forte compassione. Sì, come altri duecento blogghe ero pronto a pubblicare un bel pezzo su “I 50 presunti motivi per cui Gabigol non gioca”, ma dopo quei 4 minuti ho rinunciato alla sola idea di premere “invia”. Costretto ad aspettare due mesi e mezzo per calcare il campo in una partita ufficiale dopo un comico esordio a furor di popolo in Inter-Bologna, dopo essersi nel frattempo scaldato a bordo campo in una decina di occasioni e dopo aver letto ogni volta il lunedì “perchè Gabigol non gioca?” e dopo aver sentito 70 volte l’allenatore di turno dire in tv che “non è pronto”, il povero Gabriel ha provato in 4 minuti a lasciare una traccia di sè, come quel bambino dei Pulcini che non gioca mai e quando gioca entra in campo incredulo, esattamente come quelli che lo stanno guardando, gli increduli genitori degli altri bambini che si chiedono chi sia, da dove arrivi, chi lo abbia mai messo in squadra e perchè.

Gabigol, idolo del Santos, campione olimpico, 4 presenze e 2 gol nella squadra dove oggi gioca Neymar e dove un tempo giocavano Pelè e Zico, dopo 4 mesi di Inter è un personaggio patetico che entra a 4 minuti dalla fine, alla prima azione intralcia i compagni, alla seconda azione va in fuorigioco di 20 metri, poi calcia il pallone a gioco fermo e lo ammoniscono, poi niente, doccia.

Tutto questo non è colpa di Gabigol.

Allo stato attuale, solo Wikipedia (che è già qualcosa, si badi bene) ci dice che Gabigol è un giocatore di grandi prospettive. Noi possiamo augurarci che lo diventi indossando la nostra maglia, ma non abbiamo nessun elemento per poterlo dire o anche solo pronosticare tipo sproloquio al bar. E’ l’Inter, invece, che ha iniziato col piede sbagliato il suo rapporto con Gabigol e ce lo ha dato in pasto già ammantato di negativo, perchè per dimostrare di valere quanto è costato dovrebbe fare un gol a partita e non inseguire vanamente un pallone come al campetto, tipo oggi, a Reggio Emilia, che sembrava un bambino che sentiva il profumo dell’erba dopo un mese a letto con la varicella.

Non è colpa di Gabigol se l’Inter, dopo averlo comprato, lo ha pomposamente presentato come se avesse preso Cristiano Ronaldo, in una cerimonia talmente eccessiva da sembrare l’imitazione di un qualcosa di migliore, una rappresentazione in diretta web del “vorrei ma non posso”, del tipo “ho strapagato un ragazzo che non ho mai visto giocare ma adesso faccio una presentazione che gli altri si cagano adosso”. Se davvero dovessimo prendere Ronaldo, cara Suning & Co., come lo presentiamo? Affittiamo piazza Duomo e buttiamo giù il Duomo per allargare il palco?

Tutto questo, non è colpa di Gabigol.

Ora, a metà dicembre siamo tutti convinti di aver preso una sòla colossale, sensazione confermata dai vari allenatori che ci hanno detto che a Gabigol serve tempo. Figa, ma quanto tempo ci mette a prepararsi? Neanche Kim Kardashian ci impiegherebbe tanto. E prepararsi a cosa, poi? Non giocava a calcio anche in Brasile? Una volta non erano i brasiliani a insegnarci a toccare il pallone? Che problema può mai avere (a parte il freddo e la nebbia) un brasiliano di 20 anni con una bella pagina di Wikipedia non a insegnare fisica quantistica alla Normale, ma a giocare a pallone in una squadra di serie A?

Tutto questo, anche tutto questo, non è colpa di Gabigol.

A) Se Gabigol è buono, ci deve essere un problema e noi non sappiamo qual è. B) Se Gabigol è scarso, non dovevano prenderlo e pagarlo in quel modo e illuderci come delle sciampiste di esserci sistemati per i prossimi dieci ani. Gli sguardi imbarazzati di chiunque alla domanda “Perchè Gabigol non gioca?” lasciano sinistramente intuire che la risposta sia più la B che la A, per quanto incredibile possa sembrare. In ogni caso, questo Gabigol (l’extraterrestre che ogni tanto entra in campo e sembra non abbia mai giocato con i compagni pur essendo a Milano da quattro mesi) non serve a nessuno, nè all’Inter nè a Gabigol stesso. O lo si fa giocare qua, ogni tanto, non 4 minuti ogni tre mesi, oppure lo si fa giocare altrove. Anche per rispetto a me, per dire, che avevo pronto un bel pezzo su “I 50 presunti motivi per cui Gabigol non gioca” e l’ho buttato via perchè faceva molto meno ridere dell’originale, la scena dell’ammonizione a Reggio Emilia, la supercazzola del terzo millenio.

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Znedek Pioli

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8 gol fatti e 10 subiti in quattro partite: il bilancio di Pioli sarebbe da analizzare con una certa drammaticità se non fosse che neanche Kim Jong-Il si sentirebbe in animo di scaricargli addosso tutte le colpe. Il primo gol subito a Napoli spiega bene la situazione dell’Inter odierna: anche al primo minuto di gioco, a difesa schierata e a passaggi telefonati noi prendiamo gol, e allora non c’è speranza, nè è lecito nutrirla a breve termine. Sì, il supplizio (oltre che a noi) tocca in questo momento a Pioli, ma anche il colonnello Lobanowski non saprebbe spremere niente di più da una squadra impanicata dietro, sperduta in mezzo e facilona davanti. 8 gol fatti e 10 subiti: tanto valeva allora prendere Zeman, che al un discreto alibi: meno in conferenza stampa ci si divertiva di più.

Pioli ha un discreto alibi: oltre ad essere arrivato nel momento più moralmente imbarazzante degli ultimi decenni – giocatori con un tasso di garra che al confronto una suora orsolina è Valentina Nappi – ha visto durare 20 minuti il suo esperimento più azzeccato e probabilmente decisivo, cioè l’arretramento di Medel in difesa così da togliere quel tizio con la brillantina e aprire un’opzione in più a centrocampo e mettere chiunque. Ecco, questa è oggettivamente sfiga e il povero Pioli avrà sicuramente capito che razza di calvario – ben pagato, per carità – lo aspetta da qui a maggio se il suo uovo di Colombo si è rotto subito. Poi ha recuperato Brozo, ci sta provando con Kondo.

Sul resto, però, anche il piccolo Znedek ci ha messo del suo. Che è un po’ come accedere un cerino dentro una santabarbara: la situazione tecnico-psicopatologico-esistenzial-agonistico dell’Inter è oggi un immenso casino e tu, allenatore di medie capacità, qualche certezza la devi dare ai tuoi cerbiattoni che oggi andrebbero in crisi anche a palla-asino. Pioli ci ha provato – ci sta provando – ma non è facile, il materiale umano è di pessima qualità. Una volta a scuola quelli che andavano maluccio giocavano bene a pallone: oggi, all’Inter, quelli che giocano a pallone non ci capiscono più un cazzo. Ed è un problema serio, per una squadra di calcio.

Pioli si è trovato una squadra mezza sgretolata e adesso mi sembra di vederlo, il piccolo Znedek, girare sulle macerie con la sua ruspa in cerca di qualche superstite. Ma al momento della cacciata di De Boer qualche pilone era ancora in piedi, mentre ora si ha la netta impressione che nella foga di ricostruire Pioli stia facendo qualche danno: Banega e Joao Mario, per esempio, che prima andavano a sbalzi, adesso fanno cagare all’unisono e non è una bella cosa. Sembrano persi. Banega forse non lo abbiamo ancora visto davvero, ma certi sprazzi di Joao Mario sono ancora freschi nella memoria dei nostri poveri cervelli. Adesso sembra suo fratello, Pierao Mario, un centrocampista senza nè arte nè parte. Urgerebbe recuperarli. Almeno uno, santa madonna. Kondo, credo, lo stanno facendo giocare per dimostrare che è vivo prima di metterlo sul mercato: lui si è riguadagnato una chance vorrebbe anche mettercela tutta, ma perchè poi?

Sulla difesa non ci sono più parole. Se la prendi d’infilata, segni. Se la fai schierare, segni. Cioè: segni sempre. I centrali ballano, i laterali non so, non c’è un verbo adatto anche non richiami il sesso passivo. Un piccolo punto di orgoglio per il piccolo Znedek è che i 10 gol subiti nelle 4 sue partite sono arrivati tutti su azione: beh, son soddisfazioni. Mancano ancora tre giornate alle vacanze di Natale. La cosa non tranquillizza: di solito, dopo le vacanze andiamo anche peggio. Per fortuna ci sarà il mercato di gennaio. E, servirà soprattutto a vendere, ma sarà già un bel risultato: non vedere più alcune facce, quali che siano, sarà un piccolo grande passo verso un’Inter migliore. Vai piccolo Znedek, per vincere – ormai è chiaro – dobbiamo segnarne almeno quattro: oh, non è mica facile, però vuoi mettere?

nappi

(nella foto, Valentina Nappi. O preferivate Joao Mario?)

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Editoriale

Voi e i vostri fottuti occhi da cerbiatto

beersheva

Il tifoso da curva non sa più come insultare, il tifosotto non sa più cosa dire e il blogghe non sa più cosa scrivere. Quello dell’Inter è il primo caso di encefalogramma piatto contagioso, come se la mancanza di reazioni vitali si propagasse tra consanguinei come una varicella. E’ una stagione così, bizzarramente disastrosa, dove solo il nome altisonante dell’avversario costringe i nostri beniamini a un’impennata di orgoglio e di professionalista (Juve, Milan, Roma: le tre partite migliori, peraltro quattro punti, non nove) e il resto è una bella spianata di merda tipo qua attorno, nel Pavese, quando spargono i fanghi nei campi per concimare. Qualche aiuola qua e là, qualche fiorellino, e il resto una robaccia puteolente (aggettivo che sognavo di scrivere da almeno 13 anni, senza averne mai l’occasione) (grazie Inter).

Del resto, cosa dire, pensare o scrivere di una partita come quella di giovedì? Sì, certo, puoi metterti a vomitare bile o a rovistare nelle tasche del tuo cervello alla ricerca di un residuo di ironia, ma a che pro? La peggior Inter europea della storia è passata agli archivi mentre mangiavo una pizza, in un ristorante dove ero arrivato sul 2-0 – e proprio mentre Icardi prendeva la traversa del quasi 3-0 e io ordinavo una margherita) e da cui sono uscito sul 2-3, e pioveva pure.

Ora, quello che è accaduto giovedì sera non è oggettivamente normale. Non è normale che una qualsiasi squadra che cerchi di darsi un tono si faccia rimontare una partita già vinta da una squadra israeliana, che con noi ha fatto sei punti e segnato cinque gol in due partite. Non è normale smettere di giocare 35 minuti prima della fine, quando avevi in mano il match e avevi allungato l’agonia europea alla sesta giornata di un girone demmerda, e magari con l’aiuto degli astri e di qualche suicidio altrui la sfangavi pure. Non è normale, e non so quante altre squadre avrebbero combinato un disastro del genere.

Diciamo che, dopo giovedì, siamo quantomeno arrivati alla quadratura del cerchio. Dopo mesi a cercare colpevoli, forse li abbiamo trovati. Abbiamo voluto testardamente incolpare la società, che di colpe ne ha – a partire da 6 mesi fa, nel non aver lasciato libero il Mancio. Abbiamo voluto pervicacemente accusare la dirigenza, che di colpe ne ha – a partire dalla scandalosa gestione di affari interni, tipo la gestione dei deliri di Icardi o la cottura a fuoco lento del povero Frank. Abbiamo voluto, l’abbiamo fatto. MA non eranbo i soli colpevoli, ce n’erano altri e facevamo finta di non vederli. Come quando si inizia uno di quei gialli scritti male, che dopo 50 pagine dici “no dai, troppo facile, non può essere lui” e allora vai avanti con la mappazza e alla pagina numero 500 ti rendi conto che avevi ragione e ormai non puoi nemmeno fare il reso su Amazon.

Il secondo tempo israeliano, sostanzialmente, i colpevoli ce li ha. In campo non c’erano Ausilio e Zanetti, in difesa non giocava Zhang, a centrocampo non giostrava Thohir. Non è colpa loro se la squadra smette di giocare, se otto-nove decimi si perdono in un bicchier d’acqua, se in porta c’è lo stuntman di “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”. Non è nemmeno colpa di quel pretino di Pioli, che cerca nobilmente di addossarsi colpe non sue, quando tutto quello che dovrebbe fare è appendere qualche scioperato all’attaccapanni, come ai bei tempi. Poche balle, la partita l’hanno persa i giocatori.

Poche balle, e poche seghe. La squadra è scarsa? Qui bisogna essere seri e relativizzare le affermazioni. Rispetto a Bayern, Barcellona, Chelsea, City ecc. la squadra è (più) scarsa. Ma se il confronto è con le tre squadre del gironcino del cazzo di Euroleague e con 18 squadre del campionato italiano (una purtroppo è fuori categoria, dopo che le due principali competitor le hanno ceduto il loro pezzo migliore), allora usciamo dall’equivoco: siamo al livello delle migliori e molto più in alto delle peggiori. Una posizione che oggi, serenamente, senza sforzi immani, avrebbe dovuto fruttarci una delle prime tre-quattro posizioni in campionato e una disinvolta qualificazione in Coppetta. Invece: 8 punti dal terzo posto in campionato in sole 13 partite, e ultimi (ultimi!) in Coppa.

Al netto delle colpe di tutti gli altri – società, dirigenti, allenatori (si noti il plurale) – forse è giunto il momento di prendere i giocatori per le palle e stringere forte. In campo ci vanno loro, le partite le perdono loro. I centomila cross sbilenchi li fanno loro – la miglior pattuglia di crossatori dell’emisfero boreale azzecca un cross ogni cinque; i movimenti difensivi con la labirintite li fanno loro – una difesa che leggi i nomi e ti chiedi il perchè faccia così incredibilmente cagare; le mollezze a centrocampo le fanno loro – filtro? what’s filtro? assist? what’s assist?; le minchiate in attacco le fanno loro – partite con zero occasioni e zero gol, partite con un’occasione e un gol, partite con centoventi occasioni e zero/un gol: siamo un caso di scuola a livello mondiale.

Tranquilli, ragazzi, in B non ci andiamo: ci sono alcune squadre che ci arriveranno dietro, quindi rilassatevi. E cercate di rimettere ordine alle vostre idee e di dare un senso ai vostri mostruosi stipendi. No, non è demagogia, usciamo anche da quest’altro equivoco: non è demagogia. Io posso anche andare a lavorare con il broncio, con le manie da persecuzione, con le ginocchia molli o entrando in ufficio come Bruce Lee tipo Handa, stendendo un collega che tarda a fare le fotocopie. Ma ci vado perchè devo portarmi a casa la pagnotta e cerco di fare del mio meglio, pur dovendo aspettare minimo cinque anni per mettere insieme la teorica cifra che il più sfigato dei nostri beniamini prende il 27 di un singolo mese. E’ demagogia pensare che tutti passeranno incopevolmente all’incasso anche dopo il secondo tempo in Israele?

I colpevoli sono i giocatori.

Ultimamente mi si è incerbiattato pure Miranda, per dire. Occhi da cerbiatto anche i suoi, come quelli degli altri, tutti ex tigri, bei tempi per chi se li ricorda. Incerbiattamenti alla minima difficoltà, incerbiattamento mentre vinci 2-0, quasi 3, con il più sconosciuto degli avversari di Europa League. Ecco, io sono stufo di questi sguardi adulti e ultramilionari che si perdono nel vuoto a ogni piè sospinto. Quello sguardo, ragazzi miei, tenetelo per i vostri momenti più intimi. Tipo quando siete sui vostri divani stilosi da diecimila euro con la vostra donna, lo sguardo vi si fa acquoso, inturgidite gli abbracci e sbatacchiate le palpebre nell’irresistibile, magico, dirompente momento in cui state percependo che lei ve la sta per dare. Ecco, lì sì, incerbiattatevi pure. Ma in campo, santiddio, tirate fuori i coglioni.

Cosa scrivere dopo la partita di giovedì? Ma no, niente, bisognerebbe stare solo zitti. Dico sono che di questi io non mi fido più, stop, fine. Mai occasione è stata più propizia per dire che i colori (che restano) e gli uomini (che passano) viaggiano tra cuore e cervello in binari paralleli. L’amore per i colori è eterno e non sarà mai in discussione. L’amore per tutto il resto – squadra, allenatore, società -, nessuno si offenda, può andare e venire, può essere sottoposto a verifiche, può balbettare se non corriposto. Si può amare una squadra come quella del secondo tempo in Israele, anche se veste la nostra maglia?

Quindi, a partire da domani: o questa squadra si fa amare (giocando, sudando, spremendo, smoccolando, mordendo, segnando, arando, travolgendo, anche sbagliando, ma sbagliando a fin di bene) oppure ciao, ci vediamo al prossimo giro. Voglio provare un esperimento inedito: tifare Inter senza tifare i giocatori. Praticamente farò come la Curva con Icardi, un tifo selettivo: esulterò per le vittorie e mi macererò per le sconfitte, come sempre, ma dopo aver assistito a partite di undici maglie nerazzurre senza nessuno dentro. Che, se ci pensiamo bene, è esattamente quello che è successo nel secondo tempo in Israele, il diretta mondovisione.

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