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Capire Spalletti (o almeno provarci)

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Alla sollecitazione del cronista “C’è un grande entusiasmo intorno alla squadra”, Mourinho probabilmente avrebbe risposto con un “Ci fa molto piacere il calore dei tifosi”, Mancini con un “Ottimo, siamo contenti, è un buon inizio”, Stramaccioni con un “Ahò, bene bene!”. Luciano Spalletti, nell’immediato post-partita di Inter-Villarreal, l’ultima amichevole, ha invece risposto così:

“Mi sembra giusto, stanno recependo la serietà dei ragazzi e di come lavorano, il messaggio che hanno mandato ogni volta che escono fuori dal recinto di casa nostra è che si dà a vedere che si vuol fare sul serio, si vuol fare quello quello che obbliga il professionismo, cioè la competenza, noi siamo competenti, vogliamo essere competenti per il nome che portiamo e la professione che facciamo”,

riassumibile con un:

“La squadra ha dato un segnale e il pubblico lo ha recepito”,

ma espresso con il quintuplo delle parole necessarie e con una carpiatura dei concetti che, complice l’ipnotico e suadente eloquio del nostro condottiero, non si riescono a cogliere in diretta ma solo dopo un’attenta rilettura. E siccome in diretta ci sembra sempre di capire qualcosa, cogliendo qua e là parole familiari (squadra, pallone, difesa, gol) che ci rassicurano, è piuttosto qui, nell’attenta rilettura, che ci si apre un mondo. Come parla Spalletti, e cosa vuole dirci esattamente?

Ora, noi potremmo accontentarci di un fatto sostanziale, che renderebbe tutto il resto davvero marginale: cioè che in quale modo, un modo qualsiasi, Spalletti si faccia capire dalla squadra e che la squadra capisca Spalletti. Possiamo nutrire la ragionevole certezza che, nel rude lavoro quotidiano, Spalletti alla Pinetina non urli da bordocampo qualcosa del tipo

“Nagatomo, ascoltami, il tuo movimento difensivo dovrebbe evolvere in una direzione che ti consenta di esprimere al meglio le tue doti di velocità e nel contempo alla nostra difesa di poter contrastare con efficacia la fase offensiva dei nostri avversari!”

ma un più sintetico

“Yuto, santiddio, la diagonale!”

Ecco, appunto: la sintesi. Diciamo che, davanti a telecamere e taccuini, non è la dote principale di Spalletti. E noi, tutti noi interisti, dovremo adeguarci. Senza necessariamente capire. Che in sè è una situazione non priva di un fascino perverso. Ci toccherà cioè affidarci a occhi chiusi a un flusso di parole non sempre traducibili. Ci toccherà fare, nel nostro intimo, quello che già molti siti fanno ora: sbobinare e mettere in bella copia, perchè l’elaborazione esatta dello Spalletti-pensiero (oltre ad affrontare il rischio di travisare concetti importanti e offrirne una versione non autorizzata) è superiore alle forze di tutti.

Torniamo brevemente alla frase post-Villarreal. Nel replicare alla più innocua e scontata delle domande, Spalletti esagera ed entra addirittura in un territorio inesplorato, come se a un chiterrista avessi chiesto un giro di do e quello ti rispondesse con l’assolo di “Little wing”. Spalletti parla di “competenza”. Ma chi, riferendosi a dei calciatori, si è mai azzardato a parlare di competenza? Per l’universo mondo i calciatori sono forti, fortissimi, scarsi, pippe, anarchici, disciplinati, straripanti, modesti, inadeguati eccetera eccetera. Ma competenti, quando mai si era sentito? Competenti. Rendiamocene conto: è straordinario.

Spalletti può regalarci emozioni concettuali che gli altri se le sognano. Prendiamo a titolo di esempio quest’altra frase eleborata in una delle conferenze stampa del tour in Oriente. In Italia esce il calendario e in sala stampa gli chiedono cosa ne pensa e come vede la corsa allo scudetto e alle coppe europee. Una domanda che avrebbe fatto un bambino dell’asilo. Ma Spalletti, in queste situazioni così scontate, sa trovare il modo di stupire:

“Abbiamo avuto la conferma anche di altre squadre che possono accorciare il gap che c’è ad oggi con la Juventus. Sarà il tempo a dire chi lavora nella maniera corretta per aspirare a quelle quattro posizioni ma noi vogliamo esserci”,

riassumibile con un:

“Puntiamo ai primi quattro posti, la Juve è favorita ma avrà vita dura”

ma il nostro mister aggiunge sempre il tocco del maestro. Per dire: da chi cazzo avrà mai avuto la conferma che ci sono altre squadre che possono accorciare il gap con la Juventus? C’è una intelligence che lavora per fornire informazioni sule ambizioni della squadre di vertice? Tutto ciò ci inquieta, e un po’ ci piace.

Scontiamo, a livello comunicativo, i recenti cambi societari. Abbiamo un padrone che si esprime con un elementare “Fozza Inda”, un presidente che parla per interposto interprete. E questo un po’ ci deprime, dopo una lunga stagione in cui potevano identificarci in un signore milanese perennemente disposto a rilasciare dichiarazioni e nei suoi concetti-base del tipo

“Non è una cosa simpatica nell’insieme”,

adattamento morattiano di un più grezzo

“Ci stanno proprio rompendo i coglioni”.

Che nostalgia. Ma adesso è arrivato lui, Spalletti, con le sue frasi senza virgole e con mille parole (di cui 950 superflue). E siamo solo all’inizio, ragazzi. Solo all’inizio.

 

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Il marketing ai tempi del colera

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E’ più facile, secondo una consunta metafora, vendere un frigorifero agli esquimesi del Polo Nord, o un abbonamento alla nuova stagione dell’Inter a gente – cioè tutti noi – devastata dalle ultime sette orripilanti esibizioni, al culmine di una stagione che (fatto un meticoloso rapporto squadra/qualità/ambizioni/classifica reale) si è trasformata nel corso della primavera da “mezzo miracolo” a “peggior momento in assoluto dopo il Triplete?”

Il marketing ha le sue scadenze, indipendenti dagli sprofondi della squadra e dai suoi ammutinamenti morali, ma l’effetto di far partire la campagna abbonamenti subito dopo Genoa-Inter è stato decisamente comico. Schermata dopo schermata, un crescendo: “Rinnova e risparmia!” (sì, ma devo risparmiare proprio tanto tanto!), “I vantaggi di essere abbonato” (tipo: doverle vedere tutte?), “Abbonarsi è solo il calcio d’inizio” (magari…), “Acquista come vuoi, quando vuoi” (anche no?), fino al capolavoro d’umorismo dell’help desk: “Hai bisogno di aiuto? C’è una squadra qui per te”.

Dio mio, è terribile.

Battute a parte, il sincronismo non è stato dei migliori. E del resto è tutta una questione di tempi da rispettare. Che tu abbia battuto la Juve o perso con il Crotone, la campagna abbonamenti 2017/2018 deve pur partire. E così è stato. Con il freddo automatismo di un clic, con la noncuranza burocratica di una data fissata da chissà quanto, dopo un mese e mezzo di apocalisse l’Inter non si scusa ma rilancia: chiede ai suoi tifosi l’ennesima apertura di credito, l’ennesimo atto di sperticata fiducia.

Da un lato, verrebbe da pensare che dopo la fantastica serie Torino-Samp-Crotone-Milan-Fiorentina-Napoli-Genoa qualcuno l’abbonamento se lo sia masticato e ingoiato o l’abbia bruciato in un falò davanti a un gruppo di familiari e amici increduli. E verrebbe anche da pensare che forse, all’epoca, sarebbe stato più facile vendere vino dopo lo scandalo del metanolo, o carne dopo lo scoppio di Mucca pazza. Una sorta di marketing temerario, questa campagna abbonamenti.

Poi però succede qualcosa, e succede subito, nel giro di qualche ora. No, non prendiamo Messi. Ci limitiamo a esonerare l’allenatore – per il quinto cambio stagionale in panchina – e a ingaggiare un super ds di gruppo. E a diffondere, sollevando Pioli dall’incarico, un comunicato che termina così:

(…) La società inizierà fin da ora a lavorare in vista della prossima stagione sportiva.

Che è una frase potente, quasi rivoluzionaria, il vero claim della campagna abbonamenti. “Io mi sto preparando, è questa la novità”, cantava Dalla. Oh, anche l’Inter. Che – un’enorme novità – ci certifica che ben prima della metà di maggio sta lavorando per il futuro ormai alle porte. Al pensiero di cosa è successo lo scorso anno tra maggio e novembre, la sola prospettiva di partire con un’idea – una qualunque, purchè con contorni definiti – ci fa mettere in coda per il rinnovo, pensando che con la Samp vabbe’ può capitare, a Crotone è stato un approccio sbagliato, che la Fiorentina non è poi così male, che il Genoa era più motivato, che con il Napoli due ritocchi e siamo lì.

Perchè, anche se a volte è dura ammetterlo, lei ci fa girar come fossimo bambole. E noi sempre lì, come un mantra, a dire che l’amiamo. E ci abboniamo, cascasse il mondo o le perdessimo tutte (sì, tipo adesso).

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Calci in culo & tabella scudetto

No eh?, astenersi decoubertiniani e suffragette e pacifisti e dame di San Vincenzo. Fa bene la societá a prendere provvedimenti contro la squadra e a sputtanarla con un comunicato scritto in collaborazione con Kim Jong-un. A parte che, santa madonna, questi imbecilli bisognerebbe prenderli tutti a calci in culo da Appiano Gentile a Nanchino, e bòn. Ma la questione è un’altra e molto più terra a terra. Mancano ben cinque partite alla fine del campionato e la tensione nella squadra va tenuta alta perchè gli obiettivi sono ancora tutti possibili. Vediamo come.

Qualificazione Europa League.

L’Inter, pur facendo profondamente ca-ca-re da un mese e rotti, è ancora in grado di acciuffare la qualificazione alla competizione che abbiamo profondamente onorato nella prima parte di questa stagione. Possiamo arrivare quinti se

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

e addirittura arrivare quarti se la Lazio non fa più di 6 punti.

Cioè, è praticamente fatta. Ma non finisce qui, uomini di poca fede.

Qualificazione preliminari Champion League

Non ingannino i 19 punti di distacco dalla Roma e i 15 dal Napoli. L’Inter può qualificarsi per i preliminari di Champions League se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto.

Ma attenzione.

Qualificazione diretta Champions League

L’Inter può ancora arrivare seconda se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto

– la Roma si ritira dal campionato oppure le perde tutte e viene penalizzata con effetto immediato di 2 punti per una qualsiasi cazzata che al momento, per scaramanzia, non precisiamo ma che sicuramente la Roma è in grado di fare.

Ma attenzione.

Scudetto

Non ingannino i 27 punti di distacco dalla Juve. La vittoria in campionato è ancora possibile se:

– vinciamo sempre

– il Milan non fa più di 12 punti

– l’Atalanta non fa più di 7 punti

– la Lazio non fa più di 6 punti

– il Napoli le perde tutte e lo battiamo 4-0 nello scontro diretto, e comunque per sicurezza viene penalizzato di un punto per dichiarazioni di De Laurentiis lesive dell’onorabilità di qualcuno o per la mancanza di acqua calda nello spogliatoio degli arbitri al San Paolo (promemoria per Zanetti: contattare un idraulico compiacente in zona Napoli)

– la Roma si ritira dal campionato in solidarietá con Totti che si ritira, e viene penalizzata di 2 punti per essersi ritirata dal campionato per futili motivi, presenta ricorso ma lo ritira

– la Juventus per prepararsi al meglio per la Champions non si presenta alle ultime 5 partite e viene penalizzata ogni volta di 3 punti

– Vettel vince, o arriva secondo ed Hamilton arriva terzo, o arriva terzo ed Hamilton arriva quarto, o arriva quarto ed Hamilton arriva quinto

– che al mercato mio padre comprò.

Quindi, ragazzi, adesso andatevene in ritiro alla Cayenna e poi sguainate i coglioni. Tutto è ancora possibile, nonostante voi. Forza Inter, viva Suning, ok alle pene corporali, abbasso tutte le altre a parte la Juve (nel senso che per questo caso particolare il blando “abbasso” va rimpiazzato dal suffisso “merda”).

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Se non vinci sei fottuto

Cosa ha fruttato all’Inter vincere due partite segnando 12 gol e bailando futbol? Non moltissimo. Hanno fatto contemporaneamente 6 punti anche Napoli e Lazio, purtroppo, anche senza segnare gol a carriolate e senza nemmeno troppo bailare. Dovremmo ringraziare la Juve (ovviamente col cazzo che la ringraziamo, era giusto per dire) se abbiamo distanziato il Milan di tre punti, mentre possiamo ringraziare un po’ la Fiorentina e molto noi stessi se l’Atalanta in queste due partite ha fatto un solo punto e quindi possiamo segnare un bel +5 nei confronti del Leicester italiano dell’allenatore più bravo del mondo. La morale però rimane sempre quella: in questo campionato spezzato in tre (le 7 davanti, le 10 in mezzo nel limbo, le ultime 3 con l’elettroencefalogramma piatto), gli scontri diretti valgono quintuplo e tutto il resto ha un valore molto vago: le devi vincere e probabilmente la tua vittoria vale zero, mentre se non le vinci sono cazzi.

L’ultima giornata con un po’ di pepe è stata la 22ima, era l’ultima domenica di gennaio e noi abbiamo pescato un jolly epocale: mentre a San Siro si vinceva in fin troppa scioltezza col Pescara, la Roma si suicidava a Genova con la Samp, la Lazio si faceva battere in casa dal Chievo e il Napoli pareggiava in casa col Palermo. Troppa grazia per noi, come aver tirato i dadi due volte mentre gli altri saltavano il turno.

Il problema è che poi, nelle successive sei giornate, non è più successo praticamente nulla.

Hanno mosso la classifica solo gli scontri diretti (e noi ne abbiamo persi due su tre) e – ripeto, in sei (6) giornate – solo tre (3) partite fuori dal giro degli scontri diretti sono andate totalmente o parzialmente contro pronostico: Milan-Samp 0-1, Atalanta-Fiorentina 0-0, Udinese-Juve 1-1. Tutte le altre partite, le prime sette della classifica le hanno vinte.

Ora, tra domani e domenica, per la prima volta nelle ultime sette giornate, non si giocheranno scontri diretti. Le prime sette della classifica affronteranno squadre della fascia “ok, scendiamo in campo perchè dobbiamo, magari ci divertiamo pure, ma in realtà non ce ne frega un emerito cazzo”.

Le partite non sono proprio tutte uguali, per carità. La Juve (ammesso che abbia ancora un senso guardare con interesse alle partite della Juve) va a Genova dalla Samp, probabilmente una delle 3-4 squadre più in forma del campionato: metti anche che non vinca, vabbe’, se lo può permettere. Il Napoli va a Empoli, una squadra che in teoria dovrebbe avere un po’ di pepe al culo ma che facendo 1 punto nelle ultime 7 partite ne conserva ancora 7 di vantaggio sulle terzultima (facendo un punto in 7 partite se ne è visti rimontare ben 4: la lotta per non retrocedere più moscia dalla creazione del calcio a oggi). La Lazio va a Cagliari contro una squadra che potrebbe fare tutto e il contrario di tutto, ma che di solito ne becca quattro o cinque e va bene così. Roma, Atalanta e Milan giocano in casa con Sassuolo, Pescara e Genoa: partite che la Snai avrà difficoltà a quotare.

E poi ci siamo noi che andiamo a Torino. Delle sette partite, forse la più difficile (o meno facile) tocca a noi. Ci arriviamo avendone vinte 11 delle ultime 13 e senza grandi alternative: in fondo, quella di non poter/dover fare calcoli può essere una situazione a suo modo virtuosa, se hai la giusta gradazione di palle. Appuntamento domani alle 18, l’orario più di merda che ci sia.

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Il lodo Bacca, ovvero: l’importanza di essere vestito bene

“Per avere, al termine della gara, nel recinto di giuoco, già sostituito ed in abiti civili, protestato in maniera plateale e veemente nei confronti di un Arbitro Addizionale, avvicinandosi con atteggiamento aggressivo nei confronti del medesimo, finché non veniva trattenuto ed allontanato a forza dai dirigenti e dall’allenatore della propria squadra”, Carlos Bacca (Ac Milan) è stato squalificato per una giornata (più multa di 10mila euro).

Apperò.

Scusa, proseguo. I dirigenti Adriano Galliani e Rocco Maiorino “per avere rivolto, al termine della gara, nell’area antistante gli spogliatoi, frasi offensive nei confronti dei tesserati della squadra avversaria”, sono stati ammoniti con diffida, mentre la società pagherà un’ammenda di 5.000 euro “per avere omesso di impedire l’ingresso nel recinto di giuoco di un dirigente non inserito nella distinta di gara” (una roba da calcio minore, sono lì che gli tremano le palle per il closing e non mettono i dirigenti in distinta). E poi mettici, negli spogliatoi, lo sgabello sfasciato e i due scudetti imbrattati col pennarello, che non costituiscono materia per il giudice sportivo ma, come dire, aggiungono un po’ di colore a quello che è successo alla fine di Juve-Milan. Cioè, per dire.

Alla fine di Juve-Inter, dove si coglieva di sicuro un bel po’ di tensione ma nessuno cercava di aggredire nessuno nè di imbrattare scudetti virtuali, succedevano comunque cose che portavano all’espulsione al 49° minuto di Perisic (diciamolo, Ivan, una cazzata) e che causavano per il medesimo una squalifica di 2 giornate “per avere ripetutamente proferito espressioni gravemente irriguardose nei confronti del Direttore di gara”. Mauro Emanuel Icardi “per avere, al termine della gara, rivolto ad un Arbitro Addizionale un’espressione ingiuriosa accompagnata da gesti, nonché per avere calciato il pallone in direzione del Direttore di gara, senza colpirlo” veniva squalificato per 2 giornate, confermate in appello (mentre a Perisic ne veniva abbuonata una).

Ora, ci sarà sicuramente qualche sfumatura leguleia che renderà tutto questo legittimo agli occhi di qualche togato con la fissa del cavillo, ma a quelli di noi normali tifosotti?

No, perchè se queste due sentenze fanno giurisprudenza, il rapporto dei giocatori con gli arbitri, addizionali e non, assume contorni normativi del tutto inediti. Per esempio, volendo mandare affanculo in relativa tranquillità un addizionale, o addirittura fare un po’ di guapparia e tentare di aggredirlo, è meglio farsi sostituire, fare una doccia e mettersi gli abiti civili. A quel punto, tu torni in campo e puoi divertirti con il tuo addizionale preferito. “Ehi, quello mi ha mandato affanculo e voleva uccidermi a mani nude”, “Ma com’era vestito?”, “In abiti civili”, “Ah vabbe’, non ti incazzare”.

Perisic, al 49° del secondo tempo, in un’atmosfera non meno provocatoria – parlando del comportamento arbitrale -, manda affanculo l’arbitro (quello vero, non l’addizionale) ma senza avere l’accortezza di farsi sostituire – qui è evidente anche l’errore di Pioli: se un tuo giocatore vuole mandare affanculo un arbitro a caso, devi sostituirlo, non ci sono cazzi. Quindi, essendo ancora in campo negli undici effettivi, viene espulso. Cornuto, mazziato, squalificato. Negli spogliatoi, Perisic fa la doccia e si mette in abiti civili. Al che va da un dirigente e, sistemandosi il nodo della cravatta, gli chiede:

“Mi scusi, posso tornare in campo a mandare affanculo il primo arbitro che trovo, fosse anche l’addizionale?”

“Ivan, scusa, ma ci sono due ordini di problemi: hanno già spento i riflettori – no, dico, ci hai messo mezz’ora a fare la doccia, e chi sei, Kim Kardashan? – e poi non è ancora ben chiara questa faccenda del mandarsi affanculo dopo la doccia. Direi di aspettare che si verifichi un caso del genere, per poter avere un precedente. Non so se mi sono spiegato”.

Guarda caso, càpita ancora a Torino. Dove la figura dell’arbitro addizionale assume evidentemente un’importanza centrale (accanto a quella dell’arbitro titolare, ma non c’era bisogno di sottolinearlo). Tu puoi sfasciare gli spogliatoi o fare atti di onanismo o rubare le autoradio, ma lascia stare l’addizionale. E, soprattutto, controlla come sei vestito. Del tipo che anche Icardi non si era ancora cambiato mentre insultava l’addizionale e, nel contempo, cercava di colpire l’arbitro con una pallonata tipo al campetto.

“Ehi, chi è stato?”

(silenzio)

Tra l’altro, qui si apre un fronte piuttosto particolare e che avrebbe molto a che fare con l’essenza del calcio, se non fosse che ci mettiamo lì a fare gli azzeccagarbugli dei miei coglioni. Come mai non è stato premiato il gesto tecnico di Icardi, che insulta l’addizionale e tira una pallonata verso l’arbitro, quindi un classico no look? Ma qui, in Italia, nella patria della moda, si privilegia un aspetto puramente estetico (l’abito civile) a uno prettamente tecnico (insulto più pallonata no look, una sciccheria). Massì, andiamo avanti così. Poi lamentiamoci se ci sbattono fuori dai mondiali.

“Guarda che Icardi è argentino”.

Sì, ma io ne faccio una questione generale. Domani un bambino italiano cosa capirà di questa vicenda, cosa ne trarrà? Che qui non gliene frega un cazzo a nessuno nella sua bravura, ma se sei vestito in abiti civili va bene tutto.
E per concludere io credo che il punto stia tutto qui: che questa ridicola vicenda di doppiopesismo giuridico sportivo abbia una sola vera causa, l’insopportabile influenza della lobby degli abiti civili. E andatevene tutti affanculo.

“Anche l’addizionale?”

Massì, tanto sono vestito, cazzo me ne frega?

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I tifosotti avventisti del Settimo anello (e gli altri)

Se dopo la sconfitta con la Juve il tifo nerazzurro era ritrovato avvinto in un sentimento comune (“non meritavamo di perdere, l’arbitro ci ha messo molto del suo”) (“e comunque, Juve merda”), dopo quella con la Roma si è diviso in due ben precise correnti di pensiero, ognuna molto diffidente verso l’altra. C’è chi dice che “vabbe’, solito arbitraggio di merda, ma loro sono stati superiori”, e c’è chi dice “vabbe’, solito arbitraggio di merda, e quindi vaffanculo”. Ah, fosse tutto così semplice. In realtà, nel nostro variegato mondo – proteso verso la conquista di un posto in Europa – le sfumature di pensiero sono ben di più, e questo ci rende migliori di tutti gli altri e più ricchi dentro.

Ecco, brevemente, il panorama antropologico attuale dei tifosi dell’Inter.

Tifosotti avventisti del Settimo anello. E’ la frangia filosoficamente più morbida e sognatrice del tifo nerazzurro. Ipotizza un calcio senza espulsioni, rigori e inversioni di falli laterali, in cui lo scudetto arriva per meriti propri e – al limite – per demeriti altrui e in cui l’unico bizzarro modo per vincere le partite è giocare bene e segnare un gol più degli altri. I suoi adepti non leggono giornali, non guardano la tv e non sono iscritti ai social. Si scambiano sommarie informazioni tra di loro, ma solo sul calendario e sugli orari delle partite. Arrivano a San Siro in gruppo e sono riconoscibili da un pittoresco abbigliamento: camicione arancione e imitazioni delle Birkenstock ai piedi.

Specialunanisti irredentisti. Questa singolare setta pagana – come la famiglia di Captain Fantastic, i suoi adepti festeggiano un Natale alternativo il 26 gennaio, data in cui riuniscono le famiglie e si scambiano i regali – si dichiara interista e al contempo non riconosce l’esistenza dell’Inter dopo il 22 maggio 2010. Anche questa è considerata una frangia morbida del tifo nerazzurro: non considerando l’Inter come entità concreta, gli specialuanisti irredentisti non sono minimanente toccati dagli avvenimenti delle ultime settimane. Rigorosamente in pullman, si recano una volta l’anno in pellegrinaggio a Setubal, dove sacrificano agnelli per una grigliata cui è invitata la cittadinanza tutta.

Tagliaventisti crudisti dell’Ultima ora. Questa frangia del tifo si caratterizza per comportamenti borderline: gli adepti protestano a ogni fischio dell’arbitro, compreso quello di avvio. E’ in questa singolare circostanza che a San Siro potete riconoscere sugli spalti i tagliaventisti crudisti dell’Ultima ora: quando l’arbitro ordina l’inizio della partita li vedrete alzarsi e urlare “Cazzo fischi, pezzo di merda?” al secondo 1 e 15 centesimi (con il cronometragio manuale è stata segnalata una prestazione migliore durante una trasferta a Bergamo, dove un tagliaventista è stato purtroppo malmenato da alcuni operai della Dalmine). I tagliaventisti seguono la partita solitamente in piedi, agitando un braccio ed emettendo suoni gutturali alternati a bestemmie e maledizioni di terzo grado.

Complottisti sciisti chimicisti. E’ una frangia numerosissima e trasversale. Gli interisti complottisti sciisti chimicisti vedono l’inculata dappertutto e colgono retroscena dietro a ogni risvolto della partita, anche in apparenza innocente o secondario. Sugli spalti sono riconoscibili per il volto tormentato e lo sguardo diffidente con il quale rifiutano dall’omino il Caffè Borghetti (“Minimo c’è la droga dentro, gobbi bastardi”). Si dividono in complottisti base (rigore negato, arbitri corrotti, Juve merda) e complottisti avanzati (rigore negato, arbitri corrotti, Juve merda, De Coubertin, Adamo ed Eva). Il complottismo esasperato è costato l’espulsione dal gruppo a Giuseppe C., commercialista di Trezzano sul Naviglio: per errore, ha urlato al complotto al rigore negato al Bologna per il fallo di Eder: “Scusate, ero distratto, ho problemi a casa”. Ma non c’è stato verso.

Tecnicisti tatticisti vegani. E’ l’altra frangia-guida del tifo nerazzurro. Gli adepti sono convinti che l’Inter sia in effetti penalizzata dall’atteggiamento degli arbitri, ma che il problema vero sia un altro: che la squadra è profondamente scarsa e/o l’allenatore non capisce un cazzo (da qui i sottoinsiemi dei tecnicisti tatticisti squadristi e dei tecnicisti tatticisti misteristi). Sono facilmente riconoscibili sugli spalti: circondati solitamente da tifosi che insultano l’arbitro, loro si mettono a urlare frasi del tipo “Ma figa, chi ti ha insegnato la diagonale, il supplente di ginnastica?” oppure “Se non disponi diversamente la difesa in modo da tenere più alti gli esterni, questi ci aprono il culo!”. Sono i più temuti tifosi da bar: se gli chiedi “cosa ha fatto l’Inter?”, potrebbero metterci mezz’ora a rispondere.

Mercatisti valdesi. Frangia tradizionale del tifo nerazzurro, una delle più antiche: gli adepti ignorano spesso particolari del presente (punti in classifica, gol fatti, in alcuni casi anche i nomi dei giocatori) e vivono costantemente proiettati al calciomercato. Non priva di fondamenti tecnici ineccepibili (da anni i mercatisti valdesi invocano l’arrivo di due terzini con i controcazzi), la teoria base del mercatista valdese non regala mai stabilità o certezze all’interista medio: in caso di sconfitta o di pareggio (e in alcuni casi, più rari, anche di vittoria) il mercatista valdese è solito concludere che “con una squadra così non si va da nessuna parte” oppure “come fai se non hai nemmeno un (segue elenco di ruoli)?”. Ultimamente, si riconosce per il sorriso ebete e la frase “minchia, adesso con i cinesi mettiamo a posto tutto per sette generazioni”. Il 31 gennaio e il 31 agosto di ogni anno i mercatisti valdesi vivono il loro momento più critico, con frequenti atti di autolesionismo.

Pagnoladisti integralisti. E’ una frangia in espansione del tifo nerazzuro, nata da una scissione con il tagliaventisti crudisti dell’Ultima ora ritenuti troppo rozzi. Il pagnoladista integralista si caratterizza per una mente più contorta e per l’amore per la coreografia: perchè limitarsi a tirare giù quattro madonne quando puoi sventolare un fazzoletto e creare un movimento dal forte tratto politico e colpevolista? Accusati di essere foraggiati dalla lobby degli industriali tessili (a Milano la vendita di fazzoletti dopo il 2010 è cresciuta del 47%), il pagnoladisti integralisti sono attenti a cogliere ogni minimo accenno di polemica. Famoso il caso di Vincenzo F., bancario di Cesano Maderno, arrestato per adunata sediziosa e vilipendio al presidente della Repubblica all’Esselunga Lorenteggio dopo aver convinto una ventina di massaie a protestare contro la mancata proroga dei punti Fidaty.

Rizzolisti nicchisti nichilisti. Nicchia del tifo nerazzurro con comportamenti vagamente paranoici: i rizzolisti nicchisti nichilisti sono sostanzialmente coinvinti che qualcuno ce l’abbia pesantemente con loro, sempre e comunque. Dopo lo scioglimento dei moggisti corleonesi e dei giraudisti marionettisti, i rizzolisti nicchisti nichilisti considerano l’arbitro come il Male assoluto e hanno recentemente chiesto alla Fifa di eliminare la figura del direttore di gara sostituendola con la moviola in campo, l’occhio di falco del tennis e l’autogestione del curling. Odiano vigili urbani, ausiliari del traffico, poliziotti, carabinieri e steward. A un volontario di protezione civile che sorvegliava un incrocio in zona San Siro, l’anno scorso il rizzolista Luca A. (poi denunciato per rissa) ha urlato dal finestrino della macchina: “Tu non mi dici dove devo parcheggiare. Chi ti manda, leccaculo di Blatter?”

Gabigollisti irragionevolisti. E’ l’ultima nata tra le frange del tifo nerazzurro. In questa setta, già notevole per dimensione, sono tra l’altro confluiti ex adepti della “Metti a Cassano fraktion”. I gabigollisti irragionevolisti sono convinti che le partite siano sostanzialmente inutili perchè basterebbe far giocare Gabigol per risolverle, pur accettando – da interisti democratici e allineati – il diritto dell’allenatore di non farlo giocare. Sono facilmente riconoscibili sugli spalti di San Siro perchè non guardano la partita: chi gioca a Ruzzle, chi legge un libro, chi dorme con la testa appoggiata all’amico di fianco. Si svegliano quando entra Gabigol. I più accesi, si svegliano già quando Gabigol si scalda. A Bologna, dopo il gol di Gabigol, hanno pianto istericamente per mezz’ora e si sono ritrovati all’autogrill di Fiorenzuola per il Baccanale del Camogli.

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Il campionato avulso

In questo spezzatino da calcio moderno, càpita che si debba aspettare il lunedì sera per tracciare il bilancio di una giornata di campionato. Non per altro, ma non era una giornata qualunque e quindi l’attesa era giustificata: 1) conclusi tutti i recuperi, si tornava finalmente alla pari; 2) era la giornata-ponte dei due terzi di campionato; 3) per l’Inter, il risultato di Lazio-Milan non era per niente indifferente.

E infatti il pareggio è stata la ciliegina di una giornata che rischiava di essere neutra: avevano vinto tutte, ma proprio tutte, e per la parte sinistra della classifica si rischiava di fare un copincolla. E invece no: torniamo quarti e questa cosa fa bene al cuore e alla mente. Ci aspettano altre 14 giornate così, a cercare di vincere e poi a sbirciare sugli altri campi. Qual è la novità? Beh, quest’anno è un po’ diverso dal solito.

Questa è stata la giornata-prototipo di quello che temo sarà il campionato da qui alla fine. Se la lotta per non retrocedere resterà virtuale (con tre squadre inferiori, isolate, lontane e piuttosto depresse), già oggi – a metà febbraio, con 14 giornate ancora da giocare – ci sono 12 squadre su 20 a non avere obiettivi. Restano quelle in corsa per scudetto e/o coppe. Juve, Roma, Napoli, Inter, Atalanta e Fiorentina hanno vinto partite con poca storia, contro squadre che non sono andate molto al di là dell’ordinaria amministrazione. A muovere la classifica – per sottrazione, come meglio non ci si poteva augurare – è stato non a caso l’unico scontro diretto.

Sarà un campionato così, con gli scontri diretti che invece di valere doppio varranno il triplo e con le partite con “le altre” che saranno una specie di trappolone random: per la maggioranza morbide o comunque poco complicate finchè non ti arriva l’imprevisto come è successo alla Roma, che ti becca la Samp in giornata da fenomeni e ci lasci il culo e metà delle speranze scudetto.

Nel prossimo mese, prima della pausa per la Nazionale, ci aspetta un mini-ciclo di 5 partite piuttosto particolare: tre trasferte contro squadre senza obiettivi (Bologna, Cagliari e Torino, che oggi è a 10 punti dall’Europa League) e due scontri diretti in casa, Roma e Atalanta. Sono 5 partite in cui ci giocheremo moltissimo, perchè contro “le altre” non bisognerà perdere punti (ma sono pur sempre trasferte), e contro le dirette concorrenti ci presentiamo con il curriculum immacolato delle 8 vittorie consecutive a San Siro. Arrivare quanto più vicini al bottino pieno ci porterebbe in zona Champions. Perdere punti (in generale, e con la Roma in particolare) sarebbe una discreta mazzata (eufemismo). Sabato 18 marzo, dopo Torino-Inter, la nostra classifica avrà una fisionomia ben definita. Speriamo anche che sia bella.

Nel campionato avulso delle prime otto, da qui al 19 marzo si giocheranno anche Milan-Fiorentina, Napoli-Atalanta, Atalanta-Fiorentina, Roma-Napoli, Juventus-Milan. Più i nostri due, fanno 7 scontri diretti in cinque giornate. La Juve ne ha solo uno, e in casa. L’Atalanta tre. Le altre due.

Forza Inter, qui si fa l’Italia o si è avulsi.

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