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Capire Spalletti (o almeno provarci)

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Alla sollecitazione del cronista “C’è un grande entusiasmo intorno alla squadra”, Mourinho probabilmente avrebbe risposto con un “Ci fa molto piacere il calore dei tifosi”, Mancini con un “Ottimo, siamo contenti, è un buon inizio”, Stramaccioni con un “Ahò, bene bene!”. Luciano Spalletti, nell’immediato post-partita di Inter-Villarreal, l’ultima amichevole, ha invece risposto così:

“Mi sembra giusto, stanno recependo la serietà dei ragazzi e di come lavorano, il messaggio che hanno mandato ogni volta che escono fuori dal recinto di casa nostra è che si dà a vedere che si vuol fare sul serio, si vuol fare quello quello che obbliga il professionismo, cioè la competenza, noi siamo competenti, vogliamo essere competenti per il nome che portiamo e la professione che facciamo”,

riassumibile con un:

“La squadra ha dato un segnale e il pubblico lo ha recepito”,

ma espresso con il quintuplo delle parole necessarie e con una carpiatura dei concetti che, complice l’ipnotico e suadente eloquio del nostro condottiero, non si riescono a cogliere in diretta ma solo dopo un’attenta rilettura. E siccome in diretta ci sembra sempre di capire qualcosa, cogliendo qua e là parole familiari (squadra, pallone, difesa, gol) che ci rassicurano, è piuttosto qui, nell’attenta rilettura, che ci si apre un mondo. Come parla Spalletti, e cosa vuole dirci esattamente?

Ora, noi potremmo accontentarci di un fatto sostanziale, che renderebbe tutto il resto davvero marginale: cioè che in quale modo, un modo qualsiasi, Spalletti si faccia capire dalla squadra e che la squadra capisca Spalletti. Possiamo nutrire la ragionevole certezza che, nel rude lavoro quotidiano, Spalletti alla Pinetina non urli da bordocampo qualcosa del tipo

“Nagatomo, ascoltami, il tuo movimento difensivo dovrebbe evolvere in una direzione che ti consenta di esprimere al meglio le tue doti di velocità e nel contempo alla nostra difesa di poter contrastare con efficacia la fase offensiva dei nostri avversari!”

ma un più sintetico

“Yuto, santiddio, la diagonale!”

Ecco, appunto: la sintesi. Diciamo che, davanti a telecamere e taccuini, non è la dote principale di Spalletti. E noi, tutti noi interisti, dovremo adeguarci. Senza necessariamente capire. Che in sè è una situazione non priva di un fascino perverso. Ci toccherà cioè affidarci a occhi chiusi a un flusso di parole non sempre traducibili. Ci toccherà fare, nel nostro intimo, quello che già molti siti fanno ora: sbobinare e mettere in bella copia, perchè l’elaborazione esatta dello Spalletti-pensiero (oltre ad affrontare il rischio di travisare concetti importanti e offrirne una versione non autorizzata) è superiore alle forze di tutti.

Torniamo brevemente alla frase post-Villarreal. Nel replicare alla più innocua e scontata delle domande, Spalletti esagera ed entra addirittura in un territorio inesplorato, come se a un chiterrista avessi chiesto un giro di do e quello ti rispondesse con l’assolo di “Little wing”. Spalletti parla di “competenza”. Ma chi, riferendosi a dei calciatori, si è mai azzardato a parlare di competenza? Per l’universo mondo i calciatori sono forti, fortissimi, scarsi, pippe, anarchici, disciplinati, straripanti, modesti, inadeguati eccetera eccetera. Ma competenti, quando mai si era sentito? Competenti. Rendiamocene conto: è straordinario.

Spalletti può regalarci emozioni concettuali che gli altri se le sognano. Prendiamo a titolo di esempio quest’altra frase eleborata in una delle conferenze stampa del tour in Oriente. In Italia esce il calendario e in sala stampa gli chiedono cosa ne pensa e come vede la corsa allo scudetto e alle coppe europee. Una domanda che avrebbe fatto un bambino dell’asilo. Ma Spalletti, in queste situazioni così scontate, sa trovare il modo di stupire:

“Abbiamo avuto la conferma anche di altre squadre che possono accorciare il gap che c’è ad oggi con la Juventus. Sarà il tempo a dire chi lavora nella maniera corretta per aspirare a quelle quattro posizioni ma noi vogliamo esserci”,

riassumibile con un:

“Puntiamo ai primi quattro posti, la Juve è favorita ma avrà vita dura”

ma il nostro mister aggiunge sempre il tocco del maestro. Per dire: da chi cazzo avrà mai avuto la conferma che ci sono altre squadre che possono accorciare il gap con la Juventus? C’è una intelligence che lavora per fornire informazioni sule ambizioni della squadre di vertice? Tutto ciò ci inquieta, e un po’ ci piace.

Scontiamo, a livello comunicativo, i recenti cambi societari. Abbiamo un padrone che si esprime con un elementare “Fozza Inda”, un presidente che parla per interposto interprete. E questo un po’ ci deprime, dopo una lunga stagione in cui potevano identificarci in un signore milanese perennemente disposto a rilasciare dichiarazioni e nei suoi concetti-base del tipo

“Non è una cosa simpatica nell’insieme”,

adattamento morattiano di un più grezzo

“Ci stanno proprio rompendo i coglioni”.

Che nostalgia. Ma adesso è arrivato lui, Spalletti, con le sue frasi senza virgole e con mille parole (di cui 950 superflue). E siamo solo all’inizio, ragazzi. Solo all’inizio.

 

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Breve storia triste: Gabigol (fine)

Se digitate Gabigol su Google, come proposta di ricerca appariranno nell’ordine “Gabigol”, “Gabigol Fifa 17”, “Gabigol fantacalcio” e “Gabigol perché non gioca”, e la combinazione di queste tre frasi costituisce la cosa più calzante che mi sia capitata di leggere su Gabigol negli ultimi cinque mesi, da quando cioè è entrato in orbita Inter.

Gabigol, secondo quanto in effetti ci suggerisce Google al solo digitare il nome nell’apposita barra, oggi in effetti è un non-giocatore, che ha una sua dimensione su Fifa 17 (dove gioca per una scelta tecnica individuale esercitata in un mondo parallelo), una sul Fantacalcio (dove costa un cazzo, puzza di affarissimo ma è inservibile) e una nel nostro immaginario collettivo (“Perchè non gioca? Ha ciulato una cinese, un’indonesiana o un’olandese che non doveva?”). Poi appare “Gabigol Wikipedia” dove invece, cliccando sulla url della sua pagina, sfoci in un reale che sembra romanzato eppure dev’essere vero: leggi numeri che testimoniano che in effetti nella sua pur breve vita ha giocato e segnato, ha vestito 4 volte la maglia della nazionale brasiliana maggiore, ha vinto con quella della Olimpica l’oro a Rio, era un giovanissimo idolo del Santos, detiene il record del rapporto età/clausola rescissoria (l’unica cosa che conta nel calcio moderno), e ti accorgi en passant che è del 1996 e dunque ha soli venti fottutissimi anni.

Oggi, nei 4 minuti in cui lui è stato in campo e io addentavo Orociok sperando che i suddetti minuti scorressero in fretta, mi ha suscitato una forte compassione. Sì, come altri duecento blogghe ero pronto a pubblicare un bel pezzo su “I 50 presunti motivi per cui Gabigol non gioca”, ma dopo quei 4 minuti ho rinunciato alla sola idea di premere “invia”. Costretto ad aspettare due mesi e mezzo per calcare il campo in una partita ufficiale dopo un comico esordio a furor di popolo in Inter-Bologna, dopo essersi nel frattempo scaldato a bordo campo in una decina di occasioni e dopo aver letto ogni volta il lunedì “perchè Gabigol non gioca?” e dopo aver sentito 70 volte l’allenatore di turno dire in tv che “non è pronto”, il povero Gabriel ha provato in 4 minuti a lasciare una traccia di sè, come quel bambino dei Pulcini che non gioca mai e quando gioca entra in campo incredulo, esattamente come quelli che lo stanno guardando, gli increduli genitori degli altri bambini che si chiedono chi sia, da dove arrivi, chi lo abbia mai messo in squadra e perchè.

Gabigol, idolo del Santos, campione olimpico, 4 presenze e 2 gol nella squadra dove oggi gioca Neymar e dove un tempo giocavano Pelè e Zico, dopo 4 mesi di Inter è un personaggio patetico che entra a 4 minuti dalla fine, alla prima azione intralcia i compagni, alla seconda azione va in fuorigioco di 20 metri, poi calcia il pallone a gioco fermo e lo ammoniscono, poi niente, doccia.

Tutto questo non è colpa di Gabigol.

Allo stato attuale, solo Wikipedia (che è già qualcosa, si badi bene) ci dice che Gabigol è un giocatore di grandi prospettive. Noi possiamo augurarci che lo diventi indossando la nostra maglia, ma non abbiamo nessun elemento per poterlo dire o anche solo pronosticare tipo sproloquio al bar. E’ l’Inter, invece, che ha iniziato col piede sbagliato il suo rapporto con Gabigol e ce lo ha dato in pasto già ammantato di negativo, perchè per dimostrare di valere quanto è costato dovrebbe fare un gol a partita e non inseguire vanamente un pallone come al campetto, tipo oggi, a Reggio Emilia, che sembrava un bambino che sentiva il profumo dell’erba dopo un mese a letto con la varicella.

Non è colpa di Gabigol se l’Inter, dopo averlo comprato, lo ha pomposamente presentato come se avesse preso Cristiano Ronaldo, in una cerimonia talmente eccessiva da sembrare l’imitazione di un qualcosa di migliore, una rappresentazione in diretta web del “vorrei ma non posso”, del tipo “ho strapagato un ragazzo che non ho mai visto giocare ma adesso faccio una presentazione che gli altri si cagano adosso”. Se davvero dovessimo prendere Ronaldo, cara Suning & Co., come lo presentiamo? Affittiamo piazza Duomo e buttiamo giù il Duomo per allargare il palco?

Tutto questo, non è colpa di Gabigol.

Ora, a metà dicembre siamo tutti convinti di aver preso una sòla colossale, sensazione confermata dai vari allenatori che ci hanno detto che a Gabigol serve tempo. Figa, ma quanto tempo ci mette a prepararsi? Neanche Kim Kardashian ci impiegherebbe tanto. E prepararsi a cosa, poi? Non giocava a calcio anche in Brasile? Una volta non erano i brasiliani a insegnarci a toccare il pallone? Che problema può mai avere (a parte il freddo e la nebbia) un brasiliano di 20 anni con una bella pagina di Wikipedia non a insegnare fisica quantistica alla Normale, ma a giocare a pallone in una squadra di serie A?

Tutto questo, anche tutto questo, non è colpa di Gabigol.

A) Se Gabigol è buono, ci deve essere un problema e noi non sappiamo qual è. B) Se Gabigol è scarso, non dovevano prenderlo e pagarlo in quel modo e illuderci come delle sciampiste di esserci sistemati per i prossimi dieci ani. Gli sguardi imbarazzati di chiunque alla domanda “Perchè Gabigol non gioca?” lasciano sinistramente intuire che la risposta sia più la B che la A, per quanto incredibile possa sembrare. In ogni caso, questo Gabigol (l’extraterrestre che ogni tanto entra in campo e sembra non abbia mai giocato con i compagni pur essendo a Milano da quattro mesi) non serve a nessuno, nè all’Inter nè a Gabigol stesso. O lo si fa giocare qua, ogni tanto, non 4 minuti ogni tre mesi, oppure lo si fa giocare altrove. Anche per rispetto a me, per dire, che avevo pronto un bel pezzo su “I 50 presunti motivi per cui Gabigol non gioca” e l’ho buttato via perchè faceva molto meno ridere dell’originale, la scena dell’ammonizione a Reggio Emilia, la supercazzola del terzo millenio.

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Voi e i vostri fottuti occhi da cerbiatto

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Il tifoso da curva non sa più come insultare, il tifosotto non sa più cosa dire e il blogghe non sa più cosa scrivere. Quello dell’Inter è il primo caso di encefalogramma piatto contagioso, come se la mancanza di reazioni vitali si propagasse tra consanguinei come una varicella. E’ una stagione così, bizzarramente disastrosa, dove solo il nome altisonante dell’avversario costringe i nostri beniamini a un’impennata di orgoglio e di professionalista (Juve, Milan, Roma: le tre partite migliori, peraltro quattro punti, non nove) e il resto è una bella spianata di merda tipo qua attorno, nel Pavese, quando spargono i fanghi nei campi per concimare. Qualche aiuola qua e là, qualche fiorellino, e il resto una robaccia puteolente (aggettivo che sognavo di scrivere da almeno 13 anni, senza averne mai l’occasione) (grazie Inter).

Del resto, cosa dire, pensare o scrivere di una partita come quella di giovedì? Sì, certo, puoi metterti a vomitare bile o a rovistare nelle tasche del tuo cervello alla ricerca di un residuo di ironia, ma a che pro? La peggior Inter europea della storia è passata agli archivi mentre mangiavo una pizza, in un ristorante dove ero arrivato sul 2-0 – e proprio mentre Icardi prendeva la traversa del quasi 3-0 e io ordinavo una margherita) e da cui sono uscito sul 2-3, e pioveva pure.

Ora, quello che è accaduto giovedì sera non è oggettivamente normale. Non è normale che una qualsiasi squadra che cerchi di darsi un tono si faccia rimontare una partita già vinta da una squadra israeliana, che con noi ha fatto sei punti e segnato cinque gol in due partite. Non è normale smettere di giocare 35 minuti prima della fine, quando avevi in mano il match e avevi allungato l’agonia europea alla sesta giornata di un girone demmerda, e magari con l’aiuto degli astri e di qualche suicidio altrui la sfangavi pure. Non è normale, e non so quante altre squadre avrebbero combinato un disastro del genere.

Diciamo che, dopo giovedì, siamo quantomeno arrivati alla quadratura del cerchio. Dopo mesi a cercare colpevoli, forse li abbiamo trovati. Abbiamo voluto testardamente incolpare la società, che di colpe ne ha – a partire da 6 mesi fa, nel non aver lasciato libero il Mancio. Abbiamo voluto pervicacemente accusare la dirigenza, che di colpe ne ha – a partire dalla scandalosa gestione di affari interni, tipo la gestione dei deliri di Icardi o la cottura a fuoco lento del povero Frank. Abbiamo voluto, l’abbiamo fatto. MA non eranbo i soli colpevoli, ce n’erano altri e facevamo finta di non vederli. Come quando si inizia uno di quei gialli scritti male, che dopo 50 pagine dici “no dai, troppo facile, non può essere lui” e allora vai avanti con la mappazza e alla pagina numero 500 ti rendi conto che avevi ragione e ormai non puoi nemmeno fare il reso su Amazon.

Il secondo tempo israeliano, sostanzialmente, i colpevoli ce li ha. In campo non c’erano Ausilio e Zanetti, in difesa non giocava Zhang, a centrocampo non giostrava Thohir. Non è colpa loro se la squadra smette di giocare, se otto-nove decimi si perdono in un bicchier d’acqua, se in porta c’è lo stuntman di “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”. Non è nemmeno colpa di quel pretino di Pioli, che cerca nobilmente di addossarsi colpe non sue, quando tutto quello che dovrebbe fare è appendere qualche scioperato all’attaccapanni, come ai bei tempi. Poche balle, la partita l’hanno persa i giocatori.

Poche balle, e poche seghe. La squadra è scarsa? Qui bisogna essere seri e relativizzare le affermazioni. Rispetto a Bayern, Barcellona, Chelsea, City ecc. la squadra è (più) scarsa. Ma se il confronto è con le tre squadre del gironcino del cazzo di Euroleague e con 18 squadre del campionato italiano (una purtroppo è fuori categoria, dopo che le due principali competitor le hanno ceduto il loro pezzo migliore), allora usciamo dall’equivoco: siamo al livello delle migliori e molto più in alto delle peggiori. Una posizione che oggi, serenamente, senza sforzi immani, avrebbe dovuto fruttarci una delle prime tre-quattro posizioni in campionato e una disinvolta qualificazione in Coppetta. Invece: 8 punti dal terzo posto in campionato in sole 13 partite, e ultimi (ultimi!) in Coppa.

Al netto delle colpe di tutti gli altri – società, dirigenti, allenatori (si noti il plurale) – forse è giunto il momento di prendere i giocatori per le palle e stringere forte. In campo ci vanno loro, le partite le perdono loro. I centomila cross sbilenchi li fanno loro – la miglior pattuglia di crossatori dell’emisfero boreale azzecca un cross ogni cinque; i movimenti difensivi con la labirintite li fanno loro – una difesa che leggi i nomi e ti chiedi il perchè faccia così incredibilmente cagare; le mollezze a centrocampo le fanno loro – filtro? what’s filtro? assist? what’s assist?; le minchiate in attacco le fanno loro – partite con zero occasioni e zero gol, partite con un’occasione e un gol, partite con centoventi occasioni e zero/un gol: siamo un caso di scuola a livello mondiale.

Tranquilli, ragazzi, in B non ci andiamo: ci sono alcune squadre che ci arriveranno dietro, quindi rilassatevi. E cercate di rimettere ordine alle vostre idee e di dare un senso ai vostri mostruosi stipendi. No, non è demagogia, usciamo anche da quest’altro equivoco: non è demagogia. Io posso anche andare a lavorare con il broncio, con le manie da persecuzione, con le ginocchia molli o entrando in ufficio come Bruce Lee tipo Handa, stendendo un collega che tarda a fare le fotocopie. Ma ci vado perchè devo portarmi a casa la pagnotta e cerco di fare del mio meglio, pur dovendo aspettare minimo cinque anni per mettere insieme la teorica cifra che il più sfigato dei nostri beniamini prende il 27 di un singolo mese. E’ demagogia pensare che tutti passeranno incopevolmente all’incasso anche dopo il secondo tempo in Israele?

I colpevoli sono i giocatori.

Ultimamente mi si è incerbiattato pure Miranda, per dire. Occhi da cerbiatto anche i suoi, come quelli degli altri, tutti ex tigri, bei tempi per chi se li ricorda. Incerbiattamenti alla minima difficoltà, incerbiattamento mentre vinci 2-0, quasi 3, con il più sconosciuto degli avversari di Europa League. Ecco, io sono stufo di questi sguardi adulti e ultramilionari che si perdono nel vuoto a ogni piè sospinto. Quello sguardo, ragazzi miei, tenetelo per i vostri momenti più intimi. Tipo quando siete sui vostri divani stilosi da diecimila euro con la vostra donna, lo sguardo vi si fa acquoso, inturgidite gli abbracci e sbatacchiate le palpebre nell’irresistibile, magico, dirompente momento in cui state percependo che lei ve la sta per dare. Ecco, lì sì, incerbiattatevi pure. Ma in campo, santiddio, tirate fuori i coglioni.

Cosa scrivere dopo la partita di giovedì? Ma no, niente, bisognerebbe stare solo zitti. Dico sono che di questi io non mi fido più, stop, fine. Mai occasione è stata più propizia per dire che i colori (che restano) e gli uomini (che passano) viaggiano tra cuore e cervello in binari paralleli. L’amore per i colori è eterno e non sarà mai in discussione. L’amore per tutto il resto – squadra, allenatore, società -, nessuno si offenda, può andare e venire, può essere sottoposto a verifiche, può balbettare se non corriposto. Si può amare una squadra come quella del secondo tempo in Israele, anche se veste la nostra maglia?

Quindi, a partire da domani: o questa squadra si fa amare (giocando, sudando, spremendo, smoccolando, mordendo, segnando, arando, travolgendo, anche sbagliando, ma sbagliando a fin di bene) oppure ciao, ci vediamo al prossimo giro. Voglio provare un esperimento inedito: tifare Inter senza tifare i giocatori. Praticamente farò come la Curva con Icardi, un tifo selettivo: esulterò per le vittorie e mi macererò per le sconfitte, come sempre, ma dopo aver assistito a partite di undici maglie nerazzurre senza nessuno dentro. Che, se ci pensiamo bene, è esattamente quello che è successo nel secondo tempo in Israele, il diretta mondovisione.

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Tu quoque, Pupi, fili mi

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Bolingbroke: «Siamo soddisfatissimi di De Boer. Ha accettato l’incarico all’ultimo momento ed è una situazione difficile. Siamo con lui al 100%. Durante la sosta natalizia, potrà lavorare per la prima volta con la squadra per dieci giorni consecutivi. Ha solo bisogno di tempo».

Ausilio: «Non abbiamo contattato nessun allenatore. Sfido chiunque ad affermare di essere stato contattato. Sono loro a proporsi ma la panchina dell’Inter è di De Boer. La sua idea di calcio sarà vincente».

Yang Yang: «Nel calcio ci sono alti e bassi, ci sono difficoltà sul campo ma la squadra c’è, i dirigenti anche, il tecnico pure. Lavoriamo tutti duramente per tornare al vertice».

Era il 28 ottobre. Non del 1975, ma del 2016. Cinque giorni fa giorni fa, insomma. Escono dal cda l’amministratore delegato, il direttore sportivo e un consigliere di amministrazione e ai giornalisti dichiarano questo. Sembra la risposta definitiva a un certo – il solito – clima mediatico attorno alle nostre vicende: ecco, i giornali, le tv, i siti web da giorni dicono  certe cose e questa invece è la nostra verità.

E così quattro giorni dopo, il martedì, ci resti male, ci resti di merda. Romanticamente, pensi che certe pantomime appartegano ad altre squadre di altre latitudini. E invece no. Erano le dichiarazioni dei tuoi dirigenti, che quattro giorni dopo averle pronunciate fanno l’esatto contrario. E fanno proprio la cosa che gli altri, quelli cattivi, i nostri nemici, scrivevano da settimane.

Quindi, svaporata la delusione, la domanda è: come sarebbero andate le cose lo sapevano tutti tranne noi, noi tifosotti che ci fidiamo delle versioni ufficiali, delle smentite palesi e di quelle sottintese? E allora, quelle che noi (al netto delle prese per il culo, su cui comunque  non reagiva mai nessuno) catalogavamo come prostituzioni intellettuali e macchinazioni della stampa prezzolata non erano, in realtà, il risultato di ordinarie dinamiche di giornalismo sportivo (io so una cosa, è vera o quantomento verosimile e quindi la scrivo)? E non c’era invece delle prostituzione intellettuale (Josè, non rivoltarti nella branda) proprio nel cuore della nostra società? Se per giorni e giorni nessuno dà credito alle tue blande smentite e parla di destino già segnato per De Boer, non è che per caso le notizie arrivano da fonti fin troppo bene informate? Che faccia di bronzo (o che grado di inconsapevolezza) ci vuole a dichiarare certe cose il 28 ottobre e fare l’opposto quatro giorni dopo? Da quanto tempo era deciso che De Boer sarebbe stato rimosso?

Salutiamo un allenatore, ci affidiamo ad interim a un altro e nel giro di qualche giorno nomineremo quello titolare. Di fatto, risolviamo il contratto con De Boer senza avere il nome del sostituto, una cosa un po’ ridicola per una società che vorrebbe darsi un certo tono (differenza di vedute, si dice, tra proprietà e dirigenti italiani: apperò). A quattro mesi dall’inizio della stagione comunque sia avremo il quarto allenatore, stabilendo un record alla Bob Beamon (nel senso che sarà battuto tra qualche decennio) che provocherà a Zamparini una specie di invidia del pene. Ma, esattamente, tutto questo, per colpa di chi?

Il quadro dei risultati, inutile sottolinearlo, è ampiamente compatibile con un esonero (o risoluzione del contratto che sia). Undicesimo posto in campionato, 5 sconfitte in 11 partite, differenza reti negativa, 10 punti in meno dell’anno scorso: un disastro. In Europa League è anche peggio: tre match orripilanti, finiti con due sconfitte e una vittoria di culo con un tiro in porta, destino appeso a un filo che giovedì potrebbe spezzarsi (andiamo, in questa situazione, a giocare in Inghilterra la partita più difficile).

Quindi non ci sarebbe nemmeno troppo da discutere se non fosse che attorno – attorno alla squadra e attorno soprattutto a De Boer – abbiamo assistito a un patetico teatrino, che potrebbe essere riassunto in un manualetto del tipo “Come non si gestisce una squadra di calcio” o “Lo sfacelo dell’Inter spiegato a mia figlia“. Perchè non c’è niente di peggio che sentirsi al centro delle attenzioni malate e fraudolente di certa stampa e poi scoprire, un martedì mattina, che non era poi tutto così falso. Anzi, era praticamente, con un sacco di particolari che coincidevano in maniera fin troppo sospetta.

I numeri purtroppo inchiodano De Boer, al di là nei nostri eroici e un po’ ciechi tentativi di difenderlo e forse anche al di là delle aperture sulla pazienza che qualsiasi interista di buona volontà gli aveva offerto in tempi ampiamente non sospetti (tipo dopo Chievo-Inter o Inter-Palermo). Ma il resto?

Forse vale la pena ripercorrere, a un livello complessivo, i quattro mesi di questa stagione. Un mese buttato subito nel cesso a traccheggiare con Mancini quando era chiaro che non si poteva andare avanti; la scelta – intrigante fin che vuoi, ma molto rischiosa – di un allenatore marziano, completamente a digiuno di Italia a due settimane dall’inizio del campionato; l’estenuante trattativa estiva con il capitano e la sua moglie-manager; l’imbarazzante presentazione hollywoodiana di un calciatore che poi gioca 21 minuti; la faccenda del libro di Icardi, grottesca dall’inizio alla fine; e infine, su tutto, il sistematico e progressivo abbandono a se stesso di De Boer, lasciato drammaticamente solo nell’ultimo mese manco avesse la scabbia.

E’ chiaro che, a un certo punto della stagione e di fronte a risultati palesemente fallimentari, l’unica cosa che puoi fare – è così dalla notte dei tempi del calcio – è cacciare l’allenatore. Ma se ci fosse una giustizia, in quanti oggi dovrebbero rassegnare le dimissioni all’Inter?

Cominciamo dalla proprietà. Nel percorso da Thohir fino a Suning, l’Inter – non dimentichiamolo -ha potuto salvarsi il culo nel bel mezzo di una drammatica crisi finanziaria ed ha avviato il rilancio con i cinesi, che hanno già aperto i cordoni della borsa e promettono un grande futuro. Questo è il lato bello della medaglia. C’erano i numeri da sistemare, un management da snellire e rinnovare, un piano industriale da inventare, e fin qui… Però, è ovvio, l’Inter non è solo un mero dato contabile. L’Inter è una squadra di calcio e la gestione sportiva non è un aspetto secondario. Sì, certo, avere il padrone in Cina e il presidente in Indonesia è una discreta rottura di coglioni. Ma ci sono un po’ di cosette che non toccano direttamente a loro. E non è che qui in Italia, tra Milano e Appiano, i quadri siano proprio sguarniti.

Le caselle sembrerebbero tutte coperte e i nomi sono tutt’altro che di secondo piano. Eppure, è proprio la gestione sportiva dell’Inter – nonostante la pletora di pompose qualifiche in inglese – a dimostrarsi un fallimento. L’agghiacciante filotto di Zanetti in diretta tv mezz’ora prima di una partita (in una sola mossa la delegittimazione del capitano e la contestuale elezione della curva a unico censore su una questione – il libro di Icardi – su cui la società stessa aveva brillato per totale assenza, per poi perdere una partita in casa) è il momento-simbolo di questi quattro mesi: navigare a vista e navigare male.

Ma  quello è un momento, il momento-Zanetti. C’è invece un perverso progetto a lungo termine a segnare fin qui la nostra stagione ed è il trattamento riservato a De Boer. Il trattamento quotidiano, intendo. Quel lasciar aumentare la distanza tra allenatore e squadra giorno dopo giorno. Fino ad arrivare a comportamenti plateali come quelli di Genova – mani non date, vaffanculo latenti – che non potevano non sfociare in questo malinconico epilogo, perché con il combinato De Boer solo/squadra che se ne approfitta non si poteva più percorrere nemmeno un metro in più.

E’ la triade Zanetti-Ausilio-Gardini che forse bisognerebbe esonerare. E non si mette qui in discussione la competenza e nemmeno il sentimento. Ma la capacità di gestire una situazione, di essere punto di riferimento, di completare un ingranaggio, di remare nell’unica vera direzione possibile (che è la nostra, quella degli interisti, casa pseudo-Triade)  questo sì, è più che in discussione.

E’ il nostro buco nero, il vero, clamoroso fallimento di questi quattro mesi, molto più di quello personale di De Boer che, al netto delle colpe personali, ne appare  piuttosto la diretta conseguenza. Non basta essere bandiere e dire quattro banalità in favore di telecamera, per poi fare la voce grossa nel momento più sbagliato e con le premesse più imbarazzanti. Zanetti dirigente è una grande delusione, perché nei momenti in cui dovrebbe essere valore aggiunto invece non incide, o sbaglia, o sparisce. E’ una bandiera autoreferenziale e così, in questa veste, serve a poco o nulla.

Da dove escono gli spifferi? Chi racconta tutto quello che accade nello spogliatoio? Chi lascia ai giocatori – uno ad ogni partita – lo spazio per rilasciare dichiarazioni in cui mettono in discussione tecnicamente il proprio allenatore? Chi dipinge De Boer come un mentecatto che non riesce a farsi capire e va avanti a furia di idee balzane? Chi ci può togliere il sospetto che la dirigenza italiana lavori, in una sorta di vacatio di poteri (chi decide? a chi telefoniamo?), lavori soprattutto per legittimare i propri poteri a costo di regolare qualche conto in corso d’opera e di tagliare veri o presunti rami secchi, tipo quello di un allenatore problematico e scelto da un presidente che se ne sta per andare via?

Non diciamo allora che siamo nella merda perché abbiamo un padrone cinese e un presidente indonesiano, che comandano per telefono e si alzano alle 4 del mattino per vedere la partita in tv. E’ un problema, va bene, ma se a Milano funzionasse tutto come un orologio ne potremmo parlare quasi in termini folkloristici. Diciamo piuttosto che è la dirigenza italiana, o comunque di stanza in Italia, il vero problema della società. Gente che il venerdì dice una cosa e il martedì fa l’esatto contrario. Gente di cui non sai più se poterti fidare. Gente – lo dice, oggettivamente, il rendimento – che forse non ci meritiamo, una zavorra nel percorso che dovrebbe (sospiro) riportarci nell’Olimpo.

E noi qui, sballottati nel vento, sempre a fare trenta e mai trentuno. Oggi in teoria avresti la squadra, ma non hai (più) l’allenatore e non hai una dirigenza affidabile. Cioè, diciamolo: non è vita.

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La Tattica

Esonerato, anzi no, anzi sì, anzi no, anzi forse (la nostra analisi tattica di Inter – Torino. Ah, non si fosse capito #NoiStiamoCondeBoer)

di Michele Tossani

L’Inter batte il Torino, torna al successo e sembra così rinsaldare la posizione di Frank De Boer sulla panchina nerazzurra. Sembra perché, a leggere i titoloni di certi giornali o a sentire la voce di taluni pundits (esperti) sulle varie Tv, il buon Frankie avrebbe comunque le ore contate, con un cambio pronto a registrarsi dopo l’impegno di questo fine settimana durante la pausa per le nazionali.

Tutto questo non ha senso. Steven Zhang, Thohir e Yang Yang dovrebbero pensarci bene prima di agire. Infatti, esistono tutta una serie di fattori che ci inducono a pensare come la scelta di sostituire l’olandese vada contro la logica. Per prima cosa, saltasse l’ex Ajax, l’Inter si ritroverebbe con un altro stipendio a bilancio, il terzo insieme a quello di Mancini e dell’eventuale sostituto di FdB. Inoltre l’esonero di De Boer rappresenterebbe l’ennesimo cambio su una panchina che ha visto avvicendarsi 8 allenatori in appena in 6 stagioni. Troppi per una società che dovrebbe essere organizzata. E quali sono i nomi più gettonati per il cambio di guida tecnica? Alcuni, francamente, lasciano stupiti. Laurent Blanc, ex tecnico del Paris Saint-Germain, avrebbe le stesse problematiche già sorte con l’arrivo di FdB, vale a dire quelle legate all’arrivo di un allenatore straniero che non conosce il nostro calcio (se non per avervi giocato eoni fa) e che verrebbe improvvisamente catapultato in una realtà così complessa come quella nerazzurra, per di più con 9-10 partite già giocate. Lo stesso dicasi per altri nomi come Villas-Boas, Van Gaal o Bielsa: tutti tecnici preparati ma che avrebbero bisogno di un certo periodo di apprendistato. La soluzione Leonardo poi appare ancor più bislacca. Questo non tanto per le qualità del personaggio quanto per la sua attitudine a ricoprire un ruolo di campo invece che uno dirigenziale. Per non parlare del fatto che questa soluzione apparirebbe una soluzione ponte, in attesa magari di cercare Simeone al termine di questa stagione. Questo significherebbe partire con un allenatore già quasi delegittimato che si troverebbe a lavorare in uno spogliatoio consapevole che il proprio allenatore non rimarrà che per pochi mesi. Medesimo discorso può essere fatto per Pioli e Guidolin, entrambi attenti conoscitori della serie A ma ambedue con il rischio di lavorare con addosso l’etichetta “in prova”.

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Tutti questi motivi fanno ritenere l’opzione di mantenere De Boer come la più razionale. In fondo cosa si imputa all’olandese? Non di non aver introdotto un’idea di gioco, ché l’Inter di De Boer (pur con tutti i difetti messi in mostra fino ad ora) sembra l’unica ad avere un’identità fra tutte le squadre nerazzurre viste negli ultimi anni. Le sconfitte e le prestazioni indecenti ci sono state, soprattutto in Europa League. Ma queste, a parte il fatto di far parte di un normale processo di crescita, sono spesso da addebitare non soltanto a fattori tattici quanto a grossolani errori individuali. È colpa di De Boer se Santon commette un’ingenuità macroscopica a Bergamo? Deve imputarsi all’allenatore la decisione di dotare la rosa nerazzurra di terzini del livello di una squadra di centro classifica? Ha responsabilità FdB se Murillo e Miranda pasticciano in occasione del gol di Melchiorri contro il Cagliari? Crediamo di no.

Certo, il gioco di De Boer presenta dei rischi dal punto di vista tattico con l’allenatore che sta cercando di portare una mentalità nuova per queste latitudini. Ma non lo si sapeva prima di ingaggiarlo? Non era stato visionato il suo Ajax? Anche il meno attento seguace dell’Eredivisie conosce le differenze fra calcio olandese e calcio italiano e come De Boer costruisce le sue squadre…forse che Suning non lo sapesse? Sarebbe grave aver preso un allenatore a scatola chiusa. Se, invece, si era a conoscenza del credo calcistico di FdB, a maggior ragione sarebbe senza senso bocciarlo dopo appena 10 partite di campionato.

Per tutti i suddetti motivi e anche un po’ per l’incredibile campagna di stampa che ha cominciato a criticarlo ancor prima che atterrasse a Milano, #iostocondeboer.

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Editoriale

Parola di Javier (Capitano, mio Capitano)

Di Fabrizio Biasin

Zanetti ha parlato.
Succede, direte voi.
Sì, ma non ha detto: «L’Inter è una grande società (…), bisogna combattere per questi colori (…), ringrazio il presidente Thohir (…), un pensiero va a Massimo Moratti (…), #amala».
O meglio, nel mare di ovvietà che sono marchio di fabbrica di giocatori ed ex giocatori elevati a ruoli di prestigio, Il Capitano ha finalmente mostrato l’alter ego dialettico dell’uomo il cui quadricipite femorale tutto il mondo (pallonaro) facea tremare. «Handanovic e Icardi hanno rotto il cazzo, facciano il loro mestiere». Oddio, Saverio non ha detto proprio così, ma non stiamo a guardare le virgole.
Sia lodato il vicepresidente!

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Non più solo chiacchiere (inutili) e distintivo (la fascia da capitano), ma finalmente MegaPresidentFiglDiPutt, non più ‘a Zanetti dobbiamo far fare qualcosa per forza, mettiamolo su quella scrivania, anzi, mettiamolo sopra, che come fermacarte è perfetto’, ma ‘Houston, abbiamo un problema, liberate i cani, anzi il Cerbero’.
E il Cerbero si chiama Javier Zanetti, faccia da attore di telenovelas, sangue denso come marmellata. Sfida il grugno di Handanovic (che francamente ha rotto la fava. Cosa ti è successo Samir, ti è morto il gatto? Diccelo, te ne compriamo un altro), sfida il cartello Wanda-Maurito e con il suo Pensino a lavorare lancia un chiaro messaggio ai naviganti: “Fatelo, fatelo bene, soprattutto fatelo veramente, altrimenti dismetto giacca e cravatta, inforco pantaloncini da sempre troppo stretti per i miei quadricipiti e vengo a farvi un culo così direttamente in campo. Sempre nel massimo rispetto dell’Inter (…) di questi colori (…) ringrazio il presidente Thohir (…) e Massimo Moratti”. Ovvio.

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Editoriale

El Poco (sorridente) Mancini

Due giorni fa Massimo Oddo è stato ospite di una delle tremilacinquecento dirette non stop sul calciomercato, una di quelle in cui Icardi parte-resta-parte-resta-parte-resta-un po’ parte ma resta. Considerati i trascorsi laziali e la buona conoscenza reciproca con Mancini, a Oddo hanno chiesto se sarebbe stato felice di allenare una rosa come quella dell’Inter. Oddo è uomo simpatico e schietto e non ha nemmeno tentato di percorrere la via della diplomazia. Si è messo a ridere. Certo che sarebbe felice di avere a disposizione tutti quei campioni, gli basterebbe anche la panchina. Nei minuti dell’intervista, poco prima o appena dopo, Inter e Lazio perfezionavano la cessione di Candreva e dal Brasile rimbalzavano voci sulla chiusura positiva dell’affaire Gabigol. Nel frattempo e per non farsi mancare nulla Ausilio o qualche benemerito del gruppo Suning suggeriva a Icardi di moderare la frenesia della sua signora e ricominciare a usare i social da capitano dell’Inter. Quella che fino alla sera prima pareva una situazione ingarbugliata e molto tesa all’improvviso si stava dipanando. Tutti felici e più sereni? Tutti tranne uno.

Roberto Mancini non sorride più e quando lo fa è per manifestare scetticismo o esercitare il suo sarcasmo. Sono sorrisi a denti stretti, nervosi. Matteo Caccia ci ha raccontato come questa situazione si protragga ormai da un anno o poco meno. Mancini infelice, Mancini nervoso, Mancini col broncio, Mancini e il suo mal di pancia. Le cose della vita fanno piangere i poeti, ma se non le fermi subito diventano segreti, lo cantava Venditti e se piangono i poeti figuriamoci se non possono permetterselo i campioni come Roberto Mancini. La vita privata di un personaggio pubblico può complicarsi all’improvviso e diventare dolorosa, un dolore che va rispettato e non processato. Da gennaio in poi una ridda si supposizioni stupide, di pettegolezzi infami e offensivi è apparsa qua e là, il sottil venticello della calunnia che per molti vale più della dignità di chi ne è oggetto. Lavorare in condizioni estreme non è da tutti e non sempre si riesce a convertire fatica e malumori in energie nervose buone per competere. Da un anno e passa qualcosa è cambiato e Mancini fatica a sorridere. Per quanto non sia uno dei suoi obblighi contrattuali e nemmeno una cosa dovuta a noi tifosi, la verità è che ci spiace molto perché al Mancio vogliamo bene e poi perché quando sorride è contagioso.

Mancini sa di calcio come pochi altri. Ne sa talmente tanto che rischia di diventare antipatico quando le interviste toccano il tema tattico. Quelli come lui, quelli che hanno giocato il pallone in tutti i modi previsti dal manuale e pure qualcuno in più, quelli che allenavano già quando erano calciatori, provano un terribile fastidio nei confronti di chi non si è cimentato ad altissimi livelli e pretende di interpretare gli schemi, come se il calcio fosse cosa per iniziati. La spocchia del Mancio è sempre stata rassicurante per noi tifosi, dava a tutti l’impressione di sapere perfettamente quello che faceva, che si vincesse o si perdesse. Anzi era soprattutto nella sconfitta che quel sorriso da schiaffi funzionava da diga, un perfetto meccanismo difensivo per dirottare su di se le piccole e noiose polemiche della stampa sportiva e permettere al suo gruppo di lavorare in pace. Mancini contro tutti e  noi con Mancini, il rumore dei nemici molto prima che arrivasse Mourinho. Perché al Mancio non perdonavano di averci messo così poco a ottenere il massimo, ad allenare in Serie A saltando subito da una grande panchina all’altra (Fiorentina, Lazio, Inter). Il primo Mancini interista è stato un allenatore di grande intuito e pazienza, ha fatto cose semplici ma fondamentali per insegnare a una squadra demotivata e perdente cosa fosse necessario fare per ritrovare autostima: giocare un buon calcio e abituarsi a vincere.

Uomo di campo come pochi altri, profondo conoscitore dell’animo del giocatori di talento, il Mancio è arrivato alla Pinetina con le idee chiare: i terzini fanno i terzini e se non ce n’è compriamone di affidabili (Ze Maria e Favalli), la palla la giocano quelli capaci e chi non ha piede che almeno corra. Quelli capaci erano Veron, Stankovic, Cambiasso e poi Vieira. L’Inter partì titubante come tutte le squadre che devono mandare a memoria un sistema di gioco completamente diverso dalla gran confusione degli anni precedenti e lentamente prese fiducia. Dopo la pareggite la guarigione. Impossibile valutare le ultime due stagioni del primo Mancini interista senza considerare l’effetto di Calciopoli su palmares e competizione, quel che possiamo senz’altro sottolineare è la qualità del lavoro sul gruppo e l’intelligenza delle scelte di mercato e staff. Oriali, Salsano e Mihajlovic erano le sponde su cui Mancini costruiva la sua dialettica con la società e con la squadra, un lavoro diplomatico incessante e molto intelligente. Maicon, Samuel, Julio Cesar e Chivu sono solo alcuni di quelli che arrivarono anche grazie a lui, scelti anche quando sembrava un azzardo (come nel caso del portiere che ci ha rubato il cuore). Quando se ne andò litigando con Moratti e costringendo la società a licenziarlo dopo l’ennesimo fallimento in Champions League ci sentimmo tutti un po’ più soli e tristi. Certo poi Mourinho ce la fece passare in fretta, ma a Mancini fummo grati per aver costruito l’ossatura di quella squadra e aver impostato il 4-3-3 flessibile (la presenza di Ibrahimovic lo costrinse a modificarlo e adattarlo), che poi fece la fortuna di Mou.

Mancini aveva le idee chiare anche quando nei finali più convulsi metteva in campo 4 punte. Tutti i giocatori sapevano cosa fare, conoscevano i movimenti e pazienza se quelli meno attenti o abituati a giudicare il calcio come una somma di elementi casuali lo chiamavano culo. scudetti in quattro anni (più quello assegnato a tavolino, sul quale ben poca influenza ebbe la sua guida tecnica), 2 Coppe Italia e 2 Supercoppe italiane. Ma soprattutto un’idea di gioco, un’impronta riconoscibile che gli permise subito dopo di andare a raccogliere al Manchester City quel che nonostante gli spaventosi investimenti sembrava impossibile. Poi l’esonero e l’inizio di una china discendente (compreso il veloce passaggio al Galatasaray con tanto di clausola liberatoria esercitata dopo appena otto mesi), che il ritorno all’Inter a stagione in corso ma iniziata da poco sembrava aver fermato e invertito. Avete presente quando si perde il tocco magico? A gennaio 2015 Mancio chiede alla società la prima infornata di acquisti di lusso e promette di giocarsela fino alla fine, anche per gli obiettivi più importanti. Shaqiri, Podolski, Santon e Brozovic sono i nomi che Mancini esige e che gli vengono serviti su un piatto d’argento, parecchio diverso dalla ciotola in cui era stato costretto a pasteggiare Mazzarri (per lui Dodò, Vidic, M’Vila e Osvaldo). Una media punti simile a quella del toscano, una certa preoccupante frenesia nella selezione e nel cambio degli schemi, la terribile eliminazione dall’Europa League a opera del Wolfsburg e un ottavo posto in campionato umiliante e per nulla casuale. Ma Thohir, quello che rischia di passare alla storia come il vero salvatore dell’Inter e che fino a qualche mese fa veniva etichettato come un taccagno incompetente, perdona e apre di nuovo il portafoglio.

Kondogbia, Melo, Telles, Murillo, Miranda, Jovetic, Ljiaic, Perisic e poi Eder. La squadra parte bene ma al di là dei risultati c’è una confusione terribile. Gli schemi cambiano di continuo, i giocatori sono sistemati in ruoli esotici. Perisic giocherà sia esterno basso (nella catastrofe casalinga contro la Fiorentina), che trequartista e prima punta. Kondogbia finirà sulle fasce, lui che è un interno di grandissimo potenziale. Tutto può e deve succedere, è giusto che un allenatore sperimenti e in particolare che lo faccia un allenatore esperto e capace come il Mancio. Quello che però non arriva mai è l’assestamento, quell’idea di gioco che aveva reso Mancini uno dei migliori allenatori italiani dello scorso decennio. Fino a Natale arrivano i risultati, poi qualcosa si rompe, il gruppo si sfascia. Non è la vicenda Sarri a segnare il passo, quella è più causa che non effetto di un malessere e un nervosismo profondi. Le squadre, i gruppi si costruiscono nel tempo. Conte è un’eccezione, il suo miracolo juventino nella stagione 2011/12 è qualcosa di raro se non irripetibile, ci vuole pazienza per plasmare un gruppo. Pazienza e voglia. L’Inter della scorsa stagione è stata una delusione enorme, qualche buona partita e moltissima sofferenza, una circolazione di palla fitta ma senza qualità perché troppo spesso delegata a Gary Medel, pupillo di Mancini, generoso ma tecnicamente inadeguato al ruolo (Medel è un fantastico interditore in moto perpetuo, ha piedi abbastanza educati ma i tempi di gioco non sono il suo forte).

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Ora al di là delle considerazioni tattiche che lo farebbero arrabbiare furiosamente (o forse semplicemente ridere per la pochezza della nostra analisi), quel che non torna, quello che è difficile capire ora è la ragione di un malumore così plateale e duraturo. O meglio, la ragione (quella professionale), è nota: Mancini vuole un prolungamento del contratto. Si è trovato a non avere mercato o almeno non quello cui ambiva (nemmeno la Federazione Inglese ha voluto approfondire il contatto e verificare la sua disponibilità), e scarta nervosamente di fronte all’ipotesi di rispettare l’impegno biennale con l’Inter senza prolungamento. Che sia la paura di un nuovo caso Mourinho (questa volta con Simeone protagonista, il papa straniero che arriva e sfrutta il suo lavoro preparatorio), o solo per un’umana e comprensibile angoscia per un futuro da disoccupato della panchina (anche i milionari piangono, si sa), Mancio è molto contrariato e non perde occasione di ribadirlo. Mettiamoci anche la poca fiducia che Thohir ripone in lui dopo due stagioni di acquisti carissimi, voluti ad ogni costo e deprezzati in un baleno, poca fiducia che è stata evidentemente trasmessa ai nuovi padroni che considerano Mancini un allenatore e non più lo stratega degli scenari del mercato nerazzurro. Questo il quadro generale degli umori manciniani, riassunti perfettamente da quel:

Meglio stare zitti

di pochi giorni fa. Quello che l’allenatore non considera però è che larga parte della dirigenza dell’Inter è in scadenza proprio come lui e che quando la proprietà passa di mano è abbastanza naturale dover dimostrare la propria utilità alla causa, anche se sei Roberto Mancini e soprattutto se nelle ultime due stagioni ti ha salvato solo il nome (chiunque altro sarebbe stato almeno messo in dubbio se non proprio allontanato). La rosa è ancora incompleta, verissimo. Non è arrivato il giocatore feticcio di Mancini, quello Yaya Tourè su cui forse pensava di costruire un architrave-Veron. Però sono arrivati Banega, Ansaldi, Candreva e soprattutto nessuno dei migliori è stato (a oggi), ceduto. Chiunque altro affronterebbe la sfida con un po’ di entusiasmo. Magari non quello di Oddo, certo. Ma anche provare a vincere da allenatore uscente ha un grandissimo fascino.

Ha ragione Mancini, meglio stare zitti in momenti come questo o forse sarebbe stato meglio stare zitti prima, evitare anche di dire cose come:

di progetto parlano in tanti ma, in generale, nessuno può essere considerato veramente serio se dura un anno soltanto

oppure anche:

questo non riguarda solo l’Inter, ma anche la Juventus che impiegò quattro anni per tornare a vincere nonostante avesse giocatori di grande spessore e qualità, tutti italiani. Progetto è una parola che tutti hanno in bocca

laddove per progetto ormai siamo tutti sufficientemente scafati da leggere contratto. Così, persa quella vena di romanticismo che ci aveva spinti ad abbracciare il ritorno del Mancio come quello di un fratello maggiore, ci ritroviamo qui con la sgradevole sensazione che sia solo un problema di contratto e denari, come se il tributo di sangue degli ultimi due anni non fosse bastato.

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L’Inter non è un squadra qualunque. Nervosismi, rancori ed errori si accumulano e le nubi si addensano più in fretta che altrove. Se lo spirito con cui Mancini affronta questa avventura (al netto di tutto quello che non conosciamo, dei rapporti tesi o mancanti con Suning, ma che nonostante la confusione dev’essere sempre e comunque meglio di un turno in miniera), non cambia alla svelta c’è da augurarsi una cosa sola, anche a due settimane dall’inizio del campionato. Salutarsi ora civilmente per non farlo tra poco con molto meno affetto. Che sia il Mancio lucido a sufficienza o che siano i nuovi padroni a spazientirsi definitivamente, se le cose non cambiano è meglio dirsi addio. Che è un peccato, perché pochi uomini hanno indossato l’Inter con l’eleganza di Roberto Mancini, quello che un tempo sapeva anche sorridere

 

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