Editoriale

Un alieno a San Siro (Frank de Boer e la rivoluzione etica, istruzioni per l’uso)

Di Hendrik van der Decken

Nella domenica di Inter-Bologna, Frank de Boer ha marcato la grande distanza che passa tra lui e la cultura, calcistica e non, del nostro Paese: alcune sue decisioni e dichiarazioni hanno mostrato un altro modo di guidare una squadra, un modo a noi non tanto familiare. Naturalmente i commenti a questi avvenimenti inusuali non si sono lasciati attendere, e registriamo come al solito alcune banalità nella stampa mainstream (“paturnie psicoparacalcistiche” secondo la definizione di un giornalista di Repubblica, che evidentemente guarda ma non fa il minimo sforzo per capire ciò che vede). Fortunatamente non dobbiamo fornire la pappa precotta a nessun lettore, quindi si può ragionare tranquillamente su ciò che abbiamo visto accadere domenica pomeriggio cercando di capire un po’ di più il modo di agire di un allenatore certamente diverso da quelli ai quali siamo abituati.

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In maniera totalmente irrituale per le nostre latitudini, l’allenatore nerazzurro ha deciso di operare una sostituzione per scelta tecnica dopo neanche mezz’ora di gioco, in una squadra già orfana di due titolari infortunatisi nel riscaldamento mattutino. Al 28’ del primo tempo Geoffrey Kondogbia ha lasciato il posto ad Assane Gnoukouri, ventun’anni, del quale l’anno scorso si erano perse le tracce non avendo praticamente mai messo piede in campo. Qui ci sono due azioni non completamente nuove per il calcio italiano, ma sicuramente rarissime: la prima è stata cambiare un calciatore perché insoddisfacente nel suo rendimento in campo nel primo tempo, cosa che da noi ha sempre lasciato strascichi, polemiche, conflitti sotterranei nello spogliatoio. Solo allenatori esperti e, diciamo così, momentaneamente intoccabili si sono permessi di fare un cambio del genere in passato. Qua invece siamo di fronte ad un allenatore che è in Italia da 50 giorni e che 8 giorni fa, a leggere certi giornali e siti web, era a un passo dall’esonero: forse non la mossa migliore per stare tranquillo e passare indenne la tempesta, ma questo la dice lunga sul carattere di chi è arrivato alla guida dell’Inter. La seconda azione inusuale, soprattutto per i grandi club, è affidarsi al giovane che proviene dalle giovanili dandogli fiducia piena, sapendo ed accettando che possa sbagliare ma estremamente consapevole che senza quegli sbagli commessi in situazioni reali e in partite vere, il ventenne promettente non potrà, ammesso che il suo talento potenzialmente glie lo permetta, raggiungere livelli da giocatore da grande squadra molto presto.
Dall’osservatorio privilegiato in cui casualmente mi ritrovo, un italiano che vive nei Paesi Bassi da molto tempo ormai, certe azioni mi risultano molto chiare perché incastonate in un ambito culturale a me noto, ma mi rendo conto della distanza che passa tra Amsterdam e Milano, e quindi forse sono necessarie delle “istruzioni per l’uso”. Prendetele per quello che sono: nessuna pretesa di incontrovertibile verità, solo il mio pensiero basato su ciò che so e ciò che vedo.

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Post-partita, uno
“Quando un giocatore gioca all’Inter deve essere professionale, questo è normale. Per me se un giocatore fa un errore, non è un problema. Però abbiamo parlato molte volte di questo, e se non ascolta deve sentire” (F. de Boer)
Ogni volta che c’è un cosiddetto “caso”, all’Inter come da altre parti, la tendenza che noto – anche mia, sia ben chiaro – è sempre quella di empatizzare col giocatore. Escluso, panchinato, tribunato, sostituito (anche non al 28’ del primo tempo), c’è sempre la tendenza a consolare l’individuo e a mettere pregiudizialmente in discussione la decisione dell’allenatore, il quale deve dimostrare (lui) che in realtà la decisione non è contro l’individuo ma semplice scelta tecnica per il bene della squadra. Il tutto, spesso, viene anche ribadito con forza nelle interviste, dove chi fa le domande fa finta di non sapere di avere appena ascoltato un’ovvietà che non dovrebbe neanche essere ribadita, tanto è scontata. Un allenatore che prende una decisione per il male della squadra si deve ancora vedere, e tra l’altro di solito il sedere preso a calci in caso di sconfitta è sempre il suo, non quello dei professionisti pagati per essere esclusi, panchinati, tribunati, sostituiti.
Frank de Boer domenica pomeriggio ha declinato sul campo una cosa che aveva detto a proposito di alcuni comportamenti censurabili tenuti da Brozovic e per questo escluso dalle convocazioni nelle ultime gare: “nessuno è più importante dell’Inter”. Neanche uno pagato 35 milioni di euro e con il terzo ingaggio della rosa. Probabilmente neanche Icardi, nella visione dell’allenatore olandese, lo è. Se deve sostituire un giocatore dopo 20 minuti per il bene dell’Inter, lo fa. Il giocatore (Kondogbia, in questo caso ma il chi è relativo, credo) è un professionista, è pagato anche per ascoltare ciò che gli istruisce il suo tecnico. Se non ascolta, deve stare a sentire, sedendosi in panchina. Ma questo modus operandi è completamente coerente con quanto detto per spiegare l’esclusione dell’epic-centrocampista: nessuno è più importante dell’Inter.

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Più in generale, intravedo in questo la differenza culturale tra un popolo di geniali individualisti, gli italiani, e un popolo di collettivisti sopravvissuti, gli olandesi. Ci sono spiegazioni storiche sul perché noi privilegiamo l’individuo e abbiamo un senso del collettivo vicino allo zero, ma inutile dilungarsi qui: ogni manuale di storia delle superiori potrà farvi capire che se per 1500 anni la propria vita dipende dal capriccio di un signorotto locale o di un’autorità lontana, straniera e spesso indifferente, la mentalità risultante non può essere che quella di proteggersi individualmente e rispetto al proprio nucleo familiare. È normale, oserei quindi dire, che noi italiani si vada istintivamente verso la protezione dell’individuo, che in questo caso è poi il nostro beniamino che va in campo, piuttosto che pensare al bene comune che è quello della squadra.
Gli olandesi invece sono stati obbligati, pena la sopravvivenza, a basare le loro azioni sulla collettività e sullo sforzo coordinato comune. Non ci si può difendere dalle acque vivendo su un territorio che è per il 60% sotto il livello del mare senza azioni che non possono essere altro che collettive: perché un sistema di dighe non si può costruire individualmente e deve essere armonizzato con tutto il resto. Ognuno è figlio della propria storia, e si hanno sulle spalle 1000 anni di lotte strenue contro la natura, questo non può non incidere sulla mentalità di chi nasce e vive lì. Si cerca il compromesso tra molte teste, ma una volta presa la decisione l’individuo deve attenersi alla direttiva collettiva, pena l’esclusione, anche sociale. Questo accade continuamente: al lavoro, al circolo sportivo, all’assemblea di condominio, a scuola. Capisco le perplessità: quando sono arrivato nei Paesi Bassi e ho cominciato a capire un po’ di più il tipo di società in cui mi trovavo, mi sembrava una mentalità molto restrittiva: in realtà è solo un discorso di priorità che alla fine porta più vantaggi che svantaggi, ma questo è il mio parere personale.

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Altro punto per me di una chiarezza abbagliante, molto olandese (e in generale molto nordico e anglosassone): ruoli e responsabilità sono chiare. L’allenatore X (ma anche il quadro dell’azienda, il responsabile scolastico, il volontario alla società sportiva) è pagato per svolgere alcuni compiti, e tra questi c’è quello di dire al giocatore Y come fare la tal cosa. Se Y la fa e la sbaglia, non c’è problema: ci si lavora insieme finché non la fa bene. Se decide di non farla, allora ci sono conseguenze. In inglese si chiama “accountability” e di solito noi la traduciamo con “responsabilità”, ma non è esattamente questo: essere “accountable” vuol dire rispondere del proprio operato verso qualcun altro. Vi hanno dato un compito, contando sul fatto che siate “accountable” e quindi svolgerete quel compito al meglio delle vostre possibilità per renderne poi conto alla collettività (di squadra, aziendale, del circolo dell’uncinetto, non fa differenza).
In quella sostituzione c’è un po’ di tutto quanto appena esposto – consapevolmente o meno non saprei dirlo, bisognerebbe chiederlo a Frank de Boer – che indica una mentalità molto diversa dalla nostra e alla quale secondo me bisognerebbe fare riferimento se si vuol capire ciò che è accaduto domenica.
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Post-partita, due
“A 23 anni non sei un giovane calciatore, sei un professionista. A 19-20 anni sei giovane” (F. De Boer)
Qui probabilmente più che un post servirebbe un trattato di sociologia. Senza arrivare alle stucchevoli polemiche sui “bamboccioni” e lasciando da parte le lodevoli eccezioni, mi sembra assodato che la società italiana nel suo complesso faccia di tutto per scoraggiare qualsiasi accelerazione della crescita psicofisica dei propri membri. A 30 anni sei un ragazzo o una ragazza, a 40 sei un giovane o una giovane (soprattutto in politica e nei ruoli decisionali), e così via. Se sei un calciatore, a 23 anni sei decisamente giovane, ma se sei un calciatore professionista che guadagna svariati milioni a stagione probabilmente hai perso qualche tutela sotto il profilo dell’età agli occhi dell’allenatore che proviene da un’altro tipo di società meno gerontocratica.

Il calcio italiano di tanto in tanto, e più frequentemente quando i risultati della nazionale non sono positivi, parte sempre con la stucchevole polemica degli stranieri che rubano il posto agli italiani, anche nel calcio. Lasciando da parte quella che a mio parere è un’idiozia, visto che i talenti sufficientemente bravi troveranno sempre posto nelle squadre in cui giocano indipendentemente dal passaporto, fermiamoci un attimo ad analizzare quello che nella cultura calcistica italiana è un “giovane calciatore”.
Abbiamo avuto esempi mediatici sull’altra sponda del Naviglio di giovani di quasi trent’anni, come Luca Antonini. Ma questo è un estremo: quel che invece è abbastanza norrmale, soprattutto nei club di seconda e terza fascia, è vedere giocatori di 22/23 anni che stentano ad essere messi in campo dai propri allenatori, i quali hanno una paura fottuta degli errori che i “giovani” possono commettere. Quindi, alla fine, il giocatore trentenne di lungo corso avrà la preferenza finale confinando in panchina il “giovane”, il quale, poveraccio, non ha potuto sperimentare il miglioramento tramite errori quando aveva vent’anni, e i suoi errori li fa più tardi. Perché? Perché allora era “troppo giovane” e doveva andare in prestito a giocare nella Salcazzese.
Avete capito dove voglio andare a parare: se i giocatori potenzialmente validi non imparano presto a giocare partite tipo, non dico Inter-Juve, ma almeno un Inter-Bologna o un Inter-Empoli, quando avranno la forza mentale e l’esperienza per imporsi ad alto livello?

Mi viene in mente Candreva, buonissimo giocatore che va a farsi un Europeo da titolare ma che divide la sua carriera tutta tra la provincia e la Lazio, in questo momento non un top club, passando per la sponda bianconera di Torino a 22 anni e non lascia traccia, arrivando finalmente per giocare da protagonista in una squadra di alto livello alla soglia dei 30 anni. Poteva diventare un giocatore di club di prima fascia molto prima? Probabilmente sì. Ma l’abitudine a giocare per obiettivi alti devi acquisirla prima che puoi, altrimenti paghi dazio alla pressione. È normale, è umano, è logico, e anche operare sotto stress è una qualità che si può allenare.
Ed ecco quindi che, date le contingenze, Frank de Boer non si fa il minimo problema a mettere titolare della fascia difensiva sinistra Senna Miangue, diciannovenne belga già mandato in campo contro la Juve nel momento in cui Santon ha ceduto fisicamente. Sorprendente? Per le nostre abitudini e latitudini senz’altro sì.
Questo tipo di atteggiamento pro-giovani da parte di Frank de Boer non può non essere figlio della sua storia calcistica all’Ajax e dell’aver vissuto da allenatore il calcio olandese degli ultimi dieci anni, dove i giocatori migliori prima sono titolari nelle loro squadre già a 18/19 anni e poi a 22/23 migrano per lidi dove gli ingaggi sono molto più alti. Ma è figlio anche della cultura generale del suo paese, dove a 18 anni si deve cercare di cavarsela da soli, che sia all’università o al lavoro, andando a vivere per conto proprio, anche se la crisi si fa sentire anche nei Paesi Bassi e il numero di giovani che rimangono in famiglia più a lungo sta aumentando velocemente. E quindi a 18 anni sei giovane, ma a 23 sei nella maggior parte dei casi un adulto formato e responsabile, per quanto decisamente ancora giovane.
Avere l’alieno Frank in panchina potrebbe portare la società nerazzurra ad avere molti più Miangue e Gnoukouri da far crescere tra i più grandi, e magari da poter inserire stabilmente tra i membri della rosa.

Di certo è che giocando di più si valorizzano di più, e chissà che anche altri allenatori possano seguire l’esempio dell’olandese. Sarebbe divertente che un allenatore straniero della squadra tacciata da sempre di non fare il bene del calcio italiano per avere troppi stranieri, aprisse la via per un cambiamento epocale nella cultura calcistica italiana.

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Editoriale

Esoneriamo de Boer, vendiamo Icardi al Napoli, vergogniamoci! (le pagelle di Inter – Juventus)

Frank de Boer sa che deve avere una grandissima pazienza. Chissà quante volte se lo ripete, chissà quante si impone il mantra dell’uomo che ama più il lavoro delle chiacchiere: non perdere la calma, non innervosirti, non perdere la calma.  Ma soprattutto caro e santissimo Frankie non deve essere facile non rispondere alla valanga di minchiate in bello o bruttissimo stile che ti hanno scaricato addosso in questo primo mese e in particolare dopo la prima di Europa League. Incapace, improvvisato, scarso, folle, impreparato. Lo avevano già esonerato tutti i divanisti d’Italia, forse proprio nei momenti in cui preparava maniacalmente bene la partita più difficile e importante. L’ha vinta lui ed è stata una partita giocata come l’Inter non faceva da tempo. Organizzata, aggressiva, veloce e determinata. Per esoneri e voli di uccellacci neri c’è tempo, ora goditi la vittoria Frank.

***

Handanovic – Va bene, questa volta non insisteremo sul tema del sorriso e della voglia. Tutto è perdonato. Non sbaglia nulla, è concentrato e reattivo anche quando lui e i centrali rischiano di fare il patatrac nei minuti di recupero (esco-non esco-mia-tua). Giallo di un giallo fluo, Para quel poco che c’è da parare ed esce bene, riesce a dare sicurezza ai compagni e sacrifica la sua incolumità per salvare la porta. Tutto quello che ti aspetteresti da un portiere del suo livello e che invece di tanto in tanto con Handanovic sembra un lusso voto 6,5

D’Ambrosio – Quanta fretta ma dove corri, dove vai? Danilo è un faticatore e questo l’abbiamo scritto anche in passato. Non gli puoi chiedere di giocare di fino ma quando deve usare il martello non si fa scrupoli. Alcuni errori di piazzamento, alcune sovrapposizioni sbagliate o finite ingloriosamente franando su Candreva, ma quello che può dare D’Ambrosio lo da e non è una cosa da poco. voto 6

Miranda – Ezechiele 25:17. Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te. Mandzukic, a occhio e croce dovresti averne buscate abbastanza. Tutto quello che chiediamo a un difensore, tutto quello che dovrebbe fare un difensore Miranda lo fa. voto 8

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Murillo – Con quel fisico e quella faccia ci sono diverse opportunità di carriera:

  1. L’accompagnatore di anziane signore ricche
  2. L’attore porno della east coast (che per arrotondare riceve a Miami e dintorni)
  3. Il difensore colombiano.

Per nostra grandissima fortuna Jeison ha scelto la 3 (anche se il sospetto che non disdegni le prime due ce l’abbiamo). Voto 7

Santon – Non è un uomo, è il testo di Pensiero stupendo. Un po’ perché si muove lento e circospetto come uno che fa petting per la prima volta e un po’ perché a volte all’improvviso fa talmente tanto casino che sembra che in quel letto, pardon, in quella zona del campo siano in 3. Male in copertura sull’uomo, male sul gol della Juventus, timidi segnali di ripresa negli altri fondamentali e nelle altre zone del campo. voto 5,5

Medel – Lotta e corre come un leone, spesso è l’unico che accorcia il campo e sale a raddoppiare e aiutare i compagni. Recupera molti palloni, ne gioca pochi rispetto alle partite precedenti, Ecco, forse il segreto è questo. voto 6,5

Joao Mario – Giuro di aver sentito Leonardo che dopo la partita a Sky lo ha definito giocatore discreto. Certo, come no. Corre, recupera palloni, chiude linee di passaggio, cuce il gioco, contrasta, salta l’uomo, gioca spalle alla porta e fa salire gli esterni. Sa fare qualsiasi cosa, le fa tutte bene. Certo, forse non ha lasciato in ordine l’armadietto e alcuni dicono di averlo visto sbadigliare senza mettere la mano davanti alla bocca e forse a queste terribili cadute di stile si riferisce Leonardo voto 7

Banega – Smista più palloni lui di tutti gli altri centrocampisti messi insieme, pensa calcio a una velocità che ad altri costerebbe un’emicrania letale. Due ammonizioni, una spesa meglio dell’altra, la dimostrazione che la qualità che tutti gli attribuivano è vera e lotta insieme a noi. Best Banega Ever voto 8

Candreva – Non solo si fa un mazzo tanto su e giù per la fascia ma riesce anche a mettere buoni palloni, a non abbandonare D’Ambrosio al suo destino e a scambiare fascia, maglia e intimo con Eder senza che i loro marcatori se ne accorgano, un numero che i due ormai propongono nei migliori teatri off milanesi voto 6,5

Eder – Un brutto anatroccolo lanciato nello spazio, anzi negli spazi. Bravissimo a pressare alto insieme a Icardi, bravissimo a ripiegare e aiutare quando la Juventus passava la linea del suo pressing, bravissimo a imitare l’accento romano di Candreva per confondere Lichtsteiner, che a sua volta è parso un po’ confuso dagli schieramenti in campo e non ha esultato per rispetto della sua ex squadra voto 7

Icardi – Aggiungiamo un nostro personale cuoricino a quelli dell’sms di Wanda Nara. Cuoricini per te Mauro, che non presti attenzione ai cialtroni che ti contestano e continui implacabile a segnare. 7 gol in 8 partite alla Juventus. Ti ha fatto qualcosa la Juve, Mauro? Perché se ti ha fatto qualcosa speriamo te lo faccia di nuovo. Pressa, passa, salta, tocca, filtra, gioca e sorride. voto 9

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Primizie dalla panchina

Felipe Melo – Banega provoca, lui mena. Un po’ di legna quando serviva, lento come solo lui sa essere lento. voto 6

Senna – Alto, elegante e ben educato, quando tutti pensano che Dybala lo stia per annodare, lui gli strappa la palla e se ne va. Dato per vittima sacrificale negli ultimi minuti considerata la totale inesperienza a quel livello, gioca con grande serenità e fa sperare in cose buone voto 6

Ivan Perisc – Gioca mezz’ora e mette a ferro e fuoco la sua fascia. Dispone a suo piacimento di Lichtsteiner e a un certo punto rischia di essere denunciato per atti bullismo (il certo punto è la quinta volta su cinque che lo lascia sul posto per accentrarsi). Prima prova ad andare in mezzo per scaricare il destro, poi la passa e infine segna di testa su esterno prodigioso di Icardi. Ecco, di testa la prende sempre lui, tanto che Handanovic pare divertirsi a tirargliela addosso – voto 7,5

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Frank de Boer – Che ridere Frankie, che ridere. Ora tutti a sostenere che non intendevano quel che intendevano. Invece no Frankie, teniamolo pulito questo primo carro dei vincitori. Chi voleva che tu fossi esonerato voleva proprio che tu fossi esonerato. Fortuna che a volte il calcio è una scienza esatta. Se giochi meglio, vinci voto 8

 

 

 

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Amarcord, Editoriale

La Quarta Dimensione (pezzi lunghi e molto intelligenti del sabato)

Di Hendrik van der Decken
Ho letto ieri su Twitter di sfuggita qualcuno che ha scritto: “Il problema è che noi dagli anni ’80 non ne vogliamo uscire!”. Da vecchio e insofferente quale sono mi sono ricordato subito dell’insopportabile revival degli anni ’60, quando i miei genitori avevano circa la mia età: mi chiedevo per quanto avrei dovuto sopportare quella rottura di balle imperante che sguazzava tra “Bandiera Gialla” e Bobby Solo.
Me ne sono ricordato perché in effetti gli anni ’80, e pure un pezzo dei ’90, oggi li vedo proprio come i miei vedevano gli anni ’60. Tre colpi di cassa, Frankie che grida “Relax!” ed è subito quarta liceo, gli amici, il mare della mia città di allora, il primo amore serio. Insomma, alla fine il tempo del revival non è altro che una profonda nostalgia di quando avevamo vent’anni. La musica conta fino a un certo punto, i film e la TV pure: non importa se fossero davvero buoni come pensiamo oggi che siano; è il desiderio di tornare là, quando avevamo un mondo di opportunità tutte possibili e inesplorate, e tutta la vita davanti.

Nel microcosmo compresso del tempo nerazzurro, ad ogni disastro di novanta minuti che ci tocca assistere, la nostalgia dell’Inter invincibile torna sempre a galla, anche nel più razionale dei tifosi: il tempo in cui la squadra era forte, ti lamentavi di gente in panchina che oggi sarebbe la stella assoluta della rosa o giù di lì, e avevi un mondo di opportunità davanti al tuo futuro di tifoso.
A differenza dell’età biologica, ché quella non puoi fermarla se non in modo abbastanza drastico e non auspicabile, e a differenza della valutazione estetica su musica e spettacoli operata dalla lente deformante del tempo, i risultati non possono essere alterati: quell’Inter vinceva, stravinceva, era solida, e apriva nei nostri orizzonti temporali un futuro luminoso.
Soprattutto, nel mio pessimismo cosmico, mi ero adagiato sulla logica considerazione che quelle serate foriere di incazzature e prese per il culo grazie a nomi di giocatori improbabili e squadre ancora meno probabili, erano finite per sempre: certo, vincere altri cinque scudetti di fila dopo i primi cinque sarebbe stato improbabile e contro la logica delle cose, ma una costante competitività, che è quello che alla fine ogni tifoso vorrebbe dalla sua squadra, quella sì, quella mi sembrava davvero a portata di mano. E farla finita probabilmente per sempre con gli Aaltonen (quanti docenti universitari al mondo possono dire “sapete, una volta ho segnato un gol della madonna all’Inter”? ve lo dico io: uno. Lui).
Cos’è successo? Perché l’Inter è entrata in un loop temporale in stile Groundhog Day con Bill Murray a rappresentare tutti noi tifosi della Beneamata? Perché ogni stagione è stata “peggiore della precedente e migliore della successiva”, come tormentava sui social @_cristiano73? Ogni stagione è naufragata contro gli scogli del “vincere subito”, dell’”obbligo di essere in CL”, del “noi siamo l’Inter”, tutti slogan ed auspici legittimi ma controproducenti se devono essere tradotti in risultati da raggiungere a tutti i costi con Rocchi, Schelotto, Gargano, e via tristemente elencando fino agli odierni orrori visti ieri sera pascolare immotivatamente sul prato di San Siro, indossando dei costumi inneggianti a note gazzose, e regalando la serata della vita a un oscuro club israeliano al suo esordio assoluto sul palcosenico europeo.
Sognavo che certi nomi di squadre sinonimo di fegato infiammato, tipo Hapoel Beer-Sheva, sarebbero finite per sempre nel momento in cui il 23 maggio 2010 il presidente che ha vinto tutto avesse detto a noi tifosi: “Ragazzi, ho fatto uno sforzo oltre il possibile e forse l’impossibile per regalare questa vetta probabilmente ineguagliabile che ci sta facendo vivere momenti indimenticabili per tutti noi. Adesso bisogna voltare pagina perché quest’impossibilità non può più essere sostenuta, e i conti non sono tanto simpat-tici: bisogna rifondare, tornare grandi attraverso un’altra via, magari un allenatore che possa far crescere giocatori giovani, man mano che i nostri eroi van via verso nuove sfide, con un gioco solido che sia costruito nel tempo. E certo, sopporteremo insieme che per un paio di stagioni saremo lontani dalla vetta, ma un po’ di tempo possiamo permettercelo”.
Ecco, di nuovo il tempo, la quarta dimensione: che cos’è il tempo? Sant’Agostino rispondeva “se non me lo chiedi lo so, ma se invece mi chiedi cosa sia non lo so più”. Se lo chiedi ai tifosi interisti è diventato un cerchio dove incontri le stesse persone, gli stessi giocatori (anche quando non lo sono, poi in campo vedi che son gli stessi), gli stessi progressi, gli stessi fallimenti, gli stessi allenatori tritati (anche quando cambiano di nome e persino nazionalità), gli stessi errori, da troppo tempo, senza mai uscirne fuori. Perché quell’idea di gestione programmata da lungimirante dirigenza non ha mai avuto luogo, lasciando – purtroppo o per fortuna, non lo so – spazio esclusivo ad una gestione tifosa finché gli obblighi della ragioneria hanno avuto precedenza assoluta fino al punto di fare provini a ex-calciatori per vedere se potevano rappresentare un rinforzo possibile. Da lì in poi cambi di proprietà, transizioni difficili di per sé aggravate da cambi radicali di cultura, manageriale e non, non hanno invertito la rotta, almeno fino ad oggi.
Ora, rimbalzando al settembre 2016, ci sono solo due modi per affrontare la questione: o continuiamo a stare su quel cerchio, e quindi possiamo tranquillamente parlare dell’ennesimo cambio di allenatore (cosa che mi aspetto, anche se spero che nessuno sia così imbecille da pensare di mandare via quello attuale a stagione in corso) e ricominciare da zero. Per la settima volta consecutiva.

Oppure cambiare improvvisamente schema e sopportare i colpi, anche quando arrivano da tale Buzaglo, (Aaltonen, in ebraico: me l’ha detto la mia vicina di casa israeliana) cercando di portare avanti un discorso compiuto che passi necessariamente attraverso delle delusioni, anche belle forti.
Sembra evidente, e quasi offensivo verso chi legge rimarcarlo, che cambiare allenatore al 10 di agosto NON È probabilisticamente parlando una mossa destinata a regalarti una stagione di grandi soddisfazioni. Il mio personale convincimento era ed è che ogni giorno passato con Roberto Mancini dal momento in cui ha esordito con quella conferenza stampa di presentazione della stagione, è stato un giorno buttato. Ma se anche avessero cambiato la guida tecnica al primo giorno di ritiro come avevo auspicato, in ogni caso le probabilità di aver buttato nel cesso la stagione sarebero state altissime. Figurarsi il 10 di agosto.
Cosa vuole fare questa nuova proprietà? Ripartire da zero ancora una volta, resettando il cronometro, o approfittare di questa situazione e buttare delle basi che qualcuno in futuro, magari non Frank de Boer, possa utilizzare al meglio? Se c’è una cosa che la percezione del tempo ci può insegnare è quella che non passa allo stesso modo per tutti: quindi, il consiglio di un vecchio tifoso interista insofferente non può essere che questo: datevi una misura oggettiva. Aspettate fino a un tempo dato, che sia ragionevole. L’allenatore stesso ha risposto a domanda precisa: “Vedrete la squadra che voglio più o meno a gennaio”. Gennaio non è una percezione, è una misura: aspettare gennaio e nel frattempo pregare di non incazzarsi troppo è la cosa più giusta – e anche la più difficile per tutti noi drogati di Inter – da fare, osservando come de Boer nel frattempo possa, se in grado, mettere in piedi una squadra di almeno 14/15 giocatori su cui fare affidamento. A gennaio, se le cose non sono come l’allenatore ha previsto, è giusto che ci sia della critica, anche feroce.
L’interismo non è facile, purtroppo questa squadra nelle ultime cinque stagioni non perde occasioni di ricordarcelo. Ma se volevamo un tifo molto facile sappiamo tutti dove dovevamo andare: là dove purtroppo vincono, ma i calcoli sul tempo non li sanno fare, e a dire il vero hanno un sacco di problemi anche con le addizioni di base. Domenica è l’occasione giusta per inizare un nuovo tempo, spezzare il cerchio e dare un calcio nel culo alla marmotta alla salute di Bill Murray. Che ognuno faccia la sua parte, in primis i giocatori. Il resto verrà da sé.

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La Tattica, Posta

Riempire il bicchiere mezzo pieno (analisi tattica di Pescara – Inter)

di Michele Tossani – @MicheleTossani

Se il calcio, come spesso si fa, deve essere giudicato sulla base dei risultati, l’Inter che torna con tre punti dallo stadio Adriatico deve essere valutata positivamente. Ma anche qualora, al contrario, si volesse valutare la prestazione indipendentemente dall’esito finale della partita, il giudizio sui Nerazzurri dovrebbe essere favorevole.

Un Inter non ancora scintillante come media e tifosi vorrebbero ma sicuramente in progresso rispetto alle precedenti esibizioni riesce infatti ad imporsi su un campo ad oggi difficile. Certo, resta ancora molto da fare ma se consideriamo il fatto che Frank De Boer ha ricevuto la squadra a dodici giorni dalla fine del ritiro e che, durante la pausa internazionale, molti giocatori sono rimasti lontani dalla Pinetina (inficiando così la possibilità del tecnico olandese di poter sfruttare i quindici giorni che hanno separato la prova interna con il Palermo dalla partita di Pescara per poter continuare a instillare i propri principi tattici al gruppo), quanto visto nel posticipo domenicale della terza giornata di campionato deve lasciare, almeno parzialmente, soddisfatti.

Varando ancora il sistema di partenza, l’allenatore olandese ha schierato i Nerazzurri con un 4-2-3-1 che prevedeva il neoacquisto Joao Mario al fianco di Medel con Banega spostato in avanti come trequartista alle spalle di Icardi. Candreva trovava spazio sulla destra, con Perisici a sinistra.

Inizialmente il Pescara, disposto da Oddo col 4-3-2-1, riusciva a mettere in difficoltà il palleggio nerazzurro chiudendo i varchi centralmente e costringendo gli uomini di De Boer a muovere palla sugli esterni. Tuttavia questo favoriva proprio il piano tattico dell’Inter che De Boer vuole proprio in grado di agire efficacemente sugli esterni.

Poco pressati da avversari che pensavano più a coprire e ad aggredire all’altezza della metà campo che a portare un pressing alto, i due centrali nerazzurri Medel e Miranda aveva quindi la possibilità di muovere la palla da destra a sinistra.

Sulle fasce agivano le coppie formate da D’Ambrosio e Candreva a destra e da Santon e Perisic a sinistra. Mentre però, sulla sinistra, l’Inter aveva difficoltà ad avanzare contro la coppia trequartista – interno di centrocampo del Pescara, sulla sinistra i Nerazzurri trovavano più spazio, a causa della poca resistenza offerta dalla squadra di Oddo. Le occasioni dell’Inter sono proprio arrivate dalle fasce anche se in misura minore rispetto al controllo della partita avuto dagli uomini di De Boer. Questo perché, ancora una volta, i terzini interisti, fondamentali nel gioco dell’olandese, hanno mostrato scarsa qualità in fase offensiva, risultata in un cattivo supporto dato da Santon e D’Ambrosio a Perisic e Candreva.

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Per ovviare agli eccessivi spazi lasciati sugli esterni, Oddo chiedeva ai suoi di disporsi 4-1-4-1 in fase di non possesso. Da quel momento le cose miglioravano per gli abruzzesi, con l’Inter che cominciava a mostrare difficoltà nella fluidità della manovra. In questo senso, è apparsa ancora evidente l’incapacità dei Nerazzurri di sfruttare al meglio Banega che spesso si trovava a predicare da solo nella trequarti avversaria.

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LA FASE DIFENSIVA

Dove l’Inter ha mostrato le maggiori falle è stato nei meccanismi difensivi. Contrariamente a quanto visto contro il Palermo infatti la difesa nerazzurra è stata in difficoltà quando il Pescara, dopo essere riuscito a trovare Brugman e a superare la prima linea di pressione interista, si mostrava abile a riversarsi nella metà campo difensiva dell’Inter. La squadra di De Boer ha sofferto il contropiede avversario, particolarmente dopo l’ingresso di una punta di ruolo come Bahebeck in grado di attaccare la profondità. Certo è altrettanto vero, come sottolineato da De Boer a fine gara, che alcune occasioni da gol del Pescara sono scaturite da palloni persi in fase di impostazione dagli interisti come quello di Banega (il secondo dopo quello perso contro il Palermo) da cui è poi scaturito il gol pescarese.

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MOURINHO

Sotto di un gol, De Boer ha operato una mossa alla Mourinho facendo tre cambi contemporaneamente e, soprattutto, inserendo tre giocatori offensivi. La squadra, con gli ingressi di Jovetic, Eder e Palacio veniva ridisegnata con quattro giocatori in avanti e con la coppia di centrocampisti costituita da Banega e Joao Mario. Questo cambio super offensivo ha avuto il merito di chiudere ancora di più il Pescara nella propria tre quarti difensiva, aumentando la pressione offensiva che si è poi concretizzata nella doppietta di Icardi. Molti critici hanno parlato di fortuna stigmatizzando la decisione dell’olandese di cambiare in quel modo la squadra. Ancora una volta queste critiche appaiono un po’ prevenute. Premesso che se il cambio lo avesse effettuato Mourinho in persona pochi probabilmente avrebbero osato contestarlo, l’inserimento di tre giocatori così offensivi non ha fatto altro che aumentare il potenziale d’attacco di una squadra che non poteva accontentarsi nemmeno del pareggio, che sarebbe stato interpretato da certa stampa alla stregua di una sconfitta.

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Detto questo, De Boer ha mostrato quel coraggio che ci si aspetta da un tecnico educato da un calcio di stampo prettamente offensivo come quello olandese. È chiaro come questo tipo di approccio possa provocare delle falle a livello difensivo. Su queste De Boer dovrà lavorare nel suo processo di adattamento al calcio italiano.

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Editoriale

Under Pressure (Frank de Boer visto dall’Olanda e la gratuità insopportabile delle critiche)

Di Hendrik van der Decken – @milestemplaris

Nell’Ajax 2016/17 ha trovato posto Heiko Westermann, difensore tedesco di 33 anni, voluto per accrescere il tasso di esperienza della difesa in vista della qualificazione ai gruppi di Champions League. Mossa non riuscita, a quanto pare, vista la scoppola presa dal Rostov (4-1 per i russi), e conseguente eliminazione. Westermann ha trascorso la sua carriera quasi interamente in Bundesliga: Arminia Bielefeld, Schalke, Amburgo, con la parentesi della scorsa stagione in Spagna al Real Betis. Insomma, un difensore di discreto livello e con una buona esperienza. Intervistato dall’Hamburger Morgenpost a fine agosto sulle sue prime impressioni dopo i primi mesi ai Lanceri, la prima cosa che Westermann ha detto è stata: “La pressione all’Ajax è incredibile. Qui ci si misura davvero solo sui trofei, e per questo quest’anno noi dobbiamo assolutamente vincere, dopo due stagioni di fila senza titoli”.

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Capisco la perplessità e i chissenefrega che volano copiosi verso lo schermo da parte dei lettori nerazzurri, ma l’incipit sul tedescone dell’Ajax mi serve per dire due parole su Frank de Boer ed il suo inizio travagliato sulla panchina della Beneamata. Per quanto il campionato olandese sia oggettivamente un torneo di livello non eccelso, la pressione che mette sull’allenatore una piazza come quella di Amsterdam adusa ai successi del presente ed orgogliosa di splendori assoluti del passato non è assolutamente inferiore a quella che noi tifosi siamo capaci di mettere – spesso a sproposito – sui condottieri che abbiamo avuto il piacere, e a volta la sciagura, di vedere alla guida dell’Inter.

Ad Amsterdam si deve vincere per forza, e per giunta giocando bene. Al contrario di molti campionati di livello superiore come la serie A delle ultime stagioni, la Bundesliga e la Ligue 1, l’Eredivisie ha la caratteristica di non avere mai o quasi mai avuto una squadra che vince il titolo a febbraio, ma male che vada è sempre un duello testa a testa, e a volta addirittura a tre. E la tensione di dover vincere sempre può giocare bruttissimi scherzi, come de Boer e l’Ajax sanno fin troppo bene dopo quel pomeriggio di maggio a Deventer, dove il titolo di campione d’Olanda già praticamente vinto è stato buttato nella spazzatura causa pareggio contro la penultima in classifica.

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Tutto questo mi è venuto in mente leggendo l’ennesimo articolo in cui si è parlato della pressione sull’allenatore di Hoorn che ora è alla guida dell’Inter e che si deve misurare con ben altri obiettivi, del timore o del disagio iniziale a dover gestire uno spogliatoio fatto di giocatori formati e non in divenire, ed altre amenità del genere.

Balle.

Frank de Boer ha preso l’Ajax in corsa il 6 dicembre 2010 da allenatore dell’equivalente della nostra Primavera, subentrando a Martin Jol, uno dei santoni del calcio olandese, che stava mandando alla malora l’ennesima stagione. Gli Amsterdammers, in quel momento, non vincevano un titolo dal 2004, sei interminabili stagioni. La squadra aveva dei giovani come da tradizione, certo, ma non così tanti come ne ha avuti in seguito: aveva difensori esperti come Ooijer e Oleguer, centrocampisti di sostanza e maturità come de Zeeuw e Anita, attaccanti come Suarez e El Hamdaoui. Nessuno ha fatto sconti all’esordiente de Boer, il quale ha vinto proprio in quella stagione il trentesimo titolo per i Lanceri, vincendone poi altri tre in fila, cosa che nessun allenatore era mai riuscito a fare in Olanda, neanche Rinus Michels o van Gaal, e già questo potrebbe bastare per mettere a tacere chi lo ha definito uno “Stramaccioni fortunato”.

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La storia di questo allenatore è chiara, lasciando perdere i suoi trascorsi di giocatore di altissimo livello: non è e non può essere la pressione a spaventarlo, né tanto meno a condizionarlo. E di certo non credo possa essere neanche il fatto di non avere una squadra di ragazzini, perché il suo primo Ajax non lo era, anche se Christian Eriksen aveva 18 anni e giocava titolare.

I limiti di Frank de Boer possono essere quelli di un allenatore che ha sempre “litigato” un po’ con la lettura della gara e che è molto convinto delle sue scelte, tanto da non vedere a volte che è necessario cambiare qualcosa durante la partita, accuse che gli sono state rivolte più volte dalla critica calcistica olandese; possono essere quelli di una conoscenza limitata del calcio italiano e della serie A, ammesso che sia così, e della mentalità legata al calcio italiano tout court, molto distante dalla sua cultura e dal suo atteggiamento verso le cose di campo e quelle fuori dal rettangolo verde. Tutto questo è ciò che gli si può teoricamente imputare, e vedremo se sarà vero, come sembra trasparire anche dalle primissime partite, o se sarà capace di smentire questi limiti attraverso la prova inappellabile del campo.

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Ma oltre a questi limiti soggettivi, per ora tutti da verificare, esistono alcuni limiti oggettivi: sono quelli di una situazione complicata sin dal giorno del suo arrivo, causata da scelte errate della vecchia e della nuova dirigenza, coincise con un momento di transizione societaria e con una scarsa voglia di continuare ad allenare l’Inter da parte di Roberto Mancini: di questi limiti, però, de Boer non ne ha la responsabilità, checché ne scrivano alcuni (ho letto che non può lamentarsi della preparazione fatta da un altro con metodi non suoi, figurarsi).

Con molto più buon senso, ho letto un po’ dovunque che uno come de Boer deve avere del tempo per dare alla sua squadra automatismi sufficientemente affidabili da permettere l’efficacia del suo gioco. Ho letto anche che prendere una squadra a dieci giorni dall’inizio del campionato sarebbe difficile per chiunque, ed a maggior ragione per lui. Ho sentito Frank de Boer dire in conferenza stampa che i risultati del suo lavoro di dovrebbero vedere a gennaio, quando la condizione fisica e l’affiatamento della squadra relativamente alle sue idee di gioco saranno quelle necessarie per esprimerlo. Ed essendo egli uno di quegli allenatori che costruiscono nel tempo la forza della loro squadra e del loro gioco, mi sembra del tutto logico. Insomma, il sentimento generale nelle discussioni tra interisti era improntato a un sano realismo, basato su constatazione abbastanza ovvie ma con il preoccupante corollario che tutto ciò accade in un periodo dell’anno dove si giocano partite da tre punti, non delle amichevoli, ed è quindi evidente che lasciarne per strada era ed è l’eventualità più probabile.

Ma allora, perché?

Perché quegli sfoghi assurdi letti, sentiti ed osservati quasi dappertutto contro un allenatore che, per quanto detto sopra, sta facendo e sta ottenendo né più né meno ciò che tutti hanno pronosticato e che si aspettavano in 20 giorni di lavoro nelle circostanze date?

Lasciamo stare titoli di giornali e trasmissioni TV che hanno quasi sempre una predilezione (e chissà, forse una soddisfazione) nello sparare addosso al nerazzurro: ma i tifosi? Lungi da me dare patenti o lezioni, ci mancherebbe altro. Ognuno tifa come gli va, come vuole e come sente. Però poi sento e leggo della retorica del tifo diverso, del supporto speciale, e francamente m’incazzo: perché questo supporto speciale, questa differenza, nella mia ingenua visione delle cose si dovrebbe tramutare in un controllo della legittima arrabbiatura nel vedere l’Inter perdere malissimamente a Verona senza poi crocifiggere uno che ancora probabilmente sbaglia strada quando va alla Pinetina; si dovrebbe trasformare in una soddisfazione per i miglioramenti visti contro il Palermo piuttosto che sparare addosso all’allenatore che domenica, oltre a qualche suo errore – “normale” secondo la logica che ho espresso sopra – ha pagato dazio anche a un po’ di sfiga.

La mia impressione è che tutti razionalmente abbiamo annuito facendo sì con la nostra testolona quando leggevamo delle difficoltà di far partire una stagione nel modo bizzarro in cui Frank de Boer si è trovato a farlo e delle probabili delusioni inziali sul campo, ma poi – come tutti i tifosi – abbiamo incastonato nella testolona suddetta un bel retropensiero nel quale, contro ogni pronostico, l’Inter avrebbe sorprendentemente giocato bene e vinto, subito e da subito.

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Purtroppo, a volte, il calcio è una cosa abbastanza semplice: le ottime squadre hanno bisogno di tempo per diventarlo, come il buon vino, o come un lavoro fatto bene, o semplicemente come tutti noi quando al lavoro ci chiedono di fare una cosa nuova, e ci incazziamo se dopo una settimana ci vengono a fare le pulci perché non la stiamo facendo come vorrebbero che la facessimo.

Ed ecco Verona, ed ecco il pareggio col Palermo, e molta pressione da parte di tutti quanti; un bookmaker oggi darebbe una quota più bassa alla stagione che finisce male rispetto a quella che finisce bene. E quindi, per una volta, mi piacerebbe che le aspettative dei tifosi si mantenessero sinceramente basse: aiuterebbe a tenere tutto l’ambiente un po’ più sereno, e magari anche ad arrabbiarci di meno almeno per un po’, cosa che male non fa.

Inutile in questi frangenti continuare a urlacchiare che “siamo l’Inter” e scandalizzarsi perché le prestazioni non sono quelle che vorremmo: che io sappia nelle ultime cinque stagioni l’ho sentito a destra e a manca mille volte che siamo l’Inter, e non ha aiutato a correre di più e meglio di tante, troppe squadre, anche e soprattutto di tasso tecnico inferiore. Inutile anche rimarcare che un allenatore dalle carattersitiche di de Boer non era l’ideale da ingaggiare in questa situazione, e probabilmente neanche in assoluto, visto che la pazienza dei tifosi è agli sgoccioli e la stragrande maggioranza non vuole sentir parlare di progetti di crescita che richiedano due o tre stagioni: ormai è qua, e se non vogliamo buttare la sesta stagione consecutiva nel cesso, sarebbe meglio fare tutti la propria parte.

Magari la sosta per la nazionale potrebbe essere usata per resettare i nostri atteggiamenti senza impazzire al terzo passaggio sbagliato da Kondogbia o all’opposizione goffa di Santon al tiro di Rispoli. A fine anno, quando tireremo le somme, avremo tutto il diritto di mandare a quel paese chiunque ci sembri meritevole del viaggio, allenatore in primis: ma farlo adesso assomiglia davvero a una raffinata forma di masochismo calcistico dalla quale mi sottraggo volentieri.

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Editoriale

Il bicchiere mezzo pieno (analisi tattica di Inter – Palermo)

di Michele Tossani – @MicheleTossani

L’Inter pareggia 1-1 col Palermo nella prima casalinga del nuovo allenatore De Boer, al termine di una partita nella quale i Nerazzurri possono recriminare per le occasioni sprecate ma anche interrogarsi per i difetti ancora evidenti nel gioco e per le poche palle gol create rispetto al dominio territoriale ed al possesso di palla registrato (68%).
Dopo una settimana di critiche e con sette giorni in più a disposizione, il tecnico olandese abbandona il provvisorio 3-5-2 visto a Chievo e schiera i Nerazzurri con un 4-3-3 più vicino, sulla carta, alla sua idea di calcio. La difesa è composta, da destra a sinistra, da D’Ambrosio, Miranda, Murillo e Santon. A centrocampo, Banega è il play basso, con Medel e Kondogbia ai suoi lati. In avanti, Perisic e Eder, pronti a scambiarsi posizione, svariano sulle fasce a supporto di Icardi.

Il 4-3-3 dell'Inter
Il 4-3-3 iniziale dell’Inter

La partita si è messa subito su un binario tattico ben definito: l’Inter a fare il gioco, con il Palermo chiuso dietro una difesa a cinque ma pronto a ripartire in contropiede.
Dopo una prima mezz’ora favorevole al Palermo, con la squadra rosanero che si difende alta e chiude tutti i varchi ai tentativi nerazzurri di costruire qualcosa, la partita dell’Inter sale di tono: gli uomini di De Boer cominciano a macinare azioni, soprattutto sugli esterni, costringendo i siciliani di Ballardini a indietreggiare.
Il secondo tempo comincia nello steso modo del primo, con i rosanero chiusi nel loro 5-3-1-1. Stavolta però il Palermo riesce quasi subito a rubare palla, organizzare una ripartenza vincente e a portarsi in vantaggio.
A questo punto l’Inter, pur affannosamente, si getta in avanti, crescendo nella seconda parte della ripresa soprattutto grazie all’ingresso di Candreva. Allo stesso tempo il Palermo, perso Quaison per infortunio, non riesce più a orchestrare le ripartenze che tengono sul chi vive la retroguardia nerazzurra. Così l’Inter riesce ad aumentare la pressione offensiva e anche senza creare molto ottiene il pareggio grazie ad un gol di Icardi, dimenticato in area dalla difesa siciliana.

con palla in zona cross gli interni attaccano l'area
Con palla in zona cross gli interni attaccano l’area

COSA NON VA
Che partita è stata quella dei Nerazzurri? Un match di luci e ombre, anche se con un sostanziale progresso rispetto a quanto fatto vedere a Verona alla prima giornata. Come detto, l’Inter ha fatto per larghi tratti la partita ma la sua manovra è risultata spesso lenta. In particolare la squadra nerazzurra è riuscita a muovere bene il pallone fino alla tre quarti offensiva, mancando però poi in fase di rifinitura. È vero, come dice De Boer, che la partita poteva finire 4-1, ma l’Inter è stata pericolosa quasi soltanto su calcio piazzato.
Il problema principale è la lentezza con cui si sviluppa la manovra e la difficoltà nella transizione dover da un calcio fisico e diretto come quello di Mancini ad uno più ragionato, imperniato sul controllo della palla e degli spazi come quello proposto dal FdB
In questo senso si sono viste cose buone e altre meno buone. Di buono c’è stata la volontà da parte dei giocatori di disporsi correttamente in campo per creare i triangoli e i quadrati intorno al portatore di palla che sono tratto caratteristico del gioco olandese. Di contro, diversi protagonisti si sono trovati in grande difficoltà: i due interni di centrocampo, Medel e Kondogbia, hanno mostrato a tratti una grave sofferenza. Con i difensori centrali o Banega in possesso di palla sia il cileno che il francese tendevano spesso a venire incontro, schiacciandosi verso il loro regista basso, non garantendo quindi la superiorità posizionale e le conseguenti utili opzioni di passaggio al portatore.

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Quando gli interni si allungano bene oltre la linea di pressione del Palermo, sono spesso disposti con una cattiva postura, dando le spalle alla porta avversaria

Quando anche i due centrocampisti riuscivano a guadagnare campo e ad allungare la squadra, garantendo finalmente delle opzioni a Banega, lo facevano facendosi trovare in una scorretta postura corporale, cioè di spalle alla porta avversaria. Se questi difetti saranno correggibili, resta tutto da dimostrare visto che sia Kondogbia che Medel sono centrocampisti da sempre abituati a ricevere palla sui piedi e non hanno nel loro DNA la capacità di garantire quell’attacco alla profondità e quelle spaziature che invece si richiedono a due interni nel 4-3-3. A queste difficoltà si è aggiunta poi quella della posizione di Banega, le cui qualità sono innegabili ma la cui adattabilità al ruolo di vertice basso di un centrocampo a tre è, ancora una volta, tutta da dimostrare. Il centrocampista argentino ha mostrato buona qualità nella fase difensiva, recuperando 11 palloni, e attitudine al comando delle operazioni, dirigendo con autorevolezza i compagni. Tuttavia, è stato spesso in difficoltà sulla pressione avversaria, tanto è vero che il gol rosanero è venuto da un pallone sanguinosamente perso dall’ex Siviglia in azione di uscita.
Sempre in fase offensiva, il calcio che De Boer predica si fonda sulla ricerca delle fasce laterali e per questo il tecnico chiede ai suoi terzini di giocare molto alti. Contro il Palermo questo non sempre è avvenuto. In particolare è mancato Santon che specie nel secondo tempo (anche a causa di una condizione fisica precaria), ha avuto problemi nell’assecondare le richieste del suo allenatore. Dal canto loro, gli esterni offensivi hanno palesato difficoltà nell’uno contro uno, non guadagnando quasi mai la superiorità numerica. Preoccupa in questo senso la prestazione di Eder che dovrebbe invece avere nel duello diretto e nella capacità di creare superiorità numerica con il dribbling una delle sue caratteristiche migliori.

LE NOTE POSITIVE
La nota positiva della fase offensiva dell’Inter è venuta dal fatto che, in situazione di palla esterna, i centrocampisti dell’Inter sono stati diligenti nell’accompagnare l’azione d’attacco con Medel, Kondogbia e l’esterno offensivo di fascia opposta abili a buttarsi in area di rigore, non lasciando così Icardi isolato negli ultimi 16 metri.
In fase di non possesso è stato importante il lavoro dei due centrali difensivi, sia nelle marcature preventive sia negli scivolamenti laterali per andare a coprire lo spazio lasciato libero dall’avanzata dei terzini. Al termine della partita, sia Miranda che Murillo avevano recuperato ben 7 palloni a testa, con il colombiano autore di 3 tackle vincenti e il brasiliano di 2. Con una coppia centrale formata da questi due giocatori, De Boer potrà anche rischiare, almeno in alcune partite, di giocare a schema puro, cioè di attaccare accettando l’uno contro uno in fase difensiva sull’eventuale contropiede avversario.
La manovra generale della squadra è poi migliorata con l’ingresso di Candreva. L’ex laziale ha infatti subito mostrato le sue capacità nel saltare il diretto avversario e nel mettere palloni precisi al centro dell’area.

LE PROSPETTIVE FUTURE
L’Inter osservata contro il Palermo ha compiuto un netto passo in avanti rispetto a quanto messo in mostra contro il Chievo all’esordio in campionato. Fin dall’inizio i Nerazzurri hanno dato l’idea di voler mettere in pratica quanto chiede De Boer, cioè un tipo di calcio offensivo nel quale il possesso palla sia funzionale alla ricerca del gol. Miranda, Murillo e Banega hanno tutti mostrato le proprie qualità nel palleggio, con una percentuale di passaggi riusciti rispettivamente del 92, 90 e 89%, facendo così intendere quale possa essere il loro contributo nella costruzione dal basso, altra caratteristica richiesta da quel tipo di calcio propositivo che piace a De Boer.
Le statistiche di @11tegen ci mostrano proprio come il passing game dell’Inter sia migliorato rispetto alla partita precedente.

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Certamente si sono notate delle lacune, sia strutturali che tattiche. Che ci sia da lavorare è indubbio, come è innegabile che si debba lasciare a De Boer il tempo di plasmare la squadra secondo i proprio concetti di gioco. Il lavoro maggiore, come detto, dovrà essere fatto sul centrocampo, dove si potrà continuare l’esperimento di un Banega alla Pirlo oppure provare a schierare l’argentino qualche metro più avanti, da interno. Medel e Kondogbia dovranno migliorare per riuscire a giocare ai lati di Banega ma non sarebbe da scartare l’ipotesi di sostituire uno dei due con il più adatto Brozovic (mercato permettendo). Rimane il problema delle fasce laterali. Gli esterni difensivi a disposizione di De Boer non sembrano al momento in grado di garantire quella qualità in fase offensiva che il tecnico olandese richiede. In avanti, soprattutto contro squadre chiuse come il Palermo, sembra inoltre imprescindibile la qualità di Candreva.

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Editoriale

Tutto il caldo minuto per minuto (Inter – Palermo vista da molto vicino)

di Tommaso de Mojana

28 agosto

Il pomeriggio è talmente caldo che lo accusa anche chi è appena atterrato dalla Cambogia, ma la facile occasione di agguantare i cugini mettendosi contemporaneamente alle spalle lo scivolone di Verona lo rende quasi gradevole.
È tempo di riprendere possesso dell’amato seggiolino che ci ha reso meno pesante il funesto rientro, al punto che alcuni l’hanno anticipato per non mancare.

17,37
Gli spalti lentamente si riempiono. Clima sereno: a breve in campo tutti insieme il 433, Joao Mario e il Palermo: entusiasmo.

17,46
Arriva Joao Mario, palloni scagliati in curva e applausi scroscianti dei tifosi, a Medel non par vero.
Saltella con Zanetti senza avere una minima idea del perché, capirà.
Ha scelto la 6: no, non è un’ala.

17,59
Banega insulta Kondogbia perché è fuori posizione.

18,00
Si comincia, è 433. Poveri rosanero.

18,05
Prima combinazione Medel-D’Ambrosio: io la perdo e tu lo stendi. Sugli spalti si sorride, dai è il Palermo…

18,14
Combinazione da calcio d’angolo per liberare al tiro Medel.
La ciabattata pesca Miranda in fuori gioco. “che sfiga proprio a Medel…dai però ragazzi!”

18,15
Finalmente la moviola in campo: doppio passo di Santon.

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18,17
Ancora schema da corner a liberare Medel (“vuoi vedere che…ma va, impossibile”), il cui cucchiaio è leggermente fuori misura per tutti e 6 i compagni in offside.

18,24
Perché il 19 del Palermo è meglio degli ultimi 26 terzini che abbiamo comprato?

18,27
D’Ambrosio salta un uomo. Deve fare molto caldo, vai col time-out.

18,32
Scopriamo l’undicesimo uomo in campo: è Eder.

18,34
Prima vera occasione con un bel destro incrociato salvato sulla linea. No, non era Banega quel nostro centrocampista bassottello.

18,37
Coast to coast di Eder, che dall’out di destra arriva a quello opposto.

18,41-18,42
Kondogbia tocca ininterrottamente il pallone senza guadagnare un metro.

18,43
Bella combinazione Eder-Icardi: Medel sfoga la sua rabbia contro i tabelloni pubblicitari. “Sempre a me la date, carajo”

18,45-19,00
Birra fresca e racconti delle vacanze.

19,00
“Dai, ora si fa sul serio.”

19,03
Gol. +1 per Santon al Fanta.
Ha segnato Rispoli, uno dei tre che avevamo sentito nominare prima di oggi. Pensavamo fosse un difensore. Ah, lo è?

19,07
Colpo di testa troppo centrale di un egoista Perisic, che ignora Medel solissimo in area.

19,13
Terzo tempo di Medel, alto di poco (il pallone).

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19,22
Entrano Candreva e Senna. Mezzo stadio si candida per lo Zelig.

19,24
Icardi fuori di un soffio di testa. E’ il primo cross perfetto che riceve in carriera, imparerà.

19,26
Ha imparato. Secondo cross e 1-1. È fatta.

19,30
Terza cosa di fila giusta per Candreva. I meno giovani si commuovono pensando alla Grande Inter e al Mago Herrera.

19,38
Gabigol chiede altri 4 milioni all’anno.

19,39
Quattordicesima ammonizione nelle fila del Palermo. Il pubblico inizia a sfollare, che oggi danno bollino nero…

19,41
Sì, Frank, qua il portiere del Palermo, sull’1-1, ci mette tre quarti d’ora a rinviare.

19,42-19,49
Un paio di tiri “verso la porta”, qualche mischia (ma perché c’è sempre Medel a fare il centravanti?), 35 palle perse di Kondogbia, D’Ambrosio apre il cranio allo sventurato avversario che gliela contende in fascia.
Poi fischiano: l’arbitro tre volte, altri di più.

“Banega non può fare il regista basso”, “30 milioni per Kondogbia (quali cazzo erano i bonus?) buttati nel cesso”, “il campionato olandese non vale la nostra Lega Pro”, “4231”, “ma perché non ha fatto il terzo cambio?”

Ora è tempo per voi, per almeno un paio di settimane, le stesse che dovrebbero almeno dimezzare il famoso mese di Frank.
Sarà un mese lunghissimo, noi ci saremo. Come sempre.

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