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Bonucci, why not? L’occasione mancata


Giovedì 13 luglio il nazionale azzurro Leonardo Bonucci chiede alla Juventus di essere ceduto. Ovviamente la richiesta è stata (molto probabilmente) inoltrata precedentemente dal nazionale azzurro e dal suo entourage.

Fatto è che è il 13 luglio che la notizia diventa ufficiale. Cominciano le voci intorno al futuro dell’ormai prossimo ex centrale bianconero e, quasi subito, il nome di Bonucci viene accostato al Milan che, sotto Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli si sta prepotentemente proponendo come la squadra regina di questo calciomercato 2017.

Ma…come in tutti gli intrighi di calciomercato che si rispettino, c’è un ma anche nell’affaire Bonucci. E questo ma è rappresentato dai rumors che vogliono Alessandro Lucci, agente del giocatore, aver proposto il 30enne difensore centrale anche all’Inter, solo per ricevere un rifiuto da parte di Walter Sabatini e Piero Ausilio.

Secondo La Gazzetta dello Sport Tuttosport, infatti, Suning avrebbe avuto contatti con Lucci senza però andare oltre un semplice sondaggio.

La motivazione sarebbe del tutto economica: troppo alto il costo del cartellino di Bonucci in relazione all’età e troppo alte le richieste di ingaggio da parte del giocatore, che alla fine avrebbe spuntato dai Rossoneri un contratto da 7,5 milioni all’anno più 2,5 di bonus, che ne farebbero il giocatore più pagato dell’intera serie A.

Quale che sia la verità (se cioè sia stata l’Inter a non insistere su giocatore ritenendolo troppo dispendioso o se Lucci e Bonucci abbiano preferito il Milan per l’offerta migliore presentata da Fassone) quel che resta è che i Nerazzurri, ancora una volta, hanno bypassato la possibilità di acquistare un top player.

Per di più con un grave danno di immagine visto che il giocatore è andato a rinforzare i cugini Rossoneri.

Eppure, c’erano tutta una serie di motivi che avrebbero dovuto consigliare ad Ausilio e Sabatini di puntare decisamente la rotta sul bianconero.

In primis, la difesa interista è un reparto da rifondare, basti pensare come i Nerazzurri la scorsa stagione abbiano subito ben 49 reti. Ora, anche se Bonucci non è irreprensibile dal punto di vista difensivo (ricordiamo le famose bonucciate) è ovvio come l’eventuale arrivo del nazionale azzurro avrebbe rappresentato un sensibile miglioramento rispetto ai vari Murillo, Miranda e Ranocchia.

Inoltre, dopo l’acquisto di Milan Skriniar dalla Sampdoria, Bonucci avrebbe rappresentato il giocatore di esperienza accanto al quale far crescere il centrale slovacco.

Tutto questo senza contare l’apporto di Bonucci alla fase offensiva. Tralasciando infatti le qualità del giocatore nel gioco aereo sui calci piazzati, la caratteristica forse più evidente di Bonucci è la sua capacità di dirigere il gioco da dietro come un play arretrato.

Il suo calcio lungo e preciso ha infatti imposto Bonucci prima come alternativa di Andrea Pirlo quando il regista bresciano veniva marcato e, poi, partito quest’ultimo, come il primo, vero playmaker della squadra bianconera cioè come l’uomo incaricato di far partire l’azione da dietro. E la tecnica di Bonucci è testimoniata dalla sua percentuale nella precisione dei passaggi che, se si esclude la prima stagione alla Juventus (2010/11) non è mai scesa sotto l’86.4%.

Il passaggio sul medio e lungo raggio sarebbe stato l’ideale per servire immediatamente Icardi, Candreva o Perisic in profondità o per aprire il gioco sugli esterni in una squadra come quella che sta disegnando Luciano Spalletti.

Il costo di 40 milioni era poi abbordabile, soprattutto se si pensa che David Luiz è stato pagato 50 dal Chelsea o che il Manchester City ha prelevato Walker dal Tottenham per una cifra vicina ai 60.

Qui si trattava di spendere 40 milioni per un difensore centrale di 30 anni, vale a dire un giocatore che, nel proprio ruolo, può avere ancora almeno quattro o cinque stagioni ad alto livello.

Da sottolineare poi come Bonucci sia cresciuto nella Primavera dell’Inter sotto la guida di Daniele Bernazzani (dove vinse una Coppa Italia e un campionato Primavera, debuttando anche in serie A prima di essere svenduto per circa 4 milioni) cosa che avrebbe consentito ai Nerazzurri di farlo figurare come giovane del vivaio nella rosa di prima squadra.

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Cronache

Pagelle che a leggerle diventi cieco

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Handanovic 10. Non sbaglia nulla, dà sicurezza al reparto, racconta barzellette, è uomo spogliatoio, fa volontariato nel tempo libero. Bella in particolare la parata di perineo su Keita, ma oggi non gli avrebbe segnato nemmeno Cr7. Bella anche la sua dichiarazione rilasciata a un fotografo: “Non è vero che voglio andare in Champions, chi se ne frega?, sto benissimo qua, e sono contento che Beppe Sala sia rientrato nel pieno possesso della sue funzioni, questa città ha bisogno di lui”.

D’Ambrosio 12. Siamo la squadra che, secondo alcuni criticoni, avrebbe qualche problema nel reparto terzini. La gente non capisce una sega. No, dico, avete visto D’Ambrosio stasera? Primo tempo versione Enrico Toti, immola il proprio corpo ed evita un paio di gol. Perde un paio di organi interni, ma non demorde e domina sulla fascia. Un assist, forse due, sempre nel vivo del gioco. E’ da Nazionale, se pensiamo che ogni tanto ci va ancora Abate.

Miranda 10. Partita di ordinaria amministrazione, mantiene un aplomb invidiabile nel primo tempo quando la Lazio prova a metterne un paio e lui manco si sporca i pantalocini. Una sicurezza, un bell’uomo per chi ama il genere skinny.

Murillo 10. La miglior partita negli ultimi 12 mesi. Un giudizio induttivo fatto matchando un paio di dati oggettivi: a) non ha fatto grandi cagate e b) l’Inter non ha preso gol. Quindi, secondo un ragionamento di stampo parasocratico, ha fatto il suo oltre ogni aspettativa.

Ansaldi 10. Piace soprattutto alle mamme, con quel suo fare rude e quei suoi tratti fintamente angelici, e quel capello birichino che gli incornicia il viso, per non parlare di quella barbetta strappamutande che fa la gioia delle sciampiste.

Brozovic 12. De Boer era stato un pelino severo con lui e anche con se stesso. Cioè, uno ha un giocatore così e si complica la vita mobbizzandolo per un mese e mezzo per sciocche ragioni di principio. Mah. Forse gli avrebbe fatto comodo averlo in certe partite, diciamo il 90%. Ma era giusto raddrizzarlo, questi cialtroni di slavi bisogna tenerli sulla corda. Lui ha reagito bene a quelle 16-17 non-convocazioni consecutive: oggi vale da solo, più o meno, due terzi della squadra.

Kondogbia 11. Quanto è costato? Boh, nessuno lo ricorda più. Si sta lentamente sdebitando giocando bene una partita ogni quindici. Questa sera era quell’una. Comincia con la sua specialità – passaggi laterali da sbadiglio di max 5 metri -, poi deve aver mangiato gli spinaci di Braccio di Ferro perchè comincia a fare cose che noi interisti umani non avevamo mai visto, o forse sì, ma solo una volta ogni 15. I centrocampisti della Lazio stanotte se lo sogneranno con la faccia cattiva, e non dormirà nessuno.

Candreva 10. Patisce molto il confronto con i suoi ex compagni, quando vuole fare il fenomeno si impappina di brutto. Quando invece fa cose normali, si conferma un giocatorone che avercene, santa polenta. E’ da Nazionale. Dai, scherzavo.

Banega 11. Si presenta in campo con una pettinatura che ricorda la rizzollatura delle fasce laterali quando San Siro aveva un prato che faceva cagare. Si sbatte molto ma non ne azzecca molte nel primo tempo. Nel secondo tempo si sbatte uguale e fa un gol della madonna. Esulta e sorride. Non è una serata fantastica?

Perisic 10. Fa dimenticare Sassuolo evitando di tirare in porta alla cazzo centrando il portiere tipo orsetto del luna park, ma limitandosi a massacrare la Lazio sulla fascia sinistra. E’ adorabile, con quel faccino da anziano che destabilizza gli avversari che pensano che possa svenire da un momento all’altro, e invece.

Icardi 13. Scrive autobiografie di merda, diciamolo, ma se uno – nel solo secondo tempo – segna due gol, ne sfiora un terzo, prende un palo e si procura due rigori non dati, ecco, io sarei anche disposto a leggere una sua autobiografia tutti i mesi, e a venderla porta a porta come un piazzista della Folletto, e a promuovere la sua candidatura al Nobel e forse addirittura al premio Strega.

Gabigol 11. In cinque minuti fa un passaggio no look che non si vedeva dai tempi di Ibra (rischiando la distrazione al quadricipite), una rabona, un recupero alla Beckenbauer, uno smarcamento, un tiro fuori ma deviato che se non lo deviavano era nello specchio. In più aizza il pubblico sul 3-0 per noi, un atto di estrema inutilità ma altamente spettacolare, un’impresa da bimbominkia che ce lo restuituisce più umano e più vero. Forse siamo indietro noi, ma probabilmente è troppo avanti lui. Di sicuro, e questo è oggettivo, uno così non ce l’ha nessuno.

Pioli 10,5. Bene così.

Mazzoleni 10. E’ il Gabigol degli arbitri, persegue una sua linea creativa fino alla fine, in perfetta coerenza, e diverte per ogni sua decisione. Gomitate in faccia? Dai, pedalare. Rigori? Stasera non li do a nessuno, è inutile che vi inventate la qualunque. E comunque, figa, abbiamo vinto 3-0. Poteva arbitrare anche David Copperfield, andava bene uguale.

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Editoriale

Znedek Pioli

hamsik

8 gol fatti e 10 subiti in quattro partite: il bilancio di Pioli sarebbe da analizzare con una certa drammaticità se non fosse che neanche Kim Jong-Il si sentirebbe in animo di scaricargli addosso tutte le colpe. Il primo gol subito a Napoli spiega bene la situazione dell’Inter odierna: anche al primo minuto di gioco, a difesa schierata e a passaggi telefonati noi prendiamo gol, e allora non c’è speranza, nè è lecito nutrirla a breve termine. Sì, il supplizio (oltre che a noi) tocca in questo momento a Pioli, ma anche il colonnello Lobanowski non saprebbe spremere niente di più da una squadra impanicata dietro, sperduta in mezzo e facilona davanti. 8 gol fatti e 10 subiti: tanto valeva allora prendere Zeman, che al un discreto alibi: meno in conferenza stampa ci si divertiva di più.

Pioli ha un discreto alibi: oltre ad essere arrivato nel momento più moralmente imbarazzante degli ultimi decenni – giocatori con un tasso di garra che al confronto una suora orsolina è Valentina Nappi – ha visto durare 20 minuti il suo esperimento più azzeccato e probabilmente decisivo, cioè l’arretramento di Medel in difesa così da togliere quel tizio con la brillantina e aprire un’opzione in più a centrocampo e mettere chiunque. Ecco, questa è oggettivamente sfiga e il povero Pioli avrà sicuramente capito che razza di calvario – ben pagato, per carità – lo aspetta da qui a maggio se il suo uovo di Colombo si è rotto subito. Poi ha recuperato Brozo, ci sta provando con Kondo.

Sul resto, però, anche il piccolo Znedek ci ha messo del suo. Che è un po’ come accedere un cerino dentro una santabarbara: la situazione tecnico-psicopatologico-esistenzial-agonistico dell’Inter è oggi un immenso casino e tu, allenatore di medie capacità, qualche certezza la devi dare ai tuoi cerbiattoni che oggi andrebbero in crisi anche a palla-asino. Pioli ci ha provato – ci sta provando – ma non è facile, il materiale umano è di pessima qualità. Una volta a scuola quelli che andavano maluccio giocavano bene a pallone: oggi, all’Inter, quelli che giocano a pallone non ci capiscono più un cazzo. Ed è un problema serio, per una squadra di calcio.

Pioli si è trovato una squadra mezza sgretolata e adesso mi sembra di vederlo, il piccolo Znedek, girare sulle macerie con la sua ruspa in cerca di qualche superstite. Ma al momento della cacciata di De Boer qualche pilone era ancora in piedi, mentre ora si ha la netta impressione che nella foga di ricostruire Pioli stia facendo qualche danno: Banega e Joao Mario, per esempio, che prima andavano a sbalzi, adesso fanno cagare all’unisono e non è una bella cosa. Sembrano persi. Banega forse non lo abbiamo ancora visto davvero, ma certi sprazzi di Joao Mario sono ancora freschi nella memoria dei nostri poveri cervelli. Adesso sembra suo fratello, Pierao Mario, un centrocampista senza nè arte nè parte. Urgerebbe recuperarli. Almeno uno, santa madonna. Kondo, credo, lo stanno facendo giocare per dimostrare che è vivo prima di metterlo sul mercato: lui si è riguadagnato una chance vorrebbe anche mettercela tutta, ma perchè poi?

Sulla difesa non ci sono più parole. Se la prendi d’infilata, segni. Se la fai schierare, segni. Cioè: segni sempre. I centrali ballano, i laterali non so, non c’è un verbo adatto anche non richiami il sesso passivo. Un piccolo punto di orgoglio per il piccolo Znedek è che i 10 gol subiti nelle 4 sue partite sono arrivati tutti su azione: beh, son soddisfazioni. Mancano ancora tre giornate alle vacanze di Natale. La cosa non tranquillizza: di solito, dopo le vacanze andiamo anche peggio. Per fortuna ci sarà il mercato di gennaio. E, servirà soprattutto a vendere, ma sarà già un bel risultato: non vedere più alcune facce, quali che siano, sarà un piccolo grande passo verso un’Inter migliore. Vai piccolo Znedek, per vincere – ormai è chiaro – dobbiamo segnarne almeno quattro: oh, non è mica facile, però vuoi mettere?

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(nella foto, Valentina Nappi. O preferivate Joao Mario?)

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Editoriale

E’ da questi particolari

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Stavamo per perdere un derby in maniera crudele, avendo prodotto di più di chi lo stava vincendo – a tratti molto di più – e pagando troppo care le nostre solite sciocchezze, come se a noi non fosse più concesso non dico avere culo, ma almeno ogni tanto godersi il lusso di fare una cagata e sfangarla, così, con leggerezza, e in piena coerenza con uno sport che si gioca con un accessorio sferico. Mi spiaceva perchè non era giusto, oggettivamente. E mi spiaceva soprattutto per Pioli, che i suoi tentativi di organizzare la squadra in un certo modo e, di slancio, di vincere la partita li aveva fatti. Che pessimo inizio sarebbe stato perdere immeritatamente un derby.

E quindi, mentre il tempo passava e addirittura scadeva, già ripensavo alla monetina gettata in aria da Cut the Wind prima del via e rimasta in bilico tra due fili d’erba, quelle cose che capitano una volta ogni diecimila lanci di monetina e che ti lasciano pensare che sì, è chiaro, è un segno, ti hanno fatto la fattura e sono cazzi. Pioli mette Medel centrale difensivo (l’uovo di Colombo) e Medel si infortuna. Entra er Pomata, fa un’immane cagata a centrocampo e i cacciaviti segnano il possibile gol partita. Mentre da noi le occasioni capitano quasi tutte sulla testa di Perisic (che in croato significa “testa a pera”) e così la tua mezz’ora iniziale, in cui manco gliel’hai fatta vedere, passa velocemente in cavalleria. Alla seconda occasione seria il Milan la mette. Li raggiungerai, ti puniranno subito dopo. Sembra già scritto.

Poi tutto si ricompone a tempo scaduto. E con il gol del pareggio, dopo avere scartabellato i tuoi peggiori pensieri, più che perplimerti per le due volte in cui sei andato in svantaggio,  festeggi una storica doppia rimonta; più che maledirli per i gol sbagliati e gli inutili cross morbidi, celebri la doppietta dei tuoi esterni extralusso;  più che rimuginare sulle quindici cose che ancora non vanno, ti concentri su quelle quattro  o cinque che hanno (ri)cominciato ad andare.

E quindi ti puoi incazzare per le mollezze di Ansaldi e Miranda sui gol, per le solite murillate, per un centrocampo inedito che va un po’ a sbalzi, per un Icardi che la vede poco e male. Ma poi stappi lo champagne per una squadra che ha cambiato passo, ha ritrovato il gusto di metterci cuore e palle oltre il minimo sindacale, ha pagato care le poche amnesie ma non si è mai depressa fino a rimediare con un piede già sotto la doccia, che vuol dire averci creduto.

Medel in difesa, il posto è quello. Kondogbia sbaglierà anche tanto, ma ha toccato più palloni che il tutto il 2016 (e nell’ultimo quarto d’ora più palloni lui da solo che gli altri 21 in campo).  Abbiamo ripreso a correre, in senso fisico. Si è rivisto lo stesso spirito di Inter-Juve, e ora ci smentiscano sul sospetto che  ci si concentri solo per le grandi occasioni. Pioli è partito col piede giusto: sarebbe stato più difficile dirlo se avessimo perso il derby invece di riacciuffarlo al 93′, e tra tante sfighe almeno godiamoci questo piccolo e tardivo segnale positivo. Avanti così, senza perdere altro tempo.

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Cronache

L’Inter davanti e l’Inter dietro

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Tu, tifosotto, non ti puoi incazzare se nella partita che perdi a Roma con la Roma (dove non vinci in campionato da 8 anni e dove l’ultima vittoria fu sei anni e mezzo fa, in Coppa Italia, il primo pezzo del Triplete) hai creato 7-8 palle gol vere, nitide, qualcuna gigantesca: le partite per cui vai a dormire incazzato sono altre, non questa. L’aggettivo giusto sulla strada verso la branda è “preoccupato”, o forse “perplesso”, perchè in questa partita che a tratti sembrava una scazzottata di “Altimenti ci arrabbiamo” – occasioni di qua e di là a ripetizione – le chance concesse alla Roma sono almeno una decina, qualcuna clamorosa. Una partita che poteva finire in tanti mondi, una specie di 1X2 lungo novanta minuti, con una palla impazzita che pareva quella della roulette. Una partita che, secondo la statistica e il buon senso del padre di famiglia, è difficile da vincere se tu ti dai un gran daffare ma spalanchi la tua porta agli avversari per una decina di volte. O hai molto culo, o non la vinci.

La seconda che hai detto.

La partita di Roma, in questo tormentato inizio di stagione, segna per l’Inter un momento topico: una netta, importante differenza di rendimento tra i reparti. Finora avevamo fatto partite buone, discrete, modeste o disastrose a tutto tondo. Giusto qualche sfumatura, ma non così significativa. A Roma no, non può essere fatta la stessa pagella alla difesa, al centrocampo o all’attacco. O ancora meglio, all’Inter davanti e all’Inter dietro.

L’Inter davanti funziona. E dove ancora non funziona, o magari fa momentaneamente cilecca, sai che il meglio della tua squadra è lì, e te lo dicono i fatti, te lo dicono i numeri, te lo dicono le facce. L’Inter, l’Inter davanti, a Roma poteva vincere. Certo, metterne una su 7-8 è una media terribilmente bassa. Ma il gioco c’è, produce, crea, mette in condizione di.

L’Inter dietro non funziona. Roma-Inter poteva finire 7-4, 5-5, 6,7, 8-2. In ognuno dei risultati ipotetici, pensare che la nostra difesa potesse in qualche modo sfangarla sarebbe quantomeno disonesto. A Roma partita allucinante di Murillo, sulle fasce le solite incertezze, Handanovic ha fatto tre miracoli e tre miracoli sono tanti, sono tre quasi gol. In questo confronto tra due squadroni molto fuzzy, il ventre molle era il nostro.

Quindi, andiamo a dormire inquieti, ecco, inquieti. Un punto nelle ultime tre partite, tra campionato e coppa, ci riportano per terra dopo le tre vittorie consecutive in campionato. Roma ci ha detto delle cose, De Boer ne faccia tesoro. E anche Ausilio o chi per lui: per dirla alla Bersani, bisogna riempire i buchi del groviera.

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La Tattica

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Due settimane non sono il tempo di cui Frank de Boer aveva bisogno per costruire la squadra dei suoi desideri, due settimane passano in un soffio soprattutto se i nazionali se ne vanno in giro per il mondo e allora tutto si complica e quel tempo si riempie di preoccupazioni e pensieri cupi. Perché il mercato esotico e indecifrabile dell’Inter ha reso indispensabile la presenza di alcuni e superflua quella di altri, tradotto: bisogna sperare che i due centrali difensivi non abbiano mai un raffreddore, almeno finché Ansaldi non si rimette in piedi o FdB non sceglie Medel come terzo della rotazione, bisogna sperare che Icardi non abbia mai due linee di febbre perché davanti ci sono mille esterni e solo una prima punta (più Eder, adattabile al ruolo). Tuttavia i progressi registrati nella partita con il Palermo fanno sperare in una convalescenza veloce, a patto che si sciolgano i 5 nodi delle prime due partite.

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La difesa

Stabilito che non si può (e non si deve), giocare a tre in mancanza di un terzo centrale affidabile, nello schieramento preferito da de Boer il ruolo di Ministro della Difesa è saldamente nei piedi di Miranda, che ha esperienza e capacità di lettura. Nonostante i 32 anni il brasiliano è integro e molto mobile lungo le diagonali in copertura. Murillo è un marcatore muscolare con ottimi margini di miglioramento e la coppia è ben assortita, come già visto per una buona metà della passata stagione. Se decentemente coperti dal centrocampo (cosa per nulla scontata), se non costretti ad affrontare troppi 1 vs 1 a campo aperto i due sono in grado di reggere l’urto di attacchi organizzati e di far valere le loro qualità in marcatura. Il primo problema è una forte propensione all’anticipo e al gioco fisico che spesso li carica di cartellini gialli e rossi (Miranda 6 ammonizioni e 2 espulsioni, Murillo 3 ammonizioni e 3 espulsioni), e che più volte ha messo in crisi la rotazione dei centrali, nonostante la presenza di Jesus. Il secondo problema nasce in fase di impostazione e giro palla basso, perché nessuno dei due ha una naturale predisposizione al controllo del gioco e l’azione si inaridisce troppo presto quando gestita da loro. Spesso il tutto si conclude con un lancio lungo un po’ a casaccio di Miranda o con uno scriteriato tentativo di discesa in slalom centrale di Murillo. Per il sistema di gioco ricercato da de Boer, squadra lunga e propositiva, serve una rivoluzione radicale della partenza dell’azione e la consapevolezza che il giro palla nella propria trequarti può e deve essere una soluzione sempre disponibile.

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Banega

Ever Banega è un dono, non un problema. Nelle prime due uscite si è adeguato a un ruolo non suo. Per carità, Banega ama ricevere e passare a un tocco, massimo due, ma collocarlo appena sopra la linea della difesa è stato un azzardo, un po’ per la sua propensione naturale a salire in verticale, un po’ per quella forma di sublime anarchismo che da sempre lo contraddistingue. Meglio contro il Palermo, meglio tatticamente, ma ancora troppo confusa la sua partecipazione al gioco e del tutto inaffidabili i suoi colleghi di primo passaggio. L’arrivo di Joao Mario potrebbe aver risolto almeno in parte l’equivoco, Banega è un dono, non un problema

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Perisic e Candreva

Qui il punto è elementare: devono giocare insieme perché insieme formano la miglior coppia di esterni del campionato (insieme ad Alves ed Alex Sandro), e perché insieme sono in grado di costruire superiorità sulla fascia grazie al mestiere più antico del mondo del calcio (dopo la velina, s’intende): saltare l’uomo. Se il modulo scelto è il 4-3-3, FdB deve trovare la chimica perfetta per non sbilanciare completamente la squadra, perché due così forti e follemente votati all’attacco te li puoi permettere se la mediana è registrata e gi spazi sono presidiati adeguatamente e non à la Kondò o alla Medel (andale, andale!)

Inter - Atalanta

Foto LaPresse – Spada 23 agosto 2015 Milano ( Italia) Sport Calcio Fc Inter – Atalanta Campionato di Calcio Serie A TIM 2015 2016 – Stadio “S.Siro , Meazza ” Nella foto: kondogbia Photo LaPresse – Spada 23 August 2015 Milan ( Italy) Sport Soccer Fc Inter – Atalanta Italian Football Championship League A TIM 2015 2016 – ” Mezza , S.Siro ” Stadium In the pic: kondogbia

Kondogbia

Kondò è forte ma non è forte. Nel calcio tecnico e organizzato di FdB il signor 35 milioni rischia di affogare più di tutti gli altri, perché manca in alcuni dei fondamentali imprescindibili per l’olandese. Non ha tiro, non ha visione di gioco e non ha i tempi dell’inserimento. Ma corre come un pazzo e recupera palloni, in più ha l’imprevedibile dono del dribbling. L’orientamento degli ultimi giorni lo vede seduto in panchina, ma se solo si riuscisse a piantarlo nel mezzo di Joao Mario e Banega, se solo de Boer riuscisse a instillargli un minimo di saggezza e di senso del gioco, Kondò quei 35 milioni potrebbe valerli tutti e farci maturare anche un po’ di interessi. Se diventa un interditore, diventa il miglior interditore del campionato. Nessun compito che non sia la distruzione dell’azione avversaria e la consegna del pallone a piedi più educati, tranne che nei break più furibondi e improvvisati, quelli che spezzano la partita in due

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Icardi

Il numero di palloni giocabili recapitati a Maurito nelle prime due partite è pari a quello degli abitanti di Marte. Contestarlo, mettere in dubbio la sua dedizione alla causa, rivangare i veleni e i miasmi di un mese di calciomercato orribilmente gestito è stupido e serve a poco, ora. Mauro è un 9 fenomenale negli ultimi 15 metri. Può migliorare in appoggio, ma chiedereste a Bruce Springsteen di imparare a suonare come Skrillex perché alle feste ogni tanto può servire? No, forse comprereste un impianto decente per far rendere al meglio la Telecaster del Boss. Ecco ora le casse le abbiamo, Banega e Joao Mario per le verticalizzazioni e Perisic e Candreva per i cross e i tagli dalle fasce. Usiamoli, diamo a questo ragazzo la possibilità di fare quello che sa fare meglio.

 

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