Cronache

I ragazzi del ’93

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Non è ancora passata una settimana da Inter-Hapoel Beer Sheva. No, bisogna ricordarlo, perchè tutto assume automaticamente una dimensione diversa. Non trionfale, nè eccessivamente autoindulgente. Diversa. In sei giorni siamo riemersi dallo sprofondo battendo la Juve a San Siro (certo, nella partita più brutta degli ultimi 30 anni, come si è premurato di ribadire Allegri anche stasera) (contento lui, ma a occhio dev’essere il culo che brucia) e poi l’Empoli in trasferta con i seguenti miglioramenti rispetto alle prime quattro partite di campionato (più la spaventosa Europa League): non siamo andati in svantaggio; abbiamo segnato nel primo tempo; non abbiamo subito gol.

Il miglior commento a questa partita l’ha fatto De Boer, un giorno prima che si disputasse: “Prima della Juve mi davate per morto, dopo la Juve mi avete chiesto se possiamo vincere lo scudetto… Io dico solo che il campionato è lungo e il campionato si vince con le piccole squadre”. Tenendo conto che il Chievo è terzo e il Palermo ha espugnato Bergamo, il nostro campionato con le piccole (Pescara, Juventus ed Empoli) per ora segna nove punti in tre partite, e quindi va bene così.

Aver risolto la partita in 17 minuti è un ulteriore upgrade per una squadra che finora aveva dovuto rimediare ampiamente in corsa. Quanto al fatto che siamo Icardi-dipendenti, non vedo il problema: segna sempre lui, ci pensa lui, risolve lui? E allora? Si sta verificando il rarissimo caso di uno che, dopo aver ridiscusso lo stipendio, giustifica in tempo reale l’aumento. Noi non ci possiamo lamentare. Forse gli altri sì.

Mancava Banega, ma c’era Joao Mario. Un altro che sta giustificando l’investimento senza effetti speciali ma con una disinvoltura che conquista. Ho rivisto 118 volte il video del replay del secondo gol: due ragazzi del ’93 che intercettano palla a metacampo e la recapitano in porta in due secondi. Così bello, potente e denso di emozioni che quasi lo caricherei su YouPorn.

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Memorabilia #4 – Il centrattacco ha da puzza’

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Il 14 settembre 2013, giusto tre anni fa, in un’altra prematurissima Inter-Juve (sempre alle 18, ma di un sabato), al minuto 73 Ricky Alvarez si produsse in un numero straordinario, quasi soprannaturale: lui, non propriamente un lottatore, andò il tackle su Chiellini e lo vinse. In quel momento, allo stadio o sul divano, milioni di interisti pensarono all’unisono la stessa cosa:

“Cazzo!”

esclamazione di sorpresa dovuta al fatto che, nell’immaginario nerazzurro, il buon Ricky era un ragazzo talentuoso cui avremmo potuto chiedere gol e qualche discreto svolazzo, ma mai – con quelle gambette, dai – una qualsiasi manifestazione di forza bruta applicata al calcio. Per questo fu come alzarsi per un gol quando a tutti si stagliò lo spettacolo immane di Chiellini ribaltato da Alvarez (Davide contro Golia, uguale). E mentre il nasone rotolava via incredulo verso l’out, noi tutti restammo in piedi perchè Ricky si ritrovò con la palla tra i piedi e in un barlume di lucidità la passò precisa a Icardi, all’epoca sbarbatissimo 20enne, e quello sbammm!, una bomba, gaaaaaaaal, 1-0. La Juve pareggiò poco dopo e fini 1-1, ma noi eravamo soddisfatti di averla sfangata e gasatissimi per la convinzione di aver trovato un centravanti e un allenatore – Mazzarri – capace di trasformare Alvarez in un uomo rude. Quindi, praticamente un genio.

Tre anni dopo eccoci qui senza Mazzarri (nel frattempo, di cose ne son successe) e senza Alvarez (fu quello, duole dirlo, il vertice della sua carriera interista: l’aver divelto Chiellini e dato un assist nel giro di due secondi. Stop), ma ancora con Icardi e con la sua questione aperta e felicemente irrisolta con la Juve, perchè a lui piace perforare Buffon e niente, non c’è un cazzo da fare. Tre anni di una scommessa sostanzialmente vinta: un gran colpo di mercato, la suggestione di un ventenne a cui affidare la maglia numero 9 e che nel frattempo ne mette 20 a stagione, vince una classifica cannonieri e diventa capitano.

Mauro Icardi, nel rispetto della sua dolce ossessione, ha aspettato la Juve per fare la partita della vita.  Ha segnato di testa, ma questa non è una novità. Ha preso un palo con un destro a giro, e anche questo gliel’avevamo già visto fare. Ha servito un assist strappamutande a Perisic, ma nessuno ha mai messo in dubbio che tecnicamente ci sappia fare.  Il vero upgrade è stato un altro. Lui, specializzato a nascondersi, si è sbattuto 95 minuti. Lui, tendenzialmente orientato a ritrarre la gamba, ha preso e soprattutto dato botte in giro per il campo, sacrificandosi come si chiede a un centravanti vero. Erano anni che non vedevamo fare una partita da tarantolato a un nostro attaccante, non a questi livelli e con questi risultati.

E quindi, mazzuolata la Juve, possiamo concenderci il lusso  di non mandare in archivio le cose scontate di un match da 10 e lode (il gol, il palo, soprattutto il meraviglioso assist), ma qualcos’altro. Icardi è passato di livello estirpando il pallone a un esterrefatto Chiellini nel primo tempo (Alvarez reloaded) e facendo una gara di spallate con Bonucci nel secondo. Ha superato finalmente l’esame da intimidatore ed è una gran cosa. Lo spirito del capitano si trasmette così, puzzando un po’. Perchè i fini dicitori ci piacciono un casino, per carità, ma fino a un certo punto.

Insomma, Icardi non può accontentarsi del record universale del rapporto palle giocate/gol fatti. La cosa migliore che può fare Maurito, sul divano con Wanda e il suo kinderheim, è accendere la tv e ogni tanto riguardare se stesso in Inter-Juve del 18/9/2016. Ecco Mauro, lo vedi il 9 in nerazzurro? Noi i centravanti li vogliamo così, paro paro.

 

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Esoneriamo de Boer, vendiamo Icardi al Napoli, vergogniamoci! (le pagelle di Inter – Juventus)

Frank de Boer sa che deve avere una grandissima pazienza. Chissà quante volte se lo ripete, chissà quante si impone il mantra dell’uomo che ama più il lavoro delle chiacchiere: non perdere la calma, non innervosirti, non perdere la calma.  Ma soprattutto caro e santissimo Frankie non deve essere facile non rispondere alla valanga di minchiate in bello o bruttissimo stile che ti hanno scaricato addosso in questo primo mese e in particolare dopo la prima di Europa League. Incapace, improvvisato, scarso, folle, impreparato. Lo avevano già esonerato tutti i divanisti d’Italia, forse proprio nei momenti in cui preparava maniacalmente bene la partita più difficile e importante. L’ha vinta lui ed è stata una partita giocata come l’Inter non faceva da tempo. Organizzata, aggressiva, veloce e determinata. Per esoneri e voli di uccellacci neri c’è tempo, ora goditi la vittoria Frank.

***

Handanovic – Va bene, questa volta non insisteremo sul tema del sorriso e della voglia. Tutto è perdonato. Non sbaglia nulla, è concentrato e reattivo anche quando lui e i centrali rischiano di fare il patatrac nei minuti di recupero (esco-non esco-mia-tua). Giallo di un giallo fluo, Para quel poco che c’è da parare ed esce bene, riesce a dare sicurezza ai compagni e sacrifica la sua incolumità per salvare la porta. Tutto quello che ti aspetteresti da un portiere del suo livello e che invece di tanto in tanto con Handanovic sembra un lusso voto 6,5

D’Ambrosio – Quanta fretta ma dove corri, dove vai? Danilo è un faticatore e questo l’abbiamo scritto anche in passato. Non gli puoi chiedere di giocare di fino ma quando deve usare il martello non si fa scrupoli. Alcuni errori di piazzamento, alcune sovrapposizioni sbagliate o finite ingloriosamente franando su Candreva, ma quello che può dare D’Ambrosio lo da e non è una cosa da poco. voto 6

Miranda – Ezechiele 25:17. Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te. Mandzukic, a occhio e croce dovresti averne buscate abbastanza. Tutto quello che chiediamo a un difensore, tutto quello che dovrebbe fare un difensore Miranda lo fa. voto 8

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Murillo – Con quel fisico e quella faccia ci sono diverse opportunità di carriera:

  1. L’accompagnatore di anziane signore ricche
  2. L’attore porno della east coast (che per arrotondare riceve a Miami e dintorni)
  3. Il difensore colombiano.

Per nostra grandissima fortuna Jeison ha scelto la 3 (anche se il sospetto che non disdegni le prime due ce l’abbiamo). Voto 7

Santon – Non è un uomo, è il testo di Pensiero stupendo. Un po’ perché si muove lento e circospetto come uno che fa petting per la prima volta e un po’ perché a volte all’improvviso fa talmente tanto casino che sembra che in quel letto, pardon, in quella zona del campo siano in 3. Male in copertura sull’uomo, male sul gol della Juventus, timidi segnali di ripresa negli altri fondamentali e nelle altre zone del campo. voto 5,5

Medel – Lotta e corre come un leone, spesso è l’unico che accorcia il campo e sale a raddoppiare e aiutare i compagni. Recupera molti palloni, ne gioca pochi rispetto alle partite precedenti, Ecco, forse il segreto è questo. voto 6,5

Joao Mario – Giuro di aver sentito Leonardo che dopo la partita a Sky lo ha definito giocatore discreto. Certo, come no. Corre, recupera palloni, chiude linee di passaggio, cuce il gioco, contrasta, salta l’uomo, gioca spalle alla porta e fa salire gli esterni. Sa fare qualsiasi cosa, le fa tutte bene. Certo, forse non ha lasciato in ordine l’armadietto e alcuni dicono di averlo visto sbadigliare senza mettere la mano davanti alla bocca e forse a queste terribili cadute di stile si riferisce Leonardo voto 7

Banega – Smista più palloni lui di tutti gli altri centrocampisti messi insieme, pensa calcio a una velocità che ad altri costerebbe un’emicrania letale. Due ammonizioni, una spesa meglio dell’altra, la dimostrazione che la qualità che tutti gli attribuivano è vera e lotta insieme a noi. Best Banega Ever voto 8

Candreva – Non solo si fa un mazzo tanto su e giù per la fascia ma riesce anche a mettere buoni palloni, a non abbandonare D’Ambrosio al suo destino e a scambiare fascia, maglia e intimo con Eder senza che i loro marcatori se ne accorgano, un numero che i due ormai propongono nei migliori teatri off milanesi voto 6,5

Eder – Un brutto anatroccolo lanciato nello spazio, anzi negli spazi. Bravissimo a pressare alto insieme a Icardi, bravissimo a ripiegare e aiutare quando la Juventus passava la linea del suo pressing, bravissimo a imitare l’accento romano di Candreva per confondere Lichtsteiner, che a sua volta è parso un po’ confuso dagli schieramenti in campo e non ha esultato per rispetto della sua ex squadra voto 7

Icardi – Aggiungiamo un nostro personale cuoricino a quelli dell’sms di Wanda Nara. Cuoricini per te Mauro, che non presti attenzione ai cialtroni che ti contestano e continui implacabile a segnare. 7 gol in 8 partite alla Juventus. Ti ha fatto qualcosa la Juve, Mauro? Perché se ti ha fatto qualcosa speriamo te lo faccia di nuovo. Pressa, passa, salta, tocca, filtra, gioca e sorride. voto 9

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Primizie dalla panchina

Felipe Melo – Banega provoca, lui mena. Un po’ di legna quando serviva, lento come solo lui sa essere lento. voto 6

Senna – Alto, elegante e ben educato, quando tutti pensano che Dybala lo stia per annodare, lui gli strappa la palla e se ne va. Dato per vittima sacrificale negli ultimi minuti considerata la totale inesperienza a quel livello, gioca con grande serenità e fa sperare in cose buone voto 6

Ivan Perisc – Gioca mezz’ora e mette a ferro e fuoco la sua fascia. Dispone a suo piacimento di Lichtsteiner e a un certo punto rischia di essere denunciato per atti bullismo (il certo punto è la quinta volta su cinque che lo lascia sul posto per accentrarsi). Prima prova ad andare in mezzo per scaricare il destro, poi la passa e infine segna di testa su esterno prodigioso di Icardi. Ecco, di testa la prende sempre lui, tanto che Handanovic pare divertirsi a tirargliela addosso – voto 7,5

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Frank de Boer – Che ridere Frankie, che ridere. Ora tutti a sostenere che non intendevano quel che intendevano. Invece no Frankie, teniamolo pulito questo primo carro dei vincitori. Chi voleva che tu fossi esonerato voleva proprio che tu fossi esonerato. Fortuna che a volte il calcio è una scienza esatta. Se giochi meglio, vinci voto 8

 

 

 

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Vi prego, restate così

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Noi – noi interisti dico – lo sappiamo bene che quello della pazza Inter  non è solo uno stereotipo calcistico, e nemmeno uno slogan molto comodo per la Gazza (due parole di cinque lettere, manna dal cielo per grafico e titolista). Del resto, come non tirarlo fuori (lo stereotipo) se nel giro di tre giorni passi dalla Madre delle Partite di Merda a un’Inter-Juve giocata come Iddio comanda, anzi, forse di più, giocata andando oltre le indicazioni di Nostro Signore e tenendo in scacco dall’inizio alla fine una squadra che, nei pronostici di qualsiasi persona sana di mente, avrebbe potuto ragionevolmente massacrarci. Giusto perchè tra l’Hapoel Beer Sheva e la Juventus c’è una differenza di 70 anni luce e tra le due partite sono trascorse meno di 70 ore.

Io non so cosa sia successo in queste 70 ore.

Potrei raccontare come sono trascorse le mie, a leggere pagelle e commenti di Inter-Hapoel, a farmi domande sul nostro futuro, a scartabellare le varie ipotesi sul nuovo allenatore – perchè su Frank De Boer  si era già scatenato l’inferno (panettone? fine vendemmia? dopodomani sera?) e la sarabanda dei nomi del toto-sostituto. E, ovvio, a sospirare guardando il soffitto, come Pepe Carvalho, pensando a una stagione già così densa di avvenimenti, di emozioni contraddittorie, di stravolgimenti. In una parola (anzi due): già finita.

E invece.

E invece appiccio la tivù alle ore 18 della domenica e vedo una squadra che se la gioca dal primo secondo e che continuerà fino al 95mo minuto, senza tregua, pressando, correndo, mordendo. E siccome l’altra squadra era la Juve tutto questo vale doppio, o forse triplo. Quando l’Inter passa in svantaggio (quinta volta su cinque partite), non c’è delusione, non c’è depressione: no, sale immediato il retrogusto della beffa perchè non è il gol annunciato delle altre partite, macchè. Non è uno svantaggio da rassegnazione: è l’incazzatura dello svantaggio, è la più immeritata delle sfighe e non può finire così.

Non finisce così, infatti.

Non finisce così perchè l’Inter, coralmente, ci ha regalato un partitone clamoroso. E scendendo nel particolare, perchè Mauro Icardi ha fatto il match della vita, tra gol e assist, tra finezze e sportellate, segnando e menando, facendo cioè – tutto in una notte – quello che gli chiedono da sempre (e speriamo che si sia accorto di quanto è bello fare tutto questo per noi); perchè Banega è davvero un signor giocatore, Joao Mario è qualcosa che non avevamo, eccetera eccetera eccetera.

Per tornare pazza, cara Inter, c’è sempre tempo. E comunque è inutile raccomandarsi troppo, lo dice la Storia (almeno fino a quella di giovedì scorso). Ma dallo stadio elettrizzato come non succedeva da mo’ – e che era uno stadio da record assoluto di incasso – si alza unanime e poco sommessa una richiesta: al netto delle future cazzate, come sarebbe bello se da qui – da qui in alto – non si tornasse indietro.

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Memorabilia #3 – Non mi togliere

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Quando vinci, scegliere il gesto (il momento, il punto di svolta) simbolo della partita è più facile. Ripensando a Pescara, sarebbe scontato esaltare la splendida torsione di Icardi per il gol del pari (che se non avesse trascorso un’estate da Wando e si chiamasse Hicardin o Icardowski, forse qualche titolo in più l’avrebbe guadagnato). Oppure, il miracolo in uscita di Handanovic sul possibile 0-2 (quando si tuffa, le prende), o quella meravigliosa scivolata di Miranda che ha evitato un prematuro (e forse letale, chissà) gol dello 0-1 a partita iniziata non da molto.

Ripensandoci, però, l’attimo da cogliere è un altro. E’ un’espressione facciale catturata da una telecamera nel momento esatto in cui, di fianco alla panchina dell’Inter, sembrava di stare al luna park. Il tabellone delle sostituzioni cambiava continuamente numero, tipo videolottery, una folla di giocatori con maglia nerazzurra si accalcava di fianco al quarto uomo. De Boer si giocava tutto con una mossa inconsueta e discretamente folle: tre cambi, dentro tre attaccanti.

Icardi guarda la scena, sgomento. Sembra non capire bene. Guarda verso la panchina. Stanno entrando Jovetic, Eder e Palacio. A meno che non si giochi con il 4-0-6 qualcuno deve uscire.

Nella sarabanda di numeri sul tabellone della sostituzioni, il 9  però non compare.

Icardi sa che non sarebbe stato uno scandalo sostituirlo, proprio no. L’Inter perde 1-0 a Pescara, manca un quarto d’ora più recupero alla fine e lui, in 75 minuti, si è visto per un colpo di testa fuori di un pelo, stop. Comunque escono Perisic, Candreva e Medel. Lui no.

La telecamera non inquadra il sospiro di sollievo. Quello possiamo solo immaginarlo. Così come possiamo solo immaginare che l’aver evitato la gogna gli abbia dato una mossa. Due minuti dopo, la telecamera inquadrerà infatti Icardi volare a centro area per il primo gol. Sedici minuti dopo, lo inquadrerà avventarsi su una palla vagante e segnare la rete della vittoria. Noi che sedici minuti prima avremmo tranquillamente avallato il suo cambio, saltando sul divano lo esaltavamo come il miglior centravanti dell’universo.

Ma questo è normale, in ambito tifosotti. Meno normale – cioè eccezionale – è il rendimento di un giovane attaccante (giova ricordare, ogni tanto, che è del 1993, che è titolare in Italia da qualche stagione e che una volta ha pure vinto la classifica cannonieri) cui si chiede – giustamente – un’evoluzione tecnica (tornare, partecipare, imbrattare la divisa) ma che nel mentre tiene la media in carriera di un gol ogni due partite, nel presente campionato viaggia a un gol al partita (tutti i gol dell’Inter), che in stagione te ne garantisce minimo una ventina.

Prendere o lasciare, questo è Icardi. Ti chiedi dove si sia imboscato, poi gli arrivano tre palloni e mette due. In my opinion, è da prendere centomila volte. Pazienza se è sempre a portata di selfie e ha la moglie invadente: se la deprimente pantomima dei mesi scorsi è servita almeno a fissare una mostruosa clausola rescissoria, sono contento. Ora come ora, non ne possiamo fare a meno. Così, a occhio, la pensa anche De Boer se mette tre attaccanti e non toglie lui. E chissà che da quel faccino angosciato del nostro capitano, nell’attesa di vedere comparire o meno il 9 nel tabellone, il nostro campionato abbia già preso un altro passo.

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Cozza Inda

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Si possono affermare, più o meno serenamente, due cose altrettanto vere: 1) questa squadra e il suo allenatore hanno bisogno di tempo, probabilmente molto; 2) pur con tutta la pazienza di questo mondo, non si può non vincere con questo Palermo, no, no e poi no. Quindi, dopo essersi contraddetti nel breve volgere di due righe, bisogna decidere per cosa bisogna rassegnarsi: 1) all’attesa, nella speranza di vedere qualcosa di buono il più presto possibile, e fare un tifo responsabile quasi zen; 2) alle incazzature, o alle delusioni, che già ci ammorbano l’attesa di cui sopra (un punto contro Chievo e Palermo, cioè, si sono visti inizi migliori).

Il quadro è piuttosto drammatico, parlandone oggettivamente. Un mese – 30 preziosissimi giorni – l’abbiamo perso dietro le paturnie di Mancini. Fisicamente, siamo delle mozzarelle: le tournée porteranno anche soldi, ma guarda come ti riducono (tantopiù se il tuo allenatore dell’epoca si comporta da dead man walking e tu non sai che cazzo fare). Poi arriva un nuovo mister che non parla italiano, non conosce il calcio italiano e – non potrebbe essere altrimenti – di fronte a questo popò di casino chiede tempo. E gliene o occorrerà parecchio, con altri due giocatori nuovi da inserire e quelli vecchi da risistemare.

Ecco: quelli vecchi sono al momento la vera profonda delusione. Mettici pure tutte le attenuanti, mettici anche che chiudi gli occhi e fai oohhhhmnmmmmmmm perchè hai deciso di metterti in stand by (la faccenda dell’attesa). Ok, perfetto, ma c’è una percentuale di impresentabili che ti mette una certa angoscia. Ragazzi, noi aspettiamo, per carità. Ma voi datevi una mossa.

Rispetto al nulla di Verona, ieri si sono viste le occasioni: perlomeno abbiamo riprovato il brivido antico di tirare verso la porta avversaria, quel gesto tecnico che con un po’ di culo può produrre il gol. Che la metà di queste occasioni sia capitata a Medel, ecco, meriterebbe un’ulteriore riflessione, o una disamina tecnica che non sono in grado di affrontare. Cinque-sei occasioni più che nitide, ma anche cinque-seicento passaggi sbagliati. Faceva caldo? E vabbe’ ragazzi, avete le maglie tecniche, vi danno da bere: è uno sforzo che, alla vostra età, si può fare senza grossi rischi.

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