Editoriale

Voi e i vostri fottuti occhi da cerbiatto

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Il tifoso da curva non sa più come insultare, il tifosotto non sa più cosa dire e il blogghe non sa più cosa scrivere. Quello dell’Inter è il primo caso di encefalogramma piatto contagioso, come se la mancanza di reazioni vitali si propagasse tra consanguinei come una varicella. E’ una stagione così, bizzarramente disastrosa, dove solo il nome altisonante dell’avversario costringe i nostri beniamini a un’impennata di orgoglio e di professionalista (Juve, Milan, Roma: le tre partite migliori, peraltro quattro punti, non nove) e il resto è una bella spianata di merda tipo qua attorno, nel Pavese, quando spargono i fanghi nei campi per concimare. Qualche aiuola qua e là, qualche fiorellino, e il resto una robaccia puteolente (aggettivo che sognavo di scrivere da almeno 13 anni, senza averne mai l’occasione) (grazie Inter).

Del resto, cosa dire, pensare o scrivere di una partita come quella di giovedì? Sì, certo, puoi metterti a vomitare bile o a rovistare nelle tasche del tuo cervello alla ricerca di un residuo di ironia, ma a che pro? La peggior Inter europea della storia è passata agli archivi mentre mangiavo una pizza, in un ristorante dove ero arrivato sul 2-0 – e proprio mentre Icardi prendeva la traversa del quasi 3-0 e io ordinavo una margherita) e da cui sono uscito sul 2-3, e pioveva pure.

Ora, quello che è accaduto giovedì sera non è oggettivamente normale. Non è normale che una qualsiasi squadra che cerchi di darsi un tono si faccia rimontare una partita già vinta da una squadra israeliana, che con noi ha fatto sei punti e segnato cinque gol in due partite. Non è normale smettere di giocare 35 minuti prima della fine, quando avevi in mano il match e avevi allungato l’agonia europea alla sesta giornata di un girone demmerda, e magari con l’aiuto degli astri e di qualche suicidio altrui la sfangavi pure. Non è normale, e non so quante altre squadre avrebbero combinato un disastro del genere.

Diciamo che, dopo giovedì, siamo quantomeno arrivati alla quadratura del cerchio. Dopo mesi a cercare colpevoli, forse li abbiamo trovati. Abbiamo voluto testardamente incolpare la società, che di colpe ne ha – a partire da 6 mesi fa, nel non aver lasciato libero il Mancio. Abbiamo voluto pervicacemente accusare la dirigenza, che di colpe ne ha – a partire dalla scandalosa gestione di affari interni, tipo la gestione dei deliri di Icardi o la cottura a fuoco lento del povero Frank. Abbiamo voluto, l’abbiamo fatto. MA non eranbo i soli colpevoli, ce n’erano altri e facevamo finta di non vederli. Come quando si inizia uno di quei gialli scritti male, che dopo 50 pagine dici “no dai, troppo facile, non può essere lui” e allora vai avanti con la mappazza e alla pagina numero 500 ti rendi conto che avevi ragione e ormai non puoi nemmeno fare il reso su Amazon.

Il secondo tempo israeliano, sostanzialmente, i colpevoli ce li ha. In campo non c’erano Ausilio e Zanetti, in difesa non giocava Zhang, a centrocampo non giostrava Thohir. Non è colpa loro se la squadra smette di giocare, se otto-nove decimi si perdono in un bicchier d’acqua, se in porta c’è lo stuntman di “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”. Non è nemmeno colpa di quel pretino di Pioli, che cerca nobilmente di addossarsi colpe non sue, quando tutto quello che dovrebbe fare è appendere qualche scioperato all’attaccapanni, come ai bei tempi. Poche balle, la partita l’hanno persa i giocatori.

Poche balle, e poche seghe. La squadra è scarsa? Qui bisogna essere seri e relativizzare le affermazioni. Rispetto a Bayern, Barcellona, Chelsea, City ecc. la squadra è (più) scarsa. Ma se il confronto è con le tre squadre del gironcino del cazzo di Euroleague e con 18 squadre del campionato italiano (una purtroppo è fuori categoria, dopo che le due principali competitor le hanno ceduto il loro pezzo migliore), allora usciamo dall’equivoco: siamo al livello delle migliori e molto più in alto delle peggiori. Una posizione che oggi, serenamente, senza sforzi immani, avrebbe dovuto fruttarci una delle prime tre-quattro posizioni in campionato e una disinvolta qualificazione in Coppetta. Invece: 8 punti dal terzo posto in campionato in sole 13 partite, e ultimi (ultimi!) in Coppa.

Al netto delle colpe di tutti gli altri – società, dirigenti, allenatori (si noti il plurale) – forse è giunto il momento di prendere i giocatori per le palle e stringere forte. In campo ci vanno loro, le partite le perdono loro. I centomila cross sbilenchi li fanno loro – la miglior pattuglia di crossatori dell’emisfero boreale azzecca un cross ogni cinque; i movimenti difensivi con la labirintite li fanno loro – una difesa che leggi i nomi e ti chiedi il perchè faccia così incredibilmente cagare; le mollezze a centrocampo le fanno loro – filtro? what’s filtro? assist? what’s assist?; le minchiate in attacco le fanno loro – partite con zero occasioni e zero gol, partite con un’occasione e un gol, partite con centoventi occasioni e zero/un gol: siamo un caso di scuola a livello mondiale.

Tranquilli, ragazzi, in B non ci andiamo: ci sono alcune squadre che ci arriveranno dietro, quindi rilassatevi. E cercate di rimettere ordine alle vostre idee e di dare un senso ai vostri mostruosi stipendi. No, non è demagogia, usciamo anche da quest’altro equivoco: non è demagogia. Io posso anche andare a lavorare con il broncio, con le manie da persecuzione, con le ginocchia molli o entrando in ufficio come Bruce Lee tipo Handa, stendendo un collega che tarda a fare le fotocopie. Ma ci vado perchè devo portarmi a casa la pagnotta e cerco di fare del mio meglio, pur dovendo aspettare minimo cinque anni per mettere insieme la teorica cifra che il più sfigato dei nostri beniamini prende il 27 di un singolo mese. E’ demagogia pensare che tutti passeranno incopevolmente all’incasso anche dopo il secondo tempo in Israele?

I colpevoli sono i giocatori.

Ultimamente mi si è incerbiattato pure Miranda, per dire. Occhi da cerbiatto anche i suoi, come quelli degli altri, tutti ex tigri, bei tempi per chi se li ricorda. Incerbiattamenti alla minima difficoltà, incerbiattamento mentre vinci 2-0, quasi 3, con il più sconosciuto degli avversari di Europa League. Ecco, io sono stufo di questi sguardi adulti e ultramilionari che si perdono nel vuoto a ogni piè sospinto. Quello sguardo, ragazzi miei, tenetelo per i vostri momenti più intimi. Tipo quando siete sui vostri divani stilosi da diecimila euro con la vostra donna, lo sguardo vi si fa acquoso, inturgidite gli abbracci e sbatacchiate le palpebre nell’irresistibile, magico, dirompente momento in cui state percependo che lei ve la sta per dare. Ecco, lì sì, incerbiattatevi pure. Ma in campo, santiddio, tirate fuori i coglioni.

Cosa scrivere dopo la partita di giovedì? Ma no, niente, bisognerebbe stare solo zitti. Dico sono che di questi io non mi fido più, stop, fine. Mai occasione è stata più propizia per dire che i colori (che restano) e gli uomini (che passano) viaggiano tra cuore e cervello in binari paralleli. L’amore per i colori è eterno e non sarà mai in discussione. L’amore per tutto il resto – squadra, allenatore, società -, nessuno si offenda, può andare e venire, può essere sottoposto a verifiche, può balbettare se non corriposto. Si può amare una squadra come quella del secondo tempo in Israele, anche se veste la nostra maglia?

Quindi, a partire da domani: o questa squadra si fa amare (giocando, sudando, spremendo, smoccolando, mordendo, segnando, arando, travolgendo, anche sbagliando, ma sbagliando a fin di bene) oppure ciao, ci vediamo al prossimo giro. Voglio provare un esperimento inedito: tifare Inter senza tifare i giocatori. Praticamente farò come la Curva con Icardi, un tifo selettivo: esulterò per le vittorie e mi macererò per le sconfitte, come sempre, ma dopo aver assistito a partite di undici maglie nerazzurre senza nessuno dentro. Che, se ci pensiamo bene, è esattamente quello che è successo nel secondo tempo in Israele, il diretta mondovisione.

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Editoriale

Esclusivo – Nerazzurro Pinetina, dal nostro infiltrato speciale

di Mario Bauscia

Il giorno dopo l’impresa in rimonta con il Palermo, i musi che sfilano ai cancelli della Pinetina sono più lunghi della squadra vista in campo domenica a San Siro. Perché, non si sa: i progressi, parola di Mister Franco, sono stati evidenti, e il risultato in potenza di 4-1 – sempre a dar retta a Franco – dovrebbe regalare sorrisi, lascia stare che poi il tabellino in atto dica pareggio.

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I primi ad arrivare sono come sempre Perisic e Candreva. Poche storie, sono alternativi, se c’è uno fuori l’altro. Coerentemente, la società ha messo a loro disposizione un unico armadietto: chi prima arriva meglio alloggia, nel senso che se la cava con la sgambata del mattino e per pranzo può già andare a giocare a Pokemon Go, lasciando spazio all’altro. Cui invece toccano al pomeriggio seduta tattica, lavoro fisico, partitella, e la temutissima passeggiata finale nei boschi di Appiano con Medel al guinzaglio, che se il pitbull vede una lepre poi son cazzi tenerlo.

E quindi è gara quotidiana fatta di sveglie che suonano quando canta il gallo e folli corse all’alba verso Appiano. Oggi il più rapido è il croato, ore 5.45 brucia al fotofinish Antonio e timbra per primo il cartellino col più elegante e scontato dei doppi passi, cui ormai anche il custode del Centro Sportivo Angelo Moratti reagisce con un sorriso di tenerezza e uno sbadiglio. A Candreva non resta che accomodarsi in sala mensa e ingannare l’attesa aggiornando con nuovi meme la sua pagina Lotito ovunque.

Poi via via arrivano tutti gli altri, in fila per due. La tensione e le scorie del difficile avvio di campionato sono evidenti: Murillo si butta in tackle su un bimbo che gli chiede l’autografo, provocandogli la frattura scomposta della biro. Il giovane Santon urla al telefono con l’andrologo che gli ha rimandato il controllo della prostata, mentre Eder continua a disturbare raccontando a tutti il suo gol alla Svezia. Pora stella, è l’unico che ha fatto negli ultimi 200 giorni, chi ha il coraggio di biasimarlo?

FC Internazionale Milano v Udinese Calcio - Serie A

MILAN, ITALY – APRIL 23: Eder Citadin Martins of FC Internazionale Milano celebrates his goal during the Serie A match between FC Internazionale Milano and Udinese Calcio at Stadio Giuseppe Meazza on April 23, 2016 in Milan, Italy. (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Miranda cerca disperatamente di tenere compatto e ordinato il gruppo, poi si rassegna e si mette le mani nei capelli. Non un’impresa facile, nel suo caso, ma sempre meglio che gestire questa banda di minchioni.

C’è anche, nella fila per due, il resto di tre, nel senso degli assenti più o meno giustificati.

Kondogbia è in Francia per rispondere alla convocazione della Nazionale. Nessuno ha avuto il coraggio di dirgli che trattasi di scherzo ordito da quella sagoma di Evra. Pare incredibile ma Kondo ci è cascato, come la prenderà quando lo scopre è per ora un mistero, comunque meno inquietante delle sue prestazioni in campo.

Brozovic è sempre a Malpensa, in attesa di essere venduto per davvero dopo essere stato accostato, nell’ultimo mese, a 34 squadre di 26 paesi diversi. Là dove c’era Epic Brozo, ora c’è un povero disgraziato che assomiglia al Tom Hanks di The Terminale e che ha l’incubo di fare la fine di Guarin: “Mi volevano Juve e Chelsea, sono finito al Jiangsu”.

E poi c’è, anzi non c’è, Icardi. Il capitano, modello di dedizione e attaccamento alla maglia, ha deciso unilateralmente di non allenarsi fino a quando non firmerà il 13esimo rinnovo contrattuale degli ultimi 12 mesi. Le parti sono comunque vicine, si lavora sugli ultimi dettagli per soddisfare le richieste del procuratore del centravanti argentino, l’ex ingegnere nucleare Wandanara: il ruolo da protagonista nel prossimo spot del Suning Commerce Group, e un posto alle casse del centro commerciale Suning di Nanchino per la nipote Wandita, che vuole sfondare nel mercato porno cinese, ma prima deve metter via un po’ di soldi per rifarsi le bube. A dimostrare comunque quanto il capitano sia vicino ai compagni, il suo tweet delle 11.34 che lo ritrae con regolare maglia numero 9 mentre fa colazione a bordo piscina, azzannando un cornetto strizzato tra le tette di Wandanara.

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A proposito di mercato, a poche ore dalla chiusura delle trattative arriva forte e chiara la smentita delle voci su interessamenti per Fabregas, Joao Mutinho e pure Valdifiori. “Ci hanno offerto anche Jack Wilshere in prestito gratuito, ma abbiamo detto un secco no. In mezzo siamo a posto, semmai potremmo sondare le piste che portano a giocatori come Cuadrado, Cerci e Garrincha, perché forse ci manca qualcosa sugli esterni alti”, dichiara al suo arrivo ad Appiano Ausilio, al microfono di un Massimo Nebuloni ancora in pigiama. Uno sparo proveniente dalla sala mensa annuncia il tentato suicidio di Candreva.

Ore 9,30, è di nuovo trambusto all’ingresso. Ed è ancora lui: Caner Erkin, 27 anni, origini turche. Da un mese o poco più si presenta ai cancelli e cerca di entrare, sostenendo di essere un regolare tesserato della Beneamata. Anche oggi, nessuno lo riconosce. Trovato sprovvisto di permesso di soggiorno, viene accompagnato dalla sicurezza a Malpensa e, dopo un fugace saluto a Brozovic, si imbarca finalmente sul primo volo per Besiktas. Alla notizia, in Giappone vengono vendute altre 200mila magliette di Nagatomo.

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Poi finalmente è ora del campo. A dirigere, imperioso e carismatico come un cucciolo di Panda, c’è ovviamente Mister Franco. Abbandonato lo scooter elettrico usato ad Ajax, si presenta alla guida di un mezzo più moderno e scenografico: un Segway tarocco Made in Taiwan, modello attualmente in saldo nei negozi della catena Suning, e non si dica che la nuova società non è in grado di ideare e sviluppare preziose sinergie commerciali. In attesa che scada il fatidico mese richiesto da Franco per dar forma alla sua squadra, è già qualcosa.

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Cronache

Cozza Inda

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Si possono affermare, più o meno serenamente, due cose altrettanto vere: 1) questa squadra e il suo allenatore hanno bisogno di tempo, probabilmente molto; 2) pur con tutta la pazienza di questo mondo, non si può non vincere con questo Palermo, no, no e poi no. Quindi, dopo essersi contraddetti nel breve volgere di due righe, bisogna decidere per cosa bisogna rassegnarsi: 1) all’attesa, nella speranza di vedere qualcosa di buono il più presto possibile, e fare un tifo responsabile quasi zen; 2) alle incazzature, o alle delusioni, che già ci ammorbano l’attesa di cui sopra (un punto contro Chievo e Palermo, cioè, si sono visti inizi migliori).

Il quadro è piuttosto drammatico, parlandone oggettivamente. Un mese – 30 preziosissimi giorni – l’abbiamo perso dietro le paturnie di Mancini. Fisicamente, siamo delle mozzarelle: le tournée porteranno anche soldi, ma guarda come ti riducono (tantopiù se il tuo allenatore dell’epoca si comporta da dead man walking e tu non sai che cazzo fare). Poi arriva un nuovo mister che non parla italiano, non conosce il calcio italiano e – non potrebbe essere altrimenti – di fronte a questo popò di casino chiede tempo. E gliene o occorrerà parecchio, con altri due giocatori nuovi da inserire e quelli vecchi da risistemare.

Ecco: quelli vecchi sono al momento la vera profonda delusione. Mettici pure tutte le attenuanti, mettici anche che chiudi gli occhi e fai oohhhhmnmmmmmmm perchè hai deciso di metterti in stand by (la faccenda dell’attesa). Ok, perfetto, ma c’è una percentuale di impresentabili che ti mette una certa angoscia. Ragazzi, noi aspettiamo, per carità. Ma voi datevi una mossa.

Rispetto al nulla di Verona, ieri si sono viste le occasioni: perlomeno abbiamo riprovato il brivido antico di tirare verso la porta avversaria, quel gesto tecnico che con un po’ di culo può produrre il gol. Che la metà di queste occasioni sia capitata a Medel, ecco, meriterebbe un’ulteriore riflessione, o una disamina tecnica che non sono in grado di affrontare. Cinque-sei occasioni più che nitide, ma anche cinque-seicento passaggi sbagliati. Faceva caldo? E vabbe’ ragazzi, avete le maglie tecniche, vi danno da bere: è uno sforzo che, alla vostra età, si può fare senza grossi rischi.

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Editoriale

Lo strano caso di Davide Santon e Santon Davide

Quando José Mourinho li fece esordire contro la Roma in Coppa Italia pensammo di aver finalmente trovato un terzino degno di raccogliere l’eredità dei migliori. Davide Santon e Santon Davide venivano dal Ravenna e dopo tutta la trafila del settore giovanile si affacciarono alla prima squadra con grande personalità. Mourinho e Lippi li definirono un predestinato, Cristiano Ronaldo disse di essere rimasto impressionato dalle qualità tecniche e umane di Davide Santon e Santon Davide. Come Balotelli e più di Balotelli DS e SD incarnavano alla perfezione lo strapotere nerazzurro dell’epoca. Forti, tecnici, sicuri e giovanissimi. L’esordio in Nazionale, la leadership dell’Under 21 e molto carattere. Lippi si spinse oltre e disse che Davide Santon e Santon Davide gli ricordavano Paolo Maldini. La prima stagione fu eccellente, la seconda funestata da un brutto infortunio al ginocchio li costrinse a fare da spettatori al trionfale triplete.

Ma Davide Santon e Santon Davide non si persero d’animo e dopo un anno di alti e bassi e il prestito al Cesena non riuscirono a legare con Gasperini e presero la via dell’Inghilterra. Nel 2011 se ne andarono entrambi al Newcastle United, dove partirono alla grande e conquistarono la stima e l’amore dei tifosi dei magpies. Correvano e crossavano i Santon, Davide e Davide se la cavavano alla grande e forse in Inghilterra trovarono un ambiente migliore, più adatto a giocatori senza fronzoli come loro. Di certo trovarono l’amore, perché entrambi sposarono Chloe, con la quale vivono tuttora in armonia e senza gelosie. Davide Santon, Santon Davide e Chloe Sanderson. A gennaio del 2015 e contro la volontà di Chloe Roberto Mancini riuscì a riportare i Santon a Milano. Davide Santon e Santon Davide come nelle favole tornarono a casa per giocare di nuovo con la maglia che più amano, per la squadra che per loro è come una famiglia.

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Qualcosa però non funziona. I due continuano a giocare insieme ma qualcosa si spezza. Uno si infortuna spesso e l’altro no. Uno gioca e l’altro no. Davide Santon e Santon Davide sembrano sempre più due estranei e quando viene il momento di cederli l’Inter si ritrova in grande difficoltà. Perché mentre in nerazzurro uno gioca e viene considerato idoneo, l’altro non passa le visite mediche per nessuna delle squadre che di volta in volta lo richiedono. Proprio come in questi giorni, quando Frank De Boer dice che sta provando a sinistra Davide Santon mentre Santon Davide buca le visite mediche con Napoli e West Ham.

Perché i Santon sono due, vero? Solo in questo caso avrebbe senso una serie di eventi grotteschi come quelli che hanno vissuto negli ultimi mesi Davide Santon e Santon Davide

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La Tattica

L’era di Frank, in difesa di un approccio

di Michele Tossani (@MicheleTossani)

L’era di Frank De Boer comincia con una sconfitta per 2-0 sul campo del Chievo, a seguito di una prestazione a dir poco opaca. I Nerazzurri sono mancati sul piano del gioco, dei singoli e della freschezza atletica. Subito la stampa italiana ha attaccato l’allenatore olandese per la prestazione della squadra e per alcune scelte, a cominciare da quella del sistema di gioco utilizzato (il 3-5-2), per proseguire poi con quella degli uomini dell’undici iniziale. In particolare è apparsa senza senso la decisione di rinunciare a Ivan Perisic, uno degli uomini di maggior qualità della rosa, reduce da un ottimo Europeo.
Tuttavia, se analizziamo nello specifico le decisioni dell’allenatore e la prestazione della squadra, non possiamo che spezzare una lancia a favore di De Boer.
Infatti non bisogna dimenticare come l’ex difensore della nazionale olandese abbia avuto a disposizione appena dodici giorni di lavoro dal momento in cui è entrato in carica come allenatore dei Nerazurri, in sostituzione di Roberto Mancini. Lo stesso Mancini che, a sua volta, di prestazioni imbarazzanti come gioco e risultati ne ha collezionate a decine, godendo però del favore di parte della critica, sempre generosa nel ridimensionarne le colpe.
Come ha spiegato ai giornali del suo Paese, De Boer ha scelto un sistema di gioco il (3-5-2), che non è nelle sue corde, soltanto per una questione di tempi. Essendo arrivato da poco a Milano e non avendo quindi avuto molto tempo a disposizione per lavorare su certi automatismi, De Boer ha preferito andare con un sistema più familiare per i giocatori piuttosto che insistere sul 4-3-3 o sul 4-2-3-1, moduli a lui più cari e sperimentati con non poco successo nei pochi giorni in cui ha avuto a disposizione la squadra.
Col senno di poi, è chiaro che la scelta della difesa a tre ha portato più danni che benefici ma in partenza aveva una sua logica. Dal punto di vista difensivo infatti Miranda, Ranocchia e D’Ambrosio erano in superiorità numerica in fase di impostazione nei confronti delle due punte veronesi. A centrocampo, gli esterni Nagatomo e Candreva garantivano ampiezza sui possibili cambi di gioco volti ad attaccare sul lato debole del campo lo stretto rombo clivense. Schierare poi tre centrocampisti centrali permetteva all’Inter, teoricamente, di avere un giocatore in più in mediana per riciclare il possesso e aiutare le uscite basse dalla difesa.
In attacco, infine, schierare due punte vicine permetteva a Eder di giocare in una posizione più centrale al fianco di Icardi.
Quello che è mancato ai Nerazurri non è stata tanto la scarsa abitudine a giocare con questo sistema (già praticato quando era Walter Mazzarri a sedersi sulla panchina interista), quanto certe problematicità mostrate in fase di esecuzione, come la lentezza nel giro palla o la scarsa capacità di giocare in profondità.
Inoltre poco è stato prodotto sulle fasce, dove gli esterni interisti venivano spesso presi in inferiorità numerica dalla coppia formata da terzino e interno di centrocampo, in uscita laterale, del Chievo.
A questo si aggiunga che, come si vede dall’immagine qui sotto

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l’Inter ha mosso la palla soprattutto lateralmente, con pochi passaggi e pochi palloni giocabili a cercare Icard e Eder: alla fine, il risultato è stato che l’attaccante italo-brasiliano ha concluso la sua partita con appena due tiri in porta, entrambi da fuori area, mentre Icardi addirittura non ha mai tirato verso Sorrentino. Venendo dalla gestione Mancini, in cui l’obiettivo in possesso palla era quello di cercare immediatamente la profondità anche con palloni, lunghi e in cui ai centrocampisti centrali non venivano chiesti lunghi tempi di possesso, i Nerazzurri si sono ovviamente trovati a disagio nel cercare un tipo di gioco maggiormente orientato alla ricerca della superiorità posizionale tramite il possesso palla.
Ma questo era inevitabile, dato l’esiguo numero di allenamenti fatti con il nuovo tecnico.
Certamente, la presenza di un uomo di indubbia qualità come Perisic sarebbe stata utile ma, come spiegato da De Boer, il croato è stato messo fuori perché non ha ancora recuperato dalle fatiche di Francia 2016. Se conoscete il prof. Raymond Verheijen e le sue teorie sul recupero atletico dei giocatori potete capire come questa sia stata la decisione più giusta.
Diversamente da Mancini, De Boer non è un allenatore manager, un gestore di spogliatoi, ma un tecnico che vuole insegnare un certo tipo di calcio. Il 4-3-3 messo in mostra come allenatore dell’Ajax è basato su geometrie precise, sulla gestione degli spazi, sul collettivo, sul giro palla a partire dalla difesa, sulla ricerca dell’uno contro uno sugli esterni.
È un sistema interpretato in chiave molto offensiva, dove si esige che ogni giocatore rispetti le consegne ricevute. E dove si richiede una grande preparazione atletica. E qui torniamo ad un altra critica mossa a De Boer dalla stampa italiana. Effettivamente l’Inter è parsa in grave deficit atletico domenica scorsa. Ma come si può addebitare questo all’olandese quando due terzi della preparazione sono stati svolti sotto la precedente gestione, cioè sotto Mancini ed il suo staff?
In conclusione, è presto per criticare De Boer, anche se il linciaggio mediatico sembra già partito, soprattutto da parte di chi non ha digerito la defenestrazione di Mancini da parte della dirigenza nerazzurra. Ma questo clima non aiuta il nuovo allenatore né la squadra. Per vedere se De Boer sarà in grado o meno di replicare il tipo di gioco collaudato in Olanda sarà necessario aspettare ancora qualche partita. Si avrà la pazienza di farlo?

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Editoriale

Preghierina ai giocatori dell’FC

di Fabrizio Biasin 

Preghierina ai giocatori dell’FcInternazionale impegnati contro il Chievo nel giorno d’esordio del 42342esimo campionato (nessuno in B).

Handanovic. Attento alle uscite e para come sai fare. Pensa solo a quello. La Champions arriverà, con lei magari anche un sorriso, ma forse questo è chiedere troppo.

Erkin. Ti conosciamo poco, c’è già chi ti dà del bidone. Sorprendici, dimostra che sei il miglior turco senza mandato d’arresto in grado di fare un cross (probabilmente l’unico a piede libero, tra l’altro).

Miranda. Tu sai che noi sappiamo che tu sai di essere il nostro capitano senza fascia. Non c’è bisogno di aggiungere un rigo.

Ranocchia. Tu sai che noi sappiamo che tu sai di essere stato il nostro capitano pasticcione, quello che al bar ci prendevano per il culo e anche nostra nonna aveva imparato la cantilena (“e dire che tra lui e Bonucci avremmo scommesso sullo spilungone…”). Sorprendici. E se qualcosa non ti viene, chiedi a Miranda che è lì vicino.

D’Ambrosio. Sei sopravvissuto al morbo manciniano del “brucia il nuovo acquisto come paglia negli inferi”. Nulla può spaventarti. Tranne una diagonale difensiva di Nagatomo.

Medel. Ti amiamo. Se un qualche gioco di zolle ti aiuterà a fare un passaggio diritto sfideremo gli dei osannandoti al grido di “bello no, ma sei un tipo”.

Kondogbia. Non vediamo l’ora di spendere i 5 milioncini di bonus previsti dal tuo contratto. Tanto sono di Mr Zhang.

Perisic. Nulla da dire. Ricordati solo che a un certo punto devi mettere la freccia a destra altrimenti vai a sbattere.

Candreva. Speriamo che tu venga ricordato come la cosa più bella realizzata da Mancini nella sua seconda esperienza nerazzurra. A guardar bene ci vuole poco.

Banega. Potevi scegliere 5344 club iscritti alla Champions, hai scelto l’Inter e sei costato zero lire. È da questi particolari che si giudica un giocatore.

Icardi. Venti gol e un divorzio basteranno per ottenere il perdono. Ma siccome noialtri siamo per la “famiglia felice” lasciamo stare Wanda e ti auguriamo una stagione da capitano. Ps. Prima di Inter-Torino ricorda che Maxi si ravana i maroni, studia una contromossa perdio!

De Boer. Ci hai già conquistato e non hai fatto un cazzo. Noialtri siamo fatti così, meritaci.

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Cronache

Prima esegesi del deboerismo

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In piene Olimpiadi, la Gazzetta dello Sport dedica all’Inter le prime cinque pagine e c’è quasi da stropicciarsi gli occhi. Il paginone dell’intervista a De Boer è pieno di cose interessanti e anche di cose che volevamo sentirci dire. Frank l’oggetto misterioso, almeno nei propositi, dimostra idee chiare. E con eleganza va dritto al punto senza mandarle a dire.

Gennaio. “Vedremo la mia Inter dopo 4 mesi, questa è la normalità. A gennaio sapremo veramente chi siamo”. Del resto, cosa chiedere a uno che è arrivato a meno di due settimane dall’inizio del campionato? Piuttosto, un auto-appello a noi tifosi: se in questi quattro mesi le cose non andassero proprio benissimo, evitiamo ingenerosi confronti col il pari periodo 2015 del Mancio 2 (i quattro mesi migliori del suo mandato). Esigenti e pazienti, finchè si può.

Undici. “Si gioca in undici, anzi con tutta la rosa. Bisogna seguire una direzione, seguirla e coinvolgere l’intero gruppo”. Messaggio preciso, non solo a uso interno ma anche per il mondo Inter. De Boer riparte subito dal più evidente fallimento di Mancini, quello di aver perso feeling (anche) con la squadra.

Il 4-3-3. “E’ vero, preferisco il 4-3-3, ma possiamo fare pure altro, come il 4-2-3-1. Non c’è nulla di male a cambiare. Voglio che la mia squadra sappia cambiare due-tre sistemi anche nella stessa gara, ma occorre una crescita generale dei ragazzi: ogni cosa passa dalla disponibilità e dalla qualità dei giocatori”. Certo che non c’è nulla di male a cambiare. E’ un verbo che ci spaventa un po’ dopo gli eccessi di fantasia del Mancio, ma con De Boer confidiamo in un’evoluzione. Se il transito è dal sistema random a quello organizzato, siamo tutti con lui.

Il contropiede. (domanda riferita al marchio di fabbrica di Herrera e Mourinho) “Non voglio cambiare la storia dell’Inter, ma dobbiamo attaccare e difendere insieme. Se ci sono momenti in cui si è stanchi, si può anche giocare a tratti in contropiede. Ma mai tutti dietro e due là davanti a risolvere le cose…”. Difficile attendersi una risposta diversa da un olandese che ha giocato anche 150 partite nel Barcellona. Un tempo l’avremmo chiamato calcio totale, adesso non so. Di sicuro, alla sua squadra chiederà di fare gioco, sempre. Spalanca una porta aperta.

Attaccanti. “I miei attaccanti segnano molto, ma devono garantire il giusto apporto anche in fase difensiva. Ronando al Psv fece 30 gol ma non vinse nulla”. Problemi di orecchie che fischiano per Maurito (nell’intervista questo è solo il primo messaggio rivolto a lui). Il centravanti ideale di De Boer è la sintesi tra l’Icardi delle ultime due stagioni e il Pellè di Italia-Spagna. E Maurito ha tanti pregi ma gladiatore ancora non è, proprio no.

Icardi. “Ha solo 23 anni e ha segnato tantissimo. Sa che non è solo merito suo, ma di tutta l’Inter. Ogni giorno deve arrivare ad Appiano per diventare un giocatore migliore, in campo e fuori, curando pure il cibo e ogni altra cosa che possa alzare l’asticella. Il giorno in cui pensi di aver raggiunto il top allora sei finito”. Amen.

Icardi 2. “I suoi movimenti sono già fantastici, magari a volte deve capire che è meglio proteggere la palla e giocare semplice per l’interesse della squadra”. C’era bisogno di uno che gli facesse un po’ il culo, diciamolo.

Quelli bravi. “Banega è un giocatore fantastico, può fare tutto: giocare a ridosso di Icardi, ancor meglio qualche passo indietro, bravo pure da regista. Ha qualità, è ciò che ci serve. Uomini come lui, Candreva e Perisic sono fondamentali, perchè io amo la gente che sa giocare la palla a prescindere”. No, perchè uno dà per scontato che l’allenatore faccia giocare quelli buoni a prescindere, ma non è sempre così… Arriviamo da 20 mesi in cui lo è stato a brevi tratti, e per il resto 1-2-3 casino.

Obiettivi. “Entrare in Champions, non ci sono storie. Il resto dobbiamo vederlo, ci proveremo”. Molto bene. E speriamo che Frank non sia uno che deprime le ambizioni, fossero anche eccessive. “Ci proveremo” ci piace.

La Juve. “Non è così sicuro che sia più forte dell’anno scorso. Non sappiamo se i grandi nomi sapranno anche essere squadra”. Con l’ottimismo e la positività siamo già avanti. Adesso gol, gioco e zebedeos. Cioè, viene il difficile. Tocca a te, Frank.

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