Il Nero & L'Azzurro

Gli ultimi dieci metri di “Wannabe” Brozo che non riesco più a perdonare

A un certo punto si ferma.

Fateci caso. C’è un lasso di tempo infinitesimale in cui lui si blocca. Come se avesse fatto abbastanza, come se dieci metri in più fossero stati troppi, come se nel calcio bastasse solo il dovere, una pura questione di forma. Ecco, come se scendere in campo a Reggio Emilia fosse proprio una formalità contrattuale.

Eravamo in diecimila al Mapei Stadium. Il calcolo è mio. Non li ho contati, non ho visto i numeri ufficiali, potevamo essere di più o di meno. Ma eravamo una moltitudine. E 10 mila in trasferta mi sembra un numero esagerato, da sboroni. Accanto a me uno da Pistoia, dietro di me da Bologna, poco più su da Parma, Milano.

E lo abbiamo visto tutti. Non è stato un abbaglio.

Abbiamo visto Marcelo Brozovic rincorrere Politano (mica Garrincha) per cinquanta metri di campo, raggiungerlo e poi fermarsi. Per un attimo, un istante. Un soffio. Invece di proseguire la corsa com’era logico, chiudere la fascia come era auspicabile, contrastarlo come era possibile, lui ha frenato. Rimanendo sospeso, a metà strada, incapace di dare un senso a quella corsa, a quello sforzo. A troppe stagioni inutili. Alla sua permanenza in questa società.

Io l’ho visto. Tutto lo stadio lo ha visto. Politano lo ha visto. Ringraziando di cuore.

Ci sono stati campioni a cui è mancato l’attimo. Un centesimo di secondo, una ruota, pochi centimetri. Alcuni sono crollati sotto il peso delle aspettative, Javier Saviola, Andrés D’Alessandro. Altri affogati nell’alcol, come Paul “Gazza” Gascoigne, o nell’oblio, come Michael Owen (da questa lista tengo volontariamente fuori i giocatori passati all’Inter, è un articolo non una bibbia).

Eppure Marcelo Brozovic non rientra in questa casistica. Da lui non ci aspetta cose impossibili. Ma l’ordinario, l’essenziale, l’ovvio. Marcelo non è un purosangue arabo, è un frisone baio aggraziato.

Se li avesse fatti, quei dieci metri, gli avrei perdonato tutto il resto. Le sue partite anonime, i tanti errori a centrocampo, le palle svagate e insensate distribuite con lo stesso trasporto e slancio di una cassiera del supermercato mentre ti dà il resto.

Ma Marcelo si è fermato.
E io con lui.
Quei dieci metri non glieli scuso più.

Perché in quel breve tragitto c’è racchiusa tutta la sua carriera. Da eterno “Wannabe”.
E perché lì dentro c’è anche tutta la mia amarezza da eterna attesa. Per un giocatore dalle potenzialità enormi, per il salto che mai ci sarà. Il signor Godot non passerà, e io mi sento come i personaggi della commedia di Beckett, Didi e Gogo in mezzo alla campagna.

Marcelo Brozovic non farà mai quegli ultimi dieci metri. Né col Sassuolo né con altre squadre. Non cambierà.
Rendersene conto ci aiuterà, mi aiuterà, a stare meglio.

P.s.
Tornando in auto da Reggio Emilia, all’altezza di Cesena, dopo cinque ore di auto e altre due da affrontare, mi sono ricordato di Umberto Bossi. Erano i primi anni ’90, credo il ’94 (e non ho voglia di googolare). Il Senatur lanciò un epiteto nei confronti di Gianfranco Miglio, ideologo della Lega, che qui non ripeto.  Ecco, ho sostituito Miglio con Brozovic. Ho affrontato gli ultimi duecento chilometri con una ritrovata stima per l’umanità. Fatelo anche voi. Aiuta

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Grazie per la risposta. ✨

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