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Kondoglianze (lamento funebre in partenza di uno che non ce l’ha fatta)

Il cerchio si stringe. Prima Banega, poi Murillo e Medel. Assodato che Nagatomo è protetto da una buona stella o più semplicemente da una follia ipnotica collettiva che impedisce all’Inter di venderlo, prestarlo, regalarlo o anche pagare per la sua partenza, a guardarsi intorno fischiettando restano Brozovic, Jovetic, Ranocchia e Kondogbia. Dei primi due non parleremo perché esiste il fondato sospetto della loro malafede e dell’impegno intermittente. Di Ranocchia che altro si può dire che non sia il grande dispiacere di vedere un bravissimo ragazzo e un potenziale campione spegnersi così? Su Kondogbia invece tocca finalmente aprire una lunga parentesi.

Nato a Nemours, cresciuto calcisticamente nel Nandy e poi nel Senart-Moissy, Geoffrey è esploso nelle giovanili del Lens per poi arrivare alla prima squadra. Che giocatore era il giovane Kondò? Mancino, la falcata lunga e la propensione al numero ad effetto, Geoffrey Kondogbia ha subito impressionato gli osservatori di tutti i grandi club per la capacità di corsa e la forza nelle due fasi del gioco, interdizione e recupero della palla ma anche ripartenza veloce e verticale. Dall’Under 16 fino alla Nazionale maggiore francese Kondò ha sempre trovato spazio da titolare, crescendo al fianco di Paul Pogba e completandone le poche carenze. Più cattivo, più utile e parimenti dotato (anche se a dirlo ora si rischia di non essere presi sul serio), Kondò è sbocciato prima dell’amico e quando nel 2012 il Siviglia se l’è portato a casa il più sembrava fatto, la rampa di lancio superata e il volo interplanetario verso il successo appena iniziato eppure già a buon punto.

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Kondogbia con la maglia del Lens.

Pagato 4 milioni di euro, in Andalusia Kondò gioca una buona stagione, si fa notare per la grinta in campo e per una terribile pedata a Diego Costa in semi-finale di Coppa del Re, un fallo cattivo e molto poco nello stile del ragazzo (Kondò dirà poi di essere stato insultato da Diego Costa, insulti a sfondo razziale). A fine stagione il valore di Geoffrey si quintuplica o almeno così ritengono i manager del Monaco, che pagano la clausola rescissoria e lo riportano in Francia.

5db8d4e647069a965cb8a8fa0d3307eb_169_xl.jpgIl fallo su Diego Costa in Coppa del Re

Nel Principato Kondò ritrova il sorriso e continua a giocare bene, molto bene. La sua fisicità dirompente fa la differenza si a che lo si schieri interno che mediano. Corre, recupera e attacca senza soluzione di continuità, tanto che il 22 aprile 2015 quando la Juventus affronta il Monaco nei quarti di finale di Champions League, la pagella di Kondò (Eurosport), recita: 7 – Un gigante con i piedi buoni. A centrocampo catalizza ogni pallone e poi lo serve pulito ai compagni. Prova a procurarsi un rigore (che poteva anche esser fischiato), si permette inserimenti e tiri al cospetto di una delle mediane migliori d’Europa. È del ’93 come Pogba: la Francia potrà godersi un centrocampo eccezionale per i prossimi 10 anni.

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Tutto questo per chiarire che quando Fassone (o tempora, o mores, o che sollievo non vederlo più dalle nostre parti), e Ausilio se ne vanno a Monte Carlo e per fare felice Mancini mettono sul tavolo 31 milioni di euro (diventati poi 40 tra bonus e cavilli), raddoppiando quindi di nuovo il valore del giocatore (da 4 a 40 in tre anni), nessuno grida allo scandalo e anzi, complice la trattativa in parallelo con il Milan che rischia di soffiarcelo tutti ci dichiariamo entusiasti dell’arrivo del nostro eroe, una creatura mitologica partorita da Vieira e Paul Ince, grinta e classe. Geoffrey di suo ci mette l’entusiasmo e la voglia di divertirsi, la presentazione è uno show in cui lui ride come un matto e noi pure, trascinati dalla simpatia contagiosa di uno che pare arrivato al momento giusto, nel posto giusto.

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I primi mesi di Kondò all’Inter sono facili. Gioca al di sotto delle aspettative ma la squadra sparagnina di Mancini se la cava alla grande, una raffica di vittorie di misura e l’illusione di potersela giocare fino in fondo. Kondò segna a Torino ma domenica dopo domenica Mancio fatica sempre più a trovargli una collocazione e spesso lo schiera sull’esterno. Kondò soffre e inizia a mostrare lacune preoccupanti. Non tira, non ha il tiro, e spesso si innamora del pallone e ci inciampa. Non è preciso negli appoggi e patisce l’anarchia e la mediocrità dei compagni di centrocampo. L’Inter affonda e Kondò mette da subito in chiaro di non essere un leader, al limite uno che si infiamma nei momenti di euforia, ma nella grande confusione tattica c’è anche del suo. Soprattutto Geoffrey ha una rara coazione a ripetere gli errori, sempre gli stessi, che preoccupa. Costare 31 milioni di euro è una condanna alla perfezione o almeno all’efficacia, purtroppo la prima stagione di Kondò in un campionato difficile e duro come la Serie A si conclude senza gloria e tra mille scetticismi.

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Ai più resta la speranza che il periodo di adattamento sia concluso e che uno con quel fisico e quella predisposizione alla corsa possa d’improvviso accendersi e cambiare gli equilibri. Ci credono ancora in tanti e soprattutto ci crede Frank de Boer, che appena arriva lo cita tra i pochi nomi noti della rosa. Ma la seconda stagione interista di Kondò è un calvario. Al 27′ di un drammatico Inter -Bologna (1 a 1 con memorabile errore finale di Ranocchia), FdB decide di aver visto abbastanza e sostituisce Kondò, sommerso dai fischi di San Siro (ma poi per lui o per l’allenatore?). È il punto più basso della carriera del centrocampista che doveva spaccare il campionato e imporre la propria supremazia fisica e invece bighellona per il campo, molle e spaesato.

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Kondogbia si dirà terribilmente irritato dalla scelta di de Boer, il quale a sua volta non ritratterà mai e continuerà a sostenere che a tutto c’è un limite e che se un giocatore non vuole imparare è inutile che stia in campo. Con Pioli e Vecchi non va meglio, l’involuzione galoppa decisa e all’ex nazionale francese sembra riuscire tutto difficile, anche e soprattutto le cose più elementari e scontate. Copre male la palla, perde tempi di gioco, s’incastra in situazioni assurde e mette in crisi i compagni. Una pessima stagione.

Quando è arrivato Spalletti, tutti ci siamo guardati in faccia con l’espressione più interrogativa del mondo. Lo apprezzerà, gli piacerà, riuscirà nel miracolo del rilancio? Spalletti è un allenatore solido e intelligente, pur faticando a trovargli un ruolo nel suo schema, non possiamo negare che con Kondò ci abbia messo buona volontà. Ripagato come?

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Così, con uno degli autogol più incredibili della storia del calcio moderno (contro il Chelsea), un lungo spiovente a giro calciato nella propria porta dalla trequarti, in una situazione di blanda pressione avversaria.

Scherzi a parte e consapevoli che l’autogol è un episodio, è chiaro che anche con Spalletti qualcosa non funziona e che lo scherno e la derisione dei propri tifosi feriscono molto Kondogbia, che ormai chiede apertamente la cessione. Solo che Geoffrey è prigioniero dell’Inter, più della eventuale (certa), minusvalenza che non dell’ingaggio. Nei ruoli del centrocampo Spalletti vede Gagliardini e Vicino come centrali in appoggio, Borja Valero come trequartista e Brozovic come primo rincalzo (almeno fino alla cessione). Joao  Mario pare in grande spolvero e così per Kondò le porte si chiudono e la partenza per Valencia pare sempre più probabile.

Un peccato? Sì. senza se e senza ma, perché se è vero che quello che abbiamo visto per due anni è un giocatore mediocre e pieno di lacune, altrettanto vero è che il Kondogbia di Monaco è stato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo e che la mancanza di fiducia e la confusione (tra spogliatoio e società), può giocare brutti scherzi a quelli caratterialmente più fragili (ricordate Dennis Bergkamp, vero?). Un peccato perché nonostante Spalletti prediliga centrocampisti di scherma, la forza dirompente di Kondò potrebbe diventare un elemento utile, un’arma in più per scardinare le partite. Peccato anche perché se davvero di errore di è trattato, è stato un bell’errore, una buona idea e non un bidone.

Perché attenzione, di poche cose sono certo come del fatto che Kondò non sia un bidone. Inadeguato al momento dell’Inter, a un campionato nervoso e tattico, agli schemi dei suoi allenatori sì, ma un bidone no. Dovesse andare via, sarebbe una sconfitta e non un sollievo, anche perché Kondò è un bravo ragazzo, uno simpatico. Non è poco, se ci pensate bene. Non vale 40 milioni, certo, ma non è poco.

PS –  Il pezzo è stato scritto prima che qualcuno consigliasse a Kondò di disertare gli allenamenti e replicare l’idiozia poco professionale che Dembelè ha messo in scena a Dortmund. Alla luce di quello che sta succedendo il giudizio su Kondò non cambia, anzi si conferma quella terribile fragilità che lo espone a brutte, bruttissime figure. 

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Voi e i vostri fottuti occhi da cerbiatto

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Il tifoso da curva non sa più come insultare, il tifosotto non sa più cosa dire e il blogghe non sa più cosa scrivere. Quello dell’Inter è il primo caso di encefalogramma piatto contagioso, come se la mancanza di reazioni vitali si propagasse tra consanguinei come una varicella. E’ una stagione così, bizzarramente disastrosa, dove solo il nome altisonante dell’avversario costringe i nostri beniamini a un’impennata di orgoglio e di professionalista (Juve, Milan, Roma: le tre partite migliori, peraltro quattro punti, non nove) e il resto è una bella spianata di merda tipo qua attorno, nel Pavese, quando spargono i fanghi nei campi per concimare. Qualche aiuola qua e là, qualche fiorellino, e il resto una robaccia puteolente (aggettivo che sognavo di scrivere da almeno 13 anni, senza averne mai l’occasione) (grazie Inter).

Del resto, cosa dire, pensare o scrivere di una partita come quella di giovedì? Sì, certo, puoi metterti a vomitare bile o a rovistare nelle tasche del tuo cervello alla ricerca di un residuo di ironia, ma a che pro? La peggior Inter europea della storia è passata agli archivi mentre mangiavo una pizza, in un ristorante dove ero arrivato sul 2-0 – e proprio mentre Icardi prendeva la traversa del quasi 3-0 e io ordinavo una margherita) e da cui sono uscito sul 2-3, e pioveva pure.

Ora, quello che è accaduto giovedì sera non è oggettivamente normale. Non è normale che una qualsiasi squadra che cerchi di darsi un tono si faccia rimontare una partita già vinta da una squadra israeliana, che con noi ha fatto sei punti e segnato cinque gol in due partite. Non è normale smettere di giocare 35 minuti prima della fine, quando avevi in mano il match e avevi allungato l’agonia europea alla sesta giornata di un girone demmerda, e magari con l’aiuto degli astri e di qualche suicidio altrui la sfangavi pure. Non è normale, e non so quante altre squadre avrebbero combinato un disastro del genere.

Diciamo che, dopo giovedì, siamo quantomeno arrivati alla quadratura del cerchio. Dopo mesi a cercare colpevoli, forse li abbiamo trovati. Abbiamo voluto testardamente incolpare la società, che di colpe ne ha – a partire da 6 mesi fa, nel non aver lasciato libero il Mancio. Abbiamo voluto pervicacemente accusare la dirigenza, che di colpe ne ha – a partire dalla scandalosa gestione di affari interni, tipo la gestione dei deliri di Icardi o la cottura a fuoco lento del povero Frank. Abbiamo voluto, l’abbiamo fatto. MA non eranbo i soli colpevoli, ce n’erano altri e facevamo finta di non vederli. Come quando si inizia uno di quei gialli scritti male, che dopo 50 pagine dici “no dai, troppo facile, non può essere lui” e allora vai avanti con la mappazza e alla pagina numero 500 ti rendi conto che avevi ragione e ormai non puoi nemmeno fare il reso su Amazon.

Il secondo tempo israeliano, sostanzialmente, i colpevoli ce li ha. In campo non c’erano Ausilio e Zanetti, in difesa non giocava Zhang, a centrocampo non giostrava Thohir. Non è colpa loro se la squadra smette di giocare, se otto-nove decimi si perdono in un bicchier d’acqua, se in porta c’è lo stuntman di “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”. Non è nemmeno colpa di quel pretino di Pioli, che cerca nobilmente di addossarsi colpe non sue, quando tutto quello che dovrebbe fare è appendere qualche scioperato all’attaccapanni, come ai bei tempi. Poche balle, la partita l’hanno persa i giocatori.

Poche balle, e poche seghe. La squadra è scarsa? Qui bisogna essere seri e relativizzare le affermazioni. Rispetto a Bayern, Barcellona, Chelsea, City ecc. la squadra è (più) scarsa. Ma se il confronto è con le tre squadre del gironcino del cazzo di Euroleague e con 18 squadre del campionato italiano (una purtroppo è fuori categoria, dopo che le due principali competitor le hanno ceduto il loro pezzo migliore), allora usciamo dall’equivoco: siamo al livello delle migliori e molto più in alto delle peggiori. Una posizione che oggi, serenamente, senza sforzi immani, avrebbe dovuto fruttarci una delle prime tre-quattro posizioni in campionato e una disinvolta qualificazione in Coppetta. Invece: 8 punti dal terzo posto in campionato in sole 13 partite, e ultimi (ultimi!) in Coppa.

Al netto delle colpe di tutti gli altri – società, dirigenti, allenatori (si noti il plurale) – forse è giunto il momento di prendere i giocatori per le palle e stringere forte. In campo ci vanno loro, le partite le perdono loro. I centomila cross sbilenchi li fanno loro – la miglior pattuglia di crossatori dell’emisfero boreale azzecca un cross ogni cinque; i movimenti difensivi con la labirintite li fanno loro – una difesa che leggi i nomi e ti chiedi il perchè faccia così incredibilmente cagare; le mollezze a centrocampo le fanno loro – filtro? what’s filtro? assist? what’s assist?; le minchiate in attacco le fanno loro – partite con zero occasioni e zero gol, partite con un’occasione e un gol, partite con centoventi occasioni e zero/un gol: siamo un caso di scuola a livello mondiale.

Tranquilli, ragazzi, in B non ci andiamo: ci sono alcune squadre che ci arriveranno dietro, quindi rilassatevi. E cercate di rimettere ordine alle vostre idee e di dare un senso ai vostri mostruosi stipendi. No, non è demagogia, usciamo anche da quest’altro equivoco: non è demagogia. Io posso anche andare a lavorare con il broncio, con le manie da persecuzione, con le ginocchia molli o entrando in ufficio come Bruce Lee tipo Handa, stendendo un collega che tarda a fare le fotocopie. Ma ci vado perchè devo portarmi a casa la pagnotta e cerco di fare del mio meglio, pur dovendo aspettare minimo cinque anni per mettere insieme la teorica cifra che il più sfigato dei nostri beniamini prende il 27 di un singolo mese. E’ demagogia pensare che tutti passeranno incopevolmente all’incasso anche dopo il secondo tempo in Israele?

I colpevoli sono i giocatori.

Ultimamente mi si è incerbiattato pure Miranda, per dire. Occhi da cerbiatto anche i suoi, come quelli degli altri, tutti ex tigri, bei tempi per chi se li ricorda. Incerbiattamenti alla minima difficoltà, incerbiattamento mentre vinci 2-0, quasi 3, con il più sconosciuto degli avversari di Europa League. Ecco, io sono stufo di questi sguardi adulti e ultramilionari che si perdono nel vuoto a ogni piè sospinto. Quello sguardo, ragazzi miei, tenetelo per i vostri momenti più intimi. Tipo quando siete sui vostri divani stilosi da diecimila euro con la vostra donna, lo sguardo vi si fa acquoso, inturgidite gli abbracci e sbatacchiate le palpebre nell’irresistibile, magico, dirompente momento in cui state percependo che lei ve la sta per dare. Ecco, lì sì, incerbiattatevi pure. Ma in campo, santiddio, tirate fuori i coglioni.

Cosa scrivere dopo la partita di giovedì? Ma no, niente, bisognerebbe stare solo zitti. Dico sono che di questi io non mi fido più, stop, fine. Mai occasione è stata più propizia per dire che i colori (che restano) e gli uomini (che passano) viaggiano tra cuore e cervello in binari paralleli. L’amore per i colori è eterno e non sarà mai in discussione. L’amore per tutto il resto – squadra, allenatore, società -, nessuno si offenda, può andare e venire, può essere sottoposto a verifiche, può balbettare se non corriposto. Si può amare una squadra come quella del secondo tempo in Israele, anche se veste la nostra maglia?

Quindi, a partire da domani: o questa squadra si fa amare (giocando, sudando, spremendo, smoccolando, mordendo, segnando, arando, travolgendo, anche sbagliando, ma sbagliando a fin di bene) oppure ciao, ci vediamo al prossimo giro. Voglio provare un esperimento inedito: tifare Inter senza tifare i giocatori. Praticamente farò come la Curva con Icardi, un tifo selettivo: esulterò per le vittorie e mi macererò per le sconfitte, come sempre, ma dopo aver assistito a partite di undici maglie nerazzurre senza nessuno dentro. Che, se ci pensiamo bene, è esattamente quello che è successo nel secondo tempo in Israele, il diretta mondovisione.

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Tu quoque, Pupi, fili mi

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Bolingbroke: «Siamo soddisfatissimi di De Boer. Ha accettato l’incarico all’ultimo momento ed è una situazione difficile. Siamo con lui al 100%. Durante la sosta natalizia, potrà lavorare per la prima volta con la squadra per dieci giorni consecutivi. Ha solo bisogno di tempo».

Ausilio: «Non abbiamo contattato nessun allenatore. Sfido chiunque ad affermare di essere stato contattato. Sono loro a proporsi ma la panchina dell’Inter è di De Boer. La sua idea di calcio sarà vincente».

Yang Yang: «Nel calcio ci sono alti e bassi, ci sono difficoltà sul campo ma la squadra c’è, i dirigenti anche, il tecnico pure. Lavoriamo tutti duramente per tornare al vertice».

Era il 28 ottobre. Non del 1975, ma del 2016. Cinque giorni fa giorni fa, insomma. Escono dal cda l’amministratore delegato, il direttore sportivo e un consigliere di amministrazione e ai giornalisti dichiarano questo. Sembra la risposta definitiva a un certo – il solito – clima mediatico attorno alle nostre vicende: ecco, i giornali, le tv, i siti web da giorni dicono  certe cose e questa invece è la nostra verità.

E così quattro giorni dopo, il martedì, ci resti male, ci resti di merda. Romanticamente, pensi che certe pantomime appartegano ad altre squadre di altre latitudini. E invece no. Erano le dichiarazioni dei tuoi dirigenti, che quattro giorni dopo averle pronunciate fanno l’esatto contrario. E fanno proprio la cosa che gli altri, quelli cattivi, i nostri nemici, scrivevano da settimane.

Quindi, svaporata la delusione, la domanda è: come sarebbero andate le cose lo sapevano tutti tranne noi, noi tifosotti che ci fidiamo delle versioni ufficiali, delle smentite palesi e di quelle sottintese? E allora, quelle che noi (al netto delle prese per il culo, su cui comunque  non reagiva mai nessuno) catalogavamo come prostituzioni intellettuali e macchinazioni della stampa prezzolata non erano, in realtà, il risultato di ordinarie dinamiche di giornalismo sportivo (io so una cosa, è vera o quantomento verosimile e quindi la scrivo)? E non c’era invece delle prostituzione intellettuale (Josè, non rivoltarti nella branda) proprio nel cuore della nostra società? Se per giorni e giorni nessuno dà credito alle tue blande smentite e parla di destino già segnato per De Boer, non è che per caso le notizie arrivano da fonti fin troppo bene informate? Che faccia di bronzo (o che grado di inconsapevolezza) ci vuole a dichiarare certe cose il 28 ottobre e fare l’opposto quatro giorni dopo? Da quanto tempo era deciso che De Boer sarebbe stato rimosso?

Salutiamo un allenatore, ci affidiamo ad interim a un altro e nel giro di qualche giorno nomineremo quello titolare. Di fatto, risolviamo il contratto con De Boer senza avere il nome del sostituto, una cosa un po’ ridicola per una società che vorrebbe darsi un certo tono (differenza di vedute, si dice, tra proprietà e dirigenti italiani: apperò). A quattro mesi dall’inizio della stagione comunque sia avremo il quarto allenatore, stabilendo un record alla Bob Beamon (nel senso che sarà battuto tra qualche decennio) che provocherà a Zamparini una specie di invidia del pene. Ma, esattamente, tutto questo, per colpa di chi?

Il quadro dei risultati, inutile sottolinearlo, è ampiamente compatibile con un esonero (o risoluzione del contratto che sia). Undicesimo posto in campionato, 5 sconfitte in 11 partite, differenza reti negativa, 10 punti in meno dell’anno scorso: un disastro. In Europa League è anche peggio: tre match orripilanti, finiti con due sconfitte e una vittoria di culo con un tiro in porta, destino appeso a un filo che giovedì potrebbe spezzarsi (andiamo, in questa situazione, a giocare in Inghilterra la partita più difficile).

Quindi non ci sarebbe nemmeno troppo da discutere se non fosse che attorno – attorno alla squadra e attorno soprattutto a De Boer – abbiamo assistito a un patetico teatrino, che potrebbe essere riassunto in un manualetto del tipo “Come non si gestisce una squadra di calcio” o “Lo sfacelo dell’Inter spiegato a mia figlia“. Perchè non c’è niente di peggio che sentirsi al centro delle attenzioni malate e fraudolente di certa stampa e poi scoprire, un martedì mattina, che non era poi tutto così falso. Anzi, era praticamente, con un sacco di particolari che coincidevano in maniera fin troppo sospetta.

I numeri purtroppo inchiodano De Boer, al di là nei nostri eroici e un po’ ciechi tentativi di difenderlo e forse anche al di là delle aperture sulla pazienza che qualsiasi interista di buona volontà gli aveva offerto in tempi ampiamente non sospetti (tipo dopo Chievo-Inter o Inter-Palermo). Ma il resto?

Forse vale la pena ripercorrere, a un livello complessivo, i quattro mesi di questa stagione. Un mese buttato subito nel cesso a traccheggiare con Mancini quando era chiaro che non si poteva andare avanti; la scelta – intrigante fin che vuoi, ma molto rischiosa – di un allenatore marziano, completamente a digiuno di Italia a due settimane dall’inizio del campionato; l’estenuante trattativa estiva con il capitano e la sua moglie-manager; l’imbarazzante presentazione hollywoodiana di un calciatore che poi gioca 21 minuti; la faccenda del libro di Icardi, grottesca dall’inizio alla fine; e infine, su tutto, il sistematico e progressivo abbandono a se stesso di De Boer, lasciato drammaticamente solo nell’ultimo mese manco avesse la scabbia.

E’ chiaro che, a un certo punto della stagione e di fronte a risultati palesemente fallimentari, l’unica cosa che puoi fare – è così dalla notte dei tempi del calcio – è cacciare l’allenatore. Ma se ci fosse una giustizia, in quanti oggi dovrebbero rassegnare le dimissioni all’Inter?

Cominciamo dalla proprietà. Nel percorso da Thohir fino a Suning, l’Inter – non dimentichiamolo -ha potuto salvarsi il culo nel bel mezzo di una drammatica crisi finanziaria ed ha avviato il rilancio con i cinesi, che hanno già aperto i cordoni della borsa e promettono un grande futuro. Questo è il lato bello della medaglia. C’erano i numeri da sistemare, un management da snellire e rinnovare, un piano industriale da inventare, e fin qui… Però, è ovvio, l’Inter non è solo un mero dato contabile. L’Inter è una squadra di calcio e la gestione sportiva non è un aspetto secondario. Sì, certo, avere il padrone in Cina e il presidente in Indonesia è una discreta rottura di coglioni. Ma ci sono un po’ di cosette che non toccano direttamente a loro. E non è che qui in Italia, tra Milano e Appiano, i quadri siano proprio sguarniti.

Le caselle sembrerebbero tutte coperte e i nomi sono tutt’altro che di secondo piano. Eppure, è proprio la gestione sportiva dell’Inter – nonostante la pletora di pompose qualifiche in inglese – a dimostrarsi un fallimento. L’agghiacciante filotto di Zanetti in diretta tv mezz’ora prima di una partita (in una sola mossa la delegittimazione del capitano e la contestuale elezione della curva a unico censore su una questione – il libro di Icardi – su cui la società stessa aveva brillato per totale assenza, per poi perdere una partita in casa) è il momento-simbolo di questi quattro mesi: navigare a vista e navigare male.

Ma  quello è un momento, il momento-Zanetti. C’è invece un perverso progetto a lungo termine a segnare fin qui la nostra stagione ed è il trattamento riservato a De Boer. Il trattamento quotidiano, intendo. Quel lasciar aumentare la distanza tra allenatore e squadra giorno dopo giorno. Fino ad arrivare a comportamenti plateali come quelli di Genova – mani non date, vaffanculo latenti – che non potevano non sfociare in questo malinconico epilogo, perché con il combinato De Boer solo/squadra che se ne approfitta non si poteva più percorrere nemmeno un metro in più.

E’ la triade Zanetti-Ausilio-Gardini che forse bisognerebbe esonerare. E non si mette qui in discussione la competenza e nemmeno il sentimento. Ma la capacità di gestire una situazione, di essere punto di riferimento, di completare un ingranaggio, di remare nell’unica vera direzione possibile (che è la nostra, quella degli interisti, casa pseudo-Triade)  questo sì, è più che in discussione.

E’ il nostro buco nero, il vero, clamoroso fallimento di questi quattro mesi, molto più di quello personale di De Boer che, al netto delle colpe personali, ne appare  piuttosto la diretta conseguenza. Non basta essere bandiere e dire quattro banalità in favore di telecamera, per poi fare la voce grossa nel momento più sbagliato e con le premesse più imbarazzanti. Zanetti dirigente è una grande delusione, perché nei momenti in cui dovrebbe essere valore aggiunto invece non incide, o sbaglia, o sparisce. E’ una bandiera autoreferenziale e così, in questa veste, serve a poco o nulla.

Da dove escono gli spifferi? Chi racconta tutto quello che accade nello spogliatoio? Chi lascia ai giocatori – uno ad ogni partita – lo spazio per rilasciare dichiarazioni in cui mettono in discussione tecnicamente il proprio allenatore? Chi dipinge De Boer come un mentecatto che non riesce a farsi capire e va avanti a furia di idee balzane? Chi ci può togliere il sospetto che la dirigenza italiana lavori, in una sorta di vacatio di poteri (chi decide? a chi telefoniamo?), lavori soprattutto per legittimare i propri poteri a costo di regolare qualche conto in corso d’opera e di tagliare veri o presunti rami secchi, tipo quello di un allenatore problematico e scelto da un presidente che se ne sta per andare via?

Non diciamo allora che siamo nella merda perché abbiamo un padrone cinese e un presidente indonesiano, che comandano per telefono e si alzano alle 4 del mattino per vedere la partita in tv. E’ un problema, va bene, ma se a Milano funzionasse tutto come un orologio ne potremmo parlare quasi in termini folkloristici. Diciamo piuttosto che è la dirigenza italiana, o comunque di stanza in Italia, il vero problema della società. Gente che il venerdì dice una cosa e il martedì fa l’esatto contrario. Gente di cui non sai più se poterti fidare. Gente – lo dice, oggettivamente, il rendimento – che forse non ci meritiamo, una zavorra nel percorso che dovrebbe (sospiro) riportarci nell’Olimpo.

E noi qui, sballottati nel vento, sempre a fare trenta e mai trentuno. Oggi in teoria avresti la squadra, ma non hai (più) l’allenatore e non hai una dirigenza affidabile. Cioè, diciamolo: non è vita.

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Essere Mauro Icardi

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Al netto degli squadrismi da curva (ventunesimo secolo, anni dieci, e siamo sempre lì) e delle penose sbandate societarie, sarebbe un errore sostanziale archiviare la vicenda Icardi con una semplice – e doverosa, per carità – manifestazione di solidarietà al capitano. Perchè Mauro è un problema, un problema bello grosso, un problema tutt’altro che inedito, e che bisognerebbe affrontare nel suo complesso.

Mauro Emanuel Icardi Rivero, argentino, classe 1993, è oggettivamente un signor giocatore e un prospetto di levatura internazionale. Ha 23 anni, è sbarcato in Europa da ragazzo, è stato tre anni nella cantera del Barcellona, si è trasferito 18enne in Italia dove è alla sua sesta stagione in Serie A – la quinta da titolare, la quarta in una grande squadra di cui è diventato capitano già da un anno. Ha vinto una classifica cannonieri. A 23 anni ha segnato finora 64 gol in Serie A (molti alla Juventus), di cui 53 con la maglia dell’Inter.

Questo, a oggi, è Mauro Icardi.

E’ utile fissare un paletto wikipediano perchè disegna al meglio, senza fronzoli, il profilo di Maurito: un attaccante eccezionale per età, rendimento e doti tecniche, nessun dubbio, ma NON (non ancora) un top player. La tabellina della biografia si va riempiendo di cifre interessanti, ma nella casella vittorie non c’è nulla, ed è un nulla che fa la differenza. Questo non impedisce di fare di te l’oggetto del desiderio sul mercato (nessuno nasce top player, ovvio), nè a te in prima persona di venderti per quello che sei, quello che ti senti di garantire(e Maurito garantisce venti gol a stagione) o quello che prometti di diventare. Ma NON sei (non ancora) un top player.

In questo quadro, la vicenda del libro assume un significato per nulla secondario.
Mauro Icardi è un personaggio in costruzione, nel senso più letterale del termine. Intorno alle imprese sul campo – le uniche che per noi contano davvero – ha preso forma anche il resto. Un “resto” che deve essere costantemente, ossessivamente quello di un top player che (ancora) non è. Difficile non pensare che la bulimica presenza sui social non sia proprio questo: la certificazione continua di un’esistenza a un certo livello, fatta di biondone clamorose (una, diventata moglie e manager e probabilmente grand commis di tutto l’ambaradàn), di macchinoni personalizzati, di case da sogno, lettoni da sballo, piscine panoramiche, muscoli tirati, acconciature trendy. Ultimamente, anche di uno stipendio clamoroso strappato dopo lunga e spiacevole trattativa.

Nel mentre, sia chiaro, Mauro si occupa di fare bene il suo mestiere “vero”. Si allena, gioca, segna. E’ un ottimo atleta professionista, è un attaccante fortissimo. Che però è all’Inter e non vince niente. E’ il link che manca per accedere al club dei top player. Un requisito necessario. E allora la costruzione continua, per non rimanere indietro. Anzi, per essere a pari con gli altri, almeno nei contenuti accessori.

Mauro così si costruisce un’altra cosa che non ha, una storia. O, volendo essere generosi, che non possiede ai livelli in cui può diventare minimamente interessante per l’universo mondo. La fa scrivere su un libro, perchè un’autobiografia sullo scaffale lo mette agli stessi livelli di Ibra, Messi, Cristiano Ronaldo, Maradona eccetera. Non ha vinto nulla, ma un libro racconta la sua vita. Quindi è un personaggio. Il meccanismo virtuale è sempre più palese.

Detto tutto ciò, che il caso Icardi scoppi adesso, e per tre pagine di un libro, ha un vago retrogusto di grottesco. Mauro Icardi è un problema da un po’. Un dolce problema – nel senso che è un giocatore che ci piace da morire, un centravanti giovane e ambizioso che segna con regolarità, un bel ragazzo che ha saputo chiudere con un cerchio perfetto una storia sentimentale da enciclopedia del gossip – ma pur sempre un problema.

Affidargli a 22 anni la fascia di capitano è stata una bellissima cosa. E togliergliela per un regolamento di conti con la Curva, in cui la Curva grazie alle piazzate di Zanetti e Ausilio parte favorita, è una grossa cazzata. Se c’era un momento in cui togliergliela, proviamo a ripensare alla lunga estate delle wandanarate, degli ammiccamenti con altre squadre perchè suocera intendesse, delle trattative cravattare per il ritocco all’ingaggio. Ecco, in quelle quattro o cinque settimane da cavallo tra luglio e agosto Mauro Icardi non è stato un gran capitano. E avendo in squadra, per dire, uno che ha 100 presenze in nazionale e ha vinto due Coppe America in due anni, o un altro che ha messo la fascia 10 volte nel Brasile, si poteva anche pensare a un’alternativa senza offendere nessuno.

Oggi vabbe’, dopo la favolosa giornata di Inter-Cagliari qualsiasi cosa suonerà sbagliata. Augurarci che ci serva da lezione, vabbe’, è pure troppo: abbiamo gli armadi pieni di lezioni mai imparate. L’Inter si interroghi un po’ sul modo in cui affronta i suoi problemi, anche quelli dolci. Ieri lo spettacolo è stato pessimo. E il percorso che ci ha portato fin qui non dev’essere stato meglio. Per dire: nessuno ha letto le bozze di un libro di uno come Mauro Icardi, nessuno si è premurato di chiedergli due cose, di dargli un consiglio, fare un paio di accertamenti. Mauro Icardi non è nè Ibra nè Keith Richards, ma un centravanti social che a 23 anni ha dovuto riempire a forza il libro della sua vita. E tu lo lasci solo?

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Cronache

L’Inter davanti e l’Inter dietro

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Tu, tifosotto, non ti puoi incazzare se nella partita che perdi a Roma con la Roma (dove non vinci in campionato da 8 anni e dove l’ultima vittoria fu sei anni e mezzo fa, in Coppa Italia, il primo pezzo del Triplete) hai creato 7-8 palle gol vere, nitide, qualcuna gigantesca: le partite per cui vai a dormire incazzato sono altre, non questa. L’aggettivo giusto sulla strada verso la branda è “preoccupato”, o forse “perplesso”, perchè in questa partita che a tratti sembrava una scazzottata di “Altimenti ci arrabbiamo” – occasioni di qua e di là a ripetizione – le chance concesse alla Roma sono almeno una decina, qualcuna clamorosa. Una partita che poteva finire in tanti mondi, una specie di 1X2 lungo novanta minuti, con una palla impazzita che pareva quella della roulette. Una partita che, secondo la statistica e il buon senso del padre di famiglia, è difficile da vincere se tu ti dai un gran daffare ma spalanchi la tua porta agli avversari per una decina di volte. O hai molto culo, o non la vinci.

La seconda che hai detto.

La partita di Roma, in questo tormentato inizio di stagione, segna per l’Inter un momento topico: una netta, importante differenza di rendimento tra i reparti. Finora avevamo fatto partite buone, discrete, modeste o disastrose a tutto tondo. Giusto qualche sfumatura, ma non così significativa. A Roma no, non può essere fatta la stessa pagella alla difesa, al centrocampo o all’attacco. O ancora meglio, all’Inter davanti e all’Inter dietro.

L’Inter davanti funziona. E dove ancora non funziona, o magari fa momentaneamente cilecca, sai che il meglio della tua squadra è lì, e te lo dicono i fatti, te lo dicono i numeri, te lo dicono le facce. L’Inter, l’Inter davanti, a Roma poteva vincere. Certo, metterne una su 7-8 è una media terribilmente bassa. Ma il gioco c’è, produce, crea, mette in condizione di.

L’Inter dietro non funziona. Roma-Inter poteva finire 7-4, 5-5, 6,7, 8-2. In ognuno dei risultati ipotetici, pensare che la nostra difesa potesse in qualche modo sfangarla sarebbe quantomeno disonesto. A Roma partita allucinante di Murillo, sulle fasce le solite incertezze, Handanovic ha fatto tre miracoli e tre miracoli sono tanti, sono tre quasi gol. In questo confronto tra due squadroni molto fuzzy, il ventre molle era il nostro.

Quindi, andiamo a dormire inquieti, ecco, inquieti. Un punto nelle ultime tre partite, tra campionato e coppa, ci riportano per terra dopo le tre vittorie consecutive in campionato. Roma ci ha detto delle cose, De Boer ne faccia tesoro. E anche Ausilio o chi per lui: per dirla alla Bersani, bisogna riempire i buchi del groviera.

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Editoriale

Di male in De Boer (meglio)

La premessa è che ad agosto si sta come ad agosto e mai ci saremmo aspettati di commentare un pasticcio del genere a sole due settimane dalla prima di campionato. Stabilita questa semplice e triste verità possiamo affrontare l’affaire Mancini. Roberto Mancini ha liquidato gli ultimi 2 anni sulla panchina interista e il deprimente addio con un tweet che parla di serenità. Bene, ma di chi? Da novembre 2014 a oggi l’Inter non ha mai trovato la serenità. L’euforia di una manciata di giornate in cima alla classifica sì, così come lo sconforto dopo tonfi terribili (quello casalingo con la Fiorentina o il derby dello 0 a 3), l’ebbrezza di una quasi rimonta con la Juventus in Coppa Italia o anche solo la consapevolezza amara dei propri limiti nella catastrofe contro il Wolfsburg. Un ottovolante di molte sensazioni negative e di qualche sprazzo di bel tempo, comunque più variabile che non sereno. Mancini ha imposto alla squadra e alla Società le proprie scelte e la velleità del manager all’inglese in un campionato in cui invece la specializzazione e la filiera delle competenze sono un punto di forza di chi riesce a costruire l’organigramma più eterogeneo (alla Juventus l’allenatore allena, il direttore sportivo indirizza le scelte di mercato e l’Amministratore delegato si prende le responsabilità del ruolo). Nella testa dell’ex allenatore dell’Inter c’era una Società verticalissima in cui lui poteva scegliere, fare e disfare proprio come nel primo disgraziato anno e mezzo di incarico. Tre sessioni di mercato all’arma bianca, denaro speso per giocatori prima inseguiti e poi deprezzati nel giro di pochi mesi. Non serenità ma un’inquietudine che lentamente si è trasferita dalle scelte tecniche alla gestione nel suo complesso, con uno spogliatoio ingovernabile dopo la sconfitta casalinga con la Lazio e un mese di gennaio che con tutta probabilità è costato all’Inter la qualificazione in Champions League e ha lasciato cocci impossibili da incollare.

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Tutta colpa di Mancini? Se vogliamo prendere per buona la sua idea di società, la risposta rischia di essere sì. Ma ci sono delle attenuanti e dei buoni complici. Il primo è il generoso ex Presidente Moratti, che per Mancini ha garantito personalmente e lo ha caldamente raccomandato all’amico-nemico Thohir, anche a maggio quando sarebbe stato molto naturale dirsi addio. Le ragioni sono nella testa e nel cuore di Moratti e quindi come tantissime altre scelte del suo quasi ventennio restano imperscrutabili. Poi c’è anche Thohir, che però in questa situazione ci si è ritrovato, lui che di calcio capisce quanto un eschimese di samba. Thohir voleva fare denaro e denaro ha fatto, moltiplicando in un anno il valore delle sue quote e traghettando l’Inter in mani che ancora non sappiamo quanto siano abili ma che di certo sono affidabili. Per quel che riguarda la noiosa questione della gestione sportiva fin dal primo giorno Thohir si è fidato e ha delegato a Fassone, uomo di cui almeno teoricamente Moratti è stato sponsor e primo datore di lavoro, la gestione di una società dalle procedure misteriose e arrugginite. Per buona sorte di tutti noi da questo mare di confusione è emersa la figura di Piero Ausilio, che per due anni ha diligentemente spuntato la lista della spesa e mostrato una lucidità rara. Ha comprato bene e a volte è riuscito a vendere o almeno a condividere il danno di ingaggi come quelli di Ranocchia.
Cosa succede ora?

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Suning ha sull’Inter un progetto industriale serio ma manca drammaticamente di esperienza nel management sportivo. Thohir è in uscita e mai avrebbe pensato di dover gestire un momento di crisi nel quale il nuovo azionista di maggioranza è ancora fragile e lontano e non ha scelto un uomo forte (non suoni come una battuta l’apprezzamento per i misteriosi cinesi del Milan, che hannon già scelto un manager italiano. Pazienza se è Fassone). Moratti non è mai stato un padrone lucido, troppo innamorato della sua creatura e quindi pensarlo ora come consigliere è quasi umoristico.
Nel mezzo ci siamo tutti noi che abbiamo aspettato per un’estate intera che Mancini dissipasse le nebbie del suo malcontento e mostrasse un po’ di quell’amore per l’Inter che ha per mesi raccontato e sbandierato, anzi sciarpato (sempre cachemire). Visto e considerato che se ne va ricco di una buonuscita importante e che nei patti con la proprietà ci dev’essere quello della totale riservatezza sui motivi del divorzio, possiamo solo immaginare scenari e interpretare silenzi.
Mancini voleva carta bianca e carta bianca non ha avuto. Voleva l’estensione del contratto ma senza vincoli. Voleva altri giocatori da aggiungere alla sua lista di capricci milionari e non li ha avuti. A questo punto chiunque si sarebbe dimesso, per coerenza. Lui no, è andato dritto per la sua strada supportato da quell’interismo così gauche caviar e nostalgico, quello degli esteti che si son dimenticati le partite orrende degli ultimi due anni e che imputano a Mazzarri, Thohir e un complotto della Spectre il macello targato Moratti-Mancini.
Thohir eredita e risana una società tecnicamente fallita a causa della gestione Moratti ma a quel certo interismo snob non va proprio giù, è basso, buffo e ha la giacca stazzonata. E poi in un anno e mezzo non ha vinto niente (pazienza se quell’altro ce ne ha messi 15, imbottiti di 5 maggio e altri disastri).
Mazzarri è causa di ogni male, anche se a lui Babbo Natale portava Belfodil e Taider e ringraziare.
Se solo trovassimo un po’ di lucidità, capiremmo che questo è un momento fondamentale per il futuro dell’Inter.
Arriva un allenatore giovane ma giù esperto, con un’idea di gioco.

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Già solo scriverlo è un sollievo, perché avere un’idea di gioco è esattamente il contrario di quello a cui abbiamo assistito negli ultimi 18 mesi.
Arriva un allenatore che può costruire un progetto, anche se nel suo contratto c’è una sanguinosa clausola Simeone.
Arriva un allenatore che però ha solo due settimane per tentare di impostare la squadra e ancora prima per conoscerla. Frank De Boer merita supporto, pazienza e grandissima calma nei giudizi.
Tutto quello che immeritatamente Mancini ha ricevuto in dote, premio per un bellissimo passato che ha rischiato di rovinare per qualcosa di molto simile all’egoismo e alla cupidigia.
Piero Ausilio ha rinnovato fino al 2019, incassiamo questa buona, ottima notizia. Ripartiamo da lui e De Boer, potrebbe essere la volta buona per tutti noi della banda Mourinho, vedovi ma non inconsolabili.

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Mercato

La lista della spesa di Piero

Piero Ausilio è uno che porta a casa il risultato. Gli consegni la lista della spesa e lui compra, in genere al prezzo giusto (in genere ma non sempre, vedi Kondogbia). Il problema di questi giorni forse è proprio la lista. Chiunque l’abbia compilata che sia la nuova proprietà, Thohir o il nervoso Mancini l’elenco sembra scritto con l’inchiostro simpatico o vergato con una calligrafia illeggibile. Fatto sta che il mercato dell’Inter più che essere attendista è paralizzato. Consapevoli dell’esigenza di rispettare il Financial Fair Play, della necessità di vendere prima di comprare e di tutte le attenuanti generiche, a 20 giorni dall’inizio del campionato è però impossibile ignorare i problemi di una squadra ancora largamente incompleta.

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Sono arrivati Banega, Ansaldi e l’oggetto misterioso Erkin, sono tornati a casa Dodò e il sempre più involuto Ranocchia e se n’è andato Juan Jesus. Questo, al netto del traffico in entrata e uscita dei PPN (Pendolari Primavera Nerazzurri, vedi Bessa e soci), è lo stato dell’arte. Si obietterà che senza un allenatore ben saldo in panchina il progetto tecnico è difficile da costruire, ma qui mancano uomini ancor prima che uomini con le caratteristiche adatte.  Proviamo ad analizzare reparto per reparto le necessità e le possibilità, nella speranza che Ausilio lo faccia meglio e al più presto, nonostante la sua posizione sia tra quelle da chiarire (in scadenza).

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Portieri  – Qui siamo ostaggi del contratto di Handanovic, appena rinnovato. Il portiere sloveno è nel pieno della maturità agonistica e a 32 anni sgomita per raggiungere il palcoscenico più importante, quella Champions League che da quando è all’Inter non ha mai giocato. Il problema è che ritiene di avere molto più mercato di quanto non ne abbia in concreto, di offerte non ne arrivano e alla lunga gli toccherà un altro anno con noi, nella speranza che le cose prodigiose fatte nei primi 3 mesi dello scorso anno prendano definitivamente il posto di bronci, nervosismo e incertezze. Dietro di lui Carrizo e Berni, confermati, con il giovanissimo Radu che resta in Primavera un altro anno per confermare quanto di buono si dice di lui. Alternative? Riuscendo a vendere bene Handanovic, Sirigu potrebbe essere il nome giusto. Si è detto più volte interessato e il suo profilo sarebbe l’ideale in attesa di un portiere giovane (Radu?), su cui costruire il futuro

Difensori centrali – Il reparto più delicato è anche quello che meno stiamo migliorando. Miranda e Murillo sono due ottimi titolari ma il primo ha un anno in più e il secondo deve invece crescere molto tecnicamente dopo un anno di luci e ombre. Murillo è strepitoso ed esplosivo, ha margini di miglioramento enormi ma fa errori imperdonabili per un giocatore del livello cui ambisce. Miranda è un signore della difesa ma le stagioni cominciano a essere tante e nel suo caso affanno e cartellini vanno di pari passo. Ceduto Jesus dietro di loro c’è un vuoto drammatico. Ranocchia ha evidenti problemi di autostima e ormai il suo è più un caso di crisi psicologica che non tecnica o fisica. Gli errori osceni visti in passato si ripetono ormai con una cadenza regolare, la trasferta americana è stata un brusco risveglio. Medel si può adeguare al ruolo, che copre nella nazionale cilena con ottimi risultati, ma il campionato italiano è molto meno generoso e concede poco alla fantasia. Ansaldi e D’Ambrosio possono adattarsi in casi di estrema necessità ma è uno scenario che vorremmo evitare. Cosa offre il mercato? Poco o nulla se si punta a giocatori affermati. Anche in questo caso bisognerebbe raccogliere il frutto del lavoro degli osservatori e scommettere su profili giovani, in piena linea con il progetto Suning

Difensori esterni – Qui dipende tutto dal modulo ma gli uomini ci sono o almeno il numero è quello giusto. C’è da risolvere il caso di Santon, malato immaginario o meno che sia e poi bisognerà valutare con serenità Erkin, che al momento sembra un terribile errore. Ansaldi e D’Ambrosio non sono due fuoriclasse ma garantiscono spinta e muscoli, di Nagatomo possiamo solo lodare la generosità e sperare che prima o poi qualcuno se ne innamori e lo porti via. Saremmo curiosi di vedere uno come Di Marco in prima squadra, ma per ora ci toccherà seguirlo all’Empoli; Vrsaljko è andato a Madrid e come lui anche gli altri terzini giovani di qualità preferiscono girare l’Europa piuttosto che spegnersi sulle fasce di San Siro, notoriamente troppo vicine al pubblico…

Centrocampisti – La vera barzelletta è che al momento Melo non solo è utile ma quasi indispensabile mancando del tutto un centrocampista di manovra e impostazione. Banega è un acquisto eccezionale ma il suo raggio d’azione è più avanzato e la sua propensione all’anarchia va incoraggiata e non ingabbiata. Medel è generosissimo ma con lui la palla gira alla velocità di una macchina a pedali costretta a partecipare a un GP. Kondogbia è irruento e poco lucido quando si tratta di fare possesso, Brozovic potrebbe essere un gigante del ruolo ma al momento gli interessa di più la fase offensiva e Gnoukori è sparito dai radar. Più che offrire a casaccio denaro per attaccanti maturi sarebbe il caso di andare da Witsel e sedurlo all’istante, lui o uno con quelle caratteristiche: testa alta, visione e ritmo. Dai tempi belli di Thiago Motta l’Inter non ha un giocatore con quelle caratteristiche e infatti dai tempi belli di Thiago Motta non giochiamo un calcio decente

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Attaccanti –Se vendi Icardi il giorno stesso devi annunciare Morata. Semplice, non ci sono altre possibilità e non sarebbero accettabili. Morata, Cavani o comunque un nome che valga quello di Icardi che simpatico o antipatico, grato o ingrato che sia resta uno dei migliori attaccanti del mondo. Gabigol è un ottimo prospetto ma pensarlo titolare al primo anno in Italia è una scommessa troppo grande e questo vale anche per gli altri nomi accostati più o meno fantasiosamente all’Inter in questi giorni. Eder potrebbe essere una sorpresa, attaccante di fatica e tecnica, se solo Mancini provasse a utilizzarlo come ha fatto Conte il risultato rischierebbe di essere elettrizzante. Jovetic è un’incognita ed è meglio non parlarne troppo e fingere che non esista. Se gioca come sa, i problemi diminuiscono esponenzialmente. se gioca come l’anno scorso siamo nei pasticci. Rodrigo Palacio è il fratello di tutti noi, attaccante meraviglioso e padre della Patria ma ormai un po’ troppo in là negli anni per poterlo considerare un titolare o quasi. Candreva è in arrivo e aiuterà molto, ha esperienza e insieme a quell’altro rischia di formare la coppia di attaccanti esterni meno prevedibile del campionato. Poi c’è Perisic, quell’altro. Uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, uno dei pochissimi a saltare l’uomo sia di potenza che di fino. Averlo tenuto, non averlo messo sul mercato è comunque una vittoria, nella speranza che Mancini non ripeta mai più, nemmeno negli incubi peggiori, l’esperimento di Ivan trequartista

Insomma c’è quel che c’è e di quel che c’è non manca nulla, solo che serve altro, molto altro. Forza Piero Ausilio, siamo tutti con te

 

 

 

 

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