Amarcord, Editoriale

Never Banega

Poteva andarsene in silenzio e invece no. Poteva mantenere il basso profilo che ha contraddistinto tutta la sua permanenza milanese, sia in campo che fuori, ma Ever Banega non ha retto alla tentazione di un intervista un po’ così, di quelle in cui dici e non dici. Non sono dispiaciuto di aver lasciato l’Inter, era il momento giusto. Banega fu accostato per la prima volta ai colori nerazzurri qualche anno fa. Centrocampista di manovra oppure no (guarda che faccia da malandrino, uno così può fare solo il trequartista o l’interditore). Il dramma è che la stessa incertezza lombrosiana ha afflitto il Banega interista fin dal primo giorno, da quello della firma.

Dove gioco? Ma soprattutto gioco? Chi sono, dove sono?

Attendevamo pieni di speranze il nuovo Cambiasso, il redentore delle nostre geometrie sciape, un altro parametro zero che entra nella storia del club, pronti ad amarlo per sempre: ForEver Banega.

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Niente di tutto ciò.

Banega ha vissuto e giocato a una lentezza esasperante. Pochi sprazzi di una classe eccezionale, dispensata però con l’avarizia del ragazzo stanco. Stanco di giocare, stanco di camminare, stanco. Il soprannome di Banega è El Tanguito, la promessa di momenti intensi, cambi di direzione, passione.

Mai visto il Tanguito. Never, Never Banega. Il ragazzo triste di Rosario ci ha abbracciati con il trasporto di un dopolavorista esausto, si è trascinato qua e là per il campo come convalescente da un’eterna mononucleosi, tanto da lasciarci di stucco quando nella partita casalinga contro la Lazio ha calciato forte, troppo forte per quelle gambette sfibrate e consumate dal dolor, ahi que dolor!

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Il Banega due volte campione dell’Europa League, oro alle Olimpiadi di Pechino e Campione del Mondo Under 20 con l’Argentina non è mai arrivato in Italia. Il funambolo degli ultimi 30 metri è rimasto a Siviglia e solo ora ha riabbracciato il suo doppelgänger, il sosia depresso che ha spedito a Milano. Si potrebbe obiettare che in una stagione nata male e proseguita peggio era davvero difficile giocare secondo le aspettative. Vero. Ma quelli come Banega, i centrocampisti di piede, visione e carisma dovrebbero invertire il flusso di stagioni sfortunate e cercare di mettere ordine, anche se non è il loro ruolo naturale. Oppure causare catastrofi a ripetizione, mostrando comunque personalità. Nulla. Banega se n’è andato senza mai essere davvero arrivato. Tre partite buone in un campionato, una buonissima (la trasferta a Roma), il resto un lungo sonno. Forse ha ragione lui, era il momento giusto per lasciare l’Inter, nessun rimpianto.

Nessun Banega.

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Amarcord, Editoriale

Marco Materazzi, per sempre lassù (9 luglio 2006 o anche breve storia dell’uomo del destino)

Stare in aria per un’eternità.

Uno dei luoghi comuni più abusati da chi scrive di sport riguarda lo stacco, il tempo brevissimo eppure dilatato dall’attesa per l’impatto, l’attimo in cui la traiettoria della palla incrocerà la fronte, la tempia o la nuca di chi si arrampicato lassù. Fino alla sera in cui Marco Materazzi volò mezzo metro sopra tutti gli altri per segnare il gol più importante della sua vita pensavo che quel luogo comune fosse uno dei tanti eccessi retorici di telecronisti stanchi, arma spuntata di un bagaglio di iperboli tutte uguali e quindi sciape.

Poi Marco lo fece, rimase in aria per un eternità e ogni tassello tornò al suo posto.

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Quando l’Inter annunciò ufficialmente l’acquisto di Materazzi fui tra i pochi a esultare sguaiatamente. Un difensore imponente con un piede ottimo e la giusta rudezza. Ma soprattutto un giocatore di calcio e non una figurina, uno che veniva dalla gavetta più dura e ce la stava facendo contro ogni pronostico, contro tutti i pregiudizi, anche quelli paterni. A Marco dissero che avrebbe fatto meglio a giocare a basket, che il calcio non era cosa per lui, che con quel fisico non c’era modo di arrivare al traguardo. Avesse un euro per tutti quelli che hanno dubitato di lui, Marco Materazzi sarebbe un ragazzo ancora più fortunato e ricco di quanto non sia ora, di quanto non si sia sudato con il talento in campo e le intuizioni fuori. Avesse un euro per ogni insulto ricevuto Marco sarebbe nella classifica di Forbes, tra i primi dieci o giù di lì. Quando accumuli rabbia, quando incameri dolore è difficile che una valvola alla lunga non ceda e lasci andare quel groviglio di emozioni.

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Quando sei l’unico a scommettere sul tuo numero impari a difenderti prima e aggredire poi. Gli anni di Materazzi all’Inter sono stati un’altalena, il pendolo tra due estremi, l’euforia e lo sconforto. La prima stagione del ragazzo nato a Lecce, figlio di un buon allenatore nel pieno della carriera, terminò con il 5 maggio 2002, data di una delle partite più assurde della storia nerazzurra e delle lacrime di Marco, incredulo di fronte allo sfacelo e incapace di controllare quella disperazione così e infantile e tanto vera da farmelo amare ancora di più. Gli anni successivi, i migliori della sua sua carriera agonistica, furono rovinati dall’anarchia di squadra e società, cambi vorticosi di allenatori e incapacità di trovare un equilibrio nervoso. Una confusione che Materazzi pagò più di altri, lasciandosi andare a eccessi inutili in campo e appena fuori (la rissa con Cirillo, le pedate terribili a Inzaghi e Shevchenko, quella a Ibrahimovic), falli violenti che fecero molto male a Marco, molto più di quanto lui stesso non avrebbe pensato. Certo quelli erano i tempi in cui Marco reagiva alzate di spalle o provocazioni (‘Al Milan devono stare muti’), ma non serviva un esperto di linguaggio del corpo per tradurre quella sofferenza, il dolore di chi non è amato e apprezzato per le sue qualità, di chi ha montato una maschera difensiva e rischia di annegarci dentro. Non è un giocatore né una personalità leggera Materazzi, sa di dividere e ne ha fatto benzina per la sua carriera straordinaria. Gli smoking bianchi e le interviste durissime, quel modo di rivendicare la sua appartenenza senza filtri, di prendere una posizione intransigente su una delle vicende più oscure della storia del calcio italiano. Una posizione ancora più forte se portata fin nello spogliatoio della nazionale, di una squadra costruita sull’ossatura della Juventus, il nemico di Marco.

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Quel che accadde dopo il Mondiale è storia, l’incontro con Mourinho qualcosa di più.
Nell’abbraccio tra il rude difensore a fine carriera e l’allenatore in fuga dopo la grande vittoria, in quelle lacrime ci sono mille racconti che ognuno dei due potrebbe regalarci, se solo volesse.
Quel che accadde al Mondiale non è storia, afferisce alla categoria della mistica calcistica, è molto di più.
Gli americani amano le parabole degli underdog, dei brutti sporchi e cattivi che contro la logica e il favore dei pronostici (di nuovo), riescono a vincere. Sarà anche per questo che Marco ama gli States, per quella smisurata libertà, per l’assenza di finali scontati o per la possibilità che siano scritti bene, molto bene.
Nel 2006 Materazzi partì per la Germania come terzo centrale, due passi dietro agli intoccabili e monumentali Nesta e Cannavaro, uno avanti a Barzagli (altro giocatore splendido). Il destino di Sandro Nesta decise di privarlo una volta ancora del Mondiale, di giocarne uno da protagonista. Nesta è stato con tutta probabilità il miglior difensore italiano della sua generazione, il migliore al mondo, ma l’Epica non si cura di questi dettagli.

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Il Materazzi che entra in campo e segna contro la Repubblica Ceca, quello che si fa espellere contro l’Australia, quello impeccabile della semifinale contro la Germania sono tutti la stessa persona, lo stesso atleta formidabile e il ragazzo tormentato da una cattiva stampa.
Il Materazzi della finale contro la Francia è l’uomo del destino, se mai ce ne fu uno.
Che il suo sistema di un uomo di trentadue anni abbia retto alle emozioni di quella sera è già notevole di suo.
Il fallo da rigore su Malouda.
Il gol segnato staccando mezzo metro più di Vieira.
La testata di Zidane.
Il rigore segnato come se fosse impossibile sbagliarlo.
Per molti di quelli che tifano senza mai privarsi di odi antichi è stato impossibile allora ed impossibile oggi riconoscere la grandezza magnifica del Mondiale di Marco Materazzi.
Obiettano che sottolineare i meriti di un solo giocatore, peraltro dell’unico interista in rosa, sia un terribile torto alla Storia e alla verità dei fatti.
Quelli di Materazzi però non sono meriti, quello che ha fatto nei giorni frenetici tra il 22 giugno e il 9 luglio del 2006, il tempo trascorso tra il suo primo ingresso in campo e il rigore decisivo di Fabio Grosso è qualcosa, molto di più.
Leggenda, si chiama così.

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Il calcio è un gioco di squadra, punisce chi cerca l’individualismo esasperato, premia chi costruisce.
Marco Materazzi ha compiuto il miracolo del gregario, ha vissuto l’estasi del portatore d’acqua.
Ha sudato, picchiato e corso per gli altri, incidentalmente ha trovato la gloria personale, quella che per un attimo ha costretto i suoi detrattori a saltare sul divano e gridare a squarciagola, ad abbracciarsi e rovesciare in terra la birra e non la solita quantità di fiele.
Oggi è il 9 luglio, ancora per qualche minuto.
Nel pomeriggio ho scritto dieci righe su quella Nazionale di corsa, cuore e lotta.
Ne ho scritte tre su Marco Materazzi e proprio quelle tre mi sono state rinfacciate, sempre il vecchio blues della vittoria più bianconera che non azzurra, sempre la storia dello scarpone miracolato, sempre l’adagio benaltrista del vuoi mettere con Pirlo, Buffon, il Tonno Insuperabile, Enzo Catania detto il Turbominchia?
No, non voglio mettere.
Amo troppo Marco Materazzi, calcisticamente scrivendone, per mettere insieme un pezzo lungo sulla sua carriera e su quello che ha rappresentato nella storia dell’Inter.
Mi insulterebbero anche gli interisti, sarei mieloso e agiografico e non è cosa.
Ma quel gol, la bellezza assoluta di quel gol al 19’ del primo tempo è parte di me, lo custodisco nel cassetto delle emozioni più forti della vita, che a quest’età cominciano a essere tante.
Camoranesi che lascia la palla, Pirlo che batte l’angolo, la traiettoria alta ma veloce e perfetta, la palla che scende, Materazzi che la colpisce a incrociare sul palo opposto, Barthez che è troppo avanti e Sagnol che non ha tempo, non ha spazio per reagire e respingerla.
Ho scritto che Marco dopo il gol ha detto una sola parola: Mamma.
Non è vero, ha detto: è tuo Mamma, forse anche questo è tuo Mamma.
Per scrivere un pezzo lungo su Marco Materazzi bisognerebbe conoscerlo bene e conoscere il suo dolore più grande, la solitudine del figlio, tutto ciò che lo ha trasformato in un padre meraviglioso.
Io conosco Marco, non lo conosco bene.

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Quindi parlo di quel gol, di quello che mi ha lasciato, di quello che ha lasciato a tutti noi.
Il calcio è fatto di gesti atletici sublimi, gioco corale e tattica.
Il calcio è fatto di lotta, nervi e sudore.
Ho seguito con passione ed enorme affetto l’altalena di Marco, i suoi anni all’Inter, ho litigato per lui in tutti i bar di Milano e d’Italia, ho scimmiottato le sue rudezze in campo.
Per questi motivi, per tutti questi e altri ancora quando undici anni fa Marco si è arrampicato lassù, quando qualcosa che nessuno sa e può spiegare lo ha portato fino al cielo sopra Berlino, io ho esultato e pianto con lui.
Con Marco Materazzi, Campione del Mondo, uomo vero.

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Il 5 maggio e la poiesis nerazzurra

A pensarci bene, la cosa incredibile è che sono passati 15 anni. Cioè, 15 anni, ti rendi conto? Sarei dovuto diventare più saggio nel frattempo, e invece eccomi qui, ad inveire per un intervento infelice di Nagatomo che spiana la strada al Napoli. Ognuno ha il suo 5 maggio, anche se lo chiama in maniera diversa. Perché noi, in fondo, abbiamo questo spiccato dono dell’auto-ironia. A noi non piace dimenticare, perché la sconfitta, la tragedia (drammaturgicamente parlando) fa parte della nostra essenza. È il momento che ci unisce, che ci consola, quando ti giri e vedi un altro interista che sospira e pensa “Dai, in fondo abbiamo visto di peggio“.

E dall’altra parte nessuno risponde. Sprofonda la testa tra le mani, nella maglietta, lo sguardo perso nel vuoto di una non risposta piuttosto che di un vaffanculo. Mica lo so se gli juventini si ricordano la data della caduta di Perugia, e sinceramente non me la ricordo nemmeno io. Perché se per loro “vincere non è importante, ma l’unica cosa che conta” è inevitabile che una giornata infausta sia stata nascosta in fretta e furia assieme alle imprecazioni dei tifosi e agli scheletri nell’armadio.

Noi no, a noi non piace nascondere nulla. Il 5 maggio 2002 fa parte della nostra storia, quanto il 5 maggio 2010. Rappresentano le due facce del nostro essere interisti. Non si può essere nerazzurri senza passare dal maldestro retropassaggio di Gresko, o dalle lacrime di Ronaldo. Non si può essere interisti senza sospirare assieme a Vieri quando nell’intervista a Sky dice “L’abbiamo buttata, ma che dobbiamo fare? La vita va avanti. Eravamo i più forti, ma l’abbiamo buttata“. Perché in fondo c’è un 25 maggio che è un 5 maggio all’ennesima potenza, ed è quello del Milan che si fa rimontare tre gol dal Liverpool, ma anche quella data non viene rinfacciata con la stessa veemenza. Perché solo noi potevamo essere così abili e letterari da legare la più fragorosa delle cadute (ci sarebbe un altro 4 a 2 in casa della Lazio, sempre all’ultima giornata, nel 1935, con doppietta di Silvio Piola, che consegnò il quinto scudetto di fila alla Juventus) ad una poesia dedicata a Napoleone.

Il tempo dominante di quell’ode è il passato remoto, usato per parlare del Generale e delle sue imprese, e serve a segnare una realtà compiuta, terminata. Spesso usato in apertura del verso e a inizio strofa vuole dare l’idea di una svolta fra un “prima” glorioso e un presente in cui tutto si è spento. Un po’ come per l’Inter di Cuper, quella che culminò in quel pomeriggio romano, con Ronaldo che chiese di andare via. O me o lui. Lui disse Moratti, che in cuor suo avrebbe voluto rispondere “Te Ronnie, per tutta la vita“. Il presente segna invece il momento della scrittura del poeta, fa riferimento al momento presente in cui Manzoni scrive, ma anche al tempo della fede (Dio che atterra e suscita/che affanna e che consola) e indica un tempo immutabile ed eterno. Come la nostra fede. Quella non è mica crollata quel giorno. Anzi, si è rinvigorita: meglio una caduta che l’anonimato di questi anni.

Così percossa attonita, la terra al nunzio sta.

Quindici anni dopo, siamo ancora un po’ attoniti, come la faccia spaesata di Sergio Conceicao, o il l’espressione perduta di Kallon poco prima di entrare nel momento più inutile della partita, forse della sua stessa carriera.

La storia di Napoleone, e del suo 5 maggio trova un senso solo se rapportata a un disegno divino e provvidenziale, e la nostra provvidenza si paleserà il 5 maggio del 2012. La sconfitta e la sofferenza da essa provocata diventano nell’ode un momento di riflessione e di pace spirituale, se vissute attraverso la fede. Così diceva il mio professore al liceo. Così sembra a me, a 15 anni di distanza. Preferisco ricordare e custodire il momento del 1 a 2. Tutti a festeggiare Vieri – c’è persino Gresko che sorride – , un’immagine che poteva diventare un quadro, è invece è stata seppellita da quella di Ronaldo che si tiene la testa tra le mani. Di quel 5 maggio resta il ricordo del dopo: cosa facciamo adesso? Restiamo qui. Parliamo? Scherziamo? Facciamo finta di nulla? Aspettiamo 13 anni?

L’abbiamo fatto, ma non è servito. Perché un 5 maggio non ne cancella un altro. Non è questa la sua funzione, non per noi. Sono due facce della stessa medaglia, due facce che custodiamo gelosamente, anche davanti a chi pensa di rinfacciarcele. Illudendosi che noi siamo qui a volerle dimenticare. Ma la nostra poiesis è diversa. E la caduta va celebrata quanto la vittoria. Tutto ei provò: la gloria, maggior dopo il periglio, la fuga e la vittoria, la reggia e il tristo esiglio; due volte nella polvere, due volte sull’altar. Buon 5 maggio, a chi vince, a chi perde, a chi rinfaccia, a chi rinnova.

 

 

 

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Su quel muro c’eravamo tutti

di Marco Napoletano

Eravamo tutti lì. Appoggiati a quel muro con Marco. Fuori dal pullman. Da soli.

Forse volevamo restare soli e non avremmo voluto incontrare nessuno.

E invece no. Sei arrivato tu José.

Ci hai visto lì soli appoggiati a quel muro sofferenti e invece di scappare sei venuto ad abbracciarci. A dirci qualcosa nell’orecchio. In quell’abbraccio ci siamo tutti.

Tutti noi interisti siamo in quell’abbraccio José.

Un abbraccio sincero, di chi sta soffrendo eppure non dovrebbe essere il momento giusto per soffrire. Dovrebbe essere il momento di gioire, di esultare per una vittoria che mancava da tanto tempo, eppure la nostra felicità è turbata.

Quell’abbraccio, è l’abbraccio di due fidanzati che si sono amati tanto e hanno deciso di lasciarsi. Ed in quel momento riaffiorano i ricordi, le cose dette, le cose fatte insieme. Immagini indelebili che conserverai per sempre e che inevitabilmente ti porteranno a fare i paragoni con chi c’è stato prima e con chi ci sarà dopo. Una storia d’amore breve ma intensa e ricca di emozioni.

Quell’abbraccio, è l’abbraccio di un genitore che vede il figlio partire. Una partenza che lo terrà lontano da casa per tanto tempo, forse per sempre. Un abbraccio di chi si fa forza e finge di essere tranquillo, ma poi crolla e scoppia a piangere.

È l’abbraccio di chi sa di aver sbagliato. Di chi sa di aver ferito qualcuno. Di chi sa che quel qualcuno per lui ha dato l’anima superando tutti i suoi limiti.

Quell’abbraccio, è l’abbraccio di chi sa che quei momenti non torneranno più. L’abbraccio di chi sa che una persona così, molto probabilmente non la incontrerà più. È l’ultimo addio ad una persona speciale.

Perché tu, José, sei speciale sul serio. E con noi lo sei stato ancora di più. Ci hai sedotto, conquistato, fatto innamorare e poi una volta sull’altare ci hai abbandonati lasciandoci soli.

Nella sera della nostra Champions hai deciso di comunicare al mondo intero che saresti andato via. Sei riuscito a prenderti la scena anche nel giorno del nostro triplete. Sei rimasto lì a Madrid, mentre noi abbiamo lasciato quel muro e siamo ritornati verso casa senza più una guida.

Ma quell’abbraccio, nonostante tutto, a noi è piaciuto. Ci ha mostrato che persona sei, che uomo sei. Nella vita capita di dividersi, di decidere di percorrere due strade diverse; ma la strada percorsa insieme resterà per sempre dentro ognuno di noi. Ci hai regalato momenti indimenticabili, ci hai resi più forti di tutti, ci hai riempito il cuore di gioia.

Ci hai reso immortali. Auguri José

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Vent’anni fa è una frase a colori

I colori non rendono giustizia al tempo che passa. I nostri genitori, quando parlavano di “20 anni fa”, si riferivano ad immagini in bianco e nero. Stamattina invece, mi sono svegliato in un’epoca nella quale “20 anni fa” è una frase a colori. Cambiano solo i protagonisti, ma persino lo sponsor è lo stesso. Nel frattempo ci hanno cambiato la maglia. Blu scuro, blu più chiaro, azzurro cielo, pigiama, ma sempre il nero e l’azzurro. Lui è Youri Djorkaeff, e la sua sforbiciata resterà un patrimonio dell’interismo. Che giocatore Youri, e non solo per quel gesto. Lì c’è l’istinto, un po’ di fortuna, un assist no look di Petruzzi che in pochi ricordano. C’è Cervone, o Sterchele (non ricordo e poi cosa volete che me ne freghi) che resta fermo dopo un intervento non proprio da scuola calcio.

C’è un’esultanza moderata, nello stile del giocatore, c’è il mio tentativo di replicare sull’asfalto di un cortile, a Bari, quel prodigio. Il ricordo di gomiti sbucciati e palloni di spugna incastrati sotto le macchine. Il ricordo di una fronte sudata in una domenica di gennaio. I cappotti ammucchiati sulle aiuole, e questo sì ti riporta di venti anni indietro. Casa di Giovanni, dove vedevamo novantesimo minuto, la madre che urla, le Cipster da aprire rigorosamente di domenica, perché gli altri giorni non sono consentite. C’è tutto questo nella rovesciata di Djorkaeff. Prima di lui il numero 6 è un numero da libero, da difensore centrale. Per noi non può significare né Baresi, né Scirea. Per noi è Mandorlini, Bia, Fresi.

Sì, ma c’è Youri. E Youri non è solo uno che resta in volo per vent’anni, e finisce sull’abbonamento della stagione 97-98 al posto di Ronaldo. Djorkaeff è un giocatore capace di arretrare di venti – trenta metri, proprio per lasciare a Ronaldo tutto lo spazio di cui ha bisogno per scatenare la sua progressione. Ed è lo stesso giocatore, e un giorno la storia del calcio me ne renderà conto, capace di giocare un Mondiale 98 straordinario, sebbene in pochi se ne siano accorti. È stato lui l’uomo di equilibrio, quello che ha dettato i ritmi dalla prima all’ultima partita. Quel Mondiale ha sancito che due numeri 10 possono stare tranquillamente insieme anche in una nazionale europea, a patto che uno dei due si chiami Youri Djorkaeff.

Piedi buonissimi e cervello fino, giocatore di biliardo prima ancora che di calcio. E quando un giocatore di biliardo vola in cielo per coordinarsi in quella maniera, mettendo il pallone all’incrocio dei pali, è lì che crea l’inatteso, lo stupore, la magia. La voglia di provare. E vent’anni fa era tutto più semplice, anche tentare una goffa sforbiciata sull’asfalto. Quella di Djorkaeff non è stata una rovesciata, non ha nulla della cilena di Unzaga. Un gesto controverso, tanto che nel 1918 un arbitro fischiò fallo a ogni tentativo di cilena fino a quando, secondo la leggenda, Unzaga prese da parte l’arbitro per dirgli che erano due anni che portava in giro per il Sudamerica tale gesto senza nessun problema (per la fredda cronaca, Unzaga fu cacciato dal campo).

La sforbiciata di Djorkaeff è un gesto unico perché va in cielo con il rigore di un armeno e colpisce il pallone con la delicatezza di un francese. Poi esulta con l’eleganza che si richiede ad un interista che ha appena compiuto un capolavoro. Forse è per questo che quel gesto non mi è mai riuscito. E a memoria non credo sia riuscito a nessun altro. So solo che è accaduto 20 anni fa. E vent’anni sono tanti, nonostante i colori.

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Essere Giuseppe Prisco (quanto ci manchi Peppino, quanto ci manchi)

Tutta una vita in due giorni, 80 anni condensati in due anniversari ravvicinati. 10 e 12 dicembre, nascita e morte di un uomo sottile, complesso e molto intelligente che ha vissuto intensamente se mai ha avuto un senso l’avverbio. Peppino Prisco ha respirato l’Inter più a lungo di chiunque altro, il suo rapporto con la squadra, la maglia e la tifoseria ha travolto il livello istituzionale dei suoi impegni con la società, di cui è stato prima socio, poi consigliere e infine (e ininterrottamente dal 1963), vicepresidente.

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Essere Peppino Prisco è un privilegio che tocca solo ad alcuni eletti, forse solo a uno. Alpino ma non solo, eroe della Julia e sopravvissuto alla ritirata di Russia, uno dei tre ufficiali ad avercela fatta. Un dolore che si trasformò in orgoglio di appartenenza, la presenza a tutte le adunate delle penne nere. La sua autobiografia, Pazzo per l’Inter, contiene alcune verità inconfutabili, a partire dal titolo. Peppino Prisco, nato Giuseppe in quel di Milano, era pazzo. Folle come solo alcuni geni possono essere, incline a una comicità naturale terribile e corrosiva, dotato di sinapsi talmente veloci da faticare lui stesso a star dietro al ritmo delle proprie intuizioni e delle battute. Più pazzo della stessa Pazza Inter che amò per una vita, con una dedizione che vale mille e mille hashtag amala e mani battute a casaccio sul petto da giocatori dimenticabili e dimenticati. Che poi se gli aveste detto hashtag avrebbe sorriso sornione e chissà cosa avrebbe risposto, perché Peppino era uno di quelli per cui le parole hanno un senso o almeno così andrebbero usate.

L’Avvocato Peppino Prisco, quasi il gemello diverso dell’interista innamorato, è stato uomo di potere, coinvolto in vicende delicate e drammatiche che lo hanno tormentato e lo hanno costretto a dimettersi da Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano. Una su tutte, quella che più lo ferì, l’inchiesta sul Nuovo Banco Ambrosiano di cui era consigliere e che gettò anche su di lui l’ombra di una colpevolezza che non solo mai emerse e che Francesco Saverio Borrelli cancellò con poche, secche e bellissime parole: «Non l’ho mai considerato come un imputato. Ho sempre pensato che fosse una persona profondamente onesta e per bene». Peppino, sopravvissuto e reduce, diventò avvocato nell’immediato dopoguerra, quando (come racconta Luca Fazzo in un bellissimo ricordo su Repubblica del 13 dicembre 2001), chi era scampato al macello della Seconda Guerra Mondiale veniva cooptato alla velocità della luce per ricoprire ruoli di responsabilità.

Responsabilità è una delle parole che a Giuseppe Prisco son sempre piaciute, metterci la faccia, muovere le cose perché altre ne accadessero. Come la Guerra mai o poco raccontata nei suoi orrori, anche la rinuncia alla carica di Presidente dell’Ordine segnò quel suo sorriso sghembo, perché Prisco non era stato un Presidente di rappresentanza ma uno di quelli a cui non era concesso di riposare, di cullarsi su carica e onorificenze. Negli anni di piombo era lui a scegliere i difensori d’ufficio per i brigatisti, negli anni più oscuri della storia del paese era lui a prendersi delle responsabilità. Quasi sempre e per non mettere in difficoltà altri, Prisco sceglieva se stesso, accettando le minacce di morte che piovevano dai gabbioni come un onere connaturato al suo mestiere, alla professione che amava.

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Sfairakrésis è una traduzione approssimativa di rompiballe, il greco antico applicato a uno dei più grandi timori di Peppino: le persone noiose, faticose o poco intelligenti. Le seccature inutili. Il giovane avvocato Prisco si era fatto produrre un timbro con quella parola greca un po’ zoppicante, un marchio d’infamia che applicava alle pratiche noiose, a quelle che proprio non voleva lavorare o che gli avrebbero fatto perdere del tempo.

L’Inter no, l’Inter non lo annoiava mai e i suoi 38 anni di vicepresidenza testimoniano un amore come ce ne sono stati pochi. Peppino Prisco era un malato di freddure e battute, anche cattive ma sempre  comunque divertenti. La banalità era un orrore a cui non si prestò mai e memorabili furono gli anni in cui lui e Oreste del Buono si rimpallavano feroci sfottò da un lato all’altro di San Siro. L’autoironia è il motore dei più grandi autori comici e Prisco ne aveva in quantità industriale, quella e un senso per lo scherzo che a volte raggiungeva livelli di rischio altissimi. Gli amici di Peppino erano rassegnati alla sua creatività furibonda, si aspettavano sempre e comunque il peggio. Arrivò a reclutare un clochard e istruirlo a irrompere al matrimonio di un amico presentandosi come uno zio un po’ in disgrazia. Nei suoi tanti anni di Inter le battute corrosive si sono alternate ai momenti di grande ilarità sui destini della sua fidanzata nerazzurra, della squadra per cui era disposto a mettere in subordine altri impegni ben più importanti. Non per lui, ovvio.

Lo abbiamo amato per la capacità naturale, per il suo talento unico nel dare un nome alle cose. Un ladro è un ladro, uno sfortunato è uno sfortunato, un velleitario parvenu è proprio quella cosa lì, perché Peppino faceva valere sempre e comunque il concetto fondamentale del suo interismo, i quattro quarti di nobiltà, la superiorità morale che solo l’intelligenza e la bellezza portano in dote. Ci ha insegnato a considerare il bauscismo un traguardo e non un limite, a divertirci e ridere delle insicurezze e del livore altrui, a guardare con compassione le ossessioni di chi non tifa Inter ma di Inter si riempie la bocca e si occupa sempre. Peppino avrebbe schifato l’autocommiserazione interista che ha fatto la fortuna di alcuni nei primi anni di questo nuovo secolo che lui ha lasciato troppo presto. Dell’amore si sorride ma tra amanti e amici, non ci si immola alla compassione di chi non è travolto dallo stesso sentimento. Peppino amava l’Inter, non gli interismi a scopo di lucro.

Ci manca tantissimo Peppino, come pochi altri. Lui e Giacinto Facchetti erano diversi, molto diversi eppure simili nell’incrollabile fiducia nell’Inter e nella gente interista. L’autore della battuta immortale se stringo la mano a un milanista mi lavo le mani, se le stringo a uno juventino mi conto le dita, non avrebbe apprezzato un finale nostalgico e sentimentale per il suo ricordo, ma per una volta faremo a modo nostro e non suo.

Ci manchi Peppino, ci manchi moltissimo, ogni volta che l’Inter gioca, ogni volta che qualcuno pensa sia facile o scontato indossare quei colori. Ci manchi perché nemmeno l’avvocato più abile e scaltro può salvare l’autostima di una tifoseria intera, ci vuole una persona speciale, unica. Ci vuole Peppino Prisco.

E facci un gol,
e facci un gol,
Peppino Prisco facci un gol,
ed è la Nord che te lo chiede,
Peppino Prisco facci un gol

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Bedankt Voor Alles, Wes (Grazie di tutto, Wes)

di Hendrik_van_der_ Decken

Arrivai in Olanda, per restarci, alla fine di agosto del 2008. Nel periodo di ambientamento, come sempre e per chiunque il più duro e difficile, il calcio e l’Inter mi hanno aiutato tantissimo. Mi hanno aiutato ad avere qualcosa cui pensare e del quale tenere conto nel calendario altrimenti interminabile di serate tutte uguali, aspettando solamente il giorno del volo per tornare dalle mie figlie in Italia. Le partite dell’Inter davano invece un ritmo allo scorrere dei giorni e fornivano l’aspettativa di avere qualcosa da fare, fosse solo quella di vedere i nerazzurri giocare e poi gioire o arrabbiarsi, ma comunque sentirsi vivi.
Quando conosci persone di altri paesi l’argomento più facile e veloce è la lingua, poi il cibo, infine il calcio, per chi lo segue. Con gli olandesi fu il calcio, subito. Ma con avvertenza preliminare non tanto simpatica: “Qui siamo tutti milanisti, sai com’è… van Basten, Gullit, Rijkaard…”
“Beh, insomma, ma loro hanno preso anche ‘sóle’ clamorose da voi come Bogarde, Reiziger, Kluivert…”
“Ma il calcio italiano noi lo conosciamo bene proprio perchè di olandesi il Milan ne ha sempre avuti. E ancora c’è Seedorf, e Stam se n’è andato da poco… Se sei dell’Inter, insomma, Bergkamp da voi non ha funzionato ed è stato l’unico posto dove ha avuto problemi”.
“Ma ha vinto la coppa Uefa quell’anno! Porc…”
“Van der Meyde poco e niente… Seedorf da voi è rimasto poco e non ha fatto nulla: non avete un gran feeling con noi”.
“Eccheccazz… ma come niente! I due gol da centottanta metri alla Juve? E poi almeno citatemi Jonk, il mio idolo, maledetti! E Aaron Winter? Dove lo mettete Winter, dannati cannaroli?”
“Ah, già, Winter ha giocato in Italia, è vero. Ma non era della Lazio? Non ricordavo che avesse giocato anche nell’Inter”.
Insomma, il calcio era un argomento su cui contare ma di Inter si poteva parlare davvero poco. Ibra era l’unico argomento che interessasse loro in qualche modo, per via dei trascorsi all’Ajax (nessuno di loro nominava Chivu a meno che non lo citassi io, mentre Maxwell era già un pochino meglio nella loro considerazione).
E poi, Wesley Sneijder. Nato a Utrecht, sangue “Ajaced” e centrocampista di puro talento, “costruito” come qui fanno con tutti i centrocampisti sorreggendo il talento pazzesco con una inossidabile tecnica di base: destro, sinistro, centrocampista interno, di fascia e trequartista all’occorrenza. Questo era il background del nostro nuovo fantasista quando sbarcò ad Appiano un giorno di fine agosto, esattamente un anno dopo dal giorno in cui io feci il percorso inverso da Como a Nimega.

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Ero calcisticamente innamorato di lui già da tempo ed è sempre stato una delle mie fisse sin dai tempi dell’Ajax. Gli olandesi con cui parlavo di calcio lo erano quanto me: si sorprendevano di come facessi elogi sperticati per uno che giocava nel Real e non era neanche italiano, e secondo me molti di loro pensavano che io fossi un po’ leccaculo, cercando una facile quanto ovvia “captatio benevolentiae” ricoprendo di elogi uno dei loro talenti più brillanti di quel momento. Quando Sneijder arrivò a Milano, a parte la mia totale esaltazione da interista, improvvisamente tutti cominciarono a parlare dei nerazzurri, tutti chiedevano informazioni, tutti vollero sapere cosa faceva Wes in Italia, come stava giocando lui, come giocava la squadra, come andava con i suoi compagni e chi fossero (almeno quelli meno conosciuti all’estero), e poi Mourinho, il campionato, e quelli un po’ più addentro iniziarono addirittura a chiedermi di Arnautovic, fresco di esperienza al Twente, figurarsi.
Ed ecco che l’onda cominciò a montare e prese sempre di più tinte nerazzurre: i giornali riportavano sempre più trafiletti sull’Inter, i trafiletti spesso diventavano articoli, gli articoli servizi televisivi, e l’Inter fu scelta sempre più spesso insieme al Milan come partita della serie A da trasmettere dalla pay-per-view olandese. Il negozio di articoli di calcio del centro espose una sola maglia nella sua piccola vetrina: quella dell’Inter. Non solo quella nerazzurra, ma le faceva ruotare alternandola con il completo da trasferta (persino quella rossa rimase in bella vista per mesi), e sullo sfondo un bel poster gigante di Sneijder con la maglia arancione della nazionale.
E così fu che quasi tutti quelli intorno a me, a poco a poco, vollero sempre più spesso venire a scambiare qualche battuta in più al mattino, portando il discorso sull’Inter e su Wes; le conversazioni più frequenti sul calcio portarono a conversazioni più frequenti su tutto il resto, e parlare di tutto il resto sfociò con l’avere delle persone con le quali poter avere un contatto più ravvicinato così da conoscerli e farmi conoscere meglio. Da lì in poi, ecco l’essere integrato definitivamente nella rosa della squadra di calcetto, la battuta schietta sugli italiani e la rispostaccia sugli olandesi senza che nessuno avesse paura che l’altro potesse offendersi, come si fa tra amici veri, l’invito a cena a casa che per un olandese è il segno definitivo che da “kennissen”, conoscente, sei diventato un “vriend”, un amico. Ed evento tanto più raro se il “vriend” invitato a cena a casa non è nato tra i tulipani, perché l’amicizia qui è preziosa come da qualsiasi altra parte, ma è concessa con molta parsimonia, com’è giusto che sia.
La storia di Wesley Sneijder all’Inter è nota, i trionfi di entrambi pure. Quando a luglio del 2010 mi presentai nel pub per vedere la finale del mondiale, tutti già seduti con le loro maglie arancioni, i miei amici mi avevano tenuto il posto, e mentre mi avvicinavo alla sedia partì un applauso e un coro: “Wes-ley Wes-ley Sneijder!”, “Campione d’Europa e forse stasera anche campione del mondo!”, e purtroppo per loro quella sera non diventò wereldkampioen insieme ai suoi compagni per pochissimo, se solo Robben avesse trasformato in gol quel suo assist meraviglioso nel secondo tempo. E poi tante pacche sulle spalle, e una birra offerta al volo da uno mai visto prima e un sacco di “Mooie shirtje, man! De beste!”, “maglietta stupenda, amico, la migliore!”.
Ed io, straniero in terra straniera, per la prima volta in due anni mi sentivo davvero parte di qualcosa e non ospite o intruso: e tutto per aver indossato in mezzo a un mare arancione una maglietta nerazzurra col numero 10 sulla schiena e il nome Sneijder sulle spalle, e perché quel piccolo olandese aveva fatto vincere insieme ai suoi compagni una coppa straordinaria, ma che in questo Paese aveva un solo nome e un solo cognome inciso sull’argento sfavillante del trofeo stretto tra le mani dei nostri ragazzi in quella indimenticabile notte madrilena.
Qualche giorno fa, in ufficio, un mio collega mi ha detto ridendo: “ma davvero il Milan vuole Sneijder? Ho letto che ha rilasciato un’intervista bella tosta a un giornale italiano… Chissà come ti brucerebbe se accadesse davvero!”
Ma qualsiasi cosa faccia o decida di fare, io e lui saremmo in ogni caso pari. Perché, caro Wes, tu non lo sai e non lo saprai mai, ma io ti devo un bel po’ di cose. Bedankt voor alles, kerel. E sempre forza Inter.

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