Editoriale

Kondoglianze (lamento funebre in partenza di uno che non ce l’ha fatta)

Il cerchio si stringe. Prima Banega, poi Murillo e Medel. Assodato che Nagatomo è protetto da una buona stella o più semplicemente da una follia ipnotica collettiva che impedisce all’Inter di venderlo, prestarlo, regalarlo o anche pagare per la sua partenza, a guardarsi intorno fischiettando restano Brozovic, Jovetic, Ranocchia e Kondogbia. Dei primi due non parleremo perché esiste il fondato sospetto della loro malafede e dell’impegno intermittente. Di Ranocchia che altro si può dire che non sia il grande dispiacere di vedere un bravissimo ragazzo e un potenziale campione spegnersi così? Su Kondogbia invece tocca finalmente aprire una lunga parentesi.

Nato a Nemours, cresciuto calcisticamente nel Nandy e poi nel Senart-Moissy, Geoffrey è esploso nelle giovanili del Lens per poi arrivare alla prima squadra. Che giocatore era il giovane Kondò? Mancino, la falcata lunga e la propensione al numero ad effetto, Geoffrey Kondogbia ha subito impressionato gli osservatori di tutti i grandi club per la capacità di corsa e la forza nelle due fasi del gioco, interdizione e recupero della palla ma anche ripartenza veloce e verticale. Dall’Under 16 fino alla Nazionale maggiore francese Kondò ha sempre trovato spazio da titolare, crescendo al fianco di Paul Pogba e completandone le poche carenze. Più cattivo, più utile e parimenti dotato (anche se a dirlo ora si rischia di non essere presi sul serio), Kondò è sbocciato prima dell’amico e quando nel 2012 il Siviglia se l’è portato a casa il più sembrava fatto, la rampa di lancio superata e il volo interplanetario verso il successo appena iniziato eppure già a buon punto.

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Kondogbia con la maglia del Lens.

Pagato 4 milioni di euro, in Andalusia Kondò gioca una buona stagione, si fa notare per la grinta in campo e per una terribile pedata a Diego Costa in semi-finale di Coppa del Re, un fallo cattivo e molto poco nello stile del ragazzo (Kondò dirà poi di essere stato insultato da Diego Costa, insulti a sfondo razziale). A fine stagione il valore di Geoffrey si quintuplica o almeno così ritengono i manager del Monaco, che pagano la clausola rescissoria e lo riportano in Francia.

5db8d4e647069a965cb8a8fa0d3307eb_169_xl.jpgIl fallo su Diego Costa in Coppa del Re

Nel Principato Kondò ritrova il sorriso e continua a giocare bene, molto bene. La sua fisicità dirompente fa la differenza si a che lo si schieri interno che mediano. Corre, recupera e attacca senza soluzione di continuità, tanto che il 22 aprile 2015 quando la Juventus affronta il Monaco nei quarti di finale di Champions League, la pagella di Kondò (Eurosport), recita: 7 – Un gigante con i piedi buoni. A centrocampo catalizza ogni pallone e poi lo serve pulito ai compagni. Prova a procurarsi un rigore (che poteva anche esser fischiato), si permette inserimenti e tiri al cospetto di una delle mediane migliori d’Europa. È del ’93 come Pogba: la Francia potrà godersi un centrocampo eccezionale per i prossimi 10 anni.

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Tutto questo per chiarire che quando Fassone (o tempora, o mores, o che sollievo non vederlo più dalle nostre parti), e Ausilio se ne vanno a Monte Carlo e per fare felice Mancini mettono sul tavolo 31 milioni di euro (diventati poi 40 tra bonus e cavilli), raddoppiando quindi di nuovo il valore del giocatore (da 4 a 40 in tre anni), nessuno grida allo scandalo e anzi, complice la trattativa in parallelo con il Milan che rischia di soffiarcelo tutti ci dichiariamo entusiasti dell’arrivo del nostro eroe, una creatura mitologica partorita da Vieira e Paul Ince, grinta e classe. Geoffrey di suo ci mette l’entusiasmo e la voglia di divertirsi, la presentazione è uno show in cui lui ride come un matto e noi pure, trascinati dalla simpatia contagiosa di uno che pare arrivato al momento giusto, nel posto giusto.

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I primi mesi di Kondò all’Inter sono facili. Gioca al di sotto delle aspettative ma la squadra sparagnina di Mancini se la cava alla grande, una raffica di vittorie di misura e l’illusione di potersela giocare fino in fondo. Kondò segna a Torino ma domenica dopo domenica Mancio fatica sempre più a trovargli una collocazione e spesso lo schiera sull’esterno. Kondò soffre e inizia a mostrare lacune preoccupanti. Non tira, non ha il tiro, e spesso si innamora del pallone e ci inciampa. Non è preciso negli appoggi e patisce l’anarchia e la mediocrità dei compagni di centrocampo. L’Inter affonda e Kondò mette da subito in chiaro di non essere un leader, al limite uno che si infiamma nei momenti di euforia, ma nella grande confusione tattica c’è anche del suo. Soprattutto Geoffrey ha una rara coazione a ripetere gli errori, sempre gli stessi, che preoccupa. Costare 31 milioni di euro è una condanna alla perfezione o almeno all’efficacia, purtroppo la prima stagione di Kondò in un campionato difficile e duro come la Serie A si conclude senza gloria e tra mille scetticismi.

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Ai più resta la speranza che il periodo di adattamento sia concluso e che uno con quel fisico e quella predisposizione alla corsa possa d’improvviso accendersi e cambiare gli equilibri. Ci credono ancora in tanti e soprattutto ci crede Frank de Boer, che appena arriva lo cita tra i pochi nomi noti della rosa. Ma la seconda stagione interista di Kondò è un calvario. Al 27′ di un drammatico Inter -Bologna (1 a 1 con memorabile errore finale di Ranocchia), FdB decide di aver visto abbastanza e sostituisce Kondò, sommerso dai fischi di San Siro (ma poi per lui o per l’allenatore?). È il punto più basso della carriera del centrocampista che doveva spaccare il campionato e imporre la propria supremazia fisica e invece bighellona per il campo, molle e spaesato.

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Kondogbia si dirà terribilmente irritato dalla scelta di de Boer, il quale a sua volta non ritratterà mai e continuerà a sostenere che a tutto c’è un limite e che se un giocatore non vuole imparare è inutile che stia in campo. Con Pioli e Vecchi non va meglio, l’involuzione galoppa decisa e all’ex nazionale francese sembra riuscire tutto difficile, anche e soprattutto le cose più elementari e scontate. Copre male la palla, perde tempi di gioco, s’incastra in situazioni assurde e mette in crisi i compagni. Una pessima stagione.

Quando è arrivato Spalletti, tutti ci siamo guardati in faccia con l’espressione più interrogativa del mondo. Lo apprezzerà, gli piacerà, riuscirà nel miracolo del rilancio? Spalletti è un allenatore solido e intelligente, pur faticando a trovargli un ruolo nel suo schema, non possiamo negare che con Kondò ci abbia messo buona volontà. Ripagato come?

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Così, con uno degli autogol più incredibili della storia del calcio moderno (contro il Chelsea), un lungo spiovente a giro calciato nella propria porta dalla trequarti, in una situazione di blanda pressione avversaria.

Scherzi a parte e consapevoli che l’autogol è un episodio, è chiaro che anche con Spalletti qualcosa non funziona e che lo scherno e la derisione dei propri tifosi feriscono molto Kondogbia, che ormai chiede apertamente la cessione. Solo che Geoffrey è prigioniero dell’Inter, più della eventuale (certa), minusvalenza che non dell’ingaggio. Nei ruoli del centrocampo Spalletti vede Gagliardini e Vicino come centrali in appoggio, Borja Valero come trequartista e Brozovic come primo rincalzo (almeno fino alla cessione). Joao  Mario pare in grande spolvero e così per Kondò le porte si chiudono e la partenza per Valencia pare sempre più probabile.

Un peccato? Sì. senza se e senza ma, perché se è vero che quello che abbiamo visto per due anni è un giocatore mediocre e pieno di lacune, altrettanto vero è che il Kondogbia di Monaco è stato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo e che la mancanza di fiducia e la confusione (tra spogliatoio e società), può giocare brutti scherzi a quelli caratterialmente più fragili (ricordate Dennis Bergkamp, vero?). Un peccato perché nonostante Spalletti prediliga centrocampisti di scherma, la forza dirompente di Kondò potrebbe diventare un elemento utile, un’arma in più per scardinare le partite. Peccato anche perché se davvero di errore di è trattato, è stato un bell’errore, una buona idea e non un bidone.

Perché attenzione, di poche cose sono certo come del fatto che Kondò non sia un bidone. Inadeguato al momento dell’Inter, a un campionato nervoso e tattico, agli schemi dei suoi allenatori sì, ma un bidone no. Dovesse andare via, sarebbe una sconfitta e non un sollievo, anche perché Kondò è un bravo ragazzo, uno simpatico. Non è poco, se ci pensate bene. Non vale 40 milioni, certo, ma non è poco.

PS –  Il pezzo è stato scritto prima che qualcuno consigliasse a Kondò di disertare gli allenamenti e replicare l’idiozia poco professionale che Dembelè ha messo in scena a Dortmund. Alla luce di quello che sta succedendo il giudizio su Kondò non cambia, anzi si conferma quella terribile fragilità che lo espone a brutte, bruttissime figure. 

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La Tattica

Frank in progress (non disturbate il conducente, la nostra analisi tattica)

di Michele Tossani

La prestazione dell’Inter a Roma ha lasciato sul campo, oltre ai punti, anche alcune perplessità di fondo sulla gestione tecnica della squadra nerazzurra. In particolare è stata La Gazzetta dello Sport a esprimersi in questi giorni, attraverso diversi articoli, per una bocciatura (ancorché parziale) della guida tecnica di Frank De Boer. Infatti pur riconoscendo al tecnico olandese il merito di aver prodotto la vittoria sulla Juve e di aver prestato attenzione ad alcuni giocatori dimenticati dal suo predecessore, come Gnoukouri e Miangue, la critica della rosea si è concentrata su alcuni aspetti tattici come la mancanza di vere alternative offensive ad Icardi, la bassa percentuale di realizzazioni rispetto ai tiri prodotti (9,09%: soltanto Crotone, Empoli e Pescara hanno attualmente una percentuale di realizzazione peggiore rispetto a quella dell’Inter) o uno stile di gioco giudicato troppo spregiudicato, con una eccessiva trascuratezza della fase difensiva.
Partiamo dalla percentuale realizzativa. Sicuramente i 9 gol segnati fino ad oggi sono pochi… Ma questo dato va confrontato con il numero totale di tiri realizzati. Se contiamo questi ultimi, infatti, notiamo come i Nerazzurri abbiano tirato ben 99 volte verso la porta avversaria, vale a dire lo stesso numero di tentativi effettuati dalla Juventus e 8 in più dei 91 realizzati dal Napoli, squadra la cui prolificità nessuno ha mai messo in discussione. Questo significa che la squadra di FdB tira molto in porta cioè produce un calcio offensivo nel quale si creano occasioni da gol. Certamente la percentuale di realizzazioni rimane bassa rispetto al volume di gioco prodotto ma questa deve essere imputata maggiormente ad errori individuali più che a demeriti del tecnico. Il bravo allenatore, si sa, porta i propri giocatori davanti alla porta. Ma negli ultimi 16 metri o, comunque, nella parte finale del campo, sono le caratteristiche dei singoli a fare la differenza. La batteria di attaccanti di FdB comprende, oltre al totem Icardi, giocatori come Eder (che non è esploso, anzi è peggiorato, rispetto alle sue medie, sotto la precedente guida tecnica), Palacio o Jovetic, che devono trovare ancora una loro collocazione precisa all’interno della rosa o Gabigol, che va aspettato e che sarebbe prematuro bocciare già ora.

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Per quanto riguarda il gioco, sfido chiunque a rimpiangere quello (non) visto sotto Mancini. È vero che la squadra ha talvolta degli aspetti zemaniani come quello di subire troppo facilmente il contropiede avversario ma è anche vero che FdB è al lavoro da pochi mesi con questo gruppo. Eppure è già riuscito a dare alla squadra un’identità tattica già visibile. La costruzione di triangoli per favorire il portatore di palla e creare più linee di passaggio, l’attenzione all’utilizzo delle fasce laterali, l’alto numero di uomini che attaccano l’area, la ricerca costante delle sovrapposizioni sono tutti elementi che fanno parte del DNA del gioco all’olandese e che De Boer sembra aver già inculcato ai Nerazzurri. Se pensiamo che alcuni allenatori italiani chiedono tempo dopo un intero girone d’andata o che in certi casi non sono nemmeno dopo un anno in grado di tirar fuori qualcosa dalle squadre a loro disposizione, possiamo certamente dire come FdB sia un passo avanti rispetto alla tabella di marcia. Il fatto che ci sia da lavorare ancora è indubbio come è innegabile che difendere 2+1 con soltanto i difensori centrali e Medel contro le ripartenze avversarie sia risultato spesso un sistema inefficace di affrontare la fase di non possesso palla. Ma questi sono automatismi sui quali De Boer e il suo staff lavoreranno. A tal proposito giova ricordare come diversi di questi contropiedi siano stati subiti in fase di costruzione a causa della perdita del pallone da parte dei giocatori interisti e non per una riconquista avversaria nei propri ultimi 30 metri difensivi di campo. Vale a dire che le palle perse sono state più frutto della disattenzione o di un cattivo posizionamento in alcune fasi di gioco che di un fallimento del gegenpressing nerazzurro.

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Sempre a proposito di tattica è stato scritto che con Banega e due ali l’Inter è troppo sbilanciata o che l’ex Siviglia, Candreva, Joao Mario e Perisic non possono giocare tutti insieme. In realtà tutto dipende dalla disponibilità al sacrificio dei giocatori. Il Bayern di Guardiola è arrivato a giocare con Alonso davanti alla difesa e con Coman, Thiago, Muller e Costa dietro a Lewandowski. Candreva e Perisic sono esterni offensivi in grado di lavorare anche in fase difensiva. E Joao Mario può coprire la sua zona di campo collaborando con Medel. Magari una soluzione con tutti questi giocatori insieme non sarà sempre proponibile ma certamente non è da scartare a priori. Con Banega arretrato come interno di centrocampo, un ruolo che il calciatore argentino conosce benissimo, la squadra virerebbe verso un più equilibrato 4-3-3 anche con la presenza contemporanea in campo di tutte le sue bocche da fuoco. De Boer sta lavorando proprio in questo senso: raggiungere un equilibrio tattico all’interno di una predisposizione spiccatamente offensiva dell’undici di partenza. Siamo ancora a livello di work in progress. Semmai, il tecnico orange dovrà lavorare sull’aspetto psicologico del gruppo visto che l’Inter è troppo spesso partita in svantaggio. Limitare le partenze ad handicap sarebbe un buon inizio. Ma questo aspetto o le sconfitte in Europa League non devono far dimenticare il lavoro ed i progressi fin qui compiuti. Non possiamo dire con certezza che la rivoluzione olandese sarà un successo ma neanche sostenere che i segnali fin qui visti non siano in qualche modo incoraggianti specie se, come già detto, paragonati al nulla precedente.

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