Editoriale

Capire Spalletti (o almeno provarci)

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Alla sollecitazione del cronista “C’è un grande entusiasmo intorno alla squadra”, Mourinho probabilmente avrebbe risposto con un “Ci fa molto piacere il calore dei tifosi”, Mancini con un “Ottimo, siamo contenti, è un buon inizio”, Stramaccioni con un “Ahò, bene bene!”. Luciano Spalletti, nell’immediato post-partita di Inter-Villarreal, l’ultima amichevole, ha invece risposto così:

“Mi sembra giusto, stanno recependo la serietà dei ragazzi e di come lavorano, il messaggio che hanno mandato ogni volta che escono fuori dal recinto di casa nostra è che si dà a vedere che si vuol fare sul serio, si vuol fare quello quello che obbliga il professionismo, cioè la competenza, noi siamo competenti, vogliamo essere competenti per il nome che portiamo e la professione che facciamo”,

riassumibile con un:

“La squadra ha dato un segnale e il pubblico lo ha recepito”,

ma espresso con il quintuplo delle parole necessarie e con una carpiatura dei concetti che, complice l’ipnotico e suadente eloquio del nostro condottiero, non si riescono a cogliere in diretta ma solo dopo un’attenta rilettura. E siccome in diretta ci sembra sempre di capire qualcosa, cogliendo qua e là parole familiari (squadra, pallone, difesa, gol) che ci rassicurano, è piuttosto qui, nell’attenta rilettura, che ci si apre un mondo. Come parla Spalletti, e cosa vuole dirci esattamente?

Ora, noi potremmo accontentarci di un fatto sostanziale, che renderebbe tutto il resto davvero marginale: cioè che in quale modo, un modo qualsiasi, Spalletti si faccia capire dalla squadra e che la squadra capisca Spalletti. Possiamo nutrire la ragionevole certezza che, nel rude lavoro quotidiano, Spalletti alla Pinetina non urli da bordocampo qualcosa del tipo

“Nagatomo, ascoltami, il tuo movimento difensivo dovrebbe evolvere in una direzione che ti consenta di esprimere al meglio le tue doti di velocità e nel contempo alla nostra difesa di poter contrastare con efficacia la fase offensiva dei nostri avversari!”

ma un più sintetico

“Yuto, santiddio, la diagonale!”

Ecco, appunto: la sintesi. Diciamo che, davanti a telecamere e taccuini, non è la dote principale di Spalletti. E noi, tutti noi interisti, dovremo adeguarci. Senza necessariamente capire. Che in sè è una situazione non priva di un fascino perverso. Ci toccherà cioè affidarci a occhi chiusi a un flusso di parole non sempre traducibili. Ci toccherà fare, nel nostro intimo, quello che già molti siti fanno ora: sbobinare e mettere in bella copia, perchè l’elaborazione esatta dello Spalletti-pensiero (oltre ad affrontare il rischio di travisare concetti importanti e offrirne una versione non autorizzata) è superiore alle forze di tutti.

Torniamo brevemente alla frase post-Villarreal. Nel replicare alla più innocua e scontata delle domande, Spalletti esagera ed entra addirittura in un territorio inesplorato, come se a un chiterrista avessi chiesto un giro di do e quello ti rispondesse con l’assolo di “Little wing”. Spalletti parla di “competenza”. Ma chi, riferendosi a dei calciatori, si è mai azzardato a parlare di competenza? Per l’universo mondo i calciatori sono forti, fortissimi, scarsi, pippe, anarchici, disciplinati, straripanti, modesti, inadeguati eccetera eccetera. Ma competenti, quando mai si era sentito? Competenti. Rendiamocene conto: è straordinario.

Spalletti può regalarci emozioni concettuali che gli altri se le sognano. Prendiamo a titolo di esempio quest’altra frase eleborata in una delle conferenze stampa del tour in Oriente. In Italia esce il calendario e in sala stampa gli chiedono cosa ne pensa e come vede la corsa allo scudetto e alle coppe europee. Una domanda che avrebbe fatto un bambino dell’asilo. Ma Spalletti, in queste situazioni così scontate, sa trovare il modo di stupire:

“Abbiamo avuto la conferma anche di altre squadre che possono accorciare il gap che c’è ad oggi con la Juventus. Sarà il tempo a dire chi lavora nella maniera corretta per aspirare a quelle quattro posizioni ma noi vogliamo esserci”,

riassumibile con un:

“Puntiamo ai primi quattro posti, la Juve è favorita ma avrà vita dura”

ma il nostro mister aggiunge sempre il tocco del maestro. Per dire: da chi cazzo avrà mai avuto la conferma che ci sono altre squadre che possono accorciare il gap con la Juventus? C’è una intelligence che lavora per fornire informazioni sule ambizioni della squadre di vertice? Tutto ciò ci inquieta, e un po’ ci piace.

Scontiamo, a livello comunicativo, i recenti cambi societari. Abbiamo un padrone che si esprime con un elementare “Fozza Inda”, un presidente che parla per interposto interprete. E questo un po’ ci deprime, dopo una lunga stagione in cui potevano identificarci in un signore milanese perennemente disposto a rilasciare dichiarazioni e nei suoi concetti-base del tipo

“Non è una cosa simpatica nell’insieme”,

adattamento morattiano di un più grezzo

“Ci stanno proprio rompendo i coglioni”.

Che nostalgia. Ma adesso è arrivato lui, Spalletti, con le sue frasi senza virgole e con mille parole (di cui 950 superflue). E siamo solo all’inizio, ragazzi. Solo all’inizio.

 

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Posta

Quella volta che Pino Robiola decise di farsi l’autobiografia

Ma che bella idea ha avuto Icardi! Scrivere un libro senza averne mai letto uno. E allora, che minchia. Mica sono da meno. Neppure io ho mai letto un libro, se si esclude “L’uomo che sussurrava ai taralli” di Antonio Cassano che c’h pure con l’autografo, una bella ics.

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Quindi mo’ mi ci provo pure io che di cose da raccontare sapete quante ne posso raccontare. Tipo quando il mago Otelma disse a Galliani che se voleva vincere la Chempions doveva ogni anno accattarsi un ex giocatore dell’Inter (e lui pur di dare retta al mago si è pigliato di tutto, pure a Mansini il brasiliano). Quando lo psicologo di Ranocchia è andato dallo psicanalista e lo psicanalista dallo psichiatra visto che non capiscono come è possibile che dopo ogni seduta quello gioca peggio. Quando la mafia costrinse l’Inter a scambiare il nipote portiere della baronessa di Carini con Cannavaro. Quando Moratti aspettava Vampeta e ci arrivò il sosia di Clarc Gheblo che poi non hanno fatto partecipare neanche al “Tale e quale show” di Carlo Conti.

Non mi piace perdere tempo e ho già incominciato a raccogliere le mie memorie. Credete a me, ho pronti degli scuup che in confronto Gianluca Di Marzio è un poppante, uno che c’azzecca alle notizie come Bersani c’azzecca alle campagne elettorali.
Voglio partire con una telefonata che c’ho fatto ieri sera a un grande tifoso interista che non vi sto a dire il nome e il cognome, ma che vi posso giurare che è uno che ha contato assai e che assai conterà (fidatevi…).
Io questa bella telefonata l’ho registrata di nascosto e ve la racconto in anticipo prima di schiaffarla sul libro che sarà un grande successo. Pure a Camilleri supero in classifica che magari così smette pure di fumare dalla delusione.

Buongiorno presidente.
“Ueilà Pino, che piacere sentirti”.
Piacere mio, presidente.
“Suvvia Pino, è da un pezzo che non sono più presidente…”.
Per me lei sarà sempre il presidente.

Risata, il rumore di un accendino che appiccia una Muratti.

Minchia che bordello con Icardi. Ma possibile che in società nessuno aveva letto prima il libro?.
“Che ti devo dire caro Pino, gliene avevano mandato una copia in bozze ad Ausilio. Lui però s’è addormentato a pagina due e, bòn, è andata com’è andata”.
Gli ultras andrebbero ingabbiati una volta per tutte, altro che difesi. Anche con lei ci sono andati giù pesanti tante volte.
“Acqua passata. In fondo, son bravi ragazzi. Ti ricordi quando Frey aveva parcheggiato lo scooter in sosta vietata davanti al Meazza e loro glielo lanciarono in campo per evitargli la multa? Simpatici, che carini…”.
A zappare li manderei, altro che.

Pausa. Un colpetto di tosse.

“Passerà anche questa, stai sereno. Semmai inizia a preoccuparmi il De Boer. Uè, non mi pare mica tutto ‘sto fenomeno…”.
Domani viene da me per la lezione di itagliano settimanale, ci chiedo pure io qualche spiegazione. Lui dice sempre: “Non sarò il Cholo ma neppure un ciula”.
“Appunto…”.
Appunto cosa?
“Chi glieli scrive i testi? Il Bertolino? Cambiamo discorso Pino, che l’olandese mi pare uno Stramaccioni senza gel nei capelli: fosse per me… Dai, su, hai mica qualche trequartista simpatico tra le mani?”.
No, niente. C’ho un difensore però….
“Frena, Pino. Lo sai che i difensori li amo come le meduse al Forte dei Marmi”.
Vero, dimenticavo.
“E poi ormai non sono altro che un tifoso, il mercato spetta ad altri”.
A proposito. Almeno questi cinesi mi piacciono assai, i piccioli veri hanno.
“Promettono bene, sì, sono ricchi e, soprattutto, simpatici”.
Grazie a loro abbiamo il primo vero grande colpo dell’Inter dopo il Triplete….

Silenzio.
Risatina a metà tra la soddisfazione e la diffidenza.
Un’altra Muratti che si accende.

“Joao Mario? Sì è simpatico, ma non c’è gara con il Cambiasso, dai, non scherziamo”.
Presidente, che c’azzeccano Joao Mario e Cambiasso. Mica ci volevo parlare male del passato. Io penso a un top pleier che all’Inter non ci giocherà mai.
“Di che parli, Pino? Mi sa che ci sei andato giù duro col Chivas al piano bar del Jerry”.
Quello con la faccia da scagnozzo di Scarface.
“Ti capisco poco sai…”.
Gioca nel Real Madrid.

Lunga aspirata di Muratti.

Rodriguez, James Rodriguez.
“Ahhhh ora ho capito..sì, sì. Simpatico il James”.
Solo il fatto che i cinesi ce lo volevano accattare vuol dire che siamo tornati.
“Effettivamente, un ottantina di milioni anche per me erano una bella cifretta, giusto per il Bobone valeva la pena”.
Bobone o non Bobone, son finiti i tempi dei pagherò di Thohir.
“Suvvia non essere troppo cattivo, in fondo, anche lui è simpatico”.
Sarà, ma tiene i pesci carnivori nelle tasche.
“Beh su questo, caro Pino, hai ragione: spillargli i soldi era come chiedere a Recoba di allenarsi”.
Se penso che per tirare su due lire abbiamo sacrificato a Benassi per accattarci a D’Ambrosio.
“Ehh ai mie tempi…”.
Dico io, mesi a sbavare per M’Vila.
“M’Vila? Quello lo avrei mandato a riprendere i palloni che il Nagatomo calcia fuori dalla Pinetina quando si allena nei cross, altro che maglia”
Presidente, ci pensa a Dodò. Pareva pettinato come Massimo Ciavarro in Sapore di Mare, io il balletto con Milly Carlucci ci facevo fare.
“…e Schelotto…”.
Minchia a quello ci stava a venire un infarto solo perché aveva segnato nel derby. Che faceva se era Cruz: finiva la carriera pieno di baipass.
“Rocchi, te lo ricordi?”.
Mamma mia, non si poteva guardare….

Ancora Silenzio. Lungo, molto lungo.

Un attimo presidente: Rocchi, Schelotto non erano roba sua?
“Mia?”.

Un’altra Muratti.
Anzi, due in un colpo solo.

“Sai che forse hai ragione? Dovrei sentire il Branca. Lo chiamo più tardi. A quest’ora sarà alla messa in prova dell’ultima giacca di tweed: una figata credimi, ce l’ha pari pari l’Oriali.
Va beh, presidente, ho capito…il passato è passato.
“Parole sante. Guardiamo al futuro: il mercato ora dovrà essere diverso, come dire più…più…simpatico, ecco, più simpatico”.
Si cambia musica. Questi i piccioli ce l’hanno veramente. Ce lo dobbiamo mettere in testa a Marotta e compagnia cantante: è finita l’epoca del cappello in mano. Siamo tornati ricchi!
“Giusto, forza Inter! E non dico Amala che la figlia di Celentano è lì sempre a chiedere la moneta”
Ora l’importante è spenderli bene ‘sti piccioli, non buttarli a minchia.
“Bravo Pino, per questo stavo giusto pensando di tornare a…”.

Qui cari amici, è caduta la linea.
E forse è meglio così.

Amala (e accattala una copia del libro mio, spendili questi venti euri, non fare come Thohir)

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Amarcord

Undici secondi (Auguri Julio Cruz)

Minuto 8 del secondo tempo. A San Siro si gioca un derby diverso da tutti gli altri perché di là, con i rossoneri, c’è Ronaldo. Ed è lui che decide la partita, fino a quel momento. Ha segnato una rete insolita, nulla a che vedere con gli scatti di un tempo. Si è girato in maniera piuttosto goffa, ed ha sorpreso Julio Cesar con un tiro dalla distanza. Poi, in maniera altrettanto goffa, e poco convinta, ha portato le mani all’orecchio. Una buona occasione per sperimentare l’effetto di cinquantamila fischietti, quelli che i tifosi hanno portato allo stadio per far capire a Ronaldo che la sua non è stata una decisione felice. È il minuto 8 di un derby diverso, perché lo scudetto (il nostro) passa da San Siro e loro possono rallentarci, non certo fermarci. Questo lo sappiamo tutti, l’11 marzo del 2007.

Ma quella è una stagione dove l’obbligo non è vincere. È stravincere, possibilmente conquistando i due derby, perché uno scudetto sul filo del rasoio, dopo quello conquistato in tribunale, non sarebbe accettabile. È il minuto 8 e Hernan esce scuotendo la testa. Si sfila dai capelli l’elastico che distingue il Crespo interista da quello milanista con i capelli corti. Quello che avrebbe meritato una Champions, ma questo non lo diciamo a nessuno. Il tabellone luminoso indica il numero 9, ed è bello che questa storia incominci da qui. Con il 9 più discusso della storia nerazzurra che segna contro l’Inter, un altro 9 in comune (lui mai in discussione, né da una parte né dall’altra) che gioca con il numero 18 e lascia il campo contrariato, e un 9 atipico che entra senza accennare un sorriso. Prima degli allenamenti del Banfield si dilettava a tagliare il campo da calcio con una macchinetta, e a volte si faceva fotografare. Ecco perché lo chiamano El Jardinero, al secolo Julio Cruz.

Undici secondi. Undici precisi. C’è un altro numero 9, il quarto di questa storia, forse il più nove di tutti, che per quella stagione gioca con il numero 8, e va via sulla fascia, lasciando Simic sul posto. Il tempo di mettere il pallone in mezzo, rasoterra. Dida tocca, ma riesce solo a deviare un metro più in là. Poi arriva lui, El jardinero. Come è possibile che uno entrato da 11 secondi sia nel posto giusto, vi spiega la dimensione di Cruz. Uno a uno. un sorriso? E perché mai. Julio si copre leggermente il volto con la maglia e guarda la curva. Nessun riferimento al numero dietro le spalle. Niente pollici ad indicare il numero 9, potrebbe essere il 20, il 18 (senza 1+8), per lui sarebbe davvero indifferente. Si torna a centrocampo, c’è un derby da vincere. Il sole che anticipa la primavera illumina San Siro, la famiglia Moratti si toglie di dosso un quintale di tensione. Perdere un derby deciso da Ronaldo proprio no.

Qualche minuto dopo è Maxwell – uno dei terzini più sottovalutati di questo secolo, o sopravvalutati da chi l’ha chiamato a giocare, o magari a seguire Ibra, nell’Ajax, nell’Inter, nel Barcellona e nel PSG – ad andare via sulla sinistra e mettere un altro pallone al centro. Questa volta Cruz fa il Ronaldo e prova a segnare di tacco. Alto. Allora è lui a trasformarsi in assist man. Non prima di aver rubato un pallone a Jankulovsky, non proprio un tipo leggero nei contrasti. Cruz gli va incontro, gli sradica il pallone da quel 45 di piede che il ceco si ritrova, accelera e poi fa una cosa di un’intelligenza estrema: si ferma, osserva Dida e decide di passare il pallone indietro, rasoterra, a Ibra: è la rete del 2 a 1. Ibra allarga le braccia con il suo fare, Cruz va sotto la curva, a prendersi il boato. C’è tutto Cruz in questi 10 minuti. La generosità, la tenacia, la tecnica (non sempre purissima), il senso della posizione. L’intelligenza. E la pazienza.

L’attaccante meno Morattiano dell’era Moratti: poco appariscente, silenzioso, senza le luci della ribalta addosso. Uno degli acquisti più azzeccati in termini di efficacia e contributo alla causa. La sua vittima preferita è la Juventus, in un momento in cui loro vincono gli scudetti e l’Inter vince a Torino. C’è sempre lo zampino del Giardiniere. Di testa, su punizione, negli assist a Martins, compagno ideale per la capacità di approfittare degli spazi che Julio gli consegna. Ma Cruz è un falso nueve con il fisico da centravanti inglese di inizio ‘900. Un metro e novanta per 84 chili (a Bologna 90), eppure capace di giocare anche da seconda punta, sacrificarsi – e per forza, se i tuoi compagni si chiamano Adriano, Crespo, Ibra, qualcosa dovrai pur inventartela – e segnare gol bellissimi come il pallonetto all’Arsenal in Champion’s League, in una delle partite che Cruz ricorda con maggior piacere, perché arrivata in un momento difficile per l’allenatore dell’Inter di allora, Hector Cuper.

Eleganza, tecnica, pazienza. Tanta. Ma anche garra, una qualità che di solito viene riconosciuta agli uruguagi, più che agli argentini. Ora, sarà perché noi abbiamo avuto nelle nostre fila Recoba e Alvaro Pereira, vale la pena ricordare che per fortuna esistono delle eccezioni anche in argentina. La garra del jardinero la vedi non soltanto quando sradica il pallone dai piedi di Jankulovsky, ma anche nella sfortunata notte di Valencia, quella che poteva essere lo sliding door si Mancini, invece consegna ai quarti di finale il catenaccio spagnolo, con rissa finale. Il più incazzato – e no, non mi vengono termini più adatti – è proprio Julio.

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Con Mancini Julio diventa indispensabile. E vince. Quattro campionati, due coppe italia e tre Supercoppe italiane. Con Mourinho il feeling è diverso, il portoghese ha altre idee, sebbene nel primo anno non sia chiaro nemmeno a lui quale sia la sua coppia d’attacco. Accanto a Ibra giocano, a turno, Adriano, Balotelli, Crespo (pochissimo), addirittura Obinna. La grandezza di Cruz sta nell’accettare il ruolo consapevole che c’è chi è pagato per prendere delle scelte e chi per rispettarle. Andrà via senza troppi clamori all’alba della stagione del triplete, ed è un peccato vedere più spesso Recoba, a San Siro, che lui. Perché questo argentino silenzioso e rispettoso ha segnato 75 reti in sei anni di Inter. Niente male per un (falso, ma mica poi tanto) nove capace di risolvere le partite in undici secondi. Undici.

 

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